Pino Loperfido

Praecipue memoria gaudere

Speciale TV "Il Cuoco di Mozart"

Gioco di stato: roviniamoci responsabilmente

Può capitare anche da queste parti, insomma, di entrare in un bar e di notare in un angolo sufficientemente appartato una sorta di allegoria uomo-macchina che tanto sarebbe piaciuta a drammaturghi visionari come Samuel Beckett o Tadeusz Kantor. Esseri accasciati su tasti colorati che smanacciando azionano numeri, frutti e simboli con l’entusiasmo e la partecipazione che un operaio può mettere nella sua catena di montaggio. È strano, in costoro non vi è traccia di sentimenti quali speranza e curiosità, di solito fondamentali laddove sia il gioco il protagonista. Sono invece cuscini spelacchiati che infilano monete in una fessura e attendono stancamente dalla macchina notizie riguardanti il proprio immediato futuro. Il vaticinio è costoso e avaro di buone nuove, compiuto rigorosamente all’insaputa di mogli e di mariti, rinforzato da discrete dosi di schiava o merlot di quarta schiera. Certo non desta più nemmeno tanta meraviglia cogliere in azione simili complementi d’arredo di bar, pub e wine bar alla luce dell’infame pedagogia di Stato legata a lotto, superenalotto, gratta e vinci, schedine. Manifesti, spot televisivi, pubblicità su giornali e sul web. Da ultimo, sono perfino scesi in campo alcuni gentleman della cultura italica (Cutugno, Buffon, Miccoli, ecc.) per reclamizzare la sana pratica di giocarsi mezzo stipendio tutti i mesi, beninteso giocando “responsabilmente”. In dieci anni la spesa degli italiani nel gioco d’azzardo legalizzato è salita del 2000% (duemila per cento). Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, il gioco d’azzardo patologico (GAP) coinvolge circa un milione e mezzo di italiani. Ma anche il Trentino Alto Adige non se la passa benissimo. Forse l’Assessore alle politiche giovanili non se n’è ancora accorto, ma a Trento, uno di questi suk dell’autofottimento è stato aperto a pochi metri da una delle più frequentate scuole della città. (Dice: con chi la vuoi fare la pedagogia, con i vecchi?) Recentemente una mamma altoatesina ha abbandonato a casa due figli piccoli per stare davanti a un video poker.
Curioso in definitiva questo nostro Paese, in cui se hai un’Audi o una Mercedes e non dichiari almeno centomila euro l’anno sei quasi certamente un farabutto, se invece decidi di scialacquare denaro accoppiandoti a una macchinetta mangiasoldi o inseguendo il terno sulla ruota di Napoli sei il benvenuto. Banco e Agenzia delle Entrate, felicemente complici, sentitamente ringraziano.

"Versace? Qualcuno lo ha fatto uccidere..."

Antonio D'Amico, l'ex compagno di Versace, durante l'ultima puntata di "Verissimo", condotta da Silvia Toffanin:
 
D'Amico: “Dentro di me io so che qualcuno l’ha mandato (Cunanan, n.d.r.). Non ho delle prove, come ho sempre detto io faccio fatica a immaginarmi una persona che viene lì e lo ammazza così di brutto senza nemmeno conoscerlo. Se n’è dette di tutti i colori ma questa persona noi non l’abbiamo mai conosciuta, mai vista in vita nostra. Io so, dentro di me, c’è una verità, e questa verità forse prima o poi verrà fuori”.
Toffanin: “E qual è questa verità?”
D: “La mia verità è che qualcuno l’ha fatto uccidere.”
T: “Qualcuno che lui conosceva?”
D: “Molto bene”.
T: “Molto bene?”
D: “Sì. Secondo me, sì. Però prove non ci sono, e prima o poi qualcuno forse riuscirà a tirarle fuori.”
 
Credo che le affermazioni si commentino da sole.

