Presentazione a Trento




La presentazione di "Caro Alcide" è avvenuta venerdì 5 dicembre 2003, nella splendida Sala Aurora di Palazzo Trentini, davanti ad un folto pubblico composto da amici e colleghi giornalisti, ma anche da illustri personaggi della cultura e della politica trentina: Enrico Pancheri, Giorgio Grigolli, Mons. Igino Rogger, il sindaco di Borgo Laura Froner, solo per citarne alcuni. Dopo un breve saluto del vicepresidente del Consiglio, Nerio Giovanazzi, ha preso la parola il giornalista Franco de Battaglia che, oltre ad elogiare il testo e a ricostruirne in qualche modo la genesi, ha parlato attorno ad Alcide Degasperi citando anche alcuni aneddoti personali. Hanno quindi preso la parola la prof.ssa Maria Garbari e il prof. Armando Vadagnini per le loro appassionate ed approfondite prolusioni.

Esce "Caro Alcide,"

La presentazione ufficiale è fissata per venerdì 5 dicembre, ore 17, a Palazzo Trentini, Trento. E' previsto l'intervento della prof.ssa Maria Garbari, del prof. Armando Vadagnini e di Franco de Battaglia.



Condensare la vita di Alcide Degasperi in poche righe non è certamente pensabile. Sarebbe come provare a fare un riassunto del vocabolario, o una sintesi della Treccani. Quello che allora si potrebbe provare a fare è spiegare al lettore lo stato d’animo di chi con la storia di quell’uomo, con la sua memoria, ci convive da diversi anni. Quando, un po’ per gioco un po’ per curiosità, ho cominciato ad “occuparmi di lui”, il mio proposito era quello di fare un lavoro onesto, originale, pulito, ma di non coinvolgermi emotivamente. Ebbene, non è stato possibile farlo. La vita di Alcide, il suo cuore, la sua passione al “vero”, la sua dedizione alle umane esigenze di bellezza, verità e giustizia mi hanno conquistato. All’inizio l’ho trovato un personaggio freddo, altero, un po’ antipatico, addirittura. Poi, mi sono accorto di una cosa molto importante. C’è una frase della sig.ra Maria Romana, la primogenita del Presidente, che dice: “...non importa non averti conosciuto, non importa non esserti stato vicino, poiché basta saper guardare, essere disposti a crederti, ad amarti. Chi non è pronto a questo non ti troverà”. Proprio così. Un personaggio così carismatico, con una vita lunga e densa come mille vite, non lo puoi capire con lo studio, non lo puoi comprendere appieno con la mera erudizione. Ecco dove stava il segreto: bisognava essere disposti ad amarlo. Allora mi sono messo in gioco veramente. Mi sono buttato in questo progetto con tutto me stesso. Ed ecco che, col passare dei mesi, quella “statua di ghiaccio” cominciava a sciogliersi e diventava sempre più simile ad un uomo, ad un padre di famiglia, ad un marito affettuoso. La freddezza e l’austerità lasciavano il posto al calore, ad un’umanità impensata. Così ho imparato a convivere con lui, con le sue battaglie, i suoi impegni; ho imparato a volergli bene. Abbiamo lottato contro gli stessi avversari, abbiamo gioito delle stesse vittorie, ci siamo dati da fare per risolvere, ancora una volta, gli stessi problemi. In questi mesi, mi sono convinto di una cosa: l’artista non può tenere una gamba dentro ed una fuori. Lo possono fare i mercanti disonesti, gli impavidi cambiavalute, gli storici in malafede, i cattivi maestri. L’artista no. Così, ho ripercorso la vita del grande Statista trentino con solerzia, costanza e amore; quello stesso amore di cui la sig.ra Maria Romana auspica la presenza ogni qual volta ci si voglia occupare dell’opera del padre. Così è nato “Caro Alcide”, un testo che, ancora prima di essere pubblicato, ha incontrato il consenso dei tanti storici, giornalisti e politici a cui ho voluto sottoporlo. Senza l’incoraggiamento di alcuni tra loro, il libro non sarebbe mai nato. Lo so. Il libro non piacerà a tutti. Ci sarà qualcuno che sicuramente storcerà il naso; qualcuno per cui la Storia rimane intoccabile, come un sacrario, come un cumulo di cose morte, come una mummia che a toccarla va in frantumi. Probabilmente ci sarà pure chi – un po’ per moda un po’ per pigrizia mentale – arriverà ad accusarmi di revisionismo; ma io non posso farci niente se la Storia è sempre una revisione; credo sia nella sua stessa natura esserlo. Altrimenti, – come sosteneva Indro Montanelli – che senso avrebbe scrivere ancora altri libri? La Storia non dovrebbe insegnare solo come e quando i fatti sono accaduti, ma principalmente spiegarne il perché. Solo così Essa potrà esserci di aiuto, per trovare – nel Passato – una risposta alle mille assillanti domande che questo nostro Presente, così controverso e difficile, continuamente ci pone. Io non voglio rubare il mestiere agli storici. Se mi sono occupato di Storia è perché è stato il suo stesso fascino a tentarmi, è stata la Storia a scegliere me e non viceversa. No, non sono uno storico. Sono solo un narratore prestato alla Storia, così come Alcide Degasperi amò definirsi “Un trentino prestato all’Italia”. Con questo libro ho voluto solo rendere omaggio ad un uomo che ha sacrificato tutta la propria vita per un’Idea: per il Trentino prima, per l’Italia poi, per l’Europa, alla fine. Caldonazzo, novembre 2003 Pino Loperfido

