Pino Loperfido

Praecipue memoria gaudere

Noi, poveri ostaggi dei Terroristi dall’Altruismo

Aiutiamo, commemoriamo, sosteniamo, impegniamoci, adottiamo, appoggiamo, insomma facciamo qualcosa per qualcun’altro, non importa chi: che sia il popolo siriano, il bimbo dello Zimbabwe, il disoccupato, la memoria dell’Olocausto, il reparto di pediatria di un ospedale, il paesino terremotato, il piccolo affetto dalla sindrome di Down, lo straniero senza casa.
In altre parole, l’altruismo è diventato obbligatorio, come le cinture di sicurezza. Non è più possibile rimanersene a casa propria, al calduccio, in pantofole, davanti ai titoli di testa di bel filmazzo e non sentirsi in colpa per qualcosa o qualcuno. Beninteso, parliamo di gente dalla coscienza pulita, che paga le proprie tasse e che non tradisce il partner. I rimorsi arrivano a causa di tutta quella serie di moniti silenziosi che arrivano dal mondo della (presunta) solidarietà. O dalla cassetta della posta. Quest’anno ho provato a mettere assieme tutto il materiale cartaceo rinvenuto nella bussola delle lettere; ne è venuto fuori un malloppo alto una ventina di centimetri. Ho calcolato che se avessi voluto versare un obolo – anche minimo – ad ognuno, sarei praticamente rovinato. Ma poi, analizzando le missive, mi sono anche posto alcune domande. Ad esempio, quanto costa tutto questo battage? Come fa ad essere tanto tempestivo rispetto all’attualità? (No, perché, ad esempio, la lettera di Amnesty per gli aiuti alla Siria è arrivata quando gli scontri di piazza erano appena cominciati. Viene da pensare che il tipografo stesse solo aspettando un segnale...) Leggi tutto...

Disgrazie della nostra vita: il cenone di fine anno

Scoprire di avere una cugina a Piacenza e un paio di zie dalle parti di Brescia può essere una delle cose più piacevoli che può capitare a chi organizza un Cenone di San Silvestro. Molte volte l’unica piacevole... La tradizione gioca brutti scherzi, insomma. La sera del 31 dicembre si rischia di ritrovarsi gomito a gomito con personaggi che non avresti mai detto; una reunion di tale portata da fare invidia ai Deep Purple del 1984. Un programma vero della serata non c’è, se non quello di mangiare-mangiare-mangiare innaffiando con dell’ottimo vino. E proprio qui arriva la prima disgrazia. A fronte di tante signore bottiglie portate dagli invitati, il padrone di casa insiste nel servire un ignominioso vino del contadino che passa tutta la sera ad elogiare, vanamente redarguito dalla moglie. Leggi tutto...

Io speriamo che m’involvo. Meglio umani che pseudoartisti

Uno si alza al mattino e si collega al mondo: telefono, tablet, computer (il caro, vecchio televisore, ormai, serve solo per sorbirsi l’abbronzatura di Carlo Conti all’ora di cena). Davanti a schermi e schermetti vari cosa vediamo? Una proliferazione incontrollata di informazioni, dalla più impegnata (“Ma il bosone di Higgs conferma la fede cristiana o la contraddice?”) alla più inutile (“Il tiramisù mi è rimasto sullo stomaco”), alla più assurda (“Sono il pulcino pio-pio-pio”). Ordunque, restiamo sommersi dal chiacchiericcio, da video di questo e di quello, da titoli di libri, di film, foto delle vacanze, canzoni, tutto solo, esclusivamente, on line. (Per dirne una, ogni giorno nel mondo escono seimila libri. Duecentocinquanta all’ora. E parliamo di oggetti di carta che richiedono del tempo per impaginazione, confezionamento, ecc. Se volgiamo lo sguardo all’immensa factory digitale di cui sopra i numeri possiamo solo lontanamente immaginarli.) Leggi tutto...

