Perché stupirsi della neve?



È un’usanza abbastanza diffusa e, in una certa misura, disdicevole quella che notiamo in questi giorni di emergenza (?!) maltempo per le eccezionali nevicate che hanno imbiancato nuovamente la provincia. La seguono genti di diversa estrazione sociale, di tutte le età e di ambo i sessi. Anzi, più che di un’usanza si tratta di una specie di sport mentale. Consiste nell’addossare tutte le colpe, compresa quella della caduta meteorica dei fiocchi di neve, alle autorità politiche. Tantissime, infatti, nell’ultimo week-end sono state le telefonate di cittadini inviperiti che ai vigili del fuoco e alla polizia municipale domandavano lumi sul perché e sul per come stesse nevicando ormai da dieci minuti e nessun mezzo fosse ancora passato a nettare le strade. (Parenti di quelli che dopo un sommovimento tellurico si precipitano a chiamare i vigili per domandare cose del tipo: “Scusi, sbaglio o c’è stato un terremoto?!”) Eppure, forse non sembrava, ma mentre costoro armeggiavano con la fedele pala, in tutta la provincia già operava una vera e propria task force composta da quasi cinquecento mezzi e parecchie centinaia di uomini che prima del vicoletto di casa tua hanno da pensare a statali, tangenziali e via dicendo.
Ma il grosso problema delle nevicate moderne sono le automobili, nel senso che è diventato davvero difficile rinunziarvi. Un tempo non era così. La nevicata non inficiava il regolare corso dell’esistenza perché l’auto, in tanti, nemmeno ce l’avevano. Oggi è come se l’imprevedibilità dell’evento – peraltro relativa considerata la precisione con cui vengono fatte le previsioni metereologiche al giorno d’oggi – scatenasse nella testa degli automobilisti come una sorta di corto circuito che li autorizza automaticamente a prendersela con i governanti. Un vezzo alla “piove-governo-ladro” che impedisce al cittadino di compiere un piccolo esame di coscienza ed una riflessione. Quanto al primo, è naturale (oltre che evangelico) guardare la pagliuzza negli occhi altrui anziché la trave nei propri. Voglio dire, prima di aspettare che il governante sistemi le strade agli stanchi pendolari, forse debbono essere questi ultimi ad ammettere che in determinate condizioni di maltempo non ci si può permettere di gigioneggiare senza catene e magari con le gomme lisce. Pretendere di scalare il passo della Fricca sgommando inutilmente come pazzi. Riguardo alla riflessione, forse occorre rinfocolare quanto basta quel senso di responsabilità che, su certe cose, ai nostri nonni proprio non mancava.
In definitiva, una nevicata non deve rischiare di destabilizzare il popolo dei pendolari che ogni sera arranca verso le proprie valli. In inverno, un’abbondante spruzzata di bianco ci può stare. D’altra parte siamo in Trentino, non in Algeria. La nostra provincia si regge anche sul turismo invernale e il turismo invernale si regge sulla neve. Già, cos’è ‘sta storia che andiamo in tilt, appena un evento meteorologico avverso ci scombina i piani e ci fa saltare appuntamenti, concerti, consulti e incontri galanti?
E poi non dobbiamo sottovalutare la valenza educativa di una bella e copiosa nevicata che può insegnare molto in termini di socialità (le chiacchiere con i vicini spalatori), attività fisica e sano fatalismo.
Per cui non c’è da stupirsi della neve. Ci si può stupire di un sacco di cose: dell’abbassamento del prezzo della benzina, della vittoria di Berlusconi alle prossime elezioni, ma della neve no. Dopo vent’anni l’inverno è tornato a fare il suo mestiere e la colpa non è davvero di nessuno.
"Trentino" del 30 gennaio 2006