Partiti estremi fuori: un rischio per la democrazia?

Non serve certo essere un analista politico per accorgersi che in Trentino Alto Adige c'è un dato post-elettorale abbastanza curioso che pochi, in questi giorni di convulsi dibattiti, hanno avuto l'accortezza di analizzare. In pratica, se proviamo a fare la somma dei voti ottenuti in regione da tutte le forze cosiddette "estreme" possiamo scoprire con non poca sorpresa che esse superano la bellezza del dodici per cento delle preferenze. Questo nonostante il tanto paventato mantra del "voto utile" professato dai leader dei due poli che ha convinto, soprattutto nel caso della Sinistra, non pochi elettori abitualmente poco governativi a turarsi il naso e a dare la propria preferenza a Walter Veltroni o a Silvio Berlusconi.
In ordine rigorosamente sparso: Sinistra arcobaleno, partiti comunisti vari, la Destra e poi ancora i tedeschi dei Freiheitlichen e Union für Südtirol che pure non ci sembrano gruppi avvezzi a predicare convergenze parallele. Si tratta indubbiamente di compagini di cui tutto si può dire, tranne che siano gruppi moderati, i cui voti hanno un peso specifico molto importante, provenendo da militanti o comunque da elettori che hanno ampiamente e lucidamente ponderato la propria scelta. Intendiamoci, chi vota un partito di massimalista non lo vota per caso o solo per una generica forma di protesta contro i partiti governativi.
La tentazione di inserire nel novero di cui sopra anche la Lega Nord – siamo sinceri – è forte. Tuttavia riteniamo che a vent'anni dalla sua fondazione e dopo diverse e positive esperienze di governo, centrale e locale, risulti difficile vedere oggi nel partito del Carroccio una compagine "estrema". Allo stesso modo appare sempre meno credibile la fama di trogloditi e di razzisti senza scrupoli che tanti, cultura di sinistra in primis, hanno preteso di affibbiare a Divina, Fugatti & Company.

Escludendo dunque la Lega Nord dal campione dei partiti presi in considerazione, resta un corposo dodici per cento di voti: un segnale che in Trentino Alto Adige sorprende tendenzialmente per due ragioni. Primo perché trentini e altoatesini hanno sempre avuto la fama di essere moderati, oltre che facilmente addomesticabili politicamente. Se si esclude l'anomalia dei fatti del sessantotto e il coinvolgimento a latere della regione negli anni di piombo, da queste parti parrebbe che alle ideologie si sia sempre preferito anteporre la sacra trimurti delle questioni pratiche: la famiglia, il lavoro, la casa. In secondo luogo, le genti di montagna hanno sempre avuto la fama di essere sostanzialmente unite e compatte anche a livello di idee e convinzioni. Questo voto, al contrario, evidenzia che le divisioni non solo esistono, ma hanno cominciato a strutturarsi all'ombra di alcuni simboli politici.

Al lettore che giudica il dodici per cento un dato abbastanza basso e – diciamo così – fisiologico, vogliamo infine proporre un'ultimo spunto di riflessione, il più preoccupante di tutti. Nella recente tornata, la tanto vituperata legge elettorale, checché continui a sostenere qualcuno, ha funzionato a dovere. Il nostro Paese può tranquillamente affermare di essere incanalato sui binari di un bipartitismo perfetto che è l'imprinting di tante democrazie occidentali. Tuttavia è innegabile che tale risultato ha avuto un prezzo molto alto: quello di lasciare le forze massimaliste fuori dal Parlamento. Possiamo anche capire chi, con poca maturità, gioisce in maniera scomposta di questa storica novità. Ma non riusciamo a celare una certa preoccupazione. Il fatto che questi partiti restino comunque rappresentati a livello amministrativo, non ci esime dal pensare che non potendo più operare nell'ambito politico-istituzionale, l'anima di certi simboli si trasferirà automaticamente nelle piazze. Con la mancata presenza in Parlamento di sinistra e destra estreme viene meno una valvola di sfogo, il collettore delle istanze più spigolose e scomode della società. In un certo senso, questi partiti tornano in clandestinità, liberi di muoversi senza più scomode cravatte e impopolari argini. Il timore è che certi impeti ideologici si concretizzino, presto o tardi, in manifestazioni poco democratiche. Sicuramente è azzardato evocare una nuova stagione terroristica. Meno azzardato e più calzante al momento storico, l’invito a tenere gli occhi ben aperti e a vigilare sui fomiti dei fantasmi del passato.
("l'Adige" del 17 aprile 2008)