Impressioni da una biblioteca



Quello che penso, entrando in questo posto fuori dal tempo, è che rischierei volentieri la galera per portarmi a casa un libro, un libricino solo, il più piccolo. Portarmi via, come una gazza ladra, un pezzo di questa cosa incredibile, di questo museo dell'aria, una scheggia della meraviglia per non poterla dimenticare mai più. Entrandovi devo impegnarmi a rimanere un uomo, un turista in cerca di emozioni, devo bilanciare bene il peso del corpo per non cadere, per non essere soggiogato dalla sorpresa, dall'inaspettato splendore. Vorrei abbracciarli questi libri, mangiarli, ma è un desiderio assurdo, dettato dal pensiero drogato; allora appoggio l'orecchio agli scaffali. I libri non si possono toccare, d'accordo... ma così riesco a sentirli... Ecco. Quel mormorio... Un'infinità di parole, suoni, sillabe che formano la storia del tempo, del mondo, il respiro della vita, il cuore degli uomini di ogni epoca. E intanto ho il gelo addosso, sento un freddo misterioso mentre me ne sto lì, a bocca aperta come un deficiente, un uomo piccolo che solo in quell'istante, messo a nudo dal tesoro di carta, si rende conto di essere un puntino nell'immensità della storia.
Dublino, Trinity College Library - Venerdì, 7 novembre 2003

Degasperi: politica e sentimenti

"Trentino" del 19 agosto 2003

Il ricordo. Oggi la cerimonia a Borgo per l'anniversario della morte dell'ex presidente del Consiglio Il ricordo del grande statista, attento alle piccole cose e alla gente comune
di Pino Loperfido

Una volta Alcide Degasperi, Presidente del Consiglio, visitò i Sassi di Matera. Quando gli dissero che lì dentro ci vivevano intere famiglie senza acqua, luce e fogna, lui pensò ad uno scherzo. Poi, realizzata la verità, si fece scuro in volto e, come una furia, tornò a Roma. In pochi anni, fece costruire La Martella, un nuovo paese, dal nulla. Dette una casa a tutta quella povera gente. Non lo fece per vanagloria o propaganda: semplicemente non poteva tollerare che all'uomo venisse tolta la dignità. Oggi La Martella, come tutte le periferie del mondo, è preda del degrado urbanistico. La desolazione, l'abbandono, l'incuria di quella cittadina fanno il paio con quel che rimane, oggi, del ricordo di Degasperi nelle giovani generazioni. Nulla resta del cuore di questo uomo che, come tutti i grandi uomini, è stato in grado di provare sentimenti estremi, opposti, spesso contrastanti e che, allo stesso tempo, è riuscito a dosare, distribuire, amministrare. Come se i sentimenti fossero gli ingredienti di una pietanza immangiabile: buoni se presi uno alla volta, rivoltanti se ingurgitati tutti assieme. Vediamoli allora, uno alla volta, alcuni ingredienti di questo Degasperi Alcide Amedeo Francesco, nato a Pieve Tesino, all'alba del 3 aprile 1881, da Amedeo fu Luigi e Maria Morandini. Partiamo dall'angoscia di quando, incaricato dal Consiglio Comunale di Trento, va a chiedere spiegazioni a Salisburgo riguardo alle deportazioni dei trentini. " Luogotenente, cos'è questa storia dei campi profughi?" Quello per tutta risposta gli notifica che da quel momento il Consiglio Comunale è sciolto. E scendendo dal treno, l'angoscia diventa paura nell'apprendere che l'Italia ha dichiarato guerra all'Austria. Poi la tenacia dei deputati trentini che al Parlamento di Vienna battono il pugno sul tavolo. "Signori, adesso basta! Qui stiamo passando il segno" Già, eccoli là, aggrappati agli scranni, Degasperi, Grandi, Conci, e gli altri... con i prince-nez, i cravattini, i guanti bianchi: indumenti d'altri tempi, ma una passione modernissima per il Trentino. Quindi lo stupore del deputato Degasperi che parla per la prima volta a Montecitorio. E quel realismo, quel parlare di cose concrete, per i "baroni" romani, ha il suono di una barzelletta. Poi la titubanza dell'innamorato quando nel chiedere la mano di Francesca Romani vuole subito mettere in chiaro come stanno le cose: "Io sono schiavo del servizio del pubblico", le dice "crede lei che sia giusto ch'io le domandi di adattarsi ad una simile schiavitù?" Quindi la disperazione dell'imputato quando il Tribunale fascista lo condanna al carcere per aver tentato l'espatrio. E lui, la notte che segue, non riesce nemmeno a pregare e, affondata la faccia sul pagliericcio, per tutta la notte mormora il nome di Dio. Ecco, adesso, l'incredulità per la caduta di Mussolini, per quell'evento atteso venti anni. Quando un notizia riesce a farti dimenticare chi sei e cosa fai; come se l'abitudine al dolore e al sacrificio possano fare di una gioia insperata ed improvvisa solo un altro dolore. Poi, l'orgoglio di rappresentare il proprio Paese in qualsiasi consesso: dall'umiliazione di Parigi al viaggio trionfale negli Stati Uniti. Infine, la semplicità con cui Degasperi Alcide Amedeo Francesco lascia questa vita, in Sella di Valsugana, lontano dai palazzi del potere, tra la gente semplice, che sarà quella che, pur standogli lontano, meglio lo capirà e saprà amarlo. Ecco alcuni ingredienti. Squisiti solo se assaggiati uno per volta. Perché per metterli assieme occorre un bravo cuoco che, nella nostra storia, non può essere che il ricordo. Quel paesino del materano, oggi così desolato, potrebbe risorgere molto facilmente: calce, vernice e un po' di buona volontà. Più difficile è attizzare il ricordo di un uomo morto da cinquant'anni, di cui a malapena, chi non sia storico né politico né studioso, conosce il nome. Come tentare di dar fuoco alla legna bagnata: è difficile da accendere, quasi impossibile. Poi, però, una volta partiti, tener viva la fiamma diventa un gioco da ragazzi.