Orrori per giovani genitori 2: la pizza del sabato sera

A meno che non abitiate nel Mulino Bianco o non siate i testimonial di una nota marca di merendine, il weekend è un momento di prova per la famigliola con i figli piccoli. Le tensioni arrivano alle stelle e provano il sistema nervoso dei componenti il nucleo. In più, si sa, sono tempi di crisi. Così, per alleggerire il clima e concedersi una microbotta di vita, ecco che mamma e papà, il sabato sera, al grido di “Si vive una volta sola!” varcano la soglia della pizzeria più vicina. Purtroppo per loro, senza fare i conti con i due o tre mocciosi compresi nello stato di famiglia, che hanno in serbo tante bellissime sorprese per la loro mamma, il loro papà e l’ignaro ristoratore.
Inutile negarlo. Le aspettative di certe pizze del sabato sera sono sempre sovrastimate. Sì, insomma, ci si aspetta di divertirsi un mondo. E invece.
Tanto per cominciare, tocca scoprire che i vicini di tavolo sono anche i vicini di casa. Il capofamiglia si domanda se non era il caso di fare qualche chilometro in più, fino al paese più vicino. Vabbè... Arriva il momento dell’ordinazione. Con sorrisi a trentasei denti mamma e papà chiedono ai piccoli le loro preferenze. E qui cominciano i guai. Arrivano cocacole e aranciate di cui i genitori realizzano da subito l’instabilità. (“Perché diavolo li faranno così stretti e alti ‘sti bicchieri?!) Si apre la ridda delle raccomandazioni (“Non bere troppo in fretta” “Attento che ti cade” “Non sarà troppo fredda?”) Il sorriso di mamma e papà comincia ad incrinarsi quando il tavolo si inonda di Fanta. Il cameriere è cordiale, ma si vede che già gli girano vorticosamente. Leggi tutto...

Ditelo con una mail: quando l’italiano va a farsi un giro

Tra cinquant’anni, quando il mondo sarà molto diverso da com’è oggi, qualcuno – non avendo di meglio da fare – indagherà sulle origini della comunicazione digitale e probabilmente scoprirà che verbi come “dire” o “rispondere” erano riferiti alla parola in senso stretto e non alla parola digitale. Facciamoci caso. E facciamo un esempio: mettiamo che la nostra lei ci lasci, inviandoci una indimenticabile mail. Noi usciamo, ci sbronziamo (per la felicità) e al primo amico incontrato per strada raccontiamo concitatamente della novità:
 
NEOSINGLE: “Me l’ha detto via mail, ti rendi conto?!”
AMICO: “E tu che le hai risposto?”
NEOSINGLE: “Le ho urlato: mi hai giusto fatto un favore a lasciarmi...”
AMICO: “E lei?”
NEOSINGLE: “Mi fa: chi se ne frega!”
AMICO: Hai già girato la mail al tuo avvocato?”
 
Ovvero:
 
NEOSINGLE: “Me l’ha comunicato via mail, ti rendi conto?!”
AMICO: “E tu che le hai scritto in risposta?”
NEOSINGLE: “Le ho scritto a caratteri cubitali che mi ha giusto fatto un favore a lasciarmi...”
AMICO: “E lei?”
NEOSINGLE: “Mi scrive in risposta: chi se ne frega!”
AMICO: Hai già trasmesso la mail al tuo avvocato?”
 
La cosa curiosa, poi, è che chi riferisce di questi colloqui digitali tende a interpretare il tono delle mail. Leggi tutto...

Orrori per giovani genitori:
le feste di compleanno

La scena è più o meno la seguente: due mamme con prole si incontrano, si salutano e subito portano lo sguardo sui minori, come a volerli esortare: “Su piccolo, fai il tuo numero da circo, fa’ vedere quanto simpatico sei...” Siamo alla reception di una festa di compleanno: uno di quei luoghi immondi in cui si forma la società di domani. I piccoli vengono radunati in modo coatto, per la prima volta al di fuori dei consueti spazi scolastici, e costretti da preoccupate mamme (e anche da qualche spaesato papà) a socializzare. Per loro è anche la scoperta di una delle più astute idiozie congegnate dal genere umano: la consuetudine del regalo. La mamma del festeggiato dissimula attenzione su cosa effettivamente i pacchetti contengano, tuttavia lancia occhiate in cagnesco a chi ha riciclato o ha pensato di cavarsela con una confezione da dodici di colori Giotto. Quindi si passa ai giochi di gruppo, all’animazione, alla musica. E gli adulti cercano di scambiare qualche straccio di parola tra loro: le mamme se la cavano benissimo, i papà riescono a malapena a sfornare qualche monosillabo. Il tutto in attesa della sospirata torta e dell’altrettanto sospirato ritorno a casa.
Nel frattempo, la padrona di casa osserva il campo di battaglia compiaciuta. (Eventuali falle nell’organizzazione a quest’ora sarebbero già saltate fuori, che diamine). Però affonda lo stress in un bicchiere di aranciata, con la faccia tirata che comincia a fare pure un po’ male, a furia di sorridere forzatamente a ‘sto mucchio di sconosciuti piombati malauguratamente tra le mura domestiche che, d’ora in poi, toccherà pure salutare per strada... Leggi tutto...