Paralimpiadi: il luogo in cui il disabile si gioca la dignità

Fino a qualche anno fa non se le filava nessuno. Erano eventi misconosciuti, nascosti alle tv e al web, ad uso di amici e parenti degli atleti. Quest’anno – chissà perché – le Paralimpiadi sono diventate un evento planetario. Gare trasmesse in diretta, grandi servizi sulla stampa, interviste, eccellenti contratti pubblicitari e qualcuno è stato perfino pizzicato dall’antidoping. Cosa è accaduto, dunque? Facciamo un’ipotesi. Qualcuno si è accorto che è possibile fare i soldi perfino spettacolarizzando la disabilità. Spingendo all’eccesso e contro ogni buon senso, cioè, l’ipocrisia della differente abilità.
Il risultato è stato penoso. Dal risultato sportivo l’attenzione degli spettatori si è inevitabilmente spostata sulla menomazione degli atleti. Chi assisteva alle gare, cioè, faceva a gara a sua volta per scoprire, con un buon grado di morbosità, qual era il tipo e il grado di disabilità di questo e di quell’atleta. Si sentivano gli applausi scrosciare, ma non si trattava di esultanza, bensì di una pelosa compassione. Chi guardava non vedenti, amputati, malformati nuotare, correre, saltare in realtà provava solo pena e di nascosto  tirava un piccolo sospiro di sollievo. Magari pensando: “Meno male che mio figlio non è così...”. La serotonina li faceva sentire tutti meglio, più buoni e filantropici. E non si rendevano conto, invece, di come tutti quei disabili, nell’illusione di non essere diversi dai Bolt o dai Federer, si giocavano la dignità in nome della grandeur olimpica, anzi paralimpica. Leggi tutto...

Il sorriso di Anna Lisa

La storia di Anna Lisa non è il semplice diario di una malattia, ma il racconto di come la naturale propensione alla vita sia ostinata e cocciuta, sebbene – alla fine, sempre – soccombente. Anna Lisa scopre di avere il cancro a 30 anni. Da quel momento ci accompagna – pagina dopo pagina – attraverso il suo calvario, fatto di tac, risonanze, broncoscopie e altri esami inenarrabili, ma anche di amicizia (vera, non quella di facebook), di piccole gioie e di amore che ritempra. L'ottimismo di Anna Lisa è contagioso. Il suo umorismo, a tratti macabro, fa sorridere, ci mette di buon umore. Al punto che alla fine arriviamo quasi a credere che il finale forse non sia poi tanto scontato. E invece, l'ultima pagina è quella della resa. "Ho la sensazione che finirò i miei giorni qui dentro" scrive Anna Lisa. E a noi, sempliciotti sani ma infelici, per un istante pare di morire con lei. Coprotagonista del libro, naturalmente, è il cancro. "La bestiaccia", la chiama Anna Lisa, che riesce a delinearne i contorni, ne fa un ritratto preciso e ce lo fa guardare negli occhi. Una prospettiva che non avremmo immaginato. E ci coglie quasi la folle paura di un contagio, leggendo questo libro. Perché la ferocia della bestia è debordante, inaudita, diabolica, malefica in ordine assoluto. Una cattiveria insensata che trascende il tempo e lo spazio. E che non perdona. Non ci sono farmaci, terapie, preghiere, miracoli che tengano. Anna Lisa è una condannata a morte. Leggi tutto...

Feste, sagre e superfeste: dal ballo allo sballo

L’arrivo sornione di settembre spazza via l’agosto caciarone e con esso tutta una ridda di feste campestri, sagre, superfeste che “allietano” l’estate nei borghi trentini. Le chiamano un po’ in tutti i modi, in realtà – a volerle appellare con il loro vero nome – con gli anni sono diventate zone franche dello sballo in cui sempre più spesso bande di giovinastri si ritrovano e si attaccano alla spina della birra, inseguendo un improbabile delirium tremens. Chi, infatti, ultimamente ha avuto la ventura di farsi un giro in uno di questi tendoni posticci parcheggiati in periferia o al campo sportivo del paese, si è spesso ritrovato davanti a scene non proprio piacevoli, un incrocio tra un quadro di Hieronymus Bosch e un racconto del vecchio Hank Bukowski: ragazzi e ragazze ubriachi, istericamente allegri o accasciati su se stessi alla ricerca del vomito liberatore. Alle prime ore della notte, poi, non è raro assistere alla processione di genitori che con la maglia del pigiama indosso vanno alla ricerca del figlio, disperso nella battaglia etilica, preoccupati più di essere scorti da qualche paesano chiacchierone che dal numero di birre ingerito dal proprio bambino. Leggi tutto...

