2007
L'orsa che dà alla testa
31 12 07 08:22 Archiviato in: Articoli
Una bella storia di Natale. Commovente. Per una volta la pigra gente trentina ha deciso di mobilitarsi e di scendere in piazza a manifestare contro l’ingiusta detenzione di Jurka, imprigionata da ben centosettanta giorni e zifola. Questo almeno quello che qualcuno vuol farci credere. In realtà, a sfilare lungo le strade di Trento illuminate a festa sono state solo poche decine di animalisti e Jurka non è un prigioniero politico, bensì una femmina di orso, una bestia che si è deciso di porre in cattività perché si era messa in testa di fare bene il suo mestiere di orso. Diciamo un’orso un po’ troppo orso per i nostri gusti.
(Certo che, però, è strano. Un tempo sotto Natale si sfilava per i mutilatini, per la Croce Rossa, per la pensione minima di Santa Lucia. Per un orso ancora non si era mobilitato nessuno. Segno dei tempi che stanno cambiando. Eccome se stanno cambiando. Poniamo il caso che proprio l’altro giorno un giornalista extraterrestre fosse atterrato in via Belenzani, e avesse cominciato a fare qualche domandina qua e là: “Chi siete? Per che squadra tifate? Panettone o pandoro? Che state facendo qui?” Bisogna ammettere che non sarebbe stato proprio facile per lui afferrare il concetto.) Leggi tutto...
Facciamola noi una festa per Dewis
11 12 07 08:22 Archiviato in: Pensieri
E se gliela organizzassimo noi una bella festa al giovane Dewis? Ma non una festa qualsiasi, bensì la più indimenticabile e bella che ti possa capitare nella vita. Una di quelle occasioni che poi ricorderai con piacere e commozione per tutto il resto della tua esistenza. Altro che raduno dei coscritti con la solita noiosissima bevuta e i patetici quattro salti in discoteca.
Viene davvero voglia di rimboccarsi le maniche e cominciare ad attaccare i festoni al muro leggendo la storia di Dewis Borghesi, il diciottenne della Val di Non affetto da Sindrome di Down che non ha ancora ricevuto l’invito per la programmata festa dei coscritti del suo paese. Per il momento. Quell’ “ancòra”, infatti, ce lo mettiamo perché vogliamo credere che un intoppo di qualche tipo abbia impedito agli organizzatori di recapitare il biglietto a casa Borghesi. Magari è sfilato accidentalmente via dal mucchio degli inviti, oppure una folata di vento l’ha portato via con sé. Può succedere. Si può credere anche alle ipotesi più fantascientifiche (l’inchiostro è svanito nel nulla, la cellulosa della carta si è autodistrutta per via di una complessa reazione chimica, un topolino goloso se l’è mangiato nella bussola, ecc.), ma non che gli altri coscritti volutamente abbiano evitato di invitare Dewis. No. Una cosa così è difficile da credere. Leggi tutto...
Benigni e Dante: all'inferno ci siamo noi
02 12 07 08:21 Archiviato in: Attualità
Quanti giovedì sera hanno avuto la ventura di seguire Roberto Benigni lungo il suo appassionato excursus dantesco, non hanno potuto non avere la percezione di essere stati partecipi di qualcosa di molto più grande di una trasmissione televisiva. La sensazione di stare assistendo ad un miracolo si è rivelata, per una volta, qualcosa di più di un semplice sospetto. Il miracolo è avvenuto ed è stato questo: l’uomo si è ripreso la televisione. Il creatore si è reimpossessato della sua creatura, di quell’oggetto pazzesco che da più di mezzo secolo è capace di divertire, intrattenere, informare, ma pure di plasmare e corrompere le coscienze. Giusto all’ora in cui, in altre normali serate, le facce di concorrenti stressati che sperano di beccare il pacco giusto fanno il loro ingresso nelle nostre case, un piccolo grande uomo toscano, conterraneo di Dante Alighieri, ci ha presi per mano e ci ha condotto nel luogo più impensabile: l’interno delle nostre coscienze. E per farlo non ha lanciato anatemi, né proposto noiosi sermoni. Ha giocato. Giocato con le parole, all’inizio, per conquistarsi l’attenzione. Proprio come in un rito dionisiaco, oppure come si fa con i bambini che prima li si lascia sfogare e poi, quando sono stanchi e rilassati, si acchiappa il loro sguardo e di esso, nutrendoli, ci si nutre. Leggi tutto...
