Stranieri in coda. E con questo?



Stranieri immigrati a caccia di un visto per un posto di lavoro, ma pure connazionali bisognosi di manodopera a buon mercato che fanno la fila per parecchie ore davanti ai 36 uffici postali abilitati in Trentino? E con questo? Presentate oltre 2000 domande a fronte di 1370 posti disponibili, vale a dire che molti protagonisti di questa sorta di lotteria dovranno fare i conti con una cocente delusione. E allora? Dov’è lo scandalo? Ce lo domandiamo perché in questi giorni tutta una pletora di giornalisti, inviati e cronisti locali si sono misurati in una sorta di gara a chi la sparava più grossa, a chi era più bravo nel descrivere un dramma, una catastrofe umanitaria che in realtà non si è mai verificata. Una corsa a chi si vergognava di più di essere italiano, a chi trovava l’aggettivo più terribile e pungente. Ma, ahinoi, ovunque – sono gli stessi giornalisti a puntualizzarlo – le operazioni di richiesta dei visti si sono svolte regolarmente, senza resse, con un ordine certosino. Le lunghe attese a cui si sono dovuti sottoporre i richiedenti non hanno causato alcun problema di ordine pubblico rendendo praticamente vana la presenza, in alcuni siti, dei carabinieri. Tutto tranquillo a Trento, a Rovereto, a Pergine. Talmente tranquillo da far ammettere ad una responsabile delle Poste che “stupisce come questa gente possa avere così tanta pazienza dopo tutte queste ore in coda”. Eppure una certa stampa si è sentita in dovere di gridare al lupo al lupo. Per cosa? Per le ore passate davanti agli sportelli? Probabilmente abbiamo dimenticato che l’Italia è il Paese del “chi tardi arriva male alloggia”, il posto delle code per eccellenza? Ce li siamo scordati i tempi d’attesa che così spesso lacerano le nostre giornate? Troppo esiguo lo spazio di un articolo per fare tutti gli esempi a disposizione, tuttavia siamo sicuri che a molti lettori sarà capitato, ad esempio, di attendere delle ore al pronto soccorso prima di essere presi in considerazione da un medico. Oppure, sempre per restare nella sanità, abbiano richiesto un esame e si siano sentiti assegnare un appuntamento distante diversi mesi. Code sulle autostrade, liste di attesa anche per i contributi sulla prima casa o per l’assegnazione delle case Itea. Dobbiamo ammetterlo, noi italiani a certe cose c’abbiamo fatto il callo.
Allora, dov’è lo scandalo se pure i cittadini stranieri si mettono in coda? Questa è l’Italia e queste sono le fastidiose incombenze che spettano a chi vuole lavorarci e viverci. Incombenze che non dovrebbero spaventare se pensiamo alle quarantene a cui venivano sottoposti i nostri connazionali all’arrivo a Ellis Island; o per restare nel presente, pensiamo all’Olanda. Lì, tanto per farci un’idea, non basta mettersi in coda. Bisogna pagare una tassa di 350 euro e sostenere un esame di lingua e di cultura neerlandese e due test di cittadinanza. Inoltre, a chi ritiene siano troppo pochi 170.000 permessi di soggiorno disponibili in Italia potremmo ricordare che il governo socialista di Zapatero, che si vanta di ben altre politiche sull’immigrazione, ne ha concesse appena un decimo.
Ma tornando all’Italia, facciamo finta di non ricordare le lunghe file che si formavano anni fa davanti alle Questure? Quelle sì che brutalizzavano l’individuo, ne ledevano la dignità e non solo per il fatto che stare in fila davanti ad un luogo simile poteva portare ad associare gli immigrati ad un preconcetto delinquenziale.
È facile criticare l’attuale Legge sull’immigrazione, un po’ meno facile è ammettere che la vera alternativa – che poi è quella a cui pare mirare l’estrema sinistra – è una sola: il permesso a tutti, senza alcun controllo. A noi sembra che ciò che si è visto davanti agli uffici postali (ordinate e disciplinate fila) stia grosso modo a dimostrare che la Legge funziona, nel senso che spinge i lavoratori immigrati a regolarizzarsi e a non cedere al facile richiamo del lavoro sommerso e quindi della clandestinità. Prova ne sia il fatto che le code davanti agli uffici postali sono state molto più lunghe al centro-nord rispetto al sud dove il lavoro nero è molto più diffuso.
Vivere in Italia, dunque, può significare anche questo: che la burocrazia ti costringa a passare diverse ore in attesa; se poi è inverno, fa freddo, e ogni dodici ore cala il buio della notte non è certo per il razzismo dei cittadini o perché le Istituzioni hanno perpetrato un inaccettabile sopruso.
"Trentino" del 20 febbraio 2006