2006
Ciao, Pippo
31 10 06 14:32 Archiviato in: Pensieri

Ora che Pippo Mazzeo se n’è andato, chi in Trentino ama la cultura e, per lavoro o per passione, la promuove non può non sentirsi un po’ più solo. E non è retorica, ma la semplice constatazione di un fatto. Prima di tutto perché Mazzeo non era solo un appassionato che organizza eventi tentando freddamente di fare quadrare i bilanci, ma era soprattutto un uomo che amava l’arte, per l’arte viveva e nell’arte aveva completamente immerso la propria esistenza. La sua semplicità e la sua modestia erano spesso disarmanti. La sua ambizione più grande era che l’arte trionfasse comunque, anche a scapito dei propri interessi. Così, ad esempio, più che riportare a Trento buoni cantanti, gli dava soddisfazione il dovervi rinunciare perché ad un certo punto essi avevano “fatto carriera” erano divenuti troppo impegnativi per il modesto budget di cui disponeva. E chi lo conosceva sa bene di quanto lui gioisse e fosse orgoglioso dei successi dei “suoi” artisti nel mondo. Il suo rapporto con loro era prima di tutto umano, fatto di parole e gesti dettati dal cuore e dalla grande passione comune per la musica. La sua non era una cultura fatta di uffici stampa, bilanci e di velleitarie assemblee programmatiche, ma di semplice condivisione dell’arte, incontro di intenti avente come finalità ultima la fruizione del pubblico e, per quanto possibile, una sua educazione alla bellezza.
Quando tentava di trasmetterti una sua idea, poi, Pippo era un vero e proprio spettacolo. Un fiume in piena che da un momento all’altro può rompere gli argini. Voleva dirti tutto e subito, si crucciava del fatto che noi poveri esseri umani fossimo costretti ad usare le parole per comunicare, quando sarebbero potuti bastare un paio di sguardi eloquenti. La passione trascendeva la sua essenza umana e ne metteva a nudo la debolezza, l’insignificanza di fronte alla maestosità dell’arte. Così, poco tempo fa, quando mi chiese un nuovo lavoro per i suoi amati “Concerti della domenica”… Si era “innamorato” di un documentario, “Mi ricordo, sì io mi ricordo”, dove un Marcello Mastroianni oramai minato dal male, parla a ruota libera della sua vita e della sua carriera. Pippo non lo diceva, ma si capiva che si era immedesimato in quella figura sofferente che ha tante cose da raccontare, e si rende conto di avere ormai poco tempo a disposizione. “Ecco, vedi”, mi diceva “a me piacerebbe un testo così. Sul ricordo”. E certamente pensava alla sua vita, a ciò che di bello aveva fatto per la cultura della propria città, della propria provincia in tutti quegli anni. Aveva come il bisogno – una necessità quasi fisica – di mettere per iscritto il lavoro fatto, perché non corresse il rischio di perdersi nel mare inflazionato di manifestazioni, sagre, festival, rassegne che animano, spesso in maniera disordinata e infruttuosa, le nostre città.
La sua preoccupazione era tutta per il dopo, per il futuro di quella splendida avventura artistica da lui iniziata tanti anni prima. Aveva paura che senza di lui non se ne sarebbe fatto più nulla. Sin da quel giorno – anni fa – in cui mi annunciò, con quella sua dolce ironia, di avere un “ospite” poco gradito addosso. Ecco allora, che questo piccolo ricordo vuole essere, in chiusura, un grido d’allarme e un accorato appello a quelle Istituzioni che per tanti anni con Pippo Mazzeo hanno collaborato attivamente. Facciamo in modo che quanto seminato da quell’uomo illuminato non vada perduto. “I Concerti della Domenica” e “Musica nei Castelli” sono oramai diventati un punto di riferimento preciso e irrinunciabile per migliaia di appassionati. Sarebbe un delitto se essi, venuto meno il loro vero e unico motore propulsore, divenissero improvvisamente una cosa del passato, un bel periodo della nostra storia culturale da ricordare con nostalgia. L’auspicio è anzi che tali manifestazioni vengano rilanciate e su di esse si investano risorse con sempre maggiore convinzione. Per non deludere le attese di tanti affezionati spettatori, per non gettare alle ortiche un grandissimo valore aggiunto, ma soprattutto per onorare in maniera definitiva e costruttiva la memoria del loro ideatore.
"Trentino" del 31 ottobre 2006
Cina, Mart e diritti umani
18 09 06 14:31 Archiviato in: Articoli

Può l’arte essere il mezzo per parlare dei diritti universali dell’uomo, del diritto che l’uomo ha di vedere soddisfatte le proprie esigenze primarie di verità, bellezza e giustizia? Possono i quadri di un Depero o di un Guttuso aprire gli occhi a chi ancora non vede, o fa finta di non vedere, quanto ancora avviene in Cina riguardo al rispetto dei diritti umani?
Le domande sorgono spontanee nell’assistere al grande evento che vede come protagonista il Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto che il 9 settembre scorso ha inaugurato al Namoc, National art museum of China, di Pechino una mostra sulla grande arte italiana del Novecento. Gli organizzatori e i politici trentini presenti hanno parlato di grandi prospettive di cooperazione culturale tra i due Paesi, di valorizzazione degli investimenti, di consolidamento dei rapporti, di svariati progetti di interscambio. Un velo di imbarazzante silenzio, invece, pare sia stato steso sulle gravi e numerose limitazioni che ancora esistono in Cina riguardo alle libertà essenziali dell’essere umano.
Quella religiosa, ad esempio. Due giorni dopo l’inaugurazione della mostra di Pechino, Monsignor Martino Wu Qinjing, vescovo di Zhouzhi, secondo quanto riferito dall’agenzia Asia News, è stato arrestato alle 10 di sera da circa 30 poliziotti che hanno fatto irruzione nella parrocchia dove l’alto prelato dormiva. Gli agenti hanno prima allontanato un anziano sacerdote di 80 anni, quattro seminaristi e quattro suore che cercavano di fermarli e poi, senza fornire alcuna accusa, hanno prelevato il presule e lo hanno portato in un luogo sconosciuto.
Non ci vuole un grande esperto di politica internazionale per capire che non ci può essere libertà economica se prima non v’è libertà religiosa. Ogni libertà è legata ad un’altra, come diceva John Kennedy. E se la Cina registra un’altissima crescita del Pil lo deve anche a migliaia di bambini sfruttati e sottoposti ad orari di lavoro disumani, in ambienti insalubri e con stipendi da fame. E non ci sono sindacati che possano contestare tutto ciò, dacché da quelle parti ogni organizzazione sindacale è considerata fuorilegge.
Qui ogni anno la giustizia fa fucilare o sopprime per iniezione letale almeno diecimila persone: cinque volte più delle condanne a morte eseguite in tutto il resto del mondo, America compresa. E quella della soppressione della vita umana sembra una cultura perversa destinata a crescere se pensiamo che più di una volta le esecuzioni si svolgono al’interno dei palazzetti dello sport dove intere scolaresche delle classi elementari e medie vengono chiamate ad assistere al triste spettacolo.
E che dire della sistematica pratica delle sterilizzazioni e degli aborti forzati per contenere la crescita demografica? Nelle zone rurali è permessa la nascita di un solo figlio maschio; il secondo si può concepire solo dietro il pagamento di una tassa altissima (circa diecimila euro). Per questo motivo le campagne si vanno sempre più spopolando.
Un accenno, infine, all’oppressione e la persecuzione del popolo tibetano, il cui Governo, ancora oggi, è costretto all’esilio in conseguenza dell’invasione cinese del 1950, una chiara violazione delle leggi internazionali riconosciuta in più occasioni dalle Nazioni Unite.
Certo, affrontare questi temi – si dirà – è compito della politica estera e della diplomazia internazionale e non di chi si occupa di diffondere la bellezza dell’arte. È vero. Per questo motivo la speranza questa volta è che alla denuncia ci pensi l’arte stessa e dietro ai lustrini del grande evento mediatico ci sia la protesta silenziosa di questi immortali artisti italiani, eponimi della creatività di casa nostra, incorruttibili giudici degli errori umani. L’augurio è che siano le pennellate di Morandi, di Boccioni e di Carrà a far capire ai cinesi che un cambiamento è necessario, che non si diventa un grande Paese moderno solo grazie all’economia o stando al primo posto di un medagliere olimpico. Che non è possibile mascherarsi da Paese libero, nascondendosi dietro al paravento appariscente della cultura; un paravento troppo corto che lascia intravvedere quanto di marcio ancora esiste in quella nazione.
"Trentino" del 18 settembre 2006
Intervista a Salvatore Settis
08 09 06 14:28 Archiviato in: Articoli