Il padre, questo sconosciuto
20 11 07 08:20 Archiviato in: Articoli
La presenza paterna è il miglior investimento per il futuro dei figli. Lo ha detto Benedetto XVI, ma potrebbe tranquillamente sottoscriverlo anche il più acerrimo nemico del cattolicesimo. Lo pensano certamente anche quel gruppo di docenti universitari, scienziati, giornalisti, professionisti che da tutta Italia ha sottoscritto la cosiddetta “Lista per il Padre” promossa dallo psicologo Claudio Risé. Di essi fa parte pure Antonello Vanni, scrittore, insegnante ed esperto di tematiche giovanili, che questa sera sarà in Trentino a parlare del “Ruolo educativo del padre all’interno della famiglia” (Vigolo Vattaro, auditorium, ore 20.45, org. Associazione culturale “Nitida Stella”).
La figura del padre è stata in Occidente separata dalle sue funzioni educative e sociali. Come e perché? “Si è trattato di un processo molto lungo – dice Vanni – partito con la secolarizzazione della società e quindi anche della figura del padre. Questo a partire dalla riforma protestante in avanti, passando per l’illuminismo”. Leggi tutto...
Le due ferite di Piedicastello
16 11 07 08:18 Archiviato in: Articoli
Sia chiaro. Spazzare la polvere sotto al tappeto non è mai stato un grande rimedio contro la sporcizia. La vicina ti farà dei gran complimenti per come riesci a tenere in ordine la casa, d’accordo, ma il problema non sarà risolto. Voglio dire, adesso non è che siccome hanno spostato le due canne della tangenziale, infilando il traffico dei pendolari sotto al Doss Trento, il rione di Piedicastello diventa improvvisamente una specie di giadino dell’Eden. Piuttosto, il borgo più antico della città è oggi ancora più brutto di prima, con quelle due arterie deserte e silenziose che ora fanno il paio con l’inquietante relitto industriale dell’Italcementi. Due fantasmi di cemento e asfalto, due ferite inferte al tessuto urbanistico che avranno bisogno di chissà quanto tempo per risanarsi e restituire al luogo quella grazia e quella preziosità che aveva un tempo. Leggi tutto...
Pizzol: riposarsi all'ombra di una storia
12 11 07 08:18 Archiviato in: Articoli
Il nostro paese è attraversato da una grande emergenza. Non è innanzitutto quella politica (anche se pure lì non è che siamo messi benissimo) e neppure quella economica (vedi sopra) ma qualcosa da cui dipendono anche la politica e l’economia. Di cosa stiamo parlando? L’emergenza è quella educativa e nessuno può chiamarsi fuori, ovviamente, perché è attraverso l’educazione che si forma una persona e, quindi, l’intera società.
Lo hanno capito molto bene tre associazioni trentine (Periscopio, Nitida Stella e Stenico 80) che in questi giorni stanno lanciando una serie di interessanti iniziative culturali legate tra loro da un titolo – “Educarsi per educare” – all’apparenza semplice, ma che cela e svela una delle responsabilità principali dell’essere umano: quella di essere genitori. Leggi tutto...
La morte del giornalismo
27 08 07 08:17 Archiviato in: Attualità
Una sera di mezz’estate può capitarti anche questo. Accendi la tv alla sera, dopo una giornata di lavoro, non tanto per sentire nuove notizie dato che sei rimasto attaccato ad Internet tutto il giorno, quanto per ascoltare qualche approfondimento, un commento illustre, interviste esclusive. E per farlo scegli quello che da sempre è considerato il più illustre dei notiziari, quello per intenderci riformato da Willy de Luca, i cui conduttori hanno riempito l’adolescenza di milioni di italiani: Bianca Maria Piccinino, Emilio Fede, Bruno Vespa, Paolo Frajese e soprattutto il grandissimo Massimo Valentini. Leggi tutto...