«Caro Alcide»: lo statista riscoperto

Articolo apparso su il "Trentino" del 29 giugno 2003 Dopo il successo de «Il racconto del Cermis» il nuovo lavoro di Pino Loperfido è su Degasperi In un monologo schietto e drammatico la vita dell'uomo pubblico e privato


di Franco de Battaglia
Ci voleva un «non trentino» per rivolgersi ad Alcide De Gasperi, a 50 anni dalla sua morte, con una «Caro Alcide...», allo stesso tempo confidenziale e rispettoso, commosso e curioso della sua vita, nel secolo breve e lunghissimo che è stato il Novecento, fra due guerre e una pace che ancora non vuole realizzarsi. «Caro Alcide...». Chi l'avrebbe chiamato così - De Gasperi - se non forse la moglie Francesca? Per il Trentino il grande statista fa quasi parte del paesaggio, viene dato per scontato (e dimenticato), come un bosco o una montagna. E' là. Ora sono però i giovani che non l'hanno conosciuto, ma che ne sentono la presenza (o la nostalgia) lontana, al di là degli anniversari d'occasione, a volerlo riscoprire, a ricercarlo nei rapporti con una terra che può appartenere a patrie diverse (come era il Trentino, come è l'Europa), a scrutarlo nei suoi rapporti con la politica, con la famiglia, con Dio. «Caro Alcide...»: non tanto per confidenza, quanto per ricercare dall'uomo così austero una parola diretta, un'attenzione personale di incoraggiamento, la condivisione di quel suo stile non più ripetuto, che dovrà pur tornare ad essere punto di riferimento per una nuova stagione morale della convivenza, della politica. Come un figlio che dopo un lungo silenzio ritrova il suo vero padre. «Caro Alcide», è il nuovo testo drammatico che Pino Loperfido - l'autore del tragico, intenso, fortunatissimo «Racconto del Cermis» - ha voluto dedicare ad Alcide Degasperi. Dal Cermis a De Gasperi? Sì. Loperfido, che il Trentino vive, ed ama, e scruta, ha individuato questi due estremi come poli opposti di una tensione sotterranea in questa terra, capaci di una scintilla che valga a dare significato alla sua intera storia. Da un lato la tragedia del Cermis, i fili spezzati dagli aerei predatori della guerra globale, dall'altro l'uomo solo, che nella sua solitudine, pagando di persona incomprensioni, ingiustizie, ed anche insulti, costruisce, ricostruisce sulle macerie della storia. E degli uomini. La «storia» del Cermis è stata l'evento teatrale nazionale dell'anno passato. Portata in scena dal Teatro Stabile di Bolzano ha già ottenuto 120 repliche nella straordinaria interpretazione di Andrea Castelli. «Caro Alcide: Degasperi Alcide, Amedeo, Francesco, storia di un italiano», è ancora un copione di 90 pagine, rilegato in una copertina gialla, in attesa di essere letto, interpretato, annunciato ai giovani attraverso quella forma di comunicazione che è il teatro, l'incontro diretto delle parole, delle voci, dei corpi, delle emozioni. E' nel teatro che crescono le coscienze. Chi ha letto il copione vi si è riconosciuto per il linguaggio diretto, per la ricostruzione schietta, non ipocrita degli avvenimenti, per le emozioni e i giudizi che il testo comunica nello scandire i colloqui con De Gasperi (il «ricordargli», da parte dell'autore, le tappe della sua vita) con i secchi flash d'agenzia che riportano la drammaticità degli avvenimenti storici, alternati poi a commenti «popolari» in dialetto che esprimono invece, quasi in un controcanto, i sentimenti della gente umile, di quel popolo per il quale De Gasperi lavorava e che De Gasperi amava. Il copione è stato letto da Maria Romana (in realtà non è così, n.d.a.), la figlia dello statista, e le è piaciuto. Ora attende di essere diffuso, portato magari nelle scuole visto che la «spinta» che ha portato Pino Loperfido a scriverlo è stata proprio l'incontro con la personalità morale di De Gasperi, la sua