Ogni volta che escono un suo libro o un suo articolo nelle stanze della politica c’è qualcuno che fa un salto sulla sedia. I suoi richiami ad una maggiore attenzione del Governo nei confronti del patrimonio culturale sono simili a quelli di un padre severo che ha a cuore l’avvenire dei propri figli. Stiamo parlando di Salvatore Settis, Direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, coordinatore del comitato scientifico del MART e neopresidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Il suo libro precedente, “Italia S.p.A.”, aveva creato un certo scompiglio tra le fila del Governo, denunciando aspramente la logica che portava ad equiparare i beni culturali ad una merce che crea profitto. Nella sua ultima fatica editoriale, intitolata “Battaglie senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto”, Settis organizza e raccoglie i suoi articoli ed interventi sull’attualità dei beni culturali dal 2002 ad oggi. Un vero e proprio castigo per quanti (e sono ancora in tanti) ancora non si rendono conto che non è il bene culturale a creare reddito, bensì l’indotto che da essi deriva. La politica deve fare la sua parte e finirla, una volta per tutte, di nascondersi dietro al dito delle emergenze economiche, vere o presunte, e continuare tagliare i fondi, peraltro esigui, della cultura.
Il libro è stato presentato ieri sera a Rovereto. Assieme all’autore c’erano l’avvocato Gianluigi Ceruti,docente di Legislazione ambientale e delle aree protette nel corso di Laurea specialistica in Gestione dell’ambiente naturale e delle aree protette nell'Università di Camerino e “padre” della legge nazionale sui parchi e sulle aree protette del 1991 e il dott. Franco Marzatico, archeologo, direttore del Museo Castello del Buonconsiglio di Trento dal 1995 e socio dell’Accademia degli Agiati. L’incontro è stato moderato da Salvatore Ferrari, storico dell’arte e vicepresidente della sezione trentina di Italia Nostra.
Professor Settis, nella storia moderna la tutela e la preservazione del patrimonio culturale dello Stato è sempre stata preceduta e soverchiata da altre urgenze, o presunte tali. Sembra che in un Paese in perenne emergenza non ci sia spazio per la cultura. Quel poco che le si concede assomiglia più ad un’elemosina che ad un vero e proprio investimento.
Presso molti politici ha finito per prevalere l’idea falsa secondo cui gli investimenti in cultura, non parlo solo dei beni culturali, ma pure di ricerca e università, sia una specie di lusso. Qualcosa che si fa quando restano dei soldi. Viceversa sono un investimento sul nostro futuro, essenziale per tutti, in particolare per un Paese come il nostro che della sua tradizione culturale dovrebbe essere fiero e su di essa dovrebbe costruire il proprio futuro. Concepire la cultura come investimento è una cosa ormai riconosciuta anche dai più grandi economisti: l’attuale premio Nobel, ad esempio, vede l’elemento identitario che fanno parte della cultura dei vari popoli come uno dei fattori determinanti nello sviluppo dell’economia.
La nostra Costituzione prevede che i valori estetico-culturali non possano essere mai subordinati ad altri valori, ad esempio a quello economico.
Appunto. Non per niente il Presidente Ciampi ha più volte detto che l’articolo più originale della nostra Costituzione è l’articolo 9, che è quello sulla tutela del patrimonio e del paesaggio. E la nostra Costituzione, essendo stata scritta negli anni Quaranta, è stata straordinariamente lungimirante nell’affermare come principio quello che oggi gli economisti e i sociologi hanno scoperto negli ultimi anni.
In che maniera i beni culturali potrebbero davvero essere importanti per la crescita civile o economica del Paese?
I beni culturali sono già importanti, anche se li trascuriamo, perché è dimostrato che la produttività e la creatività individuale, oltre che collettiva, sono stimolati da un ambiente gradevole, da una generale qualità della vita e anche dalla soddisfazione della propria identità culturale. È una banalità: si lavora meglio in un ambiente più bello e quando si è contenti di quello che si è. I beni culturali aiutano a conquistare questa autocoscienza. È un errore invece puntare sulla redditività immediata della cultura, sul fatto che vendendo i quadri o i palazzi si potrebbero ricavare dei soldi o che aumentando i prezzi dei biglietti dei musei si incassa un po’ di più. Queste cose si possono fare o non fare ma sono assolutamente marginali.
Quali dovranno essere le politiche migliori per rilanciare questa importante, ma troppo spesso trascurata risorsa? È solo la politica ad avere responsabilità in tal senso o dovrebbero essere pure i cittadini a prendersi a cuore la questione?
Dovrebbero essere i cittadini, ma di contro la politica dovrebbe essere l’espressione dei cittadini. Io credo che un grosso intervento di sistema sia necessario sulla scuola che deve insegnare di più non in storia dell’arte nel senso tradizionale e manualistico, ma deve insegnare di più a comprendere, ad esempio, quanto siano delicati i nessi tra il nostro tessuto urbano ed il paesaggio circostante, quanto sia importante proteggerlo, quanto sia importante tenere i nostri beni culturali al riparo dalle speculazioni.
La nostra politica non segue questa direzione?
Mentre con i governi Prodi, D’Alema e Amato ci fu un progressivo accrescere degli investimenti, nei governi di centrodestra si è dovuto registrare un calo. Il Presidente Prodi, prima delle elezioni, rispondendo ad un appello del Fai, si era impegnato a riportare il livello degli investimenti in beni culturali all’uno per cento del Pil. Spero che Prodi mantenga questa promessa.
Anche se la nuova Legge Finanziaria non sembra promettere bene…
Si, non promette bene, però ci si renda conto che non si può fare tutto questo dalla sera alla mattina. È importante però che il Governo lanci subito dei segnali positivi e avvii un processo per il quale si possa arrivare agli obiettivi indicati dallo stesso Prodi nel giro di pochi anni.
Abbiamo parlato dell’atteggiamento della politica, veniamo infine ai cittadini. Sono pronti gli italiani a prendersi a cuore la questione del proprio patrimonio culturale o hanno ancora bisogno di essere educati a farlo? E come?
Io credo che gli italiani abbiano una coscienza un po’ sepolta di quella che è la tradizione culturale, la bellezza delle nostre città. Credo che sia un’esperienza comune vedere che i senesi sono fieri di Siena e i trentini di Trento. Questo non vuol dire aver chiaro cosa bisogna fare. Quando parlo di educazione parlo del salto che bisogna fare dall’interesse privato a quello pubblico, parlo di afferrare la ragione per cui le nostre città sono così belle: per secoli sono state governate dal principio che l’interesse del singolo, in alcuni casi, deve cedere a quello della collettività.
Una domanda un po’ scherzosa e personale. Il suo impegno contro la devastazione del patrimonio e le sue grida di allarme per la messa in vendita di beni pubblici non la fa sentire, talvolta, un Don Chisciotte?
Francamente no. Prima di tutto perché non sono solo. È vero che io sono particolarmente insistente, caparbio nell’insistere su questi temi. Però trovo una grandissima rispondenza. In alcuni casi, le denunce che mi è capitato di fare sui giornali – ne cito una, quella del condono archeologico, legge altamente perversa – hanno suscitato un così ampio consenso, anche tra le fila del Governo di centro destra (Urbani, La Malfa, ecc.). Un Don Chisciotte che qualche volta riesce ad abbattere qualche mulino a vento si sente un po’ consolato.
Una battuta sul Mart di Rovereto, di cui lei è coordinatore del comitato scientifico. È in serio pericolo pure lui?
Voglio sperare di no. Il Mart, nel giro di pochissimo tempo, è riuscito a diventare, grazie al dinamismo e all’intelligenza soprattutto di Gabriella Belli e poi del Presidente Franco Bernabé, un punto di riferimento italiano e non solo del difficile campo dell’arte contemporanea. Lo ha fatto con risorse economiche ed intellettuali proprie, ricorrendo anche ad un parterre più vasto di esperienze internazionali, confrontandosi col mondo in modo innovativo, inventivo e intelligente. Rovereto è geograficamente ai confini dell’Italia, ma riguardo all’arte contemporanea è all’assoluto centro e questo no può non avere il suo peso.
("Trentino", 8 settembre 2006)
Processo al Romanino
10 08 06 14:27 Archiviato in: Spettacoli
Trento, Castello del Buonconsiglio, giovedì 10 agosto 2006

Un vero e proprio processo con tanto di avvocati e giudice. Questa l’intelaiatura di “Processo al Romanino”, lo spettacolo da me ideato, scritto e interpretato che verrà presentato al Castello del Buonconsiglio sotto forma di lettura scenica. L’aula di questo immaginario tribunale verrà allestita giovedì 10 agosto, alle ore 21, sotto la Loggia del Romanino. Mi si ritroverò a discutere le tesi della accusa e quelle difensive riguardo a tre aspetti della pittura del celebre pittore bresciano: le disuguaglianze stilistiche, la blasfemia e la rozzezza. Temi che già animarono un celebre dibattito, in occasione dell’ultima mostra del Romanino, 40 anni fa, tenutosi fra gente come Renato Guttuso, Pier Paolo Pasolini e altri intellettuali dell’epoca. È proprio dagli atti di quella discussione che ho preso lo spunto per inscenare il mio “Processo” che, come ogni procedimento che si rispetti, prevede alla fine una sentenza inappellabile, oltre che sorprendente. La serata, che prevede un accompagnamento musicale, si inserisce nel ciclo di manifestazioni collaterali alla mostra sul Romanino, allestita al Castello del Buonconsiglio. (p.l.)

Un vero e proprio processo con tanto di avvocati e giudice. Questa l’intelaiatura di “Processo al Romanino”, lo spettacolo da me ideato, scritto e interpretato che verrà presentato al Castello del Buonconsiglio sotto forma di lettura scenica. L’aula di questo immaginario tribunale verrà allestita giovedì 10 agosto, alle ore 21, sotto la Loggia del Romanino. Mi si ritroverò a discutere le tesi della accusa e quelle difensive riguardo a tre aspetti della pittura del celebre pittore bresciano: le disuguaglianze stilistiche, la blasfemia e la rozzezza. Temi che già animarono un celebre dibattito, in occasione dell’ultima mostra del Romanino, 40 anni fa, tenutosi fra gente come Renato Guttuso, Pier Paolo Pasolini e altri intellettuali dell’epoca. È proprio dagli atti di quella discussione che ho preso lo spunto per inscenare il mio “Processo” che, come ogni procedimento che si rispetti, prevede alla fine una sentenza inappellabile, oltre che sorprendente. La serata, che prevede un accompagnamento musicale, si inserisce nel ciclo di manifestazioni collaterali alla mostra sul Romanino, allestita al Castello del Buonconsiglio. (p.l.)
Intervista a Carlo Freccero
25 06 06 14:24 Archiviato in: Articoli

I suoi colleghi lo definiscono l’Eisenhower della tivù. Lui a sentire questa definizione storce un po’ il naso. “Dai dai! Parliamo di cose serie” dice. “E poi io sono italiano”. Stiamo parlando di Carlo Freccero, considerato un vero e proprio guru della televisione italiana. Direttore di Raidue dal 1996 al 2002, nei primi anni '80 è stato direttore dei palinsesti di Canale 5 e Italia 1. Dopo un periodo di lavoro in Francia, Freccero diviene docente di Linguaggio televisivo al Dams di Roma. Autore prolifico, tra le sue creature più celebri ricordiamo “Drive in” e il recente “Rockpolitik” con Adriano Celentano.
Freccero, ci dica: che animale è l’autore televisivo?
Fino a non molto tempo fa, l’autore era la figura centrale. Oggi, in un’epoca di cloni, un’era di repliche, l’autore costruisce prototipi. È chiamato a creare una rottura nella tv industrializzata. L’autore personalizza qualsiasi format. Noi costruiamo generi che aiutano lo spettatore a fruire i programmi e l’autore personalizza e dà una lettura inedita del genere. Infine, l’autore fa in modo che la televisione si riverberi nella stampa, addirittura la tv crea la stampa, “crea” la gente.
Quindi si potrebbe dire che l’autore sta al programma come il paroliere sta al cantante o è qualcosa di più?
No, di più… Molto di più! È più importante. Casomai come il cantautore sta alla canzone. Si dice che dietro ad ogni grande uomo c’è una donna. Bene: dietro ad ogni personalità, star televisiva, oggigiorno c’è sempre un gruppo di autori.
Da quando accade questo?
Semplice: da quando la star è diventata la vera e propria sceneggiatura del programma. Abbiamo un esempio a questo tavolo (seduti con noi ci sono Galeotti e Martelli, due autori di Fabio Fazio n.d.r.). Loro ad esempio sono due dei creativi che costituiscono il gruppo di lavoro di Fazio. Lo stesso fanno Celentano, Fiorello, ecc.
Negli anni Sessanta, però, non mi pare che le cose funzionassero così.
Allora era una tivù pedagogica. Allora la star era al servizio della televisione. Adesso le cose sono cambiate perché il programma deve in qualche modo creare audience. E’ dalla fine degli anni Novanta che assistiamo ad una sorta di starizzazione della tivù
Parliamo di linguaggio televisivo, di cui lei è docente all’università di Roma3: è più il linguaggio tv ad influenzare il linguaggio della strada o viceversa?
La tivù ha sempre avuto un rapporto dialettico con la realtà e con la politica… Cioè la tivù assorbe tutto e rimanda indietro. Mai come oggi, ad esempio con i reality, il pubblico è stato messo al centro dello spettacolo: per questo motivo la televisione “fa” la strada, purtroppo. E non è una grande strada… La tv ha questa capacità: di essere spugna, assorbire e poi rimandare indietro ciò che assorbe…
…magari dopo aver leggermente modificato la realtà…
Esatto. Tutta questa realtà assorbita viene rivissuta, riletta e ritradotta attraverso la televisione. Le faccio un esempio. Anche i grandi eventi mediatici, oggi, vengono in qualche modo riscritti, rimasticati. Tutto viene reso “televisione”.
Siamo nell’era della web-tv. Oggi chiunque può improvvisarsi autore creando il suo filmato quicktime su Internet. Questa trasformazione tecnologica, e sociologica, questa frammentazione infinitesimale dei palinsesti non mette in pericolo l’esclusività dell’autore Tv?
Chiariamoci. Quando parliamo di autore, parliamo di Tv generalista, Tv a pagamento, tematica, della tv che ancora lavora nel palinessto. La prima cosa che un autore deve sapere quando fa un programma è che ci sono due a-priori: ogni programma ha un orario e un dna della rete di appartenenza. Altrimenti ognuno è autore di se stesso. Parliami di autore laddove la tv per cui lavora ha una linea editoriale.
Il contenitore. Il talk show. Quiz show. Tv verità, reality show, docu-soap: l’autore segue la sua vocazione o si adatta a scrivere ciò che il mercato richiede?
Come ho detto l’autore deve lavorare con degli a-priori (l’ora, il tipo di programma, la rete che deve trasmettere, il mercato, ecc.) che deve somatizzare, gestire e quindi superare; ecco come nasce il prototipo di cui parlavo all’inizio.
Perché l’autore è in fondo un artista: ha un’ispirazione, delle inclinazioni…
Proprio così. Il vero autore non è guidato da istanze di marketing, ma da istanze culturali.
Lei si è dimostrato sempre poco incline a piegarsi ad un certo conformismo televisivo, che poi spesso è il conformismo imposto dal potere. Esistono ancora dei margini di manovra per chi fa tv d’inchiesta, ad esempio, o alla fine è tutto controllato?
Il suo giornale è di sinistra o di destra? (ride n.d.r.) Potrei risponderle che esiste un controllo dello spettacolo, ma pure uno spettacolo del controllo. La tivù vive in controllo, ma pure in un potere, ciononostante esiste una domanda sempre più forte di autonomia. Le faccio un esempio: Berlusconi ha censurato molte cose, eppure la domanda è rimasta. Essa non ha trovato sbocco sul mezzo televisivo, l’ha trovato sul web, o al cinema… In ogni caso è vero: mai come adesso, a causa degli impedimenti economici la tivù è implicata col potere; ma mai come adesso c’è una forte domanda di autonomia. Si tratta di un vero e proprio corpo a corpo.
L’autore lavora spesso correndo il rischio di non vedere finalizzata la propria opera (ricordiamo le vicende del suo “Bella ciao”, documentario sui fatti di Genova 2001): quanto è presente il rischio censura oggi in Italia?
Se penso che “Bella ciao” è stato censurato proprio da Cappon (direttore generale Rai di freschissima nomina, n.d.r.)... Il rischio censura persiste, ma le posso dire una cosa: c’è un pubblico che vuole sempre più cose. È vero che c’è un rischio censura, ma la domanda è sempre uguale.
Il vero potere – affermano il Codacons e L’Associazione Utenti Radiotelevisivi – è nelle mani di società di produzione esterne come Endemol, Magnolia e Ballandi, che realizzano programmi per la Rai.
Io non mi scandalizzo di nulla, tuttavia il rischio che si corre è quello che ci sia su tutte le reti un unico prodotto. Le reti televisive si stanno trasformando in veri e propri franchising, limitandosi a fare da vetrina per determinate case di produzione. Esiste una vera e propria omologazione in questo senso. Ma se c’è una molteplicità di offerta, un mercato aperto, un’effervescenza non è mica detto che le cose rimangano così. Abbiamo vissuto un’epoca di tivù censurata, in cui i media indipendenti hanno vinto la loro battaglia perché le grandi reti avevano smesso di esercitare la loro funzione editoriale.
Però la produzione interna alla rete di Stato si sta sempre più riducendo, a danno della qualità.
La qualità è una parola strana, come si fa a dire cos’è la qualità? Io le faccio solo un ultimo esempio: la Tv generalista sembrava morta in America – e l’America è sempre stata il nostro orizzonte –, e invece oggi i network si sono messi a produrre fiction di altissima qualità. Questo sta a dimostrare che la Tv generalista sta cercando i riassorbire l’offerta complicata e complessa delle tivù a pagamento. Quindi cos’è la qualità: la varietà dell’offerta. Tutto qui. Il programma di successo, oggi, è quello che può essere visto nello stesso tempo da diverse tipologie di pubblico.
Adesso c'è lo scandalo di Raiopoli…
(Sorride) Lasciamo perdere… Abbiamo finora parlato di cose “alte”, non mi faccia alla fine cadere in basso.
("Trentino", 25 giugno 2006)
Teroldego premiato in Piemonte
04 06 06 14:23 Archiviato in: Premi