Presentazione di "Caro Alcide" nel modenese
19 07 07 08:16 Archiviato in: Presentazioni
L'estate dell'anno scorso
ci eravamo conosciuti a Levico, in occasione di una
delle tante presentazioni del libro “Caro Alcide”. Al
generale Bernardoni, in vacanza nella città termale, il
tutto era piaciuto così tanto da invitarmi un anno
dopo, il 19 luglio a Coscogno di Pavullo nel Frignano,
sull'appennino modenese. Il caldo asfissiante nulla ha
tolto al fascino del luogo e alla simpatia dei
rotariani che mi hanno ospitato. Il racconto si è
tenuto all'interno di una antica chiesetta medievale.
Al termine, grande tavolata sulla piazzetta antistante
con la degustazione dei prodotti tipici locali e
dell'immancabile lambrusco.


Officina del Monte Bondone
17 07 07 08:15 Archiviato in: Incontri

L'esperienza dell'Officina del Monte Bondone è il classico esempio di lavoro che fai per gli altri, ma che alla fine serve soprattutto a te. E questo l'ho capito non appena arrivato all'auditorium di Vaneze martedì 10 luglio, guardando le facce dei ragazzi che si bevono le mie parole sull'arte del racconto. C'è qualcosa nell'entusiasmo, nella forza d'animo e nella spontaneità degli adolescenti che spesso è proprio ciò di cui noi quarantenni abbastanza annoiati necessitiamo. La gioia di vivere, la curiosità del confronto e dell'esperienza. È per questo che mi sento di ringraziare il direttore artistico Mauro Pedron per aver pensato anche a me quando ha stilato la lista dei cosiddetti maestri da spedire sul Monte Bondone.
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L'orsa è in gabbia (finalmente)
02 07 07 08:15 Archiviato in: Articoli
Plaudire all’istituzione pubblica non è un’attività molto praticata dai cittadini. Diciamo che le occasioni sono piuttosto rade. Questa volta ci sentiamo in dovere di complimentarci con il Servizio Foreste e Fauna della Provincia autonoma per la cattura dell’animale che già da qualche tempo si era dimostrato incontrollabile e fuori dai limiti che il progetto Life Ursus e l’intelligenza umana prevedono. Jurka se ne va in gabbia, quindi. Il posto giusto per coloro che delinquono. Uomini e animali. Leggi tutto...
La Trento più brutta che c'è
25 06 07 08:14 Archiviato in: Articoli
Dopo essersi arrampicata fino alle vette
della modernità grazie ai dotti interventi e
alle illustri partecipazioni del Festival
dell’Economia, la città di Trento sembra ripiombare
nel medioevo a causa di quello che – se non lo è –
assomiglia molto ad un grave episodio di censura.
Sono in pochi a saperlo. Giusto gli addetti ai lavori e qualche attento lettore. La sera del 25 giugno, nel pieno dei festeggiamenti per il Santo Patrono, il Teatro Sociale di Trento resterà desolatamente chiuso. Beh? E che problema c’è, domanderà qualcuno. Nessuno. Peccato che fino a qualche settimana fa era programmato un elaborato dramma teatrale, frutto di un’attenta ricerca storica, che avrebbe visto in scena oltre quaranta attori. Una piece che vuole fare chiarezza su una delle pagine più oscure della storia cittadina a cui però gli abitanti del capoluogo non potranno assistere. La recita del 25 giugno è stata cancellata. Leggi tutto...
Sono in pochi a saperlo. Giusto gli addetti ai lavori e qualche attento lettore. La sera del 25 giugno, nel pieno dei festeggiamenti per il Santo Patrono, il Teatro Sociale di Trento resterà desolatamente chiuso. Beh? E che problema c’è, domanderà qualcuno. Nessuno. Peccato che fino a qualche settimana fa era programmato un elaborato dramma teatrale, frutto di un’attenta ricerca storica, che avrebbe visto in scena oltre quaranta attori. Una piece che vuole fare chiarezza su una delle pagine più oscure della storia cittadina a cui però gli abitanti del capoluogo non potranno assistere. La recita del 25 giugno è stata cancellata. Leggi tutto...