Social freaks: ecco chi genera i nuovi mostri

L’arrivo dei tecnocrati al timone dell’Italia è solo una delle conseguenze di quanto sta accadendo al mondo economico. Il miracoloso equilibrio basato sulla legge della domanda e dell’offerta sta traballando paurosamente, rischiando di farci finire tutti a gambe all’aria. Qualcuno, a dire la verità, in quella scomoda posizione ci è già finito. A riprova di ciò, provate ad esempio a digitare “Vendo rene” su Google: l’algoritmo di Mountain View potrebbe portarvi sulla stessa pagina che abbiamo visto noi. Una serie di annunci pazzeschi, di richieste disperate d’aiuto, di gente che si vuol vendere non solo reni, ma anche fegato, midollo osseo e altre parti del corpo, tutto pur di poter disporre, quanto prima, di una somma, anche modesta, di denaro. Che sta dunque succedendo alla nostra moderna società? Chi sono i social freaks del 2011? Qualche centinaio di anni fa con il termine freak si indicavano delle persone deformi, impresentabili, con difetti fisici orribili; erano esseri sfortunati che talvolta venivano portati in giro con i carrozzoni dei luna park. Leggi tutto...

Se la cautela impedisce di cogliere le opportunità

In cinese la parola “crisi” è composta da due ideogrammi: il primo, “wei”, significa problema, il secondo, “ji”, (udite, udite) significa opportunità.
David Lasnet ha 40 anni e fino al 2002 ha fatto il fotografo di moda a New York. Successo e fama. Poi ha deciso di cambiare mestiere e si è messo a studiare da... osteopata, professione che attualmente esercita felicemente nel Regno Unito. La notizia sconvolgente – per la nostra mono-lavorativa italica mentalità – non è tanto il fatto che un osteopata possa essere felice, quanto il fatto che Lasnet, a un certo punto della sua vita, ha deciso di ripartire da zero. Chi gliel’ha fatto fare? Beh, è presto detto. Non solo il fatto di avere più passioni a fronte di un’esistenza soltanto, ma anche la voglia di indipendenza sfoggiata, ad un certo punto della sua vita, di fronte ad una società che, con crassa naturalezza, continua di contro ad imporre le sue regole alla maggioranza delle persone. Il modo in cui funziona del mercato del lavoro. Le politiche della famiglia. Sembra naturale che uno diventi bravo in qualcosa e poi tiri avanti fino alla morte a fare quel qualcosa. (O come dice quel buontempone di Tom Waits, “solo perché sai fare una cosa, non significa che la devi fare per sempre”.)
E se la crisi economica ci aiutasse, dunque, a svecchiare la nostra trentinissima e sclerotica idea di lavoro? Se anziché deprimerci, ci spingesse verso l’ingegno, la creatività, la libera intrapresa? Ci costringesse cioè a tirar fuori la voglia di fare, di inventare, di innovare che nella Storia ha sempre caratterizzato gli italiani? Leggi tutto...

La vera storia di Chico Forti

UN TRENTINO È RINCHIUSO DA DODICI ANNI IN UNA PRIGIONE DELLO STATO DELLA FLORIDA, PERCHÉ ACCUSATO DI ESSERE IL MANDANTE DI UN OMICIDIO. IL PROCESSO CHE LO HA CONDOTTO DIETRO ALLE SBARRE, OLTRE AD ESSERE STATO VIZIATO DA NUMEROSE VIOLAZIONI, SI È CONCLUSO DOPO UN’IPOTESI RICOSTRUTTIVA FORTEMENTE FALSATA, SENZA CHE L’ACCUSA PRESENTASSE ALCUN INDIZIO, nessun testimone, ALCUNA PROVA LEGALE O LOGICA E, SOPRATTUTTO, SENZA UN MOVENTE. Adesso si tenta la via politica (a Frattini piacendo...)

La notizia ha imperversato sui media per settimane: Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono liberi. Hip hip Hurrà! L’americana ha già preso il volo (in tutti i sensi), il pugliese – per qualcuno – farà altrettanto nelle prossime settimane, prima che la Cassazione metta nel frullatore nuovamente il caso della morte di Meredith Kirchner. L’America è la patria della libertà, là i due, anche in caso di un ribaltamento della sentenza di Perugia, si potrebbero ritenere al sicuro. Chi invece negli States al sicuro non è proprio per niente è Enrico Forti, per tutti Chico, il cittadino italiano imprigionato nel 1999 e condannato al carcere a vita nel 2000, senza uno straccio di prova o indizi degni di essere definiti tali. Nella Patria della libertà, che la libertà ha preso a emblema da centinaia di anni, che da decenni tuona contro stati canaglia, dittatori e diritti umani violati, a ben guardare di libero c’è meno di quanto si possa credere. D’altra parte non è un dettaglio il fatto che gli U.S.A. siano uno dei pochi Paesi del mondo in cui ancora vige (a grande richiesta) la pena di morte, una delle “moderne democrazie” che con non poca presunzione, periodicamente, stila classifiche dei buoni e dei cattivi in cui, sovente, la cattiveria appare direttamente proporzionale al numero di barili di petrolio lì prodotti. D’altra parte, un Paese il cui stesso Presidente rappresenta una contraddizione vivente (Premio Nobel per la Pace e war addicted allo stesso tempo) non può che essere il luogo delle contraddizioni.
Il fatto che vogliamo raccontare è molto semplice
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Tendenze del giornalismo moderno: lo scopiazzamento