Il romanzo “Teroldego” ha vinto il 2° premio alla V edizione del concorso “Il vino nella letteratura, nell’arte, nella musica e nel cinema”, promosso ed organizzato dal Centro Pavesiano Museo Casa Natale. La premiazione si è tenuta domenica 4 giugno presso la casa natale dello scrittore Cesare Pavese a Santo Stefano Belbo. La motivazione della giuria, presieduta da Giovanna Romanelli, così recita: “L’autore sceglie di intitolare il suo romanzo Teroldego, un grande vino che racchiude in sé storia e leggenda. E mai, come in questo caso, il detto latino nomen omen è pienamente rispettato: originale è infatti la narrazione per contenuti e stile”. Al primo posto si è classificato il noto critico enogastronomico e scrittore Paolo Massobrio.
La provincia dei paradossi
01 05 06 14:22 Archiviato in: Articoli

È difficile restare indifferenti allo stillicidio di notizie che in Trentino, giorno dopo giorno, sta delineando una situazione drammatica per quanto concerne il mondo giovanile. Ogni mattina ci appostiamo davanti alle rassegne stampa con il terrore di leggere la notizia dell’ennesimo ragazzo morto sulle strade a causa della velocità, spesso correlata all’eccesso nel consumo di bevande alcooliche. Tra il 2004 e il 2005 c’è stato un incremento di incidenti stradali causati da persone che si erano messe al volante ubriache pari al settanta per cento! Inoltre, è di non molto tempo fa la chiusura di tre locali pubblici che in Valsugana favorivano lo spaccio di sostanze stupefacenti. Soltanto ieri c’è da registrare perfino un blitz con il quale i carabinieri hanno perquisito ottocento studenti in una scuola superiore trentina. L’impressione è quella che ci troviamo di fronte ad una sorta di escalation, come se un disagio giovanile crescente, per entità numerica e per intensità del malessere, tendesse sempre più a sfociare nella sperimentazione dell’eccesso da parte dei nostri ragazzi.
Il Trentino è una terra ricca e da sempre ai vertici delle classifiche per la qualità della vita. Tuttavia è pure la terra che racchiude in sé un inquietante paradosso. Le Istituzioni e gli enti preposti alla promozione turistica si prodigano – e sanno farlo molto bene – nel fornire all’esterno, al turista milanese come a quello tedesco, un’immagine edulcorata della provincia, sognante e perfettina. Il Trentino viene dipinto come il posto ideale per una vacanza indimenticabile. E i turisti arrivano a frotte, pieni di curiosità e di euro in sovrappiù, pronti a godersi il modellino sociale che abbiamo preparato per loro: una sorta di Gardaland allargato in cui offriamo prodotti, usi e tradizioni preconfezionati e pronti all’uso. Missione compiuta. Il turista torna a casa entusiasta, con addosso la sensazione di essere stato in una specie di paradiso, ma nulla sa o ha potuto vedere dell’altro Trentino, il Trentino nascosto: quello delle croci sulle strade, dell’incredibile numero di suicidi, del consumo record di alcool e di droga da parte dei minorenni.
Paradosso nel paradosso, tanta parte di quella promozione è incentrata proprio sulla concausa di tanti problemi: l’alcool (il vino, la grappa, ecc.) Accanto alla cultura del vino con la C maiuscola, quella legata all’attività di una parte della civiltà contadina, si è andati costruendo, in questi anni, una cultura intesa come intrattenimento che ha fatto dell’alcool, del vino in particolare, un protagonista assoluto. Mostre e concerti nelle cantine, percorsi enogastromici (tante volte molto “eno” e poco “gastronomici”), brindisi e bicchierate varie in occasione di presentazioni, conferenze stampa, incontri con l’autore e chi più ne ha più ne metta. Allora, viene da domandarsi, qual è il messaggio che alla fine giunge ai giovani da tutto ciò? Forse che bere non è poi tutto questo male di cui si dice; anzi, col bere si può fare “cultura”, si può essere chic o cool o trendy, si possono accrescere le conoscenze, affinare i propri gusti.
Certo, non è alle Istituzioni che spetta il compito di educare i ragazzi (non siamo in un regime totalitario, per fortuna) e non è imputabile alle Istituzioni il malessere che serpeggia in quella fascia della popolazione. Pure è innegabile che si potrebbe fare molto di più. A livello di politiche giovanili, ad esempio. In tanti comuni trentini viene data la priorità a problematiche quali la viabilità, l’ecologia, il turismo; tutto ciò a scapito dell’educazione, di quelle politiche giovanili che tra l’altro, perché abbiano un senso, dovrebbero alla fine concretizzarsi in una forma di collaborazione coi genitori.
È risaputo, infatti, che il primo soggetto educatore resta la famiglia. Alla base di tutto dovrebbero starci un padre e una madre che abbiano coscienza dei propri ruoli e siano coerenti negli ideali che hanno da proporre ai figli. Chi è il giovane se non chi, più di chiunque altro, va alla ricerca di senso e di significato per la propria vita? Se la proposta non viene nemmeno dalla famiglia è chiaro che poi un giovane – sballottato in un mare di messaggi distorti e confusi, spesso in contraddizione tra loro – trova naturale fare della propria reattività il criterio del vivere: ho voglia, non ho voglia, mi piace, non mi piace, mi pare, non mi pare. Forse per capire perché i ragazzi sbagliano, si lasciano andare a certi eccessi, arrivando in alcuni casi a mettere in pericolo la propria stessa vita, dobbiamo prima di tutto capire il perché dello sfacelo di tanti, troppi nuclei familiari. Anche per questo motivo, la centralità della famiglia e la sua tutela dovrebbero stare nell’agenda di chiunque – politico o educatore che sia – abbia minimamente a cuore il futuro dei nostri giovani e non resti indifferente di fronte ai tragici accadimenti che sempre più spesso siamo costretti a leggere sui giornali.
"Trentino" del 1 maggio 2006
Teroldego a Segonzano
28 04 06 14:16 Archiviato in: Presentazioni


Segonzano ha l’aria sorniona del paese che tenta di nascondersi tra le montagne. La mia è subito un’impresa disperata: cerco una biblioteca che in realtà non esiste, Segonzano non ne ha una, non ancora almeno. Chiedo informazioni al primo che capita. Toh, ho beccato il Sindaco, che mi accompagna nella sala della presentazione. L’amica Antonia Dalpiaz è bravissima nella sua analisi del libro, sia dal punto di vista contenutistico che letterario. I presenti hanno sguardi curiosi e partecipano alla discussione su Teroldego: “Saggio sociologico o semplice romanzo?” Alla fine l’immancabile bicchierata. Gli amici cembrani mi lasciano libero soltanto a mezzanotte passata, quando la terza votazione per il Senato è in pieno svolgimento.
La prima presentazione di Teroldego
07 04 06 14:03 Archiviato in: Presentazioni


Sono le 20.30 e davanti alla Libreria Cazzaniga c'è già un gruppetto di persone che attende l'apertura, nemmeno fossimo ai cancelli di uno stadio. Assieme all'amico Carlo Martinelli, mi accomodo su un divano anziché dietro il classico banco degli oratori. Di fronte abbiamo un gruppo di adolescenti venuti alla presentazione di Teroldego assieme alla loro prof, tentata di far loro leggere il libro, dopo i guai che le ha procurato la lettura scolastica di Melissa P. Ci sono pure gli accaniti componenti di un gruppo di lettura che dimostra da subito di conoscere pressocché a memoria il libro. La presentazione diviene così un'amabile conversazione sulla letteratura e sul Trentino di oggi, tanto bravo nel promuoversi quanto distratto nei confronti delle sue giovani generazioni. Siamo talmente immersi nelle atmosfere e nel linguaggio del libro che un fantasma pare aleggiare nella libreria, un ologramma mattacchione e strafottente di Lillo Gubert che pare intromettersi nella serata. Brindisi finale. Teroldego, naturalmente.
Effetti deleteri di una campagna elettorale
03 04 06 14:02 Archiviato in: Articoli