La sbronza dell'Economia
11 06 07 20:13 Archiviato in: Pensieri
Lo scorso anno la sorpresa era
scontata. Non poteva essere altrimenti. La
prima edizione del festival dell’Economia di Trento
aveva lasciato a bocca aperta per il successo
ottenuto. Fino ad allora le strade della città erano
state viste piene di turisti, naioni in libera
uscita, girini in partenza per la canonica tappa
alpina. Ma una folla di uomini e donne andati di
testa per l’Economia (quella cosa che normalmente a
scuola ci fa ribrezzo), disposte a fare file
autostradali per poter sentire dal vivo i santoni del
libero mercato e dell’organizzazione sociale del
mondo ancora non s’era veduta. Passi per il primo
anno, quindi. Ma il successo del 2007, conferma con
gli interessi di quello del 2006, oltre a sorprendere
– è inutile negarlo – ci ha spaventato anche un po’.
L’euforia popolare amplificata dall’usuale,
folcloristica, cassa di risonanza mediatica ha
raggiunto apici che non possono non indurre l’uomo
avveduto a fare un piccolo sforzo e riflettere almeno
un poco. Leggi
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L'articolo ripreso da "Studio Aperto"
24 05 07 08:13 Archiviato in: Mass media
Una telefonata alle 18.20
mi annuncia che su Italia Uno stanno mandando in onda
una pagina del quotidiano "l'Adige", proprio quella col
mio primo articolo pubblicato su quel giornale. Il
servizio, naturalmente, è sull'ormai celebre tatuaggio
del divo americano. Per Pino Loperfido a "l'Adige" –
come dicono alcuni – una partenza col botto.


Brad Pitt va a spasso con Oetzi
24 05 07 08:12 Archiviato in: Articoli
Per l'ufficio stampa della Provincia autonoma di
Bolzano e per l'addetto alle pubbliche relazioni del
locale Museo Archeologico, Katharina Hersel,
nonostante l'ineluttabile chiarezza di alcune
fotografie, la notizia è ancora da prendere con le
pinze, viste e considerate le bufale ciclopiche che
circolano su Internet al giorno d'oggi. In ogni caso
sono già diversi i blog che in tutto il mondo
riportano i commenti (spesso disgustati) dei fans di
Brad Pitt che proprio non riescono a capacitarsi del
fatto che il loro beniamino, anziché la provocante
silhouette di Lara Croft - eroina virtuale
interpretata al cinema dalla bella moglie Angelina
Jolie - sull'avambraccio sinistro si sia fatto
tatuare niente meno che Sua Antichità la mummia del
Similaun. Leggi
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Quella sana voglia di andare via
17 05 07 08:11 Archiviato in: Racconti
“Vede, quando si arriva ad una certa età. E
voltandosi si può vedere tutta la propria vita alle
spalle. È strano… Ma viene come la voglia di
scappare. Un’irresistibile desiderio di andarsene,
non si sa da chi o verso cosa, che ti fa muovere le
gambe sotto al tavolo e roteare le punte dei piedi in
preda ad un inconsulto formicolio.” Mentre diceva
ciò, il vecchio continuava a controllare la caldaia
della pipa e con gli occhi si era davvero messo alla
ricerca di possibili vie di fuga – una finestra
semiaperta, il poggiolo sul cortile, la cuccia del
cane –, come se da un momento all’altro avesse dovuto
mettersi a correre, iniziare la corsa che lo portasse
finalmente lontano dall’idea brutta della morte. Come
quando ti trovi in un posto da troppo tempo e l’aria
si è fatta pesante, irrespirabile quasi, e di ogni
cosa senti di averne avuto abbastanza. L’unica cosa
che ti interessa a quel punto è uscire, non importa
per incontrare chi o vedere cosa. Uscire e basta.
Cambiare registro alla musica monotona e un po’
stonata che da troppo tempo senti nelle orecchie.
