Mastrogiacomo libero: adesso la facciamo finita?

Adesso che Mastrogiacomo è stato liberato e tutti, giustamente e umanamente, proviamo una sobria soddisfazione per il fatto che la sua vita non sia più in pericolo, che non debba più rimanere segregato in condizioni disumane, arriva finalmente il momento di toglierci alcuni sassolini dalle scarpe. E non si può non partire dall'incredibile edizione serale odierna del Tg1: diciotto minuti dedicati alla liberazione del giornalista italiano. Una specie di record. Senza contare l'edizione straordinaria. Ora, che ci siano state consistenti pressioni governative sui palinsesti è il classico segreto di Pulcinella. Il potere anche in quest'occasione ha voluto mostrare i muscoli, per costringere l'opinione pubblica a considerare il caso di Mastrogiacomo una questione di Stato. Gli appelli, le sfilate, le fiaccolate, i cartelloni appesi alle prefetture, gli striscioni, ecc. si sono sprecati. Gli italiani, dall'industrialotto della Bassa alla casalinga di Voghera, "dovevano" sapere che il Governo Prodi non era certo meno bravo del precedente a pagare riscatti. E in questa attività di lavaggio del cervello mediatico, il Governo è stato aiutato dal fatto che Mastrogiacomo appartenesse alla casta giornalistica. Contrariamente a quanto avvenuto per la vicenda dei tecnici rapiti in Nigeria, che a voler fare un confronto sono stati praticamente ignorati dalla stampa, questa volta non si è voluto badare a spese. Il risultato finale è stato un vero e proprio bombardamento mediatico a cui è stato davvero difficile sottrarsi. Purtroppo pochi si sono resi conto che in questa storia, soprattutto alla fine, si è perso da più parti il senso della misura. A partire dalle scene di esultanza viste non appena la notizia della liberazione del giornalista (peraltro già abbondantemente preannunciata) si è diffusa tra i media. Brindisi, applausi, abbracci scomposti, bandiere sventolanti. I principali telegiornali sono andati completamente fuori di testa. Si è arrivati cocuzzianamente ad intervistare i colleghi in delirio, la mamma commossa, la sorella compiaciuta e il fratello che stappa lo spumante nemmeno avesse vinto un Gran Premio. Un teatrino prefabbricato e patetico, talmente pre-confezionato da sembrare un soap opera. Certo, è comprensibile la gioia di chi ha temuto tanto a lungo per la sorte di un proprio caro. Tuttavia, la situazione avrebbe richiesto maggiore sobrietà. Non bisogna dimenticare che il prezzo pagato per la liberazione di Mastrogiacomo è stato e rimane altissimo. Anzitutto, la vita di Saied Agha, l'autista 25enne del giornalista di Repubblica, e quella di suo figlio, che non è sopravissuto al dolore provato dalla madre che lo portava in grembo. Poi, non dobbiamo dimenticare che il Governo afghano, su pressione di quello italiano, ha dovuto rilasciare un manipolo di farabutti che meritava di continuare a marcire nelle patrie galere e che invece adesso è pronto per nuove sinistre avventure. Infine, la dignità del nostro Paese perde un altro pezzetto, si sbriciola ulteriormente cedendo miseramente al ricatto di un gruppo di assassini, esponendosi in tal modo a futuri, probabilissimi, nuovi rapimenti. La vicenda Mastrogiacomo ci conferma ancora una volta che l'Italia è un Paese che ha continuamente bisogno di eroi, come di un deodorante che copra continuamente i cattivi odori di un corpo malandato. Un eroificio al servizio dei governi, della stampa loro fedelmente asservita e di tutti quei cittadini che hanno dimenticato, ancora una volta, di essere uomini in grado di pensare con la propria testa.
(Articolo pubblicato su Trentinario.it)