Se davvero la rissa avvenuta qualche giorno fa al Parco S. Marco di Trento non ha niente a che fare con la politica, il fatto che avvenga in un momento di accesa campagna elettorale è quantomeno da considerarsi una interessante coincidenza. Il fatto che in seguito all’episodio non si siano registrate querele può far pensare ad uno scontro organizzato, ovvero due formazioni che si sono affrontate volontariamente e in maniera pianificata, senza agguati di sorta; due schieramenti, due punti di vista differenti, due contrapposte visioni del mondo. Si fa fatica a non considerare quanto avvenuto a Trento l’altro sabato come conseguenza, quantomeno indiretta, dell’acceso clima di scontro politico che si è venuto a creare in vista delle imminenti elezioni politiche. Non passa giorno, ormai, in cui non dobbiamo registrare un innalzamento dei toni del dibattito. Gli esponenti delle coalizioni non fanno più mistero ormai di considerare gli avversari politici non più dei concorrenti, ma dei famelici nemici, personaggi da screditare ad ogni costo, l’orco cattivo che si mangia i bambini e distrugge il Paese in cui vive. I faccia a faccia, in Tv o sui giornali, sono diventati per i politici sempre più un’occasione non per proporre programmi, ma per dire peste e corna dell’avversario, per smontarne la credibilità, o per dargli semplicemente dell’imbecille. In mezzo a questo baillame di cattivo gusto, cresce silenzioso il germe dell’ideologia andando a rinfocolare credenze e convinzioni che onestamente immaginavamo superate e che invece sono evidentemente destinate a ritornare in auge. Con una differenza, questa volta. Mentre i totalitarismi del secolo scorso avevano “basi” solide ed erano ispirati da articolate teorie filosofiche, il rigurgito ideologico dei giorni nostri pare fondato sul vuoto, sull’assenza di convinzioni, al massimo agganciato alle parole stanche di qualche talk show televisivo. E l’odio che nasce dalla noia è più pericoloso di qualsiasi idiosincrasia legata alla razza o all’appartenenza politica, soprattutto perché sfugge a qualsiasi interpretazione e, quindi, a qualsivoglia possibilità di controllo.
Stiamo assistendo in politica un po’ a ciò che purtroppo accade sempre più spesso negli stadi, quando i giocatori anziché essere i primi a dare un buon esempio di fair-play, aizzano la folla con gesti plateali, incitandola all’odio e all’intolleranza. E i mass media non sono da meno, scoprendosi sempre più spesso servi sguaiati di questa o di quell’altra idea politica anziché dell’informazione libera (tanto per non tirar in ballo l’ormai celebre outing di Paolo Mieli, l’altra mattina un noto attore dichiarava poco elegantemente ad una radio: “Berlusconi deve andar fuori dai co…”)
Ciononostante faremmo un errore a considerare quanto sta avvenendo un segno dei tempi. Questa infuocata campagna elettorale del 2006 ha un’antenata illustre in quella altrettanto infuocata del 1948, quando comunisti e socialisti si coalizzarono nel Fronte Popolare per tentare di abbattere la balena democristiana. Il compagno Togliatti nei comizi arrivò a sostenere di aver fatto mettere dei chiodi alle sue scarpe per prendere Degasperi a calci nel sedere dopo le elezioni. Niente male se pensiamo che sono passati quasi sessant’anni. Quasi sessant’anni e i toni sono gli stessi. Noi italiani ci confermiamo essere degni abitanti del paese delle fazioni, dei palii, dei bianchi e neri, dei guelfi e dei ghibellini, delle guerre civili. Il carattere fazioso di un Paese fintamente moderato che sempre più spesso vede la propria gente attaccata fanaticamente a delle idee e pronta a scendere in campo per difenderle. Magari a colpi di spranghe di ferro.
"Trentino" del 3 aprile 2006
L'ipocrisia delle domeniche a piedi
27 03 06 14:01 Archiviato in: Articoli
E così, se Iddio lo vuole, dopo aver prima sentito ovviamente il parere dell’assessore competente, in alcuni comuni trentini quella di ieri, 26 marzo 2006, è stata per quest’anno l’ultima “domenica a piedi”: quella sorta di giorno-gogna in cui i contribuenti sono stati costretti a mollare l’auto in garage, stavolta pure in centri urbani dalla grandezza irrisoria. Ovunque cartelli di divieto d’accesso: all’entrata e tutt’attorno a borghi di poche centinaia di abitanti che fanno pensare ad una sorta di coprifuoco. Oramai, a furia di provvedimenti restrittivi, a certe cose siamo arrivati a crederci pure noi. Ad esempio al fatto che le auto viaggiano pure in estate, ma producono smog solo in inverno; oppure che il riscaldamento abitativo viene azionato esclusivamente in inverno, ma quello non inquina manco se lo spari a tavoletta. È la solita storia delle Istituzioni che ci insegnano a vivere meglio, adottando provvedimenti che giovano alla nostra salute fisica e mentale. Uno di questi è quello delle “domeniche a piedi”, quei giorni sfigati in cui i quattro gatti che sono costretti a prendere l’auto il giorno festivo, ad esempio perché devono andare a pranzo dai suoceri o hanno deciso di fare un giro in centro lo fanno a loro rischio e pericolo; e il rischio è quello di beccarsi un sonora multa, solo perché le amministrazioni comunali hanno bandito la circolazione delle auto. Bene. Diciamo, va bene, se serve a tenere bassa la concentrazione delle polveri sottili. Va bene se siamo a New York, a Londra, a Shangaji. Va bene se siamo – esageriamo – a Trento. Un po’ meno bene se il blocco della circolazione riguarda metropoli che rispondono al nome di Calceranica e Caldonazzo. Ma, santo smog, ce lo siamo mai fatto un giro da quelle parti in una grigia domenica d’inverno? Quante cribbio di automobili credete possano transitare nel giorno di Nostro Signore in mezzo a quelle quattro case con relativi camini che fumano e fumando inquinano molto di più di un’automobile? Non per niente viene in mente l’estate, quando certe località di villeggiatura vengono prese letteralmente d’assalto da tedeschi, olandesi e compagnia bella in vacanza sul lago. Le auto contrassegnate dagli adesivi D e NL scorazzano a più non posso per le vie dei paesi rivieraschi. Eppure nessun politico si sogna di interdire alle auto il centro cittadino. Come mai? Forse perché davvero le automobili in estate inquinano di meno?
Non è mistero a nessuno, oramai, che le polveri sottili si fanno una risata di certi provvedimenti. Targhe alterne, domeniche ecologiche, divieti alla circolazione delle vetture non catalitiche: tutte azioni che fanno scendere le polveri a livelli accettabili per qualche ora e due giorni dopo siamo daccapo. Nel frattempo, però, l’Assessore o il Sindaco di turno si sono fatti belli davanti alla stampa ostentando tutto il loro spirito ecologista, raccontando di quanto sono bravi, di quanto l’ambiente sia una priorità e di quanto siano necessari certi sacrifici da parte dei cittadini. Pure nei paesi dove le auto non le hanno ancora praticamente inventate.
All’ipocrisia delle domeniche ecologiche, alla grandeur e ad un certo scimmiottamento delle grandi città a cui sovente si lasciano andare alcuni nostri piccoli centri, sarebbe preferibile un ripensamento dell’ambiente urbano, magari con la progettazione e la successiva realizzazione di isole pedonali, di luoghi e di situazioni pensati, però, non più in funzione dell’automobile, bensì in funzione dell’uomo che quell’auto, in fondo, la deve usare soltanto. Solo allora potremo dire di trovarci di fronte ad un reale interessamento, da parte dell’ente pubblico, riguardo alla vivibilità dei nostri paesi e non ad una deprimente dimostrazione di cattiva gestione della cosa pubblica e ad un’ostentazione propagandistica del potere.
"Trentino" del 27 marzo 2006
Non è mistero a nessuno, oramai, che le polveri sottili si fanno una risata di certi provvedimenti. Targhe alterne, domeniche ecologiche, divieti alla circolazione delle vetture non catalitiche: tutte azioni che fanno scendere le polveri a livelli accettabili per qualche ora e due giorni dopo siamo daccapo. Nel frattempo, però, l’Assessore o il Sindaco di turno si sono fatti belli davanti alla stampa ostentando tutto il loro spirito ecologista, raccontando di quanto sono bravi, di quanto l’ambiente sia una priorità e di quanto siano necessari certi sacrifici da parte dei cittadini. Pure nei paesi dove le auto non le hanno ancora praticamente inventate.
All’ipocrisia delle domeniche ecologiche, alla grandeur e ad un certo scimmiottamento delle grandi città a cui sovente si lasciano andare alcuni nostri piccoli centri, sarebbe preferibile un ripensamento dell’ambiente urbano, magari con la progettazione e la successiva realizzazione di isole pedonali, di luoghi e di situazioni pensati, però, non più in funzione dell’automobile, bensì in funzione dell’uomo che quell’auto, in fondo, la deve usare soltanto. Solo allora potremo dire di trovarci di fronte ad un reale interessamento, da parte dell’ente pubblico, riguardo alla vivibilità dei nostri paesi e non ad una deprimente dimostrazione di cattiva gestione della cosa pubblica e ad un’ostentazione propagandistica del potere.
"Trentino" del 27 marzo 2006
Presentazione di "Caro Alcide" in Germania
24 03 06 12:23 Archiviato in: Presentazioni
24-26 marzo 2006 - Norimberga (D)
Caro Alcide al Circolo Trentino

Siamo in Germania, ma al Circolo Trentino di Norimberga l’aria trentina soffia forte forte e sa di buono, oltre che di nostalgia. Ad accogliermi trovo il Presidente, Edoardo Sicher, un uomo modesto dal cuore grande, il vicepresidente Serafino Chini di Taio, parlata forbita e aria triste. Quasi tutti, qui al Circolo di Fürth, sono arrivati in terra teutonica negli anni Sessanta, rispondendo al richiamo delle sirene: quelle della Grundig che millantava l’apertura di un fabbrica in Trentino che poi non si è mai verificata. Gli anni sono passati, e Sicher e gli altri sono rimasti “intrappolati” in quella città, con mogli, figli e quanto ne è conseguito. L’appuntamento con il “Caro Alcide” è per le ore 16 di sabato 25 marzo. In sala è presente pure il Console di Norimberga, Massimo Darchini, col quale (incredibile!) scopro di avere delle amicizie in comune. Alla chitarra mi accompagna il buon Reinhard, non pago di avermi scorazzato al mattino per ore in giro per la città. La presentazione ha inizio. L’attenzione è altissima, e non solo per via della lingua. Non vola una mosca. Qualche occhio si vela di tristezza. Alla fine grande festa italo-tedesca, con chitarre, vino ed il sontuoso buffet preparato dalle donne trentine. (Un doveroso ringraziamento all’incontenibile Mirta per avermi permesso di fare questa splendida esperienza.)

Con il Console d'Italia, Massino Darchini, e il presidente del Circolo, Edoardo Sicher

Accanto al banco degli imputati del celebre "Processo"
Caro Alcide al Circolo Trentino

Siamo in Germania, ma al Circolo Trentino di Norimberga l’aria trentina soffia forte forte e sa di buono, oltre che di nostalgia. Ad accogliermi trovo il Presidente, Edoardo Sicher, un uomo modesto dal cuore grande, il vicepresidente Serafino Chini di Taio, parlata forbita e aria triste. Quasi tutti, qui al Circolo di Fürth, sono arrivati in terra teutonica negli anni Sessanta, rispondendo al richiamo delle sirene: quelle della Grundig che millantava l’apertura di un fabbrica in Trentino che poi non si è mai verificata. Gli anni sono passati, e Sicher e gli altri sono rimasti “intrappolati” in quella città, con mogli, figli e quanto ne è conseguito. L’appuntamento con il “Caro Alcide” è per le ore 16 di sabato 25 marzo. In sala è presente pure il Console di Norimberga, Massimo Darchini, col quale (incredibile!) scopro di avere delle amicizie in comune. Alla chitarra mi accompagna il buon Reinhard, non pago di avermi scorazzato al mattino per ore in giro per la città. La presentazione ha inizio. L’attenzione è altissima, e non solo per via della lingua. Non vola una mosca. Qualche occhio si vela di tristezza. Alla fine grande festa italo-tedesca, con chitarre, vino ed il sontuoso buffet preparato dalle donne trentine. (Un doveroso ringraziamento all’incontenibile Mirta per avermi permesso di fare questa splendida esperienza.)

Con il Console d'Italia, Massino Darchini, e il presidente del Circolo, Edoardo Sicher

Accanto al banco degli imputati del celebre "Processo"
Il mercatino della politica
13 03 06 12:19 Archiviato in: Articoli