Trento violenta: la festa appena cominciata è già finita

La cosa più intelligente, ma anche più ovvia e drammaticamente vera, l’ha detta M., un giovane tunisino: «Lo spaccio esiste perché c’è qualcuno che compra e di sicuro non è un mercato interno agli immigrati». Siamo a margine dei gravi fatti avvenuti a Trento qualche giorno fa, quando bande di africani si sono contrapposte con maniere non proprio da gentlemen, pare per questioni legate al traffico degli stupefacenti. Eventi all’ordine del giorno in città come Milano, Napoli o Bari, un po’ strane per una città come Trento, da sempre ai primi posti delle varie classifiche della vivibilità urbana. Oddio, strane solo se chiudiamo gli occhi e li teniamo ben stretti. È evidente già da tempo, infatti, come il Trentino sia divenuto incredibilmente bendisposto nei confronti degli immigrati. Ad esempio, ci sono decine di associazioni che “regalano” posti letto e alloggi, anche a pregiudicati. Circoli, gruppi ecclesiali, sodalizi filantropici che accolgono a braccia aperte, rifocillano, consolano e fraternizzano con chiunque provenga da certe zone del mondo. Indistintamente. Il profugo e l’assassino per noi pari sono. Vige un ecumenismo sociale che non ha pari nella Penisola, un solidarismo – spesso a sfondo politico o religioso – che male interpreta il portato del Concilio e della tradizione mitteleuropea della nostra provincia. Leggi tutto...

Tiziana che voleva diventare mamma. E invecchiare

Tiziana voleva solo diventare mamma. E invecchiare. Niente di più. Nessun grillo per la testa, nessun sogno di ricchezza, nessuna vacanza sugli atolli oceanici, nessun posto di potere. Solo vedere il proprio bambino crescere e diventare grande.
Ed è proprio da qui, da Lorenzo, che parte questa storia. Perché nei primi anni Duemila, Tiziana Bergamo è una delle migliaia di mamme che lotta con le unghie e con i denti per il proprio diritto alla maternità, contro una Natura birbona e contro la pasticciata Legge Italiana sulla fecondazione assistita. È la prima delle due estenuanti battaglie dalla sua breve vita. E si conclude con un successo. Nel 2004, il bambino nasce e il sogno di Tiziana è coronato nonostante quel fisico “inadeguato, sempre malaticcio, diesel”. Quel fisico che da ragazzina la faceva ansimare più del dovuto durante l’ora di ginnastica. Non si capacita Tiziana del fatto che vi siano così tanti ostacoli alla possibilità di avere un figlio e non ve ne siano, invece, per sbarazzarsi di un feto in seguito ad una semplicissima amniocentesi. In ogni caso, Lorenzo era venuto al mondo. Battaglia vinta.
Se non che, la sera del 14 agosto del 2005, Tiziana sente un nodulo all’altezza del seno e il cuore le si ferma di botto... Leggi tutto...

Orrori per giovani genitori 3: la settimana al mare

Un paio di infradito non fanno la felicità, certo. È vero però che scambiare per divertimento lo stress di una settimana al mare, con figli, pinne, fucili e occhiali è capitato a tutti almeno una volta nella vita. Un anno trascorso tra noiose riunioni, raffreddori, code in auto e lunghissime “sedute” in ufficio ha portato all’ennesima potenza il desiderio di vacanza. Eccola, allora, la famigliola, alle tre del mattino, montare in macchina e fuggire lungo l’A14, a tutta birra, per sfuggire all’ingorgo di Bologna e giungere in spiaggia in tempo per non perdersi la prima mattina di vacanza.
Il primo problema è di ordine sincronico, nel senso che mamma e papà hanno sotto gli occhi due borsoni dell’Adidas per via della notte persa, mentre i pargoli sono freschissimi, in quanto comodi nei loro seggiolini e seggiolotti hanno dormito sogni d’oro. Che dire poi dell’albergo. Sul sito Internet tutti quei palazzoni attorno non c’erano mica e le camere sembravano talmente grandi... Vabbè. Diciamo che siamo al primo dì e non c’è nemmeno il tempo per deprimersi perché siamo già a tavola. Antipasto a buffet (pomodori ripieni, slurp!), primo, secondo e dolce (gelato al limone in bicchiere di plastica, ma vieni!). Sarà il cibo eccessivamente condito, sarà il caldo insolito, più che sonno ci piomba addosso una papagna che rischiamo di addormentarci a tavola. Ma c’è un problemino: gli imberbi simpaticoni, rinvigoriti dal pranzo, sono pronti per un nuovo safari del bagnasciuga, altro che dormire. Due tiri al pallone, il classico vulcano di sabbia, un minitorneo di racchette... Non sono nemmeno le 17 e gli eroici genitori sono già a pezzi. Ma la giornata è ancora lunga. E poi mancano la cena, l’animazione dell’albergo e poi la tristissima passeggiata serale. Leggi tutto...