Che poi c’è chi ti viene a dire che è sempre stato così. Che l’originalità è un concetto inventato in epoca romantica. Le prove? Beh, prendete uno dei non plus ultra della tradizione letteraria, l’Eneide. Che c’entra, dite? Tutto copiato! Qualche prova. La discesa agli inferi di Enea non vi ricorda per caso la stessa azione compiuta da Achille nell’Iliade? (Dante la ri-copierà alla perfezione, anzi oserà ancora di più nella scopiazzatura. Si farà accompagnare dallo stesso autore del testo copiato. Come se qualcuno copiasse “Il nome della rosa” mettendoci dentro per protagonista fra’ Umberto Eco!) Anche la costruzione delle armature nella fucina di Vulcano è la stessa per i due eroi. E poi i naufragi, le battaglie più o meno decisive, indovini e indovine varie: la stessa solfa omerica ripresentata in salsa italica.
Con l’avvento del romanticismo, il classicismo – che pretendeva l’assoluta e imperitura prevalenza dei modelli classici ai quali ci si poteva solamente conformare – muore e gli artisti partono all’inseguimento della novità e dell’inedito. Fioriscono così due secoli meravigliosi, pieni di grandi romanzi, drammi e poesie indimenticabili. Come una fiammata che riscalda l’umanità, almeno fino al morire del Novecento. Quando arriva Internet e la fiammata si spegne... (Dice: e che sono arrivati, i pompieri? Quasi.) Miliardi di informazioni iniziano a circolare, a disposizione di chiunque, in qualsiasi istante, in qualunque zona del mondo (a parte la Cina). Il 95% circa di queste informazioni sono assolutamente inutili (forse anche questo articolo). Fuffa digitale che però all’occorrenza può rivelarsi utile. Come? Come lo erano fino a qualche anno fa le enciclopedie. Vi ricordate? Andavamo in biblioteca e consultavamo quel che ci serviva. Solo che una cosa è consultare un tomo impolverato e un’altra un bel testo allettante, di cui molto probabilmente nessuno rivendicherà la paternità, copiabile con un velocissimo gesto delle dita. La tentazione fa il giornalista ladro. (Dice: anche lo scrittore. È vero. Ma il libro rimane in giro più a lungo. Le probabilità di essere svergognati aumentano a dismisura). Insomma, forse non tutti se ne sono ancora resi conto, ma il mondo del giornalismo (e ahinoi, in parte anche della letteratura) è pervaso da un copia-incolla frenetico, impulsivo e concatenato, multistratificato. Perché si copia da testi inediti, ma anche da testi copiati a loro volta. L’effetto più evidente di questa tendenza lo vedremo tra non molto. L’abitudine al ragionamento critico e alla formazione delle opinioni verrà sostituita da una comoda, velocissima ricerca su Internet. In compenso, diverremo abilissimi nel camuffare il furto. Solo in quello.
(TrentinoMese - ottobre 2011)

"Le meccaniche dell'infelicità" in finale ad Arona

Ancora una buona affermazione per "Le meccaniche dell'infelicità", il romanzo apocalittico di Pino Loperfido, uscito nel 2009 e già vincitore di diversi premi letterari. Questa volta è arrivato nella selezione finale del Premio Letterario Nazionale Città di Arona, “Gian Vincenzo Omodei Zorini”. La giuria ha considerato soprattutto l’originalità e la tecnica espressiva del romanzo, edito da Curcu & Genovese. La cerimonia di premiazione avrà luogo ad Arona (No) sabato 29 ottobre. Nel corso della cerimonia verranno conferiti, tra le altre cose, il  Premio alla Carriera all'ex ambasciatore e firma del Corriere della Sera Sergio Romano e la  Medaglia del Presidente della Repubblica allo storico Angelo Del Boca.