Quando ancora si giocava per strada, prima della partita di calcio, i due più fighi della compagnia facevano bim bum bam e si sceglievano, uno per uno, i componenti della squadra. Per primi venivano presi quelli indiscutibilmente più bravi, abili nel gioco e nella tattica. Poi si passava ai calciatori via via più scarsi e per ultimi, prima del portiere (quello non lo voleva fare mai nessuno), rimanevano quelli proprio negati per il calcio, gli sfigati che ignoravano perfino che forma avesse il pallone. Questa immagine di gioventù ci viene richiamata alla mente dalle oscure manovre con cui gli schieramenti politici hanno da poco definito i propri candidati alla Camera e al Senato per le elezioni del 9 e 10 aprile. Pure lì i due fighi della compagnia hanno fatto la conta ed hanno cominciato a scegliere fino a completare la squadra. Solo che mentre sui campetti di calcio di giovanile memoria a fare la formazione ci si metteva niente, per tirar fuori i nomi dei candidati nei partiti politici nostrani si son dovuti scornare non poco tra loro. Era stato fin troppo facile restare tutti uniti quando era il momento di tirar fuori gli slogan, di dire peste e corna degli avversari. Quello che si era riusciti a dare all’elettore era un’immagine di forte unità e di coerenza rispetto ai valori di lealtà e di correttezza che ogni partito politico tende a fare propri.
Le cose sono diventate più difficili quando è arrivato il momento di formare le squadre elettorali e per qualcuno, com’è inevitabile, si è materializzato il rischio di restare in panchina o, addirittura, in tribuna. Difficile a quel punto conservare il fair-play del politico tutto d’un pezzo che non si scompone nemmeno davanti al giudizio universale. E gli elettori, che sono molto più attenti di quanto i politici possano supporre, hanno colto e registrato ogni segnale proveniente dai due schieramenti politici, ognuno impegnato nella sua piccola guerra civile. Non sono sfuggiti, ad esempio, gli strali del candidato autonomista verso i candidati provenienti da altre regioni; l’acredine dei trombati di lusso; la boriosità di chi, ritenendosi al di sopra delle parti, giudicava fondamentalmente scontata la sua presenza in lista. E che dire di quei consiglieri provinciali o addirittura sindaci che hanno preteso di fare una campagna elettorale mantenendo le rispettive cariche poltiche e amministrative, senza avere il buon gusto di dimettersi? Un malcostume diffuso pure dalle nostre parti. Un opportunismo al limite della decenza che se ne infischia degli elettori della prima ora e calpesta le principali norme etiche. E non è detto che poi, in caso di elezione, le dimissioni arrivino. Anzi. Siamo abbastanza sicuri che gli interessati manterrebbero ambedue le cariche, pur sapendo che se si vuol far bene il consigliere o il sindaco sarebbe auspicabile mantenere solo quella carica e a tale carica dedicare tutto il tempo a propria disposizione, non soltanto le ore part-time. Se certi calcoli vanno bene nel privato, sono da aborrire in un contesto pubblico.
Ce n’è abbastanza per poter affermare che i candidati dei collegi trentini, assieme ai loro diretti superiori, non hanno dato certo esempio di probità. Con la loro isteria hanno dimostrato che per un posto in lista si è disposti praticamente a tutto: ad ignorare i regolamenti, a infischiarsene degli elettori. A che serve poi domandarsi come mai la gente è tanto scettica nei confronti della politica? Se l’affluenza alle urne è sempre più bassa? Quando anche la stampa, locale e nazionale, viene usata per palesare sediziose intenzioni di voto? Giochi di potere di basso profilo, peraltro orchestrati da Roma, ecco cosa sembra avviata a diventare pure da noi la politica nella stagione elettorale. Un teatrino di cui, nella terra di Alcide Degasperi, avremmo fatto volentieri a meno. Per lo Statista di Pieve Tesino, infatti, la politica era una missione e la candidatura era un serio e preciso impegno preso con gli elettori. Impegno da mantenere, onorare e rispettare, a qualsiasi costo.
"Trentino" del 13 marzo 2006
Se l'educazione diventa un problema
27 02 06 12:08 Archiviato in: Articoli
Emergenza economia? Emergenza scontro di civiltà? Aviaria? Certo, i giornali non parlano d’altro. Tuttavia c’è un altro problema, ben più grave, che riguarda molto da vicino ognuno di noi. La vera emergenza è quella sul tema dell’educazione. E c’era davvero di che rimanere allibiti nell’ascoltare, venerdì scorso a Trento, Rodolfo Casadei, vicedirettore del settimanale Tempi, in un interessante incontro dal titolo “Perché la società oggi non è più in grado di educare”. Allibiti e terrorizzati. Sì, perché fino all’altro ieri noi eravamo convinti che l’educazione consistesse essenzialmente nell’insegnare al proprio figlio a non mettersi le dita nel naso in pubblico (tra l’altro, ci consideravamo maestri nel far rispettare il precetto). Ed invece abbiamo scoperto che l’educazione è quella serie di comportamenti attraverso cui si costruisce la persona e, quindi, la società, altro che dita nel naso. Va da sé che la questione ha la sua importanza. Si tratta di dare un senso alla propria vita e, quindi, a quella dei propri figli. Capire per cosa valga la pena vivere, individuare una direzione per l’esistenza. Scusate se è poco.
Ma c’è un ma. In questi ultimi tempi, pare che il verbo educare abbia perso la sua forza. Viviamo in una società dominata dal relativismo, ossia quello stato di cose in cui gli uomini non riconoscono più nulla come definitivo e si affidano solo al proprio io, pensano a soddisfare solo le voglie più immediate. Pensano che la libertà sia la semplice assenza di regole e di doveri. Così nelle nostre scuole gli insegnanti, anziché educare sovente applicano la cosiddetta pedagogia della neutralità, perdendo autorità ed evitando di dare agli studenti le vere ragioni di ciò che viene insegnato. E che dire dei mass media? Anziché condannare, giornali e tv tendono sempre più a giustificare chi commetta un furto, un’aggressione, un delitto patrimoniale, una spinellata generale davanti alla Camera dei deputati. Ma che diavolo sta succedendo?
Pure in famiglia: siamo circondati da torme genitoriali che non riescono più ad educare. O meglio hanno cominciato a scambiare per educazione quella che in realtà assomiglia tanto ad una resa. Figli che non studiano, non lavorano, bivaccano in casa fino a quarant’anni, bevono, fumano, tornano a casa alle tre, sono apatici e scontenti e si ritrovano davanti mamme e papà che non battono ciglio pensando che in fondo sia giusto così, come se limitare la libertà del figlio anziché un dovere sacrosanto fosse una sorta di delitto. Già, eccolo qui il problema. Sempre più spesso si scambia l’educazione per una garanzia di libertà. Si torna a casa stanchi dal lavoro e quello che si chiede ai figli è soltanto un po’ di pace. Figuriamoci mettersi a discutere perché l’esame è andato male o s’è sbugnata la macchina. Anche a causa di ciò viviamo in una società in cui sempre più latita la paternità; i padri si riducono ad essere quei tizi che escono di casa al mattino e ci ritornano la sera e servono per portare a casa lo stipendio (proviamo invece a pensare a certi padri di una volta, quelli che sapevano “come si stava al mondo” e pur di fartelo capire erano disposti a tutto).
Certo che è strana ‘sta cosa. Un genitore pensa di far bene a lasciare liberi i figli ed invece è destinato a scoprire che il suo dovere è un altro. Ad esempio, insegnare che la libertà non è l’assenza di legami e di Storia; che non si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno perseguendo semplicemente il proprio piacere. Deve esistere qualcosa che abbia valore, qualcosa per cui valga la pena vivere che non siano né i soldi, né il potere. Questo è il compito dell’educazione. Anzi, del rischio educativo, perché l’azione dell’educare comporta sempre il rischio di una sconfitta, che il figlio – ad esempio – di fronte alle tue indicazioni e ai tuoi consigli ti mandi a quel paese. Ti urli: “Non so che farmene delle tue chiacchiere”. Beh, pazienza. Perlomeno avrà visto che suo padre e sua madre credono in qualcosa, hanno delle idee, passioni, convinzioni.
Ecco. In questo senso, esiste un problema educazione in Italia, così come in Spagna, Francia, ecc.
Ma pare che ci siano anche persone che si stanno dando da fare per porre un freno a questa sorta di involuzione sociale. È dallo scorso settembre in circolazione una petizione, sottoscritta da intellettuali e giornalisti del calibro di Magdi Allam, Giuliano Ferrara, Ferruccio De Bortoli, Francesco Alberoni, da scrittori come Luca Doninelli e Paola Mastrocola; da artisti come Riccardo Muti e Pupi Avati, oltre a centinaia di esponenti politici, che sta raccogliendo firme da presentare, dopo il 9 aprile, ai nuovi rappresentanti del Governo italiano. Perché lo Stato faccia la sua parte, ad esempio tutelando i luoghi dell’educazione (scuola, famiglia, chiesa). La petizione, il cui titolo è “Se ci fosse una educazione del popolo tutti starebbero meglio” (www.appelloeducazione.it), sostiene tra l’altro che “Educare, cioè introdurre alla realtà e al suo significato, mettendo a frutto il patrimonio che viene dalla nostra tradizione culturale, è possibile e necessario, ed è una responsabilità di tutti.”
Insomma. Tutto potevamo pensare, meno che l’educazione potesse costituire un problema. Ed invece era una specie di ovvietà, l’acqua calda che per qualche oscura ragione non avevamo ancora avuto voglia di scoprire. Questo può capitare di imparare a Trento, un venerdì sera qualsiasi. Che grazie al vicedirettore di un settimanale di provincia uno scopra quanto sia diventato politicamente scorretto educare un figlio al giorno d’oggi. E pensare che non ce n’eravamo accorti.
"Trentino" del 27 febbraio 2006
Ma c’è un ma. In questi ultimi tempi, pare che il verbo educare abbia perso la sua forza. Viviamo in una società dominata dal relativismo, ossia quello stato di cose in cui gli uomini non riconoscono più nulla come definitivo e si affidano solo al proprio io, pensano a soddisfare solo le voglie più immediate. Pensano che la libertà sia la semplice assenza di regole e di doveri. Così nelle nostre scuole gli insegnanti, anziché educare sovente applicano la cosiddetta pedagogia della neutralità, perdendo autorità ed evitando di dare agli studenti le vere ragioni di ciò che viene insegnato. E che dire dei mass media? Anziché condannare, giornali e tv tendono sempre più a giustificare chi commetta un furto, un’aggressione, un delitto patrimoniale, una spinellata generale davanti alla Camera dei deputati. Ma che diavolo sta succedendo?
Pure in famiglia: siamo circondati da torme genitoriali che non riescono più ad educare. O meglio hanno cominciato a scambiare per educazione quella che in realtà assomiglia tanto ad una resa. Figli che non studiano, non lavorano, bivaccano in casa fino a quarant’anni, bevono, fumano, tornano a casa alle tre, sono apatici e scontenti e si ritrovano davanti mamme e papà che non battono ciglio pensando che in fondo sia giusto così, come se limitare la libertà del figlio anziché un dovere sacrosanto fosse una sorta di delitto. Già, eccolo qui il problema. Sempre più spesso si scambia l’educazione per una garanzia di libertà. Si torna a casa stanchi dal lavoro e quello che si chiede ai figli è soltanto un po’ di pace. Figuriamoci mettersi a discutere perché l’esame è andato male o s’è sbugnata la macchina. Anche a causa di ciò viviamo in una società in cui sempre più latita la paternità; i padri si riducono ad essere quei tizi che escono di casa al mattino e ci ritornano la sera e servono per portare a casa lo stipendio (proviamo invece a pensare a certi padri di una volta, quelli che sapevano “come si stava al mondo” e pur di fartelo capire erano disposti a tutto).
Certo che è strana ‘sta cosa. Un genitore pensa di far bene a lasciare liberi i figli ed invece è destinato a scoprire che il suo dovere è un altro. Ad esempio, insegnare che la libertà non è l’assenza di legami e di Storia; che non si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno perseguendo semplicemente il proprio piacere. Deve esistere qualcosa che abbia valore, qualcosa per cui valga la pena vivere che non siano né i soldi, né il potere. Questo è il compito dell’educazione. Anzi, del rischio educativo, perché l’azione dell’educare comporta sempre il rischio di una sconfitta, che il figlio – ad esempio – di fronte alle tue indicazioni e ai tuoi consigli ti mandi a quel paese. Ti urli: “Non so che farmene delle tue chiacchiere”. Beh, pazienza. Perlomeno avrà visto che suo padre e sua madre credono in qualcosa, hanno delle idee, passioni, convinzioni.
Ecco. In questo senso, esiste un problema educazione in Italia, così come in Spagna, Francia, ecc.
Ma pare che ci siano anche persone che si stanno dando da fare per porre un freno a questa sorta di involuzione sociale. È dallo scorso settembre in circolazione una petizione, sottoscritta da intellettuali e giornalisti del calibro di Magdi Allam, Giuliano Ferrara, Ferruccio De Bortoli, Francesco Alberoni, da scrittori come Luca Doninelli e Paola Mastrocola; da artisti come Riccardo Muti e Pupi Avati, oltre a centinaia di esponenti politici, che sta raccogliendo firme da presentare, dopo il 9 aprile, ai nuovi rappresentanti del Governo italiano. Perché lo Stato faccia la sua parte, ad esempio tutelando i luoghi dell’educazione (scuola, famiglia, chiesa). La petizione, il cui titolo è “Se ci fosse una educazione del popolo tutti starebbero meglio” (www.appelloeducazione.it), sostiene tra l’altro che “Educare, cioè introdurre alla realtà e al suo significato, mettendo a frutto il patrimonio che viene dalla nostra tradizione culturale, è possibile e necessario, ed è una responsabilità di tutti.”
Insomma. Tutto potevamo pensare, meno che l’educazione potesse costituire un problema. Ed invece era una specie di ovvietà, l’acqua calda che per qualche oscura ragione non avevamo ancora avuto voglia di scoprire. Questo può capitare di imparare a Trento, un venerdì sera qualsiasi. Che grazie al vicedirettore di un settimanale di provincia uno scopra quanto sia diventato politicamente scorretto educare un figlio al giorno d’oggi. E pensare che non ce n’eravamo accorti.
"Trentino" del 27 febbraio 2006
Il Racconto del Cermis - La prima
25 02 06 12:05 Archiviato in: Spettacoli
25 febbraio, Teatro comunale di Gardolo, ore 20.45
Una nuova versione di “Ciò che non si può dire”, con Mauro Bandera