salda autenticità. «Mi sono messo a scrivere su De Gasperi - commenta il suo testo Pino Loperfido - colpito da due cose: il silenzio che è sceso su di lui e la sua normalità». Il silenzio, dopo un accenno di riscoperta dovuto alla causa di beatificazione, è davvero impressionante per una figura di tale livello: «Se un turista, o un viaggiatore curioso, venendo a Trento, patria di De Gasperi, entra in una libreria e chiede un libro su di lui non lo trova. Nelle altre città d'Italia è ancora peggio. Su internet non c'è niente, la bibliografia è scarsa. Ci sono i libri della figlia, qualche ricordo di Andreotti, l'opera di Armando Vadagnini e Paolo Piccoli per la "Panorama"...». Quanto alla «normalità» - continua Loperfido - è proprio ciò che mi ha attirato in lui. Ciò che colpisce è la straordinarietà di quanto ha realizzato pur nel suo essere persona normale, ordinaria. Non era Cesare Battisti, non era il martire». Loperfido ripercorre anche momenti poco noti o rimossi della vita dello statista: la sua prigionia, l'interrogatorio dei fascisti, la caduta del fascismo il 25 luglio, mentre si trovava ospite di Guglielmo Marconi (Umberto Marconi, n.d.a.), il suo commento, che dice tutto sul carattere dell'uomo: «Quando attendi per vent'anni un momento può capitare che la gioia attesa diventi dolore. Non riesco a provare felicità». Questo era De Gasperi. Non si aspettava felicità per sé, cercava di costruire una dimora per la felicità degli altri. Forse per questo, fra tante diffidenze politiche, era amato dalla gente comune. Ed egli non nelle ville o nei palazzi, ma nella piccola casa di Sella, in Valsugana, cercava i pochi momenti di serenità. E' questa dimensione che ha colpito Loperifdo e l'ha portato a scrivere: l'umanità di De Gasperi, la sua tristezza anche, una vita in apparenza perdente, tradita alla fine dal suo stesso partito, e però vincente sul piano storico, italiano ed europeo.
IL RITRATTO Cercando risposte sul presente dal passato Pino Loperfido ha assunto notorietà nazionale come autore di teatro con «Il racconto del Cermis», Premio Bolzano Teatro 2001, Premio Chianciano (in giuria Sergio Zavoli, Corrado Augias, Lidia Ravera). Recitato da Andrea Castelli il «Cermis» ha raggiunto le 120 repliche in tutta Italia. Pino Loperfido è nato a Milano nel 1968 ed ha vissuto infanzia e giovinezza ad Acquaviva delle Fonti, in Puglia. Vive nel Trentino (abita a Caldonazzo) dal 1993. Impiegato in un'azienda editoriale si alza alle cinque del mattino per scrivere e va a letto presto la sera per leggere (nutre una «passione sfrenata» per i racconti di Flannery O'Connor, ma predilige la narrativa italiana). Il resto del tempo lo dedica alla moglie ed ai due figli. Del suo lavoro di Degasperi, scritto quasi di getto, ma preceduto da ricerche durate anni (che lo hanno portato a rivalutare, fra l'altro, la figura dell'arcivescovo Celestino Endrici, il primo a «scoprire» Degasperi e ad affidargli, giovanissimo, il giornale diocesano) dice che può avere un ruolo nell'avvicinare alla politica e alla storia le giovani generazioni (ma non solo quelle). «La mia paura - aggiunge - è che le celebrazioni dell'anno prossimo si perdano nel solito "bailamme" di ricordi riservati a pochi eletti, o nei comizi dei politici, o nelle grigie aule dei convegni. "Caro Alcide" vuole colmare il gran vuoto che riguardo alla figura dello statista c'è nelle librerie italiane. Poi se una compagnia o un attore, o un produttore teatrale vorranno investire su questo testo allora gli obiettivi saranno due. Nel marasma e nella leggerezza di tante manifestazioni in Trentino per i turisti, soprattutto in estate, penso a quanto potrebbe risultare incisiva una recita il 19 agosto a Sella o sotto il monumento (opportunamente ripuliti!) di Piazza Venezia».