Chi muore giace e chi resta gli intitola qualcosa

Tutto è cambiato. Anche morire ha perso quella funzione di cesura, di chiusa finale a doppia mandata. Voglio dire che un tempo il passaggio a miglior vita di un politico, un industriale, un mecenate, un artista non presupponeva nessuna coda: funerale, elogio, tumulazione e stop. Chi s’è visto s’è visto. Oggi non è più così. E se un politico ha la sventura di morire in un incidente aereo pare più che normale intitolargli una scuola. Se un direttore artistico chiude la sua esistenza terrena, poco dopo si decide di dare il suo nome ad un teatro. E se uno scrittore decede alla veneranda età di 86 anni ecco lì già pronto il premio letterario che lo ricorderà in saecula saeculorum. Giusto alcuni esempi per chiarire un sospetto e avanzare, allo stesso tempo, un dubbio. Il sospetto è che in occasione della morte di personaggi celebri o meno celebri, in circostanze tragiche o meno tragiche, prenda forma una sorta di corsa alla “santificazione”. Il dubbio, invece, è questo: sono sufficienti dunque l’intitolazione di una strada, un ponte, una fondazione o una qualsiasi altra cosa per permettere alla società di considerare assolto il proprio debito di riconoscenza con chi ha lasciato questa valle di lacrime? Ma poi siamo proprio sicuri che quelle sfortunate persone sarebbero così felici di vedere il proprio nome affisso su una targhetta? O non ritenevano, al contrario, disdicevoli certi riconoscimenti postumi? Chi ha dunque deciso che fare bene il proprio lavoro, magari con tanta passione, costituisca la condizione necessaria e sufficiente per entrare nel pantheon della memoria collettiva – privilegio un tempo riservato esclusivamente a premi nobel, martiri, celebri artisti e salvatori della Patria?
Fiaccati dall’assenza di una Fede e della sua consolazione forse non accettiamo più che chi scompare sia destinato veramente a rimanere invisibile ai nostri occhi per sempre. Per questo ricorriamo a certi artifici della memoria che dovrebbero in qualche maniera protrarre nel tempo la presenza di chi non c’è più. Un nastro tricolore, una lapide, una pergamena che ne giustifichi l’inveterata assenza. “Chi muore giace e chi resta si dà pace”, insomma.
Ma c’è anche un ultimo aspetto da considerare. Forse chi muore lascia in eredità a chi resta un misterioso senso di colpa. Come se in qualche modo il fatto che le nostre vite continuino il proprio corso offenda la memoria di chi non c’è più. Ecco allora le frenetiche corse al ricordo e alla solidarietà. Ma quante manifestazioni si sono rivelate in realtà meschini atti di propaganda, di pronto soccorso per la coscienza del soccorritore stesso?
(TrentinoMese settembre 2011)

Stacchiamo la spina per riprenderci la vita

La mutazione antropologica è oramai in atto da tempo. Telefonini, computer, palmari e gigiate varie ci hanno preso per mano e ci hanno convinti che starsene in un luogo nell'impossibilità di essere contattati – in una parola di essere liberi – non va bene; che tenere il telefono muto non è “normale”; che non servirsi del web almeno una volta al dì è da disadattati, da eccentrici dell’età della pietra. Pochi se ne sono accorti, ma già da tempo abbiamo smesso di vivere le nostre vite, almeno da quando le nostre vite hanno iniziato candidamente a “vivere” noi, ad usarci come connettori. Anche una banale passeggiata in montagna ha poco senso senza babbo Gps a sovrintendere.
Beninteso, ribaltate sono pure le regole del bon ton. Ad esempio, quando, impegnati in una conversazione oppure in una riunione, lasciamo che il nostro apparecchio suoni infingardo e s’intrometta: la comunicazione – dozzinale o no, non importa – prevale sul rapporto umano, sulla possibilità di uno straccio di rapporto dialettico.
Conseguenze? Beh, a parte la banalizzazione del rapporto stesso, l’incapacità di preferire il reale al virtuale, l’aver demandato alla tecnologia l’onere di dare un significato ultimo al verbo “vivere”.
Chattare, fotografare, messaggiare, sparare mail ad altezza d’uomo, caricare su facebook: eccole le stampelle dell’esistenza per gli umani del terzo Millennio. Perennemente connessi, perennemente efficienti, perennemente soli.
Ma non tutto è perduto. Perché non facciamo che questo mese di agosto del 2011, per una settimana, un giorno o almeno un’ora proviamo a riprenderci le nostre vite? Con curiosità, spegniamo tutto lo spegnibile, scolleghiamo tutto lo scollegabile e ce ne andiamo alla ricerca del tempo e del senso perduti. Su una spiaggia deserta, su un sentiero di montagna, nell’orto dietro casa, come crociati di un’antica ontologia, a riprendere confidenza con il battito del nostro cuore, a sentire nuovamente cosa quel muscoletto ha da dirci. Magari scopriamo, con sorpresa e con un po’ di spavento, che quelle parole dolci ci piacciono più di tutto il resto.
Sai che sfiga...
(TrentinoMese agosto 2011)

Sua Maestà la Chiacchiera, sorella scema della Verità

Funziona così: qualcuno racconta a qualcun altro qualcosa. Da questa cordiale interazione – che può avvenire al bar, in piazza o sul sagrato della chiesa – si sprigiona una reazione inaspettata. Prende vita in quell'istante la chiacchiera che non è – si badi – un'astrazione, ma una vera e propria unità vivente che da quel momento in poi comincerà a circolare per le vie della città o del paesino di montagna e, nutrendosi dell'incredulità altrui, crescerà cambierà più volte forma, fino a divenire altro da sé.