Certo l'ultimo sabato di Carnevale non è quello che si dice il giorno adatto per rappresentare la tragedia del Cermis. Nessun problema. Quando si tratta di tener viva la memoria su una tragedia come quella che avvenne il 3 febbraio del 1998 a Cavalese, ogni giorno è quello giusto. Arrivo in teatro sotto una leggera pioggerellina. In teatro c'è molta curiosità per questa nuova versione. Appena si apre il sipario rivedo la scenografia che mi ero immaginato in origine, voglio dire quando ho concepito il testo: un tavolo, delle sedie, una radio e una gigantografia di Paul Newman. Mauro Bandera va subito al cuore dello spettatore affrontando alla grande la scena della prima tragedia, quella del 1976. Sulla sinistra del palco compaiono (in dissolvenza, come in un film) gli altri due attori, Dino Patton e Robert Kerschbaumer, a mimare e ad impersonare i personaggi che via via si presentano nella narrazione. In un paio di occasioni mi scopro commosso, soprattutto per come i tre attori riescono a rendere "trentina" la tragedia, a farla vedere al pubblico dal punto di vista di un trentino vero. Una prestazione, quella della Filodrammatica "La Logeta", che merita senz'altro di essere ripresa in altri teatri trentini, in particolari in quelli della Val di Fiemme. (p.l.)
Una nuova versione di “Ciò che non si può dire”, con Mauro Bandera


Certo l'ultimo sabato di Carnevale non è quello che si dice il giorno adatto per rappresentare la tragedia del Cermis. Nessun problema. Quando si tratta di tener viva la memoria su una tragedia come quella che avvenne il 3 febbraio del 1998 a Cavalese, ogni giorno è quello giusto. Arrivo in teatro sotto una leggera pioggerellina. In teatro c'è molta curiosità per questa nuova versione. Appena si apre il sipario rivedo la scenografia che mi ero immaginato in origine, voglio dire quando ho concepito il testo: un tavolo, delle sedie, una radio e una gigantografia di Paul Newman. Mauro Bandera va subito al cuore dello spettatore affrontando alla grande la scena della prima tragedia, quella del 1976. Sulla sinistra del palco compaiono (in dissolvenza, come in un film) gli altri due attori, Dino Patton e Robert Kerschbaumer, a mimare e ad impersonare i personaggi che via via si presentano nella narrazione. In un paio di occasioni mi scopro commosso, soprattutto per come i tre attori riescono a rendere "trentina" la tragedia, a farla vedere al pubblico dal punto di vista di un trentino vero. Una prestazione, quella della Filodrammatica "La Logeta", che merita senz'altro di essere ripresa in altri teatri trentini, in particolari in quelli della Val di Fiemme. (p.l.)
Stranieri in coda. E con questo?
20 02 06 12:20

Stranieri immigrati a caccia di un visto per un posto di lavoro, ma pure connazionali bisognosi di manodopera a buon mercato che fanno la fila per parecchie ore davanti ai 36 uffici postali abilitati in Trentino? E con questo? Presentate oltre 2000 domande a fronte di 1370 posti disponibili, vale a dire che molti protagonisti di questa sorta di lotteria dovranno fare i conti con una cocente delusione. E allora? Dov’è lo scandalo? Ce lo domandiamo perché in questi giorni tutta una pletora di giornalisti, inviati e cronisti locali si sono misurati in una sorta di gara a chi la sparava più grossa, a chi era più bravo nel descrivere un dramma, una catastrofe umanitaria che in realtà non si è mai verificata. Una corsa a chi si vergognava di più di essere italiano, a chi trovava l’aggettivo più terribile e pungente. Ma, ahinoi, ovunque – sono gli stessi giornalisti a puntualizzarlo – le operazioni di richiesta dei visti si sono svolte regolarmente, senza resse, con un ordine certosino. Le lunghe attese a cui si sono dovuti sottoporre i richiedenti non hanno causato alcun problema di ordine pubblico rendendo praticamente vana la presenza, in alcuni siti, dei carabinieri. Tutto tranquillo a Trento, a Rovereto, a Pergine. Talmente tranquillo da far ammettere ad una responsabile delle Poste che “stupisce come questa gente possa avere così tanta pazienza dopo tutte queste ore in coda”. Eppure una certa stampa si è sentita in dovere di gridare al lupo al lupo. Per cosa? Per le ore passate davanti agli sportelli? Probabilmente abbiamo dimenticato che l’Italia è il Paese del “chi tardi arriva male alloggia”, il posto delle code per eccellenza? Ce li siamo scordati i tempi d’attesa che così spesso lacerano le nostre giornate? Troppo esiguo lo spazio di un articolo per fare tutti gli esempi a disposizione, tuttavia siamo sicuri che a molti lettori sarà capitato, ad esempio, di attendere delle ore al pronto soccorso prima di essere presi in considerazione da un medico. Oppure, sempre per restare nella sanità, abbiano richiesto un esame e si siano sentiti assegnare un appuntamento distante diversi mesi. Code sulle autostrade, liste di attesa anche per i contributi sulla prima casa o per l’assegnazione delle case Itea. Dobbiamo ammetterlo, noi italiani a certe cose c’abbiamo fatto il callo.
Allora, dov’è lo scandalo se pure i cittadini stranieri si mettono in coda? Questa è l’Italia e queste sono le fastidiose incombenze che spettano a chi vuole lavorarci e viverci. Incombenze che non dovrebbero spaventare se pensiamo alle quarantene a cui venivano sottoposti i nostri connazionali all’arrivo a Ellis Island; o per restare nel presente, pensiamo all’Olanda. Lì, tanto per farci un’idea, non basta mettersi in coda. Bisogna pagare una tassa di 350 euro e sostenere un esame di lingua e di cultura neerlandese e due test di cittadinanza. Inoltre, a chi ritiene siano troppo pochi 170.000 permessi di soggiorno disponibili in Italia potremmo ricordare che il governo socialista di Zapatero, che si vanta di ben altre politiche sull’immigrazione, ne ha concesse appena un decimo.
Ma tornando all’Italia, facciamo finta di non ricordare le lunghe file che si formavano anni fa davanti alle Questure? Quelle sì che brutalizzavano l’individuo, ne ledevano la dignità e non solo per il fatto che stare in fila davanti ad un luogo simile poteva portare ad associare gli immigrati ad un preconcetto delinquenziale.
È facile criticare l’attuale Legge sull’immigrazione, un po’ meno facile è ammettere che la vera alternativa – che poi è quella a cui pare mirare l’estrema sinistra – è una sola: il permesso a tutti, senza alcun controllo. A noi sembra che ciò che si è visto davanti agli uffici postali (ordinate e disciplinate fila) stia grosso modo a dimostrare che la Legge funziona, nel senso che spinge i lavoratori immigrati a regolarizzarsi e a non cedere al facile richiamo del lavoro sommerso e quindi della clandestinità. Prova ne sia il fatto che le code davanti agli uffici postali sono state molto più lunghe al centro-nord rispetto al sud dove il lavoro nero è molto più diffuso.
Vivere in Italia, dunque, può significare anche questo: che la burocrazia ti costringa a passare diverse ore in attesa; se poi è inverno, fa freddo, e ogni dodici ore cala il buio della notte non è certo per il razzismo dei cittadini o perché le Istituzioni hanno perpetrato un inaccettabile sopruso.
"Trentino" del 20 febbraio 2006
A chi frega dell'inceneritore?
20 02 06 12:03 Archiviato in: Articoli

Il tutto esaurito ottenuto da Beppe Grillo lo scorso 9 febbraio certo non significa che i trentini si sono scoperti improvvisamente interessati alle tematiche ambientali. Siamo pronti a scommettere, infatti, che gran parte dell’uditorio era al Centro Sportivo di Gardolo unicamente per sentire Lui, il comico che con la sua verve negli ultimi anni è assorto a taumaturgico profeta di sventura e ha fatto proseliti on-line. I relatori erano di indiscutibile valore e provata professionalità, ma senza Grillo sarebbe stata ben dura per i coraggiosi ultrà di Nimby riempire tutte quelle sedie. Perché nella realtà delle cose essere favorevoli o meno all’inceneritore, e quindi avere una posizione precisa in merito, o deriva da un preconcetto ideologico o dipende dal diretto coinvolgimento del cittadino, nel senso a cui fa riferimento l’acronimo Nimby (“non nel mio giardino”). Voglio dire, è difficile che un abitante della Val di Sole o della Val di Fassa alzi la voce sulla questione inceneritore. Più facile che la protesta si levi, come è avvenuto, da uno dei comuni della piana rotaliana, esposti ai venti del Garda e quindi alle eventuali emissioni dell’inceneritore.
Vista dall’esterno, infatti, questa disputa, il batti e ribatti tra la Provincia e gli ambientalisti, pare come il litigio tra due medici al capezzale del paziente, ove il paziente altri non è che il mai-troppo-considerato cittadino normale, l’appartenente alla sonnolenta maggioranza silenziosa che diffida un po’ di tutti e che, spesso, fa del lamento il suo sport preferito. Cosa pensa il cittadino normale, non documentato e che quindi congettura solo per sentito dire? Che opinione si è fatto della questione “inceneritore”? Cosa ha trattenuto dei proponimenti istituzionali e cosa delle obiezioni degli ambientalisti?
Il cittadino normale conosce poco il fenomeno delle nanopatologie, non ha mai redatto uno studio di impatto ambientale, non è mai volato in Norvegia a visionare gli inceneritori indigeni (probabilmente non ha mai preso un aereo in vita sua), ma tutti i santi giorni deve giocoforza dedicare parte del suo tempo ai rifiuti e alla loro raccolta differenziata. La carta con la carta, la plastica con la plastica, queste cose qui. E giù attacchi di panico al pensiero che pure in città possano un giorno o l’altro eliminare i bidoni del residuo (e a quel punto resterebbero fregati pure tutti i pendolari dell’immondizia, quella nutrita schiera di valligiani che al mattino oltre al panino per la merenda, si trascina dietro la sporta del residuo da sbolognare a quei “trogloditi” della città).
Il cittadino normale non sta lì a domandarsi dove finisca tutta quella roba, non si fa scrupoli al supermercato nello scegliere tra un prodotto superimballato ed un vuoto a rendere e così quando torna a casa con la spesa è facile che si ritrovi l’appartamento invaso da scatole e scatoline di plastica e cartone, bottigliette in pet, metri di nylon e carta stagnola. Non fa a tempo a chiudere la porta che è già ora di scendere a gettare l’immondizia.
Al cittadino normale a volte vengono dei dubbi amletici: ma il vetro va messo davvero assieme alla plastica? Come mai in valle li raccolgono separati? Il tappo di sughero va nell’organico? Il tetrapak che diavolo è? E così via.
Fino a che, un bel giorno, discende sulla città il comico barbuto, quello che ci dice cosa dobbiamo e cosa non dobbiamo fare, e il cittadino normale salta sulla sedia: “Dai che nen a vèder ‘l Grillo”.
Certo, dal meeting di Gardolo è uscito che costruire un inceneritore non solo non è economicamente conveniente, ma aumenterebbe i rischi legati alle emissioni di sostanze dannose alla salute. Pure un cretino a questo punto si domanderebbe: allora perché farlo? Perché – dicono in Provincia – il problema dello smaltimento dei rifiuti resta e a quanto pare grosse alternative non ce ne sono. Si costruirà l’inceneritore perché – sostiene il governo provinciale – solo così si potrà risolvere in maniera definitiva il problema, evitando di costruire altre discariche e chiudendo quelle esistenti. Ovviamente l’impianto di termoriduzione dovrà offrire al Trentino le massime garanzie per quanto riguarda il controllo e la neutralizzazione delle emissioni di fumi nocivi nell’atmosfera (più che nell’atmosfera, diciamo direttamente nei polmoni degli abitanti di Lavis e dintorni). Nel frattempo, sperando che costruire quella cosa sia davvero inevitabile e non la semplice e perversa espressione di una volontà politica, il cittadino normale continuerà a fare la sua raccolta e starà a guardare. Come sempre.
"Trentino" del 20 febbraio 2006
Un "Cermis" tutto nuovo
15 02 06 11:55 Archiviato in: Spettacoli
Una nuova versione di “Ciò che non si può dire”, il 25 febbraio e il 4 marzo a Gardolo

