Il ladro che rubava la solitudine

Magari ci passi davanti dieci volte al giorno e non pensi nemmeno un minuto alla babele di speranze che corre lungo quegli asettici corridoi, negli ascensori, sotto ai letti, nei vassoi di plastica in cui servono pranzo e cena. Una costruzione come un'altra. Magari qualche finestra e qualche piano in più, ma è l'aria birbona e strafottente che distingue un ospedale dal resto di un città. L'aria di chi sta aspettando ed ha tutto il tempo per farlo. E la cosa inquietante è che la persona che l'ospedale sta aspettando sei tu, il tuo vicino di casa, il sindaco, la portinaia di tua cognata. Tutti. Come un destino. Ma la gente, si sa, fa volentieri a meno di pensare al proprio destino, ché certi pensieri sono troppo ingombranti, o forse mettono solo troppa paura.
Per cui andare in ospedale in fondo è solo il realizzarsi di un’evenienza di cui da tempo sarebbe stato possibile – a volerlo – intuirne l'esistenza. Anche se l'angoscia, beh, non esiste una consapevolezza che può togliertela. A meno che tu non sappia per tempo perchè lì ci stai andando e che cosa è probabile che accada una volta arrivato. Guardalo, infatti, il Luigino com'è baldanzoso mentre entra in reparto. Lui se ne fotte dell'aria birbona, della paura e di tutto il resto. In quel posto c’andrebbe pure se fosse costretto a pagare un biglietto d’entrata. Ed è bello ed evangelico che si vadano a visitare gli ammalati, li si conforti nel momento della sofferenza, li si alleggerisca di quel peso che è la preoccupazione che qualcosa durante il ricovero vada irrimediabilmente storto. Però, ammazza se ne conosce di degenti il Luigino. Qualcuno sussurra che in fondo sia un po’ portasfiga dato che per lui le corsie del reparto non hanno misteri e le facce che timidamente si affacciano da sotto alle coperte dell’azienda sanitaria per lui hanno tutte qualcosa di familiare. Al confronto una cena dei coscritti è un raduno di perfetti sconosciuti.
Non c’è che dire. La cosa è risaputa. Il Luigino è davvero bravo in quello che fa. Nell’alleggerire i pesi altrui. Solo che, forse, egli prende troppo alla lettera l’altruistica operazione perché durante le sue pellegrinazioni ai piedi del letto degli innumerevoli parenti-amici-conoscenti che sembra avere, fenomeni alquanto paranormali paiono verificarsi. Accade che ovunque passi questo samaritano le cose non rimangano più com’erano prima. Borsette, portafogli, tasche di ogni ordine grado vengono diligentemente rivisitate, snellite, sottoposte a revisione. Che male c’è? Il Luigino è parente di tutti ed un parente in ospedale fa sempre comodo. Se c’è da prendere un bicchiere d’acqua, se occorre sbrigare delle carte, risolvere i problemi lasciati insoluti nella vita al di là del vetro. I medici pensano a togliere appendiciti, ernie e tonsille; il Luigino a togliere quel che resta.
Tutto regolare, se non fosse che ad un certo punto qualcuno si è insospettito e non ha voluto più credere che il Luigino avesse una cerchia così ampia di conoscenti, ognuno con il suo problemino di salute da risolvere. Vabbé che sei un portasfiga, ma a tutto c’è un limite, devono aver detto gli agenti che lo hanno smascherato. Già, a tutto c’è un limite. Luigino a malincuore ha dovuto salutare tutti quanti. L’ospedale è tornato ad essere ciò che era prima del suo arrivo. Una costruzione come un'altra. Magari qualche finestra e qualche piano in più, è quell'aria birbona e strafottente. Tra le sue corsie adesso ci sono qualche borsetta e qualche portafoglio in più e quello strano samaritano in meno. Pare impossibile, ma qualche degente ne sente addirittura la mancanza, adesso. Forse perché a volte, quando messi davanti al proprio destino si è soli davvero, pure un ladro maldestro può andar bene per farti un briciolo di compagnia.

("Trentino" del 7 maggio 2007)