La chiacchiera è la materializzazione di qualcosa che non dovrebbe sapere nessuno ed invece, alla fine, sanno tutti. Il meccanismo attraverso il quale essa prolifica è sostanzialmente perverso. La fonte primaria relaziona per la prima volta con la raccomandazione di non diffondere ad altri la notizia. Il secondo depositario, sicuro che nessuno verrà mai a sapere del suo tradimento, riferisce ad una terza persona, la quale ovviamente promette di tenersi tutto per sé. Si arriva così, passo dopo passo, a situazioni surreali con decine e decine di persone che conoscono la segretissima notizia, ognuno con una sua personale versione, spesso molto scostante da un'altra, al punto che un vestito rosso può essere diventato rosa e una possibile presenza di tizio alla riunione si tramuta in un'accordo già concluso e definito.
Si badi, però, che il trasporto della chiacchiera non avviene attraverso le parole, bensì attraverso quell’attività che nel meraviglioso romanzo “Lessico famigliare” Natalia Ginzburg definì ciaciàre e babàre: una forma di comunicazione primitiva messa in atto all'insaputa dell’intelligenza
Nelle “Lezioni Americane”, Italo Calvino scriveva di provare un fastidio intollerabile per come già allora il linguaggio venisse usato in modo approssimativo, casuale e sbadato. È proprio questa una delle cause che agevola la metamorfosi del murmure che si leva alto dai pertugi degli agglomerati urbani.
È proprio questa cultura del “si dice” che spesso avvelena certi ambienti sociali, debella amicizie, scardina conoscenze, manda in crisi intere amministrazioni comunali. Il disordinato ciaciàre che nutre certe teste vuote, pronte a diffondere il verbo senza sforzarsi di verificarne le fonti, limitandosi solo, con massimo gaudio personale, ad aggiungere qualche notarella di contorno a sua maestà la chiacchiera, la sorella scema della verità.
Come si dice, sono soddisfazioni.
(TrentinoMese - giugno 2011)

Benvenuti al luna park della scuola italiana

A chi ha “fatto“ le scuole vent'anni fa potrebbero anche girare le scatole. Per scoprirne le ragioni, basta fare un salto in un qualsiasi Istituto scolastico odierno. Il senso di smarrimento di noi quarantenni e cinquantenni si rivela simile a quello del reduce che torna dal fronte e trova la sua casa completamente distrutta e saccheggiata. 
Sapevamo dei capolavori messi in campo dai ministri Berlinguer, Mussi & C., delle loro demolizioni travestite da riforme; eravamo altresì a conoscenza – ahinoi – del sacro “diritto al successo formativo”, delle lauree un tanto al chilo, della pedagogia democratica. E ad aiutarci a prepararci al peggio, diciamo, ci aveva già pensato il settarismo didattico di Don Milani che, da buon sacerdote, predicava la rassegnazione (“Se sei figlio di contadino è inutile che speri di andare al Liceo...”). Insomma, pensavamo di essere pronti a tutto. Ma non era così. Quello che è diventata la scuola oggi è perfino difficile da spiegare. Questa specie di deregulation a cui si è assitito negli ultimi dieci anni ha del clamoroso. Per fare un-esempio-uno: ai nostri tempi, quando prendevi un 4 erano davvero cavoli amari; un voto del genere, oltre a crearti simpatiche complicazioni familiari, poteva comprometterti l'anno. Oggi il 4 non è più un problema. Lo puoi recuperare in qualsiasi momento. Una promozione non la si nega a nessuno. E poi c'è tutta quella serie di crocette, quiz, test che nemmeno alla scuola guida. Esercitare la scrittura, lo spirito critico, la riflessione sono diventati pericolosamente azioni superflue, tanto è vero che anche il tema in classe viene allegramente suggerito da tracce articolate e chilometriche. Il risultato di tutto ciò è che quando i ragazzi arrivano alle superiori (magari seguendo le “molto sagge” indicazioni fornite dalla Scuola Media) hanno un livello di preparazione imbarazzante.
Ma intendiamoci: non tutte le colpe sono della scuola, dacché la complicità delle famiglie è conclamata. L'edonismo a cui si sono votate certe torme genitoriali non poteva certo non trovare riscontro nella scuola, in una sorta di perversa interazione. Per introdurre giovani alla società del piacere occorre una scuola “del piacere“.
E a noi che per un 4 tornavamo a settembre, scusate, ma ci girano violentemente gli zebedei. (“TrentinoMese” maggio 2011)

