Adolescenza e educazione



Suscita un certo senso di fastidio, di fronte ad alcuni recenti episodi di cronaca che hanno visto come protagonisti gli adolescenti trentini, sentir parlare di una generica “crisi dei valori”. Gli atti di satanismo avvenuti in Val di Sole o quelli di vandalismo alla fermata del treno al S. Chiara di Trento, ma soprattutto il controllo antidroga a sorpresa effettuato dai finanzieri nelle aule dell’Istituto tecnico industriale “Buonarroti” non sono la conseguenza di una crisi dei valori. Bisogna fare molta attenzione quando si parla dei cosiddetti “valori”. Alcuni personaggi pubblici, ahinoi, se ne riempiono la bocca, lasciando credere che si tratti di prodotti da scaffale del supermercato, di optional che rendono tutti più forti e più buoni. In realtà essi sono i motivi che ci muovono nella vita, gli unici che possono dare un senso alla nostra esperienza terrena. Ma nella nostra società, tutto sommato adagiata sui privilegi e su un discreto benessere, non esiste una crisi dei valori. Esiste piuttosto un’emergenza educativa. Perché è proprio attraverso l’educazione che i valori vengono trasmessi. È per questo motivo che non ha senso parlare dei secondi senza prima aver fatto riferimento alla prima.
I nostri educatori non sembrano più capaci di insegnare nulla. Alcune volte paiono rinunciare in partenza al loro compito, altre non riuscire a comprendere nemmeno il ruolo o la missione che gli è stata affidata. A parte le dovute eccezioni, insomma, genitori, insegnanti, preti, politici, quando non sono completamente assenti – pensiamo solo alla latitanza della figura del padre – arrancano nell’esercizio dei propri doveri educativi e pur mettendoci impegno evidentemente non riescono più a farsi ascoltare dai ragazzi.

Ma l’emergenza educativa si acuisce oltremodo quando vede coinvolto il delicato periodo dell’adolescenza: quando la frattura fra le generazioni raggiunge il suo spettacolare zenith. Certo l’adolescenza è sempre stata un momento di travaglio e di transizione. Ci siamo passati anche noi e i nostri padri prima di noi. A differenza del passato, però, oggi c’è tutta una mentalità dominante che sembra avallare certi comportamenti e in un certo senso li incoraggia, anche quando l’adolescenza forzatamente si dilata e si prolunga fino ai trenta o ai quaranta. Il mondo dei media, della moda, la stessa classe politica lanciano messaggi distorti che non incoraggiano ad affrontare la vita, non preparano i giovani alle “fatiche” dell’esistenza, anzi, sovente li spingono all’inazione, al parassitismo, al reclamo permanente dei diritti. Basti pensare al concetto di meritocrazia che pare essersi dissolto, nel mondo del lavoro, ma anche in campo scolastico. Pensiamo anche alla diffusissima filosofia del “life is now”, emblema del vuoto che vivono certe generazioni (e purtroppo anche molti adulti) che si lasciano persuadere dalla pubblicità di potere tranquillamente fare a meno di tutto ciò che viene prima e dopo dell’attimo presente. Ma che società potrà mai essere quella che non guarda al passato? Quale avvenire potrà avere chi è convinto di poter fare a meno della tradizione e degli insegnamenti di chi ci ha preceduto?

Bisogna pensare che quando il figlio è adolescente ogni componente della famiglia attraversa una fase molto particolare della propria vita. I genitori, ad esempio, che sono tra i quaranta ed i cinquant’anni e cominciano a “guardarsi alle spalle”, assistono impotenti alla decadenza fisica dei propri stessi genitori e magari sono costretti per la prima volta a fornire loro un ausilio pratico. Lungi dal fornire loro un alibi rispetto a quelli che sono i doveri educativi, resta il fatto che i padri e le madri non possono dedicare tutto il loro tempo a quelle bombe ad orologeria che sono i figli a quell’età tanto particolare. Gli ormoni sono in subbuglio e spingono i ragazzi a provocare, forse per cercare attenzione, forse solo per il gusto di farlo.
Ecco allora i graffiti, i riti simil-satanici e l’esperienza degli stupefacenti a scuola. Sono le vie di fuga tipiche di chi con il conflitto cerca attenzione; di chi è alla disperata ricerca di un’identità: un nome ed un cognome che né i genitori, né la società, né tanto meno la cultura dominante sono in grado di offrire.
In ogni caso, guai a non lasciare sempre aperta la porta della speranza. Ogni occasione può essere buona per pungolare, mettere in evidenza le cose che non vanno, farle notare a chi è preposto ai compiti educativi: la famiglia, gli insegnanti, i governanti, le autorità ecclesiastiche e – perché no? – i datori di lavoro.
Nel frattempo, ogni realtà educativa deve sforzarsi di aiutare l’adolescente nella sua ricerca spasmodica di una forma identitaria, a ritrovare una consapevolezza delle proprie capacità affettive e intellettuali, in modo che possa incamminarsi sul giusto sentiero della maturità.
È importante che noi adulti non ci abbandoniamo alle facili sirene del qualunquismo e ci lasciamo guidare dalla coscienza, privata e sociale, che è dentro di noi. Consapevoli che l’emergenza educativa deriva nel suo complesso da una mancanza generalizzata di fiducia nella vita, forse è il caso di domandarsi ogni giorno: “Quale mondo vogliamo lasciare ai nostri ragazzi?” e – soprattutto – “Quali ragazzi vogliano lasciare a questo mondo?”. In rapporto alla risposta, forse dovremmo comportarci di conseguenza.
("l'Adige" del 9 maggio 2008)