"Esponente di chiara fama"

L'Unione Nazionale Scrittori e Artisti mi ha conferito la qualifica di socio onorario, annoverandomi fra gli Esponenti di Chiara Fama dell'Albo degli Scrittori e degli Artisti Italiani ed Europei.
L’Unione Nazionale Scrittori e Artisti (o più brevemente anche UNS) è un'organizzazione sindacale libera ed unitaria, con ordinamento interno a base democratica, nello spirito dell'art. 39 della Costituzione Italiana e della legislazione vigente in materia, nonché nel rispetto dei principi di libertà e democrazia, così come contemplati anche nei Trattati europei e nelle Convenzioni internazionali. Il sindacato degli scrittori viene fondato, nell’immediato dopoguerra, da alcuni celebri letterati dell’epoca, fra i quali Corrado Alvaro, Libero Bigiaretti e Francesco Jovine. Attualmente l'UNS è presiduto da Stanislao Nievo; nel consiglio di Presidenza compaiono i nomi di Fernanda Pivano, Raffaele La Capria, Vincenzo Consolo.

Ancora in scena

Cermis, cinque anni dopo. Si è conclusa i primi di marzo la tournée dello spettacolo prodotto dal Teatro Stabile per la regia di Paolo Bonaldi e l’interpretazione dell’attore e drammaturgo trentino Andrea Castelli: “Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis” (testo di Pino Loperfido, vincitore del Premio Bolzano Teatro e del premio Chianciano) taglia così il traguardo del suo secondo anno di successi, mantenendo vivo il ricordo agghiacciante di una tragedia che ha profondamente turbato l’opinione pubblica internazionale. Da Trieste fino a Torino, passando per Trento e Bolzano, la pièce ha sempre coinvolto gli spettatori in un monologo di impegno civile con un riscontro assolutamente positivo tra la critica e tra il pubblico. In occasione del V anniversario del disastro la memoria di quel giorno terribile è stata celebrata nel capoluogo trentino, presso il Centro S. Chiara. “ Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis” è un monologo che ricostruisce i fatti del 3 febbraio 1998, quando un aereo Prowler, della base americana di Aviano tranciò di netto i cavi della funivia del Cermis , nota località sciistica della Val di Fiemme, facendo precipitare nel vuoto una cabina e causando la morte delle venti persone a bordo. La figura del narratore è ispirata al manovratore superstite, quello della cabina appena sfiorata dallo spericolato aereo statunitense e rimasta “lì, appiccicata alla morte”. Loperfido scrive un testo tanto di impegno civile, ispirato dichiaratamente al “Vajont” di Marco Paolini, quanto di forte coinvolgimento e di poetica umanità. Il monologo del protagonista, caratterizzato da un intreccio linguistico fra italiano e dialetto, diventa il paradigma della solitudine umana, di una certa incomunicabilità. “ Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis” è il grido di dolore di un uomo che assiste impotente a una scena raccapricciante, talmente assurda – un aereo contro una funivia – che potrebbe far pensare ad un’allucinazione, ad un folle inganno della psiche. Un grido affidato alla sensibilità di un’eccezionale Andrea Castelli, capace di far rivivere lo sgomento davanti a un dramma che si poteva benissimo evitare. Lo spettacolo verrà ripreso nella prossima stagione teatrale, rinnovando il sodalizio nato tra Andrea Castelli e lo Stabile di Bolzano, che proseguirà anche con una nuova produzione dedicata al grande autore veneto del 500, Ruzante.
Dal sito www.teatro-bolzano.it