Speciale TV "Il Cuoco di Mozart"

Gioco di stato: roviniamoci responsabilmente

Può capitare anche da queste parti, insomma, di entrare in un bar e di notare in un angolo sufficientemente appartato una sorta di allegoria uomo-macchina che tanto sarebbe piaciuta a drammaturghi visionari come Samuel Beckett o Tadeusz Kantor. Esseri accasciati su tasti colorati che smanacciando azionano numeri, frutti e simboli con l’entusiasmo e la partecipazione che un operaio può mettere nella sua catena di montaggio. È strano, in costoro non vi è traccia di sentimenti quali speranza e curiosità, di solito fondamentali laddove sia il gioco il protagonista. Sono invece cuscini spelacchiati che infilano monete in una fessura e attendono stancamente dalla macchina notizie riguardanti il proprio immediato futuro. Il vaticinio è costoso e avaro di buone nuove, compiuto rigorosamente all’insaputa di mogli e di mariti, rinforzato da discrete dosi di schiava o merlot di quarta schiera. Certo non desta più nemmeno tanta meraviglia cogliere in azione simili complementi d’arredo di bar, pub e wine bar alla luce dell’infame pedagogia di Stato legata a lotto, superenalotto, gratta e vinci, schedine. Manifesti, spot televisivi, pubblicità su giornali e sul web. Da ultimo, sono perfino scesi in campo alcuni gentleman della cultura italica (Cutugno, Buffon, Miccoli, ecc.) per reclamizzare la sana pratica di giocarsi mezzo stipendio tutti i mesi, beninteso giocando “responsabilmente”. In dieci anni la spesa degli italiani nel gioco d’azzardo legalizzato è salita del 2000% (duemila per cento). Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, il gioco d’azzardo patologico (GAP) coinvolge circa un milione e mezzo di italiani. Ma anche il Trentino Alto Adige non se la passa benissimo. Forse l’Assessore alle politiche giovanili non se n’è ancora accorto, ma a Trento, uno di questi suk dell’autofottimento è stato aperto a pochi metri da una delle più frequentate scuole della città. (Dice: con chi la vuoi fare la pedagogia, con i vecchi?) Recentemente una mamma altoatesina ha abbandonato a casa due figli piccoli per stare davanti a un video poker.
Curioso in definitiva questo nostro Paese, in cui se hai un’Audi o una Mercedes e non dichiari almeno centomila euro l’anno sei quasi certamente un farabutto, se invece decidi di scialacquare denaro accoppiandoti a una macchinetta mangiasoldi o inseguendo il terno sulla ruota di Napoli sei il benvenuto. Banco e Agenzia delle Entrate, felicemente complici, sentitamente ringraziano.

"Versace? Qualcuno lo ha fatto uccidere..."

Antonio D'Amico, l'ex compagno di Versace, durante l'ultima puntata di "Verissimo", condotta da Silvia Toffanin:
 
D'Amico: “Dentro di me io so che qualcuno l’ha mandato (Cunanan, n.d.r.). Non ho delle prove, come ho sempre detto io faccio fatica a immaginarmi una persona che viene lì e lo ammazza così di brutto senza nemmeno conoscerlo. Se n’è dette di tutti i colori ma questa persona noi non l’abbiamo mai conosciuta, mai vista in vita nostra. Io so, dentro di me, c’è una verità, e questa verità forse prima o poi verrà fuori”.
Toffanin: “E qual è questa verità?”
D: “La mia verità è che qualcuno l’ha fatto uccidere.”
T: “Qualcuno che lui conosceva?”
D: “Molto bene”.
T: “Molto bene?”
D: “Sì. Secondo me, sì. Però prove non ci sono, e prima o poi qualcuno forse riuscirà a tirarle fuori.”
 
Credo che le affermazioni si commentino da sole.

Orrori per giovani genitori 2: la pizza del sabato sera

A meno che non abitiate nel Mulino Bianco o non siate i testimonial di una nota marca di merendine, il weekend è un momento di prova per la famigliola con i figli piccoli. Le tensioni arrivano alle stelle e provano il sistema nervoso dei componenti il nucleo. In più, si sa, sono tempi di crisi. Così, per alleggerire il clima e concedersi una microbotta di vita, ecco che mamma e papà, il sabato sera, al grido di “Si vive una volta sola!” varcano la soglia della pizzeria più vicina. Purtroppo per loro, senza fare i conti con i due o tre mocciosi compresi nello stato di famiglia, che hanno in serbo tante bellissime sorprese per la loro mamma, il loro papà e l’ignaro ristoratore.
Inutile negarlo. Le aspettative di certe pizze del sabato sera sono sempre sovrastimate. Sì, insomma, ci si aspetta di divertirsi un mondo. E invece.
Tanto per cominciare, tocca scoprire che i vicini di tavolo sono anche i vicini di casa. Il capofamiglia si domanda se non era il caso di fare qualche chilometro in più, fino al paese più vicino. Vabbè... Arriva il momento dell’ordinazione. Con sorrisi a trentasei denti mamma e papà chiedono ai piccoli le loro preferenze. E qui cominciano i guai. Arrivano cocacole e aranciate di cui i genitori realizzano da subito l’instabilità. (“Perché diavolo li faranno così stretti e alti ‘sti bicchieri?!) Si apre la ridda delle raccomandazioni (“Non bere troppo in fretta” “Attento che ti cade” “Non sarà troppo fredda?”) Il sorriso di mamma e papà comincia ad incrinarsi quando il tavolo si inonda di Fanta. Il cameriere è cordiale, ma si vede che già gli girano vorticosamente. Leggi tutto...