Torna in scena “Ciò che non si può dire – Il racconto del Cermis”, lo spettacolo scritto da Pino Loperfido che negli anni passati è stato portato in scena dal Teatro Stabile di Bolzano, nell’interpretazione di Andrea Castelli. Il nuovo allestimento, curato dalla Filodrammatica “La Logeta” di Gardolo, prevede la presenza in scena di tre attori che si alterneranno in questa sorta di orazione civile sul disastro del 3 febbraio 1998 quando, non dimentichiamolo, un aereo della marina U.S.A. tranciò i cavi della funivia del Cermis, causando la morte di venti persone. A recitare la parte principale, quella del manovratore superstite, sarà Mauro Bandera. Ad affiancarlo sulla scena, Dino Patton e Roberta Kerschbaumer, che daranno voce agli altri personaggi della storia. La filodrammatica “la Logeta” di Gardolo vuole, con questa rappresentazione, in occasione del 30° anno di attività, mettere in scena un testo inusuale rispetto al consueto repertorio. Un testo drammatico, rielaborato per l’occasione dall’autore stesso, che vuole ribadire ancora una volta l’assurdità di quella tragedia e l’ancora più assurdo suo epilogo, con l’incredibile assoluzione dei marines responsabili. Teatralmente, pare inevitabile un confronto col monologo recitato da Andrea Castelli nel 2002. “Non vogliamo certo paragonare il nostro spettacolo a quello prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano”, sottolinea Federico Gozzer, il regista dello spettacolo. “Loperfido ci ha fornito una nuova versione, a più voci, che come obiettivo precipuo conserva la voglia di fare memoria su questa triste vicenda che ha ferito il Trentino e l’Italia tutta”. “Ciò che non si può dire – Il racconto del Cermis” sarà in scena al Teatro Comunale di Gardolo sabato 25 febbraio e, in replica, sabato 4 marzo, con inizio alle 20.45.
Il Cast: Mauro Bandera nasce teatralmente nel 1983 con il gruppo di “Gli amici di Serravalle” per poi collaborare con Adriana Zardini nella compagnia “Perché no”, con la compagnia di Martignano “La Baraca”, con l’associazione teatrale Alense, con i “Rusteghi” di Avio e con “La Logeta” di Gardolo. Attualmente è anche regista nella filodrammatica di Aldeno.
Dino Patton è con la filodrammatica “Gig” di Vigo Meano nel 1983 e quindi nel 1993 entra a far parte della filodrammatica “La Logeta” con la quale vince il premio come migliore attore nella commedia “Sen tuti paroni” .
Roberta Kerschbaumer fa parte de “la Logeta” dal 1992, ha interpretato diversi personaggi con molta professionabilità, come Silvia in “Voia de nespole”, Mariella in “Sen tuti paroni”, Chiara in “El silenzio de Angela” e Adriana in “El palaz”. Attualmente fa parte anche del gruppo “I 4 Cantoni”, la branca cabarettistica della filodrammatica “La Logeta”.
Regia: Federico Gozzer nasce con la “Logeta” nel 1976” ed è rimasto il solo dei rifondatori della stessa filodrammatica ancora in attività, fa parte anche lui del gruppo “I 4 Cantoni”. Con il gruppo ha raggiunto la bella cifra di oltre 500 rappresentazioni. È il presidente della filodrammatica da oltre tre anni.
La scenografia e le luci sono curate da Franco Kerschbaumer, le musiche da Tarcisio Mosna.

Torna in scena “Ciò che non si può dire – Il racconto del Cermis”, lo spettacolo scritto da Pino Loperfido che negli anni passati è stato portato in scena dal Teatro Stabile di Bolzano, nell’interpretazione di Andrea Castelli. Il nuovo allestimento, curato dalla Filodrammatica “La Logeta” di Gardolo, prevede la presenza in scena di tre attori che si alterneranno in questa sorta di orazione civile sul disastro del 3 febbraio 1998 quando, non dimentichiamolo, un aereo della marina U.S.A. tranciò i cavi della funivia del Cermis, causando la morte di venti persone. A recitare la parte principale, quella del manovratore superstite, sarà Mauro Bandera. Ad affiancarlo sulla scena, Dino Patton e Roberta Kerschbaumer, che daranno voce agli altri personaggi della storia. La filodrammatica “la Logeta” di Gardolo vuole, con questa rappresentazione, in occasione del 30° anno di attività, mettere in scena un testo inusuale rispetto al consueto repertorio. Un testo drammatico, rielaborato per l’occasione dall’autore stesso, che vuole ribadire ancora una volta l’assurdità di quella tragedia e l’ancora più assurdo suo epilogo, con l’incredibile assoluzione dei marines responsabili. Teatralmente, pare inevitabile un confronto col monologo recitato da Andrea Castelli nel 2002. “Non vogliamo certo paragonare il nostro spettacolo a quello prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano”, sottolinea Federico Gozzer, il regista dello spettacolo. “Loperfido ci ha fornito una nuova versione, a più voci, che come obiettivo precipuo conserva la voglia di fare memoria su questa triste vicenda che ha ferito il Trentino e l’Italia tutta”. “Ciò che non si può dire – Il racconto del Cermis” sarà in scena al Teatro Comunale di Gardolo sabato 25 febbraio e, in replica, sabato 4 marzo, con inizio alle 20.45.
Il Cast: Mauro Bandera nasce teatralmente nel 1983 con il gruppo di “Gli amici di Serravalle” per poi collaborare con Adriana Zardini nella compagnia “Perché no”, con la compagnia di Martignano “La Baraca”, con l’associazione teatrale Alense, con i “Rusteghi” di Avio e con “La Logeta” di Gardolo. Attualmente è anche regista nella filodrammatica di Aldeno.
Dino Patton è con la filodrammatica “Gig” di Vigo Meano nel 1983 e quindi nel 1993 entra a far parte della filodrammatica “La Logeta” con la quale vince il premio come migliore attore nella commedia “Sen tuti paroni” .
Roberta Kerschbaumer fa parte de “la Logeta” dal 1992, ha interpretato diversi personaggi con molta professionabilità, come Silvia in “Voia de nespole”, Mariella in “Sen tuti paroni”, Chiara in “El silenzio de Angela” e Adriana in “El palaz”. Attualmente fa parte anche del gruppo “I 4 Cantoni”, la branca cabarettistica della filodrammatica “La Logeta”.
Regia: Federico Gozzer nasce con la “Logeta” nel 1976” ed è rimasto il solo dei rifondatori della stessa filodrammatica ancora in attività, fa parte anche lui del gruppo “I 4 Cantoni”. Con il gruppo ha raggiunto la bella cifra di oltre 500 rappresentazioni. È il presidente della filodrammatica da oltre tre anni.
La scenografia e le luci sono curate da Franco Kerschbaumer, le musiche da Tarcisio Mosna.
Si fa presto a dire sci
13 02 06 12:02 Archiviato in: Articoli
Siamo certi di rimanere nei pressi della verità quando diciamo che il Trentino sta allo sci come Roma sta al Colosseo e Milano sta alla Scala. Ma se il Colosseo e la Scala non necessitano di grandi regolamentazioni, a parte qualche onesta e periodica manutenzione e pulizia, per lo sci la questione implica tutta una serie di problematiche. Insomma, si fa presto a dire sci quando lo sci stesso costituisce un pilastro per l’economia della tua regione. SI fa presto a dire sci nell’anno delle Olimpiadi invernali di Torino che, come è facile prevedere, santificheranno le nevi piemontesi a discapito delle altre. Si fa presto a dire sci quando si prova ad immaginare cosa vuol dire regolamentare l’attività di decine di impianti, centinaia di chilometri di piste.
Il 5 febbraio è stato, per le nevi del Trentino Alto Adige, una vera e propria domenica nera. Centinaia di incidenti, i due elicotteri dei vigili del fuoco con a bordo il personale del 118 non si sono fermati un solo istante, a Trento la rianimazione del Santa Chiara e il pronto soccorso di Villa Igea da tutto esaurito. Ma soprattutto sono state tre le persone che hanno perduto la vita, tra loro un bimbo di soli sei anni. Numeri che fanno rabbrividire e che pongono più di un interrogativo riguardo alla sicurezza sulle piste da sci.
(A proposito, lunedì 6 febbraio, ironia della sorte, a ventiquattr’ore dalla tragica domenica, è stata presentato a Trento “Piccoli sciatori crescono”, un programma di Raidue che ha come intento quello di avvicinare grandi e piccini alla Legge 363 sulla sicurezza in montagna e dare della montagna stessa, troppo spesso associata a tragedie (!), un immagine positiva. Grandi sorrisi e pacche sulle spalle nella sala stampa della P.a.t., presente il direttore di Raidue e il presidente di Trentino Spa. Ad un certo punto viene trasmesso uno spot animato e nella sala stampa d’un tratto cala il gelo: nel cartone due bambini sullo slittino, sorridenti, si schiantano a più riprese contro una baita, un albero, un gatto delle nevi… Una coincidenza sfortunata, d’accordo, ma davvero imbarazzante considerato quanto accaduto il giorno prima.)
La succitata legge 363, in vigore dal 20 gennaio 2004, sulla sicurezza in montagna colma una grave lacuna legislativa. Esistono regole per la circolazione delle auto e delle biciclette, ancora non esistevano delle norme che, ad esempio, individuassero le aree sciabili attrezzate; o stabilissero su chi ricade l’obbligo di assicurare il soccorso in caso di incidente. Le famose dieci regole di comportamento emesse negli anni Settanta dalla Federazione Internazionale Sci, che si affidavano sostanzialmente al buon senso dello sciatore, ormai non erano più sufficienti. Cerchiamo di spiegare perché.
Una delle ragioni potrebbe risiedere nel numero dei praticanti che è notevolmente aumentato negli ultimi anni. Oggi il turismo bianco non è più appannaggio solo di pochi industriali danarosi. Ogni week-end ci si intasa l’autobrennero con la lunga teoria di station-wagon con gli sci agganciati sul tetto. E poi i ritmi di vita si sono accelerati e lo sciatore non cerca più tanto la contemplazione della natura o la sana attività fisica, quanto lo sfrenato divertimento. È per questa ragione che sulle nostre piste si vedono sempre più spesso torme di smanettoni che, inconsapevoli dei propri limiti, pretendono di andare a stecca per tutta la durata della settimana bianca, incuranti del pericolo che, con un simile condotta, possono arrecare a se stessi e, soprattutto, agli altri. Allo sciatore trentino, ad esempio, l’abituale frequentatore delle nevi di casa a cui di solito le regole piace rispettarle.
La maggior parte dei direttori di impianti è d’accordo: sugli sci si va troppo forte. Vuoi per l’attrezzatura che è decisamente migliore di quella di vent’anni fa, vuoi per le piste che hanno il “difetto” di essere perfette, battute e tirate a lucido, vuoi per l’incoscienza dello sciatore che non sa porsi dei limiti.
E poi viene il rispetto degli orari delle piste. Nonostante le legge 363, nonostante tutte le precauzioni imposte dalla stessa, ancora in troppi oggi sono in pista dopo l’orario di chiusura, con l’imbrunire in agguato e il possibile transito di mezzi meccanici. Episodi tragici, come quello di Obereggen, devono far riflettere su quanto il rispetto delle regole, a volte, foss’anche fastidioso, diventa la condizione necessaria per la tutela dell’incolumità fisica di chi pratica lo sport invernale e – se vogliamo – l’incolumità psichica di chi, nell’esercizio delle proprie mansioni lavorative, si vede improvvisamente coinvolto in una tragedia.
"Trentino" del 13 febbraio 2006
Diamo una dignità ai senzatetto
06 02 06 12:01 Archiviato in: Articoli