3 febbraio 1998 - 3 febbraio 2003



Penso che sono passati cinque anni da quel pomeriggio e la gente segue il vento. Poche righe sui giornali, comunicati stampa di pura pietà, tanto per mettersi a posto la coscienza. Penso al piccolo Philip che quest'anno avrebbe raggiunto la maggiore età, avrebbe preso la patente... Penso che fa tanto freddo. Dentro. Penso a tutto questo e guardo la gente. Che segue il vento. Sì, perché la mia paura è che abbiano proprio ragione gli scettici, quelli che in questi due anni non mi hanno detto altro: "E' tutto inutile... Dimenticheranno..." Già. E' facile commuoversi a un funerale, più difficile farlo cinque anni dopo. E più guardo le persone, più aumenta la consapevolezza in me di quanto egoismo ci sia, di quanta voglia di seguire le mode. Proprio così. Si corre dietro alla moda. E dietro alla Tv. Al di là di questi due nuovi padroni del mondo non vedo nulla. Avevi ragione, caro scettico, la gente dimentica le cose, i morti, le sciagure... li dimentica quando sono passati di moda; e il dolore torna ad essere un fatto privato, torna a rinchiudersi tra le quattro mura dei parenti che hanno perso figli, padri, nipoti... Adesso va di moda la pace. No, non quella, non quello stato di coscienza e di convivenza che non esiste. Mi riferisco a quelle curiose bandiere che sempre più spesso si vedono appese alle finestre. Eccola, la nuova moda: bandiere in technicolor che garriscono di presunzione, che sembrano dire ai passanti: "Oh! guerrafondai che non siete altro!" Che sciocchezza... Tutti siamo per la pace. Chi non lo è? Ed è un peccato che la pace, quella vera, non esista. Insomma. Sono passati cinque anni; penso a tutto il lavoro fatto e mi domando sempre di più se non sia stato tutto inutile. E fa freddo. Dentro. p.l.

Su Alpinia.net

Recensione apparsa su www.alpinia.net, sito specializzato in editoria di montagna
" 'Sti venti disgraziati erano lì nella cabina, tranquilli, sorridenti. Hanno sentito un rumore, un rombo selvaggio. Qualcuno deve anche avere alzato gli occhi verso l'alto, forse ha appena fatto in tempo a intravvedere la sagoma del predatore. Poi una botta tremenda, tutti che sbattono a destra e a sinistra, urlano si agitano disperati. E, infine, l'ultimo pezzo di corsa: la caduta.." . Ecco alcune frasi tremende tratte da Ciò che non si può dire, il racconto del Cermis, un avvenimento del 1998 che ha suscitato tanti sentimenti: dolore per le venti vittime innocenti, rabbia per gli insabbiamenti e i tentativi di depistaggio, sgomento per la mancata punizione dei colpevoli. Vajont, Ustica, Cermis sono alcuni nomi tristemente famosi per avvenimenti dolosi che sono rimasti senza colpevoli, senza motivazioni, ma con la certezza del dolore e del lutto che ha colpito tante famiglie; chi scrive libri su argomenti così delicati, che appartengono al cosiddetto segreto di stato deve affrontare difficoltà di ogni genere, minacce aperte o indotte, emarginazioni e lo stesso coraggio viene richiesto a chi ne pubblica i contenuti. Lo stile è quello del monologo teatrale: il manovratore della cabina che saliva, salvatosi miracolosamente, narra la storia di questo impianto sfortunato e tragico, a partire dal 9 Marzo 1976, nel quale fu testimone del primo disastro del Cermis: la funivia cadde per un guasto tecnico e fu un'altra tragedia... In modo semplice e terribile si snodano i fatti: i ricordi del primo avvenimento, i presentimenti di quel giorno, l'incidente, il dolore, le menzogne, gli insabbiamenti e infine il turpe scambio tra i governi americano e italiano, a fronte di un maxi risarcimento e soprattutto del rimpatrio di una terrorista condannata per concorso in assassinio e detenuta in USA, i piloti furono assolti da quella che fu forse la conseguenza della scommessa di alcune bottiglie di birra... venti vite umane per una bevuta... A volte troviamo libri che si leggono tutti d'un fiato, che affascinano, questo non è di quelli: è ruvido come la carta vetrata, ferisce, fa provare fastidio e dolore, anche per questo l'autore Pino Loperfido deve essere apprezzato e ammirato, perchè ha saputo descrivere senza veli nè ipocrisie una tragedia dell'ipocrisia... © Filippo Zolezzi