Ditelo con una mail: quando l’italiano va a farsi un giro

Tra cinquant’anni, quando il mondo sarà molto diverso da com’è oggi, qualcuno – non avendo di meglio da fare – indagherà sulle origini della comunicazione digitale e probabilmente scoprirà che verbi come “dire” o “rispondere” erano riferiti alla parola in senso stretto e non alla parola digitale. Facciamoci caso. E facciamo un esempio: mettiamo che la nostra lei ci lasci, inviandoci una indimenticabile mail. Noi usciamo, ci sbronziamo (per la felicità) e al primo amico incontrato per strada raccontiamo concitatamente della novità:
 
NEOSINGLE: “Me l’ha detto via mail, ti rendi conto?!”
AMICO: “E tu che le hai risposto?”
NEOSINGLE: “Le ho urlato: mi hai giusto fatto un favore a lasciarmi...”
AMICO: “E lei?”
NEOSINGLE: “Mi fa: chi se ne frega!”
AMICO: Hai già girato la mail al tuo avvocato?”
 
Ovvero:
 
NEOSINGLE: “Me l’ha comunicato via mail, ti rendi conto?!”
AMICO: “E tu che le hai scritto in risposta?”
NEOSINGLE: “Le ho scritto a caratteri cubitali che mi ha giusto fatto un favore a lasciarmi...”
AMICO: “E lei?”
NEOSINGLE: “Mi scrive in risposta: chi se ne frega!”
AMICO: Hai già trasmesso la mail al tuo avvocato?”
 
La cosa curiosa, poi, è che chi riferisce di questi colloqui digitali tende a interpretare il tono delle mail. Leggi tutto...

Orrori per giovani genitori:
le feste di compleanno

La scena è più o meno la seguente: due mamme con prole si incontrano, si salutano e subito portano lo sguardo sui minori, come a volerli esortare: “Su piccolo, fai il tuo numero da circo, fa’ vedere quanto simpatico sei...” Siamo alla reception di una festa di compleanno: uno di quei luoghi immondi in cui si forma la società di domani. I piccoli vengono radunati in modo coatto, per la prima volta al di fuori dei consueti spazi scolastici, e costretti da preoccupate mamme (e anche da qualche spaesato papà) a socializzare. Per loro è anche la scoperta di una delle più astute idiozie congegnate dal genere umano: la consuetudine del regalo. La mamma del festeggiato dissimula attenzione su cosa effettivamente i pacchetti contengano, tuttavia lancia occhiate in cagnesco a chi ha riciclato o ha pensato di cavarsela con una confezione da dodici di colori Giotto. Quindi si passa ai giochi di gruppo, all’animazione, alla musica. E gli adulti cercano di scambiare qualche straccio di parola tra loro: le mamme se la cavano benissimo, i papà riescono a malapena a sfornare qualche monosillabo. Il tutto in attesa della sospirata torta e dell’altrettanto sospirato ritorno a casa.
Nel frattempo, la padrona di casa osserva il campo di battaglia compiaciuta. (Eventuali falle nell’organizzazione a quest’ora sarebbero già saltate fuori, che diamine). Però affonda lo stress in un bicchiere di aranciata, con la faccia tirata che comincia a fare pure un po’ male, a furia di sorridere forzatamente a ‘sto mucchio di sconosciuti piombati malauguratamente tra le mura domestiche che, d’ora in poi, toccherà pure salutare per strada... Leggi tutto...