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Il ladro che rubava la solitudine
08 05 07 08:11 Archiviato in: Racconti
Magari ci passi davanti dieci volte al giorno e non
pensi nemmeno un minuto alla babele di speranze che
corre lungo quegli asettici corridoi, negli
ascensori, sotto ai letti, nei vassoi di plastica in
cui servono pranzo e cena. Una costruzione come
un'altra. Magari qualche finestra e qualche piano in
più, ma è l'aria birbona e strafottente che distingue
un ospedale dal resto di un città. L'aria di chi sta
aspettando ed ha tutto il tempo per farlo. E la cosa
inquietante è che la persona che l'ospedale sta
aspettando sei tu, il tuo vicino di casa, il sindaco,
la portinaia di tua cognata. Tutti. Come un destino.
Ma la gente, si sa, fa volentieri a meno di pensare
al proprio destino, ché certi pensieri sono troppo
ingombranti, o forse mettono solo troppa paura.
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L'hai voluta la bicicletta?
03 05 07 08:10 Archiviato in: Racconti
Di certi impegni non si può mai dire che li si
potranno onorare al cento per cento. Già, perché in
agguato può sempre esserci un accidente oppure
l’imprevedibilità di un folletto incazzato che come
niente ti fa perdere la tramontana. Possono
frammettersi ostacoli tra te e il tuo obiettivo,
contrattempi che rischiano di compromettere il
normale svolgimento della giornata. Guasti, scioperi
selvaggi, domeniche ecologiche, virus intestinali,
l’invasione delle cavallette: quando ha visto quel
tizio in divisa nello specchietto retrovisore, che si
agitava e con ampi e plateali gesti con le mani la
invitava ad accostare e quindi a fermare l’auto, la
Bice ha pensato a tutto, proprio a tutto, meno ciò
che in realtà stava per accadere su quella tortuosa
strada provinciale. Leggi
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L'Acquarena al tempo della siccità
26 04 07 08:10 Archiviato in: Articoli
L’inverno pazzo e senza neve ha lasciato il segno
sulla nostra provincia. Non siamo ancora arrivati
all’emergenza ma – secondo il capo della Protezione
civile trentina, Claudio Bortolotti – in caso di
un’estate di estrema siccità potremmo cominciare ad
avere problemi molto seri, soprattutto per quanto
concerne l’irrigazione dei campi. Intanto, i fiumi
trentini non sembrano essere al massimo della forma e
– parafrasando Woody Allen – nemmeno le falde
acquifere si sentono molto bene. La situazione viene
costantemente monitorata dalle autorità competenti
che, come è giusto che sia, stanno provvedendo anche
ad un’opportuna sensibilizzazione dell’opinione
pubblica su un più corretto e morigerato uso
dell’acqua. Anche i politici fanno la loro parte. Il
capogruppo di Trento Democratica al Comune di Trento,
Michelangelo Marchesi, ad esempio, invoca soluzioni
che prevedano l’impiego di acque non potabili per usi
non alimentari. Bene. Ben vengano certi suggerimenti.
Tuttavia, proprio dallo stesso Comune di Trento viene
lanciata un’idea che pare da subito essere in
contrasto con lo scenario poc’anzi descritto: l’idea
è quella di costruire a Trento un centro aquatico sul
modello dell’Acquarena di Bressanone. Leggi
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Il successo logora chi non ce l'ha
23 04 07 08:09 Archiviato in: Racconti
All’operaio che fa la catena di montaggio e guadagna
poco più di mille euro al mese, che sa già benissimo
di quanto misera sarà la pensione che percepirà
appena avrà smesso di lavorare, rotto dentro e fuori,
logorato come una machina che ha eseguito il suo
compito ed ora è pronta per essere sosituita da un
nuovo modello più tecnologico e veloce; a costui, a
questo signore oscuro che con la sua piccola e in
fondo insignificante gestualità fa fare i soldi veri
agli azionisti e ai grandi gruppi che controllano la
sua azienda, una roba del genere non gli sarebbe mai
passata per la mente. Invece a Gabriella certi
progetti le attizzano la fantasia e le fanno fare
quasi sempre sogni ad occhi aperti grandi così.