A guardarla bene, Trento, proprio non la si direbbe una città frequentata da senzatetto; è o non è la città bomboniera? Il capoluogo da sempre ai primi posti nelle classifiche della vivibilità? Eppure, dall’inizio dell’anno non solo i dormitori cittadini sembrano non bastare più alla bisogna, ma addirittura il 26 gennaio scorso si è dovuti ricorrere agli spogliatoi del Briamasco per accogliere gli homeless in esubero – diciamo così – stagionale. C’è dunque allarme tra i volontari. Il numero delle persone che a loro si rivolgono sono in crescente aumento. E ci sono altri due aspetti inquietanti del fenomeno. Il primo riguarda l’età media dei senzatetto, scesa a livelli incredibilmente bassi; il secondo aspetto è quello inerente alla provenienza di queste persone che sempre più si rivelano essere anziché nordafricani o rumeni, connazionali in cerca di lavoro, attirati forse dallo sbandierato benessere di tante campagne pubblicitarie, o addirittura corregionali improvvisamente ridotti sul lastrico dalla fola dell’euro.
Secondo alcune associazioni di volontariato, la situazione cittadina è critica, soprattutto a causa delle restrizioni e delle regole troppo rigide in vigore nelle strutture che attualmente provvedono ad accogliere gli homeless. Orari poco flessibili, limite di soggiorno, condizioni alloggiative poco dignitose. E adesso i posti letto scarseggiano. La Casa Bonomelli – gestita dalla Caritas –, il dormitorio di Via Papiria, l’ex-casetta del custode dello Stadio Briamasco – gestite dai Cappuccini – non sono dunque più sufficienti. Sembrerebbe logico a questo punto cercare una soluzione organica che compatti e, quindi, ottimizzi gli sforzi e le poche risorse a disposizione.
Se i volontari sono preoccupati, non meno tranquilli sono in Comune, dove ci tengono a sottolineare che una soluzione al problema non la si inventa certamente dall’oggi al domani, ad esempio occupando abusivamente stabili di proprietà comunale. Il problema è più complesso soprattutto se si tiene conto delle restrizioni imposte all’accoglienza di senzatetto immigrati dalla vigente normativa in materia. Occorrono strutture adeguate e personale preparato e l’Assessorato alle Politiche Sociali si sta già dando da fare in tal senso anche se le risorse per il sociale sono quelle che sono. Occorre un grande senso di responsabilità nei confronti di queste persone sfortunate, nel senso che l’accoglienza non vuole ridursi al mero fornire un letto alla sera e al mattino chi s’è visto s’è visto. Le politiche sociali – come giustamente sottolinea l’Assessora Plotegher – sono pure la possibilità di un lavoro, la tutela dei diritti, l’accoglienza all’interno della città, il non considerare quella del senzatetto una condizione definitiva e, soprattutto, interpretare il fenomeno come conseguenza e non come scelta. In una parola: dignità. Il tutto lavorando in una struttura agile, con un’organizzazione elastica che ne comporti l’utilizzo ogni qual volta se ne presenti la necessità.
Non nascondiamoci dietro un dito: la sensazione diffusa è che i senzatetto non diminuiranno con l’arrivo della primavera. È possibile che tutto ciò oltre a costituire un problema morale diventi pure una vera emergenza pratica per gli amministratori comunali e provinciali? Intanto, mentre si cerca una soluzione, ogni sera decine e decine di senzatetto fanno la fila davanti ai dormitori. Le malelingue sussurrano che il Comune non aumenta i posti letto perché così facendo, migliorando il servizio di aiuto a questa gente disperata, la città diverrebbe appetibile a migliaia di migranti e senza tetto che la invaderebbero senza pietà. Onestamente non sappiamo dire quanto tali dichiarazioni ripondano a verità. È certo, però, che in tale comportamento risiederebbe quanto meno un piccolo paradosso. Che fai? Inviti uno in casa tua e per pranzo gli fai mangiare una schifezza, tanto per scoraggiare l’arrivo di nuovi ospiti?
La speranza è che la tradizione di accoglienza e solidarietà e la cultura di integrazione multiculturale che il Trentino (e sottolineiamo Trentino) ha da sempre messo tra i suoi obiettivi alla fine diano i loro frutti. Riteniamo impossibile che, in questo Provincia (e sottolineiamo Provincia) tanto ricca, non si riesca a trovare un modo per risolvere un problema, tutto sommato risolvibile. I senza tetto non sono certamente migliaia, l’investimento richiesto non parrebbe esagerato. E poi riguardo al paventato rischio che Trento diventi un polo di attrazione per disperati verrebbe da chiedersi perché fasciarsi la testa prima di rompersela? Dare un esempio di vera accoglienza a livello nazionale, dare una priorità molto alta alle politiche sociali riteniamo siano ambedue motivi sufficienti affinché correre un simile rischio diventi cosa ragionevole.
"Trentino" del 6 febbraio 2006
Teroldego su RadioDue
04 02 06 11:48 Archiviato in: Mass media
Sabato 4 febbraio, alle ore 7 del mattino, Marina Cepeda Fuentes intervista Pino Loperfido sul suo romanzo nella trasmissione "Cosa bolle in pentola". Assieme si "prepara" uno sfizioso risotto al teroldego con mirtilli di bosco...
Perché stupirsi della neve?
30 01 06 11:49 Archiviato in: Articoli

È un’usanza abbastanza diffusa e, in una certa misura, disdicevole quella che notiamo in questi giorni di emergenza (?!) maltempo per le eccezionali nevicate che hanno imbiancato nuovamente la provincia. La seguono genti di diversa estrazione sociale, di tutte le età e di ambo i sessi. Anzi, più che di un’usanza si tratta di una specie di sport mentale. Consiste nell’addossare tutte le colpe, compresa quella della caduta meteorica dei fiocchi di neve, alle autorità politiche. Tantissime, infatti, nell’ultimo week-end sono state le telefonate di cittadini inviperiti che ai vigili del fuoco e alla polizia municipale domandavano lumi sul perché e sul per come stesse nevicando ormai da dieci minuti e nessun mezzo fosse ancora passato a nettare le strade. (Parenti di quelli che dopo un sommovimento tellurico si precipitano a chiamare i vigili per domandare cose del tipo: “Scusi, sbaglio o c’è stato un terremoto?!”) Eppure, forse non sembrava, ma mentre costoro armeggiavano con la fedele pala, in tutta la provincia già operava una vera e propria task force composta da quasi cinquecento mezzi e parecchie centinaia di uomini che prima del vicoletto di casa tua hanno da pensare a statali, tangenziali e via dicendo.
Ma il grosso problema delle nevicate moderne sono le automobili, nel senso che è diventato davvero difficile rinunziarvi. Un tempo non era così. La nevicata non inficiava il regolare corso dell’esistenza perché l’auto, in tanti, nemmeno ce l’avevano. Oggi è come se l’imprevedibilità dell’evento – peraltro relativa considerata la precisione con cui vengono fatte le previsioni metereologiche al giorno d’oggi – scatenasse nella testa degli automobilisti come una sorta di corto circuito che li autorizza automaticamente a prendersela con i governanti. Un vezzo alla “piove-governo-ladro” che impedisce al cittadino di compiere un piccolo esame di coscienza ed una riflessione. Quanto al primo, è naturale (oltre che evangelico) guardare la pagliuzza negli occhi altrui anziché la trave nei propri. Voglio dire, prima di aspettare che il governante sistemi le strade agli stanchi pendolari, forse debbono essere questi ultimi ad ammettere che in determinate condizioni di maltempo non ci si può permettere di gigioneggiare senza catene e magari con le gomme lisce. Pretendere di scalare il passo della Fricca sgommando inutilmente come pazzi. Riguardo alla riflessione, forse occorre rinfocolare quanto basta quel senso di responsabilità che, su certe cose, ai nostri nonni proprio non mancava.
In definitiva, una nevicata non deve rischiare di destabilizzare il popolo dei pendolari che ogni sera arranca verso le proprie valli. In inverno, un’abbondante spruzzata di bianco ci può stare. D’altra parte siamo in Trentino, non in Algeria. La nostra provincia si regge anche sul turismo invernale e il turismo invernale si regge sulla neve. Già, cos’è ‘sta storia che andiamo in tilt, appena un evento meteorologico avverso ci scombina i piani e ci fa saltare appuntamenti, concerti, consulti e incontri galanti?
E poi non dobbiamo sottovalutare la valenza educativa di una bella e copiosa nevicata che può insegnare molto in termini di socialità (le chiacchiere con i vicini spalatori), attività fisica e sano fatalismo.
Per cui non c’è da stupirsi della neve. Ci si può stupire di un sacco di cose: dell’abbassamento del prezzo della benzina, della vittoria di Berlusconi alle prossime elezioni, ma della neve no. Dopo vent’anni l’inverno è tornato a fare il suo mestiere e la colpa non è davvero di nessuno.
"Trentino" del 30 gennaio 2006
“Il Cuoco di Mozart”: la prima
08 01 06 11:43 Archiviato in: Spettacoli
Trento, 8 gennaio 2006 - Sala della FIlarmonica
La domenica mattina Trento si fa voler bene, senza il traffico e il caos dei giorni lavorativi. Giungo alla sala di Via Verdi verso le dieci e qualcosa e la fila delle persone in coda per il biglietto arriva quasi in strada. Qualche autografo, qualche amabile chiacchiera con i cantanti, le ultime raccomandazioni a Riccardo Gadotti e si parte.

Riccardo Gadotti alias Lorenzo Da Ponte
Grazie alla magia del teatro, Lorenzo Da Ponte in persona si presenta al numerosissimo pubblico trentino e inizia a raccontare la sua incredibile storia. Storia che tutti si bevono come una bevanda gelata sotto il sole di agosto. Gadotti riesce a divertire e a commuovere allo stesso tempo, mostrando sempre di avere il personaggio in pugno, così come il nostro factotum, il buon Pippo Mazzeo, auspicava. Alla fine, gli applausi che sembrano avere davvero poco del rituale, per quanto sono intensi e prolungati. (A proposito, che imbarazzo l’inchino al pubblico assieme a dei veri cantanti d’opera!). Nuova ed appagante questa esperienza con l’opera lirica. Lorenzo Da Ponte è uno di quei personaggi scomodi che la storia spesso produce, lascia agire e poi, attraverso l’invidia e il conformismo della gente, provvede a nascondere nei meandri della dimenticanza. Dalla quale abbiamo provato a strapparlo una volta per tutte.

Trascinato sul palco per gli applausi finali

Giuseppe Mazzeo, Pino Loperfido e Riccardo Gadotti
"La Compagnia dell'Anello"
La domenica mattina Trento si fa voler bene, senza il traffico e il caos dei giorni lavorativi. Giungo alla sala di Via Verdi verso le dieci e qualcosa e la fila delle persone in coda per il biglietto arriva quasi in strada. Qualche autografo, qualche amabile chiacchiera con i cantanti, le ultime raccomandazioni a Riccardo Gadotti e si parte.

Riccardo Gadotti alias Lorenzo Da Ponte
Grazie alla magia del teatro, Lorenzo Da Ponte in persona si presenta al numerosissimo pubblico trentino e inizia a raccontare la sua incredibile storia. Storia che tutti si bevono come una bevanda gelata sotto il sole di agosto. Gadotti riesce a divertire e a commuovere allo stesso tempo, mostrando sempre di avere il personaggio in pugno, così come il nostro factotum, il buon Pippo Mazzeo, auspicava. Alla fine, gli applausi che sembrano avere davvero poco del rituale, per quanto sono intensi e prolungati. (A proposito, che imbarazzo l’inchino al pubblico assieme a dei veri cantanti d’opera!). Nuova ed appagante questa esperienza con l’opera lirica. Lorenzo Da Ponte è uno di quei personaggi scomodi che la storia spesso produce, lascia agire e poi, attraverso l’invidia e il conformismo della gente, provvede a nascondere nei meandri della dimenticanza. Dalla quale abbiamo provato a strapparlo una volta per tutte.

Trascinato sul palco per gli applausi finali

Giuseppe Mazzeo, Pino Loperfido e Riccardo Gadotti
"La Compagnia dell'Anello"
Personaggio dell'anno?
02 01 06 11:36 Archiviato in: Attualità

Un gruppo di lettori e amici si è messo in testa di farmi entrare nella kermesse del giornale "Trentino" che deve designare entro il 22 febbraio chi è il "personaggio" del 2005. Attualmente sono sui settecento voti.
Chi volesse votarmi può farlo mediante il tagliando che il "Trentino" pubblica tutti i giorni in ultima pagina.