Social freaks: ecco chi genera i nuovi mostri

L’arrivo dei tecnocrati al timone dell’Italia è solo una delle conseguenze di quanto sta accadendo al mondo economico. Il miracoloso equilibrio basato sulla legge della domanda e dell’offerta sta traballando paurosamente, rischiando di farci finire tutti a gambe all’aria. Qualcuno, a dire la verità, in quella scomoda posizione ci è già finito. A riprova di ciò, provate ad esempio a digitare “Vendo rene” su Google: l’algoritmo di Mountain View potrebbe portarvi sulla stessa pagina che abbiamo visto noi. Una serie di annunci pazzeschi, di richieste disperate d’aiuto, di gente che si vuol vendere non solo reni, ma anche fegato, midollo osseo e altre parti del corpo, tutto pur di poter disporre, quanto prima, di una somma, anche modesta, di denaro. Che sta dunque succedendo alla nostra moderna società? Chi sono i social freaks del 2011? Qualche centinaio di anni fa con il termine freak si indicavano delle persone deformi, impresentabili, con difetti fisici orribili; erano esseri sfortunati che talvolta venivano portati in giro con i carrozzoni dei luna park. Leggi tutto...

Se la cautela impedisce di cogliere le opportunità

In cinese la parola “crisi” è composta da due ideogrammi: il primo, “wei”, significa problema, il secondo, “ji”, (udite, udite) significa opportunità.
David Lasnet ha 40 anni e fino al 2002 ha fatto il fotografo di moda a New York. Successo e fama. Poi ha deciso di cambiare mestiere e si è messo a studiare da... osteopata, professione che attualmente esercita felicemente nel Regno Unito. La notizia sconvolgente – per la nostra mono-lavorativa italica mentalità – non è tanto il fatto che un osteopata possa essere felice, quanto il fatto che Lasnet, a un certo punto della sua vita, ha deciso di ripartire da zero. Chi gliel’ha fatto fare? Beh, è presto detto. Non solo il fatto di avere più passioni a fronte di un’esistenza soltanto, ma anche la voglia di indipendenza sfoggiata, ad un certo punto della sua vita, di fronte ad una società che, con crassa naturalezza, continua di contro ad imporre le sue regole alla maggioranza delle persone. Il modo in cui funziona del mercato del lavoro. Le politiche della famiglia. Sembra naturale che uno diventi bravo in qualcosa e poi tiri avanti fino alla morte a fare quel qualcosa. (O come dice quel buontempone di Tom Waits, “solo perché sai fare una cosa, non significa che la devi fare per sempre”.)
E se la crisi economica ci aiutasse, dunque, a svecchiare la nostra trentinissima e sclerotica idea di lavoro? Se anziché deprimerci, ci spingesse verso l’ingegno, la creatività, la libera intrapresa? Ci costringesse cioè a tirar fuori la voglia di fare, di inventare, di innovare che nella Storia ha sempre caratterizzato gli italiani? Leggi tutto...

La vera storia di Chico Forti

UN TRENTINO È RINCHIUSO DA DODICI ANNI IN UNA PRIGIONE DELLO STATO DELLA FLORIDA, PERCHÉ ACCUSATO DI ESSERE IL MANDANTE DI UN OMICIDIO. IL PROCESSO CHE LO HA CONDOTTO DIETRO ALLE SBARRE, OLTRE AD ESSERE STATO VIZIATO DA NUMEROSE VIOLAZIONI, SI È CONCLUSO DOPO UN’IPOTESI RICOSTRUTTIVA FORTEMENTE FALSATA, SENZA CHE L’ACCUSA PRESENTASSE ALCUN INDIZIO, nessun testimone, ALCUNA PROVA LEGALE O LOGICA E, SOPRATTUTTO, SENZA UN MOVENTE. Adesso si tenta la via politica (a Frattini piacendo...)

La notizia ha imperversato sui media per settimane: Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono liberi. Hip hip Hurrà! L’americana ha già preso il volo (in tutti i sensi), il pugliese – per qualcuno – farà altrettanto nelle prossime settimane, prima che la Cassazione metta nel frullatore nuovamente il caso della morte di Meredith Kirchner. L’America è la patria della libertà, là i due, anche in caso di un ribaltamento della sentenza di Perugia, si potrebbero ritenere al sicuro. Chi invece negli States al sicuro non è proprio per niente è Enrico Forti, per tutti Chico, il cittadino italiano imprigionato nel 1999 e condannato al carcere a vita nel 2000, senza uno straccio di prova o indizi degni di essere definiti tali. Nella Patria della libertà, che la libertà ha preso a emblema da centinaia di anni, che da decenni tuona contro stati canaglia, dittatori e diritti umani violati, a ben guardare di libero c’è meno di quanto si possa credere. D’altra parte non è un dettaglio il fatto che gli U.S.A. siano uno dei pochi Paesi del mondo in cui ancora vige (a grande richiesta) la pena di morte, una delle “moderne democrazie” che con non poca presunzione, periodicamente, stila classifiche dei buoni e dei cattivi in cui, sovente, la cattiveria appare direttamente proporzionale al numero di barili di petrolio lì prodotti. D’altra parte, un Paese il cui stesso Presidente rappresenta una contraddizione vivente (Premio Nobel per la Pace e war addicted allo stesso tempo) non può che essere il luogo delle contraddizioni.
Il fatto che vogliamo raccontare è molto semplice
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Tendenze del giornalismo moderno: lo scopiazzamento