Sogni, appunto. A meno che un giorno fortunato non ti
faccia fotografare sulle ginocchia di un uomo
ricchissimo e famosissimo, oltre che spiritosissimo,
nessuno ti si presenterà mai davanti con un microfono
in mano e domandarti di te e della tua vita, se
preferisci il gelato al cioccolato o la zuppa inglese
e che ci facevi in casa di quell’uomo ricchissimo,
famosissimo, ecc. Leggi
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Intervista a Renato Farina
16 04 07 08:00 Archiviato in: Incontri
Lo confessiamo, la tentazione è stata quella di scrivere solo del libro su Don Giussani – che Renato Farina viene a presentare a Trento – e di tralasciare quanto capitato, e sta capitando, al suo autore a livello professionale e giudiziario. Tuttavia, sfogliando il volume non ci si mette molto a scoprire che Farina è una sorta di cooprotagonista della storia del prete brianzolo e della sua creatura, Comunione e Liberazione. Pertanto tacere su determinati avvenimenti sarebbe come fare ipocritamente i conti senza l’oste.
I detrattori lo hanno dipinto come un appestato, un criminale, una persona di cui bisogna fare addirittura a meno di parlare tanto è spregevole. Invece, conoscendolo meglio anche attraverso i suoi libri, Renato Farina si presenta per quello che realmente è: un (ex) giornalista brillante, non allineato, ma soprattutto un uomo che ha fatto uno sbaglio, lo ha riconosciuto e per quello sbaglio ha pagato. Leggi tutto...
Cani, scimmie e baracche
16 04 07 08:00 Archiviato in: Attualità
Il capoluogo trentino si trova in
questi giorni al centro di una stridente
contraddizione. Da una parte ci sono due eventi
culturali, o che almeno tali pretendono di essere. Al
Museo Tridentino di Scienze Naturali si è da poco
aperta una mostra intitolata “La Scimmia Nuda”, ove
per Scimmia si intende naturalmente l’uomo, quel
presuntuoso che pretende di ritenersi davvero
qualcosa di più degli animali, egoista che pensa di
avere davvero qualcosa in più rispetto agli
illuminati appartenenti al mondo animale. Il secondo
“evento” è la presentazione – in collaborazione con
la Provincia Autonoma di Trento – dell’iniziativa
“Cane bravo cittadino”. “Gli animali fanno parte
della nostra vita – ha detto l’Assessore Iva Berasi –
e chi ama i cani ritiene che abbiano diritto di
cittadinanza come le persone”. No, non state
sognando. È tutto vero. In pratica, da oggi, gli
amici a quattro zampe in possesso della patente
potranno entrare nei negozi e negli esercizi
pubblici, salire sugli autobus e fare chissà
cos’altro. Leggi
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Quando guarire non è permesso
03 04 07 16:45 Archiviato in: Racconti
Possono pure dedicargli una canzone a Sanremo,
mettere per un giorno a tema la malattia mentale e
discuterne fino a farsela uscire dalle orecchie,
fargli promesse di circostanza della serie “Vedrai
che adesso le cose cambieranno”, “da oggi quelli come
te saranno meno soli”, ma quello che Agostino ha
provato rimane qualcosa di indecifrabile,
indefinibile, oscuro che è quasi impossibile spiegare
e, soprattutto, capire. Certe malattie le riconosci
dai segni, dalle macchie sulla pelle, dalle
cicatrici. Ma certe altre sono più subdole, si
nascondono come animali predatori e ti fanno svoltare
l’angolo del discernimento, giusto di fronte a piazza
della Follia.
Agostino è quella che si dice una persona iperattiva. Le sue energie non ama risparmiarsele. Ed è stato sempre così, fin dai tempi della scuola. Le lauree conseguite nei più prestigiosi atenei del paese sono adesso appese al muro e lo guardano dall’alto, come un passato che chieda conto al presente dei cambiamenti avvenuti. Perché è accaduto ad un certo punto che la mente di Agostino se n’è andata da un’altra parte. Così. Senza preavviso. Una mattina di giugno che pioveva che dio la mandava, ha fatto per scendere le scale e davanti alla rampa, prima di scendere il primo gradino, Agostino ha cominciato ad interrogarsi, ché non riconosceva più l’utilità di quelle assi di legno messe una accanto