Cina, Mart e diritti umani



Può l’arte essere il mezzo per parlare dei diritti universali dell’uomo, del diritto che l’uomo ha di vedere soddisfatte le proprie esigenze primarie di verità, bellezza e giustizia? Possono i quadri di un Depero o di un Guttuso aprire gli occhi a chi ancora non vede, o fa finta di non vedere, quanto ancora avviene in Cina riguardo al rispetto dei diritti umani?
Le domande sorgono spontanee nell’assistere al grande evento che vede come protagonista il Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto che il 9 settembre scorso ha inaugurato al Namoc, National art museum of China, di Pechino una mostra sulla grande arte italiana del Novecento. Gli organizzatori e i politici trentini presenti hanno parlato di grandi prospettive di cooperazione culturale tra i due Paesi, di valorizzazione degli investimenti, di consolidamento dei rapporti, di svariati progetti di interscambio. Un velo di imbarazzante silenzio, invece, pare sia stato steso sulle gravi e numerose limitazioni che ancora esistono in Cina riguardo alle libertà essenziali dell’essere umano.
Quella religiosa, ad esempio. Due giorni dopo l’inaugurazione della mostra di Pechino, Monsignor Martino Wu Qinjing, vescovo di Zhouzhi, secondo quanto riferito dall’agenzia Asia News, è stato arrestato alle 10 di sera da circa 30 poliziotti che hanno fatto irruzione nella parrocchia dove l’alto prelato dormiva. Gli agenti hanno prima allontanato un anziano sacerdote di 80 anni, quattro seminaristi e quattro suore che cercavano di fermarli e poi, senza fornire alcuna accusa, hanno prelevato il presule e lo hanno portato in un luogo sconosciuto.
Non ci vuole un grande esperto di politica internazionale per capire che non ci può essere libertà economica se prima non v’è libertà religiosa. Ogni libertà è legata ad un’altra, come diceva John Kennedy. E se la Cina registra un’altissima crescita del Pil lo deve anche a migliaia di bambini sfruttati e sottoposti ad orari di lavoro disumani, in ambienti insalubri e con stipendi da fame. E non ci sono sindacati che possano contestare tutto ciò, dacché da quelle parti ogni organizzazione sindacale è considerata fuorilegge.
Qui ogni anno la giustizia fa fucilare o sopprime per iniezione letale almeno diecimila persone: cinque volte più delle condanne a morte eseguite in tutto il resto del mondo, America compresa. E quella della soppressione della vita umana sembra una cultura perversa destinata a crescere se pensiamo che più di una volta le esecuzioni si svolgono al’interno dei palazzetti dello sport dove intere scolaresche delle classi elementari e medie vengono chiamate ad assistere al triste spettacolo.
E che dire della sistematica pratica delle sterilizzazioni e degli aborti forzati per contenere la crescita demografica? Nelle zone rurali è permessa la nascita di un solo figlio maschio; il secondo si può concepire solo dietro il pagamento di una tassa altissima (circa diecimila euro). Per questo motivo le campagne si vanno sempre più spopolando.
Un accenno, infine, all’oppressione e la persecuzione del popolo tibetano, il cui Governo, ancora oggi, è costretto all’esilio in conseguenza dell’invasione cinese del 1950, una chiara violazione delle leggi internazionali riconosciuta in più occasioni dalle Nazioni Unite.
Certo, affrontare questi temi – si dirà – è compito della politica estera e della diplomazia internazionale e non di chi si occupa di diffondere la bellezza dell’arte. È vero. Per questo motivo la speranza questa volta è che alla denuncia ci pensi l’arte stessa e dietro ai lustrini del grande evento mediatico ci sia la protesta silenziosa di questi immortali artisti italiani, eponimi della creatività di casa nostra, incorruttibili giudici degli errori umani. L’augurio è che siano le pennellate di Morandi, di Boccioni e di Carrà a far capire ai cinesi che un cambiamento è necessario, che non si diventa un grande Paese moderno solo grazie all’economia o stando al primo posto di un medagliere olimpico. Che non è possibile mascherarsi da Paese libero, nascondendosi dietro al paravento appariscente della cultura; un paravento troppo corto che lascia intravvedere quanto di marcio ancora esiste in quella nazione.
"Trentino" del 18 settembre 2006