Intervista a Castelli 2
24 01 03 17:32 Archiviato in: Mass media
Intervista uscita sul "Trentino" di venerdì 24 gennaio
Castelli ritorna in regione con il commovente Cermis
La seconda tournée dell'attore trentino

di Fabio Zamboni
TRENTO. «Castelli dà voce magistralmente all'unico superstite della tragedia del Cermis...»; «Un racconto capace di evocare luoghi e volti, grazie anche alle notevoli capacità interpretative di Castelli...»; e ancora: «...un monologo incalzante e sferzante...». Così i giornali veneti e friulani su "Ciò che non si può dire, il racconto del Cermis", il lavoro scritto da Pino Loperfido, prodotto dallo Stabile di Bolzano e interpretato dall'attore trentino Andrea Castelli. Che sta cogliendo lusinghieri successi nella sua seconda stagione di repliche e che in questo periodo è in scena appunto nel Veneto e in Friuli, prima di ritornare in regione: dal 28 gennaio al 2 febbraio a Trento, dal 14 al 21 febbraio a Bolzano. Per sentire come Castelli vive questo successo ma soprattutto come affronta il ritorno in regione con questo monologo, lo intervistiamo, al telefono, mentre si trova nel camerino del teatro "Rossetti" di Trieste in attesa di andare in scena nella pomeridiana in cartellone anche ieri. Ultima repliche a Trieste, dopo Aviano e altre piazze venete: con ottime recensioni. Alla seconda tournée, dopo dozzine di repliche, non sembra che affiorino segnali di routine. É un lavoro che coinvolge inesorabilmente ogni volta che sale sul palco? É così: coinvolge il pubblico ogni volta, e allo stesso modo coinvolge me stesso. Questo non è un monologo che ti consente, in una serata fiacca, di dire: vabbè, stasera tiro via, senza dannarmi. Una volta che sei dentro questa storia, è proprio bello raccontarla, dentro silenzi commossi, davanti a gente che poi viene a cercarti in camerino, per approfondire. Dal 28 a Trento, poi a Bolzano, con un supplemento di emozione oppure no? E come mai il 3 febbraio, nel quinto anniversario della tragedia, nessuna replica? É una scelta? E' un caso: anche l'anno scorso la recita clou è stata la sera del 2, non il 3. Per quanto riguarda l'emozione, direi di sì. Tanti, a Trento, non hanno ancora visto lo spettacolo e quindi so che c'è molta attesa. E poi questa volta vado in scena allo Sperimentale, che è più raccolto, più adatto a questo tipo di monologo. La messinscena non ha subito ritocchi: ci sono ancora quei venti nomi sul fondale al termine dello spettacolo? Quei nomi ci sono ancora, ma è notevolmente accelerato il ritmo della loro proiezione sullo schermo: li proponiamo in un minuto anziché in tre, alleggerendo il peso di questo "pugno nello stomaco". Qualche episodio curioso, in questa seconda stagione, un aneddoto? Giusto ieri, alla pomeridiana qui a Trieste: una signora a un certo punto interviene per chiedermi: ma quanto era alta la funivia? Le dico: signora, ci sto per arrivare. Si va avanti e dopo un po' mentre parlo del ministro competente dei sorvoli degli aerei militari, interviene un altro spettatore per sapere chi era il ministro. "Andreatta", gli dico. Insomma, lo spettacolo stava per trasformarsi in un dibattito e questo vuol dire che la gente partecipa davvero. Alla fine sono venuti sotto il palco, andando avanti con le domande. I suoi fans tradizionali l'hanno "spiata", al momento di andare in scena con un lavoro drammatico: ce la farà a non farci ridere? E adesso che è tornato a un lavoro comico con gli Spiazaroi e che sta lavorando su un testo di Ruzante, farà invece fatica a ritornare alla risata pura? No, no, non farò fatica. E sono anzi molto contento di aver fatto questa esperienza, di aver dimostrato - a me stesso prima di tutto - di potermi cimentare con il drammatico. Lo scorso anno al debutto di Bolzano ero agitatissimo. Poi tutto è passato, e ho acquisito una nuova sicurezza. Parliamo allora di questo Ruzante, prodotto dallo Stabile di Bolzano. E' un po' presto per parlare dello spettacolo. Siamo ancora nella fase della traduzione dal dialetto veneto a quello trentino. Devo trovare la chiave per riproporlo in maniera adeguata. Poi con Bernardi decideremo come farlo...