Intervista a Castelli 2

Intervista uscita sul "Trentino" di venerdì 24 gennaio
Castelli ritorna in regione con il commovente Cermis
La seconda tournée dell'attore trentino



di Fabio Zamboni
TRENTO. «Castelli dà voce magistralmente all'unico superstite della tragedia del Cermis...»; «Un racconto capace di evocare luoghi e volti, grazie anche alle notevoli capacità interpretative di Castelli...»; e ancora: «...un monologo incalzante e sferzante...». Così i giornali veneti e friulani su "Ciò che non si può dire, il racconto del Cermis", il lavoro scritto da Pino Loperfido, prodotto dallo Stabile di Bolzano e interpretato dall'attore trentino Andrea Castelli. Che sta cogliendo lusinghieri successi nella sua seconda stagione di repliche e che in questo periodo è in scena appunto nel Veneto e in Friuli, prima di ritornare in regione: dal 28 gennaio al 2 febbraio a Trento, dal 14 al 21 febbraio a Bolzano. Per sentire come Castelli vive questo successo ma soprattutto come affronta il ritorno in regione con questo monologo, lo intervistiamo, al telefono, mentre si trova nel camerino del teatro "Rossetti" di Trieste in attesa di andare in scena nella pomeridiana in cartellone anche ieri. Ultima repliche a Trieste, dopo Aviano e altre piazze venete: con ottime recensioni. Alla seconda tournée, dopo dozzine di repliche, non sembra che affiorino segnali di routine. É un lavoro che coinvolge inesorabilmente ogni volta che sale sul palco? É così: coinvolge il pubblico ogni volta, e allo stesso modo coinvolge me stesso. Questo non è un monologo che ti consente, in una serata fiacca, di dire: vabbè, stasera tiro via, senza dannarmi. Una volta che sei dentro questa storia, è proprio bello raccontarla, dentro silenzi commossi, davanti a gente che poi viene a cercarti in camerino, per approfondire. Dal 28 a Trento, poi a Bolzano, con un supplemento di emozione oppure no? E come mai il 3 febbraio, nel quinto anniversario della tragedia, nessuna replica? É una scelta? E' un caso: anche l'anno scorso la recita clou è stata la sera del 2, non il 3. Per quanto riguarda l'emozione, direi di sì. Tanti, a Trento, non hanno ancora visto lo spettacolo e quindi so che c'è molta attesa. E poi questa volta vado in scena allo Sperimentale, che è più raccolto, più adatto a questo tipo di monologo. La messinscena non ha subito ritocchi: ci sono ancora quei venti nomi sul fondale al termine dello spettacolo? Quei nomi ci sono ancora, ma è notevolmente accelerato il ritmo della loro proiezione sullo schermo: li proponiamo in un minuto anziché in tre, alleggerendo il peso di questo "pugno nello stomaco". Qualche episodio curioso, in questa seconda stagione, un aneddoto? Giusto ieri, alla pomeridiana qui a Trieste: una signora a un certo punto interviene per chiedermi: ma quanto era alta la funivia? Le dico: signora, ci sto per arrivare. Si va avanti e dopo un po' mentre parlo del ministro competente dei sorvoli degli aerei militari, interviene un altro spettatore per sapere chi era il ministro. "Andreatta", gli dico. Insomma, lo spettacolo stava per trasformarsi in un dibattito e questo vuol dire che la gente partecipa davvero. Alla fine sono venuti sotto il palco, andando avanti con le domande. I suoi fans tradizionali l'hanno "spiata", al momento di andare in scena con un lavoro drammatico: ce la farà a non farci ridere? E adesso che è tornato a un lavoro comico con gli Spiazaroi e che sta lavorando su un testo di Ruzante, farà invece fatica a ritornare alla risata pura? No, no, non farò fatica. E sono anzi molto contento di aver fatto questa esperienza, di aver dimostrato - a me stesso prima di tutto - di potermi cimentare con il drammatico. Lo scorso anno al debutto di Bolzano ero agitatissimo. Poi tutto è passato, e ho acquisito una nuova sicurezza. Parliamo allora di questo Ruzante, prodotto dallo Stabile di Bolzano. E' un po' presto per parlare dello spettacolo. Siamo ancora nella fase della traduzione dal dialetto veneto a quello trentino. Devo trovare la chiave per riproporlo in maniera adeguata. Poi con Bernardi decideremo come farlo...

Su Questotrentino

Presentazione dello spettacolo, a cura Stefano Scardicchia. Da Questotrentino del 15 gennaio 2003.