Fotografo e pubblico subito su internet. Ergo sum

Tra le tante frenesie che la modernità ci ha regalato ve n’è una particolarmente inquietante, quasi il simbolo di quello stile di vita schizofrenico a cui la mentalità dominante, il conformismo, il potere – quello che volete – ci stanno conducendo. Sto parlando della mania di fotografare e di documentare qualsiasi cosa accada durante le nostre giornate, sia che si tratti di un ordinario e grigio giorno lavorativo sia che non lo sia, per poi affidarlo alle amorose cure del web o comunque di un onesto hard disk. Non che ci sia nulla di male nell’immortalare uno scorcio durante una vacanza o un quadro durante una visita in un museo, ma acciderbolina se danno fastidio tutte quelle manine levate con il telefonino d’ordinanza pronto a fare clic.
Un peccato. Anzitutto perché quelle foto o quei filmatini verrano rivisti al massimo – quando se ne troverà il tempo – una volta. Ma poi, se permettete, il riempimento della card della fotocamera è inversamente proporzionale all’esistere. Nel senso che la prima diventa la priorità rispetto al secondo e questo, se permettete, è fin troppo mostruoso.
C’è, nell’urgenza che ci spinge a sfoderare il nostro acchiappa-immagini digitale non appena se ne presenti l’occasione (e anche quando non se ne presenti), la rappresentazione di alcune nostre insane paure. Per prima, quella che del viaggio o della festa non giunga notizia ai nostri “amici” di Facebook. Per seconda, quella di dimenticare misteriosamente quanto appena visto. Al terzo gradino del podio, il timore più devastante: quello di essere diversi dagli altri scattatori, di rivelarsi cioè uno di quei personaggi all’antica che le cose le facevano per il piacere di farle, che un viaggio lo intraprendevano per gustarsi fino in fondo – senza l’intermediazione dei megapixel – l’esperienza, gli odori, i sapori, i suoni, l’immaginario mitico e storico del luogo.
Insomma, la supremazia della fotografia sull’osservazione sta modificando pericolosamente le abitudini antropologiche dell’homo sapiens ed è stigma di una profonda insicurezza, come se di fronte ad un evento, a delle persone, ad un’opera d’arte quell’evento, quelle persone o quell’opera d’arte preferissimo fotografarle anziché viverle. È il trionfo del virtuale. Di reale rimane solo la tristezza. (“TrentinoMese” Aprile 2011)

Un Trentino da “1984”

di Irene Maggiorini (QuestoTrentino)

Stuzzicati dalla vittoria del Premio Nazionale “Maria Pina Natale” di Messina, abbiamo ripreso un libro di qualche tempo fa: “Le meccaniche dell’infelicità” di Pino Loperfido, che dopo ben due anni continua a mantenere un discreto successo.

Già dalla prima delle sette giornate in cui è composto il libro si intuisce che Giacomo Andreatti non riesce a vivere nella società che lo circonda: un uomo che accetta senza remora il disinteresse affettivo della propria famiglia, imprigionato tra la professione priva di stimoli (medico della mutua) e l’aspirazione di scrittore, che ha lasciato si affievolisse tra la noia e il discredito di se stesso. Nel momento in cui il fratello Giorgio lo invita a tornare a Trento per la morte del padre, tutte le sue latenti ansie e timori esistenziali sembrano prendere vita. Leggi tutto...

VI Premio Letterario Nazionale "Maria Pina Natale"



Si è svolta venerdì 11 marzo 2011, presso l'Aula Magna del Liceo "  Maurolico " di Messina, la cerimonia di consegna del Premio letterario  "Maria Pina Natale" - Sesta edizione
alla  presenza di   tutti i vincitori  e dei membri della giuria. La Presidente della giuria Anna Maria Crisafulli Sartori  ha tratteggiato con  acume e ricchezza di  riferimenti letterari la figura professionale ed umana di Maria Pina Natale , di seguito si è  proceduto  alla consegna dei premi con  relativa  lettura di  brani esemplificativi dei testi  premiati . La serata si è conclusa con un concerto di violino ed arpa di Francesco Tusa e Alessia Pitali che hanno eseguito brani di Donizetti, Tounier, Massenet, Tedeschi, Von Paradis, Saint- Saens.


Il vincitore con la Presidente e le componenti della giuria

La motivazione del premio: Leggi tutto...