Castelli ritorna in regione con il commovente Cermis
La seconda tournée dell'attore trentino

di Fabio Zamboni
TRENTO. «Castelli dà voce magistralmente all'unico superstite della tragedia del Cermis...»; «Un racconto capace di evocare luoghi e volti, grazie anche alle notevoli capacità interpretative di Castelli...»; e ancora: «...un monologo incalzante e sferzante...». Così i giornali veneti e friulani su "Ciò che non si può dire, il racconto del Cermis", il lavoro scritto da Pino Loperfido, prodotto dallo Stabile di Bolzano e interpretato dall'attore trentino Andrea Castelli. Che sta cogliendo lusinghieri successi nella sua seconda stagione di repliche e che in questo periodo è in scena appunto nel Veneto e in Friuli, prima di ritornare in regione: dal 28 gennaio al 2 febbraio a Trento, dal 14 al 21 febbraio a Bolzano. Per sentire come Castelli vive questo successo ma soprattutto come affronta il ritorno in regione con questo monologo, lo intervistiamo, al telefono, mentre si trova nel camerino del teatro "Rossetti" di Trieste in attesa di andare in scena nella pomeridiana in cartellone anche ieri. Ultima repliche a Trieste, dopo Aviano e altre piazze venete: con ottime recensioni. Alla seconda tournée, dopo dozzine di repliche, non sembra che affiorino segnali di routine. É un lavoro che coinvolge inesorabilmente ogni volta che sale sul palco? É così: coinvolge il pubblico ogni volta, e allo stesso modo coinvolge me stesso. Questo non è un monologo che ti consente, in una serata fiacca, di dire: vabbè, stasera tiro via, senza dannarmi. Una volta che sei dentro questa storia, è proprio bello raccontarla, dentro silenzi commossi, davanti a gente che poi viene a cercarti in camerino, per approfondire. Dal 28 a Trento, poi a Bolzano, con un supplemento di emozione oppure no? E come mai il 3 febbraio, nel quinto anniversario della tragedia, nessuna replica? É una scelta? E' un caso: anche l'anno scorso la recita clou è stata la sera del 2, non il 3. Per quanto riguarda l'emozione, direi di sì. Tanti, a Trento, non hanno ancora visto lo spettacolo e quindi so che c'è molta attesa. E poi questa volta vado in scena allo Sperimentale, che è più raccolto, più adatto a questo tipo di monologo. La messinscena non ha subito ritocchi: ci sono ancora quei venti nomi sul fondale al termine dello spettacolo? Quei nomi ci sono ancora, ma è notevolmente accelerato il ritmo della loro proiezione sullo schermo: li proponiamo in un minuto anziché in tre, alleggerendo il peso di questo "pugno nello stomaco". Qualche episodio curioso, in questa seconda stagione, un aneddoto? Giusto ieri, alla pomeridiana qui a Trieste: una signora a un certo punto interviene per chiedermi: ma quanto era alta la funivia? Le dico: signora, ci sto per arrivare. Si va avanti e dopo un po' mentre parlo del ministro competente dei sorvoli degli aerei militari, interviene un altro spettatore per sapere chi era il ministro. "Andreatta", gli dico. Insomma, lo spettacolo stava per trasformarsi in un dibattito e questo vuol dire che la gente partecipa davvero. Alla fine sono venuti sotto il palco, andando avanti con le domande. I suoi fans tradizionali l'hanno "spiata", al momento di andare in scena con un lavoro drammatico: ce la farà a non farci ridere? E adesso che è tornato a un lavoro comico con gli Spiazaroi e che sta lavorando su un testo di Ruzante, farà invece fatica a ritornare alla risata pura? No, no, non farò fatica. E sono anzi molto contento di aver fatto questa esperienza, di aver dimostrato - a me stesso prima di tutto - di potermi cimentare con il drammatico. Lo scorso anno al debutto di Bolzano ero agitatissimo. Poi tutto è passato, e ho acquisito una nuova sicurezza. Parliamo allora di questo Ruzante, prodotto dallo Stabile di Bolzano. E' un po' presto per parlare dello spettacolo. Siamo ancora nella fase della traduzione dal dialetto veneto a quello trentino. Devo trovare la chiave per riproporlo in maniera adeguata. Poi con Bernardi decideremo come farlo...