Che poi c’è chi ti viene a dire che è sempre stato così. Che l’originalità è un concetto inventato in epoca romantica. Le prove? Beh, prendete uno dei non plus ultra della tradizione letteraria, l’Eneide. Che c’entra, dite? Tutto copiato! Qualche prova. La discesa agli inferi di Enea non vi ricorda per caso la stessa azione compiuta da Achille nell’Iliade? (Dante la ri-copierà alla perfezione, anzi oserà ancora di più nella scopiazzatura. Si farà accompagnare dallo stesso autore del testo copiato. Come se qualcuno copiasse “Il nome della rosa” mettendoci dentro per protagonista fra’ Umberto Eco!) Anche la costruzione delle armature nella fucina di Vulcano è la stessa per i due eroi. E poi i naufragi, le battaglie più o meno decisive, indovini e indovine varie: la stessa solfa omerica ripresentata in salsa italica.
Con l’avvento del romanticismo, il classicismo – che pretendeva l’assoluta e imperitura prevalenza dei modelli classici ai quali ci si poteva solamente conformare – muore e gli artisti partono all’inseguimento della novità e dell’inedito. Fioriscono così due secoli meravigliosi, pieni di grandi romanzi, drammi e poesie indimenticabili. Come una fiammata che riscalda l’umanità, almeno fino al morire del Novecento. Quando arriva Internet e la fiammata si spegne... (Dice: e che sono arrivati, i pompieri? Quasi.) Miliardi di informazioni iniziano a circolare, a disposizione di chiunque, in qualsiasi istante, in qualunque zona del mondo (a parte la Cina). Il 95% circa di queste informazioni sono assolutamente inutili (forse anche questo articolo). Fuffa digitale che però all’occorrenza può rivelarsi utile. Come? Come lo erano fino a qualche anno fa le enciclopedie. Vi ricordate? Andavamo in biblioteca e consultavamo quel che ci serviva. Solo che una cosa è consultare un tomo impolverato e un’altra un bel testo allettante, di cui molto probabilmente nessuno rivendicherà la paternità, copiabile con un velocissimo gesto delle dita. La tentazione fa il giornalista ladro. (Dice: anche lo scrittore. È vero. Ma il libro rimane in giro più a lungo. Le probabilità di essere svergognati aumentano a dismisura). Insomma, forse non tutti se ne sono ancora resi conto, ma il mondo del giornalismo (e ahinoi, in parte anche della letteratura) è pervaso da un copia-incolla frenetico, impulsivo e concatenato, multistratificato. Perché si copia da testi inediti, ma anche da testi copiati a loro volta. L’effetto più evidente di questa tendenza lo vedremo tra non molto. L’abitudine al ragionamento critico e alla formazione delle opinioni verrà sostituita da una comoda, velocissima ricerca su Internet. In compenso, diverremo abilissimi nel camuffare il furto. Solo in quello.
(TrentinoMese - ottobre 2011)

"Le meccaniche dell'infelicità" in finale ad Arona

Ancora una buona affermazione per "Le meccaniche dell'infelicità", il romanzo apocalittico di Pino Loperfido, uscito nel 2009 e già vincitore di diversi premi letterari. Questa volta è arrivato nella selezione finale del Premio Letterario Nazionale Città di Arona, “Gian Vincenzo Omodei Zorini”. La giuria ha considerato soprattutto l’originalità e la tecnica espressiva del romanzo, edito da Curcu & Genovese. La cerimonia di premiazione avrà luogo ad Arona (No) sabato 29 ottobre. Nel corso della cerimonia verranno conferiti, tra le altre cose, il  Premio alla Carriera all'ex ambasciatore e firma del Corriere della Sera Sergio Romano e la  Medaglia del Presidente della Repubblica allo storico Angelo Del Boca.

Chi muore giace e chi resta gli intitola qualcosa

Tutto è cambiato. Anche morire ha perso quella funzione di cesura, di chiusa finale a doppia mandata. Voglio dire che un tempo il passaggio a miglior vita di un politico, un industriale, un mecenate, un artista non presupponeva nessuna coda: funerale, elogio, tumulazione e stop. Chi s’è visto s’è visto. Oggi non è più così. E se un politico ha la sventura di morire in un incidente aereo pare più che normale intitolargli una scuola. Se un direttore artistico chiude la sua esistenza terrena, poco dopo si decide di dare il suo nome ad un teatro. E se uno scrittore decede alla veneranda età di 86 anni ecco lì già pronto il premio letterario che lo ricorderà in saecula saeculorum. Giusto alcuni esempi per chiarire un sospetto e avanzare, allo stesso tempo, un dubbio. Il sospetto è che in occasione della morte di personaggi celebri o meno celebri, in circostanze tragiche o meno tragiche, prenda forma una sorta di corsa alla “santificazione”. Il dubbio, invece, è questo: sono sufficienti dunque l’intitolazione di una strada, un ponte, una fondazione o una qualsiasi altra cosa per permettere alla società di considerare assolto il proprio debito di riconoscenza con chi ha lasciato questa valle di lacrime? Ma poi siamo proprio sicuri che quelle sfortunate persone sarebbero così felici di vedere il proprio nome affisso su una targhetta? O non ritenevano, al contrario, disdicevoli certi riconoscimenti postumi? Chi ha dunque deciso che fare bene il proprio lavoro, magari con tanta passione, costituisca la condizione necessaria e sufficiente per entrare nel pantheon della memoria collettiva – privilegio un tempo riservato esclusivamente a premi nobel, martiri, celebri artisti e salvatori della Patria?
Fiaccati dall’assenza di una Fede e della sua consolazione forse non accettiamo più che chi scompare sia destinato veramente a rimanere invisibile ai nostri occhi per sempre. Per questo ricorriamo a certi artifici della memoria che dovrebbero in qualche maniera protrarre nel tempo la presenza di chi non c’è più. Un nastro tricolore, una lapide, una pergamena che ne giustifichi l’inveterata assenza. “Chi muore giace e chi resta si dà pace”, insomma.
Ma c’è anche un ultimo aspetto da considerare. Forse chi muore lascia in eredità a chi resta un misterioso senso di colpa. Come se in qualche modo il fatto che le nostre vite continuino il proprio corso offenda la memoria di chi non c’è più. Ecco allora le frenetiche corse al ricordo e alla solidarietà. Ma quante manifestazioni si sono rivelate in realtà meschini atti di propaganda, di pronto soccorso per la coscienza del soccorritore stesso?
(TrentinoMese settembre 2011)

Stacchiamo la spina per riprenderci la vita

La mutazione antropologica è oramai in atto da tempo. Telefonini, computer, palmari e gigiate varie ci hanno preso per mano e ci hanno convinti che starsene in un luogo nell'impossibilità di essere contattati – in una parola di essere liberi – non va bene; che tenere il telefono muto non è “normale”; che non servirsi del web almeno una volta al dì è da disadattati, da eccentrici dell’età della pietra. Pochi se ne sono accorti, ma già da tempo abbiamo smesso di vivere le nostre vite, almeno da quando le nostre vite hanno iniziato candidamente a “vivere” noi, ad usarci come connettori. Anche una banale passeggiata in montagna ha poco senso senza babbo Gps a sovrintendere.
Beninteso, ribaltate sono pure le regole del bon ton. Ad esempio, quando, impegnati in una conversazione oppure in una riunione, lasciamo che il nostro apparecchio suoni infingardo e s’intrometta: la comunicazione – dozzinale o no, non importa – prevale sul rapporto umano, sulla possibilità di uno straccio di rapporto dialettico.
Conseguenze? Beh, a parte la banalizzazione del rapporto stesso, l’incapacità di preferire il reale al virtuale, l’aver demandato alla tecnologia l’onere di dare un significato ultimo al verbo “vivere”.
Chattare, fotografare, messaggiare, sparare mail ad altezza d’uomo, caricare su facebook: eccole le stampelle dell’esistenza per gli umani del terzo Millennio. Perennemente connessi, perennemente efficienti, perennemente soli.
Ma non tutto è perduto. Perché non facciamo che questo mese di agosto del 2011, per una settimana, un giorno o almeno un’ora proviamo a riprenderci le nostre vite? Con curiosità, spegniamo tutto lo spegnibile, scolleghiamo tutto lo scollegabile e ce ne andiamo alla ricerca del tempo e del senso perduti. Su una spiaggia deserta, su un sentiero di montagna, nell’orto dietro casa, come crociati di un’antica ontologia, a riprendere confidenza con il battito del nostro cuore, a sentire nuovamente cosa quel muscoletto ha da dirci. Magari scopriamo, con sorpresa e con un po’ di spavento, che quelle parole dolci ci piacciono più di tutto il resto.
Sai che sfiga...
(TrentinoMese agosto 2011)