Premio siciliano per "Le meccaniche dell'infelicità"

Si allunga la serie di riconoscimenti e di premi letterari per il romanzo di Pino Loperfido "Le meccaniche dell'infelicità". Il libro ha vinto, infatti, la VI edizione del Concorso Letterario Nazionale "Città di Messina - Maria Pina Natale" (www.mariapinanatale.it), per la sezione editi. La struggente storia di Giacomo Andreatti, ambientata in un Trentino del futuro,  conferma quindi di avere un appeal particolare per le giurie letterarie del sud Italia. Ricordiamo che qualche mese fa, infatti, il romanzo aveva sbaragliato il campo al Premio Letterario "Città di Cava de' Tirreni" e aveva ottenuto la terza piazza al Premio "Albero Andronico" di Roma. La Premiazione del  VI Concorso letterario nazionale "Città di Messina - Maria Pina Natale" avverrà venerdì 11 marzo alle ore 17 presso l' Aula Magna del Liceo classico "F. Maurolico" di Messina.

Come raccontare una storia maledetta

Cascina Spiotta in località Franzana di Arzello. Da poche ore, le Brigate Rosse hanno rapito Vittorio Vallarino Gancia, industriale, re dello spumante. I carabinieri perlustrano i casolari delle Langhe nella speranza, prima o poi, di imbattersi nei rapitori. Sono le 11.30 del 5 giugno 1975 quando la 127 blu guidata dall’appuntato Pietro Barberis accosta lentamente sul retro dell’edificio. Il tenente Umberto Rocca picchia sulla porta. Gli risponde lo scoppio di una bomba a mano che gli dilania un braccio e gli porta via un occhio. Escono urlando un uomo e una donna. Un’altra bomba esplode, ferisce un terzo carabiniere, Cattafi, e uccide il maresciallo Giovanni D’Alfonso, 45 anni.
Qualche nome e qualche data, tanto per inquadrare i fatti e chiarire che nel dibattito innescato dalla lettera di Sergio Paoli, riguardante lo spettacolo “Avevo un bel pallone rosso” non stiamo parlando di aria. E nemmeno di attori e attrici, tappeti rossi, copioni o sipari. Ma di esseri umani brutalmente assassinati e feriti nell’esercizio del loro dovere. Leggi tutto...

IoScrivoTuScrivi > Seminari di scrittura creativa

L’associazione Banana Enterprise in collaborazione con Arte Sella, Spazi Livio Rossi, Edizioni Curcu & Genovese, Mobydick Scritture, nell’ambito dei Piano Giovani di Zona 2010 della Bassa Valsugana e Tesino promuovono il corso:
IOSCRIVOTUSCRIVI
Seminari di scrittura creativa con tema l’INQUINAMENTO culturale, sociale, ambientale. Contro la spazzatura comunicativa che ci assedia e produce assuefazione. Contro l’appiattimento comunicativo dei mass media. Contro la pioggia di cultura acida che ci obnubila la mente. Per anni abbiamo respirato gas letali, ingurgitato ogni cosa ci venisse propinata. Come un ripudio allergico sottocutaneo, ora siamo pronti a vomitare il letame culturale assorbito. Imbratteremo i nostri fogli bianchi con l’inchiostro nero, allegorico veleno. Prima che il vento ci soffochi.

Programma:

9 ottobre 2010: Seminario didattico con Pino Loperfido (autore di “Teroldego” e “Le meccaniche del’infelicità”).
Come affrontare la redazione di un racconto: spunti, sviluppi, conclusioni.

6 novembre 2010: incontro e trekking letterario con Davide Longo (docente della scuola holden e autore de (“L’uomo verticale” e “Il mangiatore di pietre”)
Riflessioni e inspirazioni seguendo il percorso Arte Natura di Arte Sella.

12 novembre 2010: Seminario didattico con Pino Loperfido.
Correzione ed editing dei racconti pervenuti dai partecipanti al corso.

Tutti i racconti verranno pubblicati in una raccolta della casa editrice “Edizioni Curcu & Genovese - Trento”. Ogni seminario ha durata 6 ore (9 -12, 14 – 17). Costo: 50 euro. Numero massimo partecipanti: 25 persone. Il trekking letterario è aperto a tutti: il costo per i non partecipanti al corso è di 10 euro (inclusivo del biglietto di Arte Sella). Info e iscrizioni: stefano.bellumat@gmail.com Cell.: 348 3535504

Conversazioni > Scrittori vigolani > 28 agosto 2010


Incontro con gli scrittori vigolani
Angela Dematté, Flavio Demattè, Nadia Nicoletti, Walter Nicoletti, Pierluigi Tamanini, Remo Tamanini, Valentina Zamboni. Ospite Pino Loperfido (vigolano ad honorem).

Vigolo Vattaro, sabato 28 agosto ore 20.30

A fine serata sarà presentato il volume: “Itinerario storico-artistico di Vigolo Vattaro” di Sara Giacomelli. Intermezzo musicale con Beatrice e Chiara Bridi. Letture a cura di Grazia Raimondo. Presenta Giordano Mariotti, giornalista RTTR.