Si avvicina il 3 febbraio, una data che in Trentino ha ormai da cinque anni un sapore amaro. Forse non tutti ricordano quando è successo esattamente, che proprio allora un Prowler americano tranciò i cavi di una funivia, trasformando il Cermis in un luogo di massacro, in un caso internazionale (archiviato). Pochi secondi di terrore che dopo qualche tempo divennero un libro e uno spettacolo. Bisognava raccontare “ciò che non si può dire”, senza retorica, senza le solite passerelle dei politici affranti, arrabbiati o sul piede di guerra. A parlare sarà un sopravvissuto, il manovratore che ha visto “l’incidente” mentre era sospeso sulla cabina di fronte. Sentiremo di nuovo le sue parole, come l’anno scorso all’Auditorium. Peccato che stavolta dovremo accontentarci dello spazio ben più limitato dello Sperimentale… Ma il sugo non cambia. Il mito dell’America, di Paul Newman, andrà a braccetto con le basi militari, metterà a nudo le contraddizioni di un paese, l’Italia, che quando sogna si lascia conquistare dai suoi sogni. In nome del Turismo distrugge la natura e in nome di un Patto rinnega la sua sovranità territoriale. Costruire al Cermis o ad Aviano non è la stessa cosa, eppure esiste un filo rosso che lega i destini di entrambi. Se avete già visto lo spettacolo, rivedetelo; e se non avete ancora letto il libro, leggetelo, perché lì troverete più domande, più dubbi, più risposte. Sulla carta di solito si osa un po’ di più. Crediamo, comunque, che quello con Loperfido e Castelli diverrà un appuntamento fisso nei teatri del Trentino. E sempre allo scoccare del fatidico 3 febbraio. Non sarà, però, una “commemorazione”, una trafila di frasi fatte. Sarà invece un’esperienza in grado di graffiarci, farci ridere e piangere, restare impietriti come gli alberi. Ma gli alberi non dimenticano, segnano tutto nei loro tronchi. Noi, forse, dovremmo solo imparare a uralre più di loro.

Su "Il Piccolo" di Trieste

La terribile sciagura della funivia del Trentino nel racconto di Pino Loperfido con Andrea Castelli

Cermis, ciò che non si è potuto dire
L’autore: «L’imbecillità degli esseri umani non ha né sesso né patria»


PORDENONE «La terribile sciagura che ha portato alla morte di venti persone in seguito al violento impatto tra l'aereo statunitense EA-6B Prowler ed i cavi della funivia del Cermis, è stata causata dalla sistematica violazione, da parte dell'equipaggio dell'aereo, delle regole di volo a cui era vincolata quella missione di addestramento (...). Si deve osservare come i componenti del volo incriminato, assumendo un comportamento indisciplinato, abbiano volontariamente manovrato l'aereo in modo aggressivo, volando notevolmente più in basso e più velocemente di quanto consentito». Giusto per chiarire si tratta di un breve stralcio delle conclusioni della commissione d'inchiesta del Parlamento italiano sulla tragedia del Cermis. Lo spettacolo «Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis» andato in scena venerdì sera a Pordenone in prima regionale è altra cosa. Uno spettacolo sulla memoria, la memoria di un evento che più della tragedia porta il segno dell'imbecillità umana. Scritto da un giovane autore milanese - Pino Loperfido - che da tempo vive in Trentino, «Il racconto del Cermis» è stato portato sulla scena dallo Stabile di Bolzano per la regia di Paolo Bonaldi e interpretato da un sensibile attore comico come Andrea Castelli. Una semplice sedia e la sagoma di un aereo disegnato con le luci sono gli unici elementi in scena. Per il resto Castelli ripercorre la storia personale dell'unico superstite, Francesco (Marino Costa), l'altro macchinista che resterà appeso all'altro capo della montagna, impotente e disperato testimone, fino all'arrivo dei soccorsi. È proprio la vicenda personale di Francesco il tema conduttore di questa rappresentazione che, anche se si ispira fortemente al «Racconto del Vajont» di Vacis e Paolini, pone l'accento più sull'aspetto biografico, emotivo, teatrale che non i numeri di quella triste sciagura. Quello che Loperfido ne cava fuori con la complicità di Castelli e la regia di Bonaldi calibrata su un bel gioco di luci è una denuncia della imbecillità umana. Della tragedia gli unici nomi che saltano fuori sono quelli delle venti vittime; non il nome di uno dei quattro piloti o degli alti gradi militari, sia americani che italiani. Perfino silenzio sul nome del ministro che, in forza ai segretissimi accordi bilaterali Stati Uniti-Italia del 1954/55, giustificava allora l'addestramento a bassa quota perché «è inevitabile a causa dell'alta densità di popolazione in Italia». Non un nome, perché Loperfido non è antiamericano, ma consapevole che «l'imbecillità degli esseri umani non ha né sesso né patria». «La vita non insegna niente a quelli che non vogliono ascoltare» recita Castelli nel finale. Ma le conclusioni a cui giunge chi ha avuto la pazienza di ascoltare questa storia poi non così lontana (era il 13 febbraio 1998) sono le stesse a cui giunse la commissione d'inchiesta parlamentare. Anche senza fare i nomi o menzionare le condanne (6 mesi al capitano, radiazione al navigatore e assoluzione agli altri due membri dell'equipaggio). Perché la loro imbecilità li condannera ogni mattina, quando si guarderanno allo specchio. «Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis» andrà in scena da martedì a domenica 26 alla Sala Bartoli del Politeama Rossetti.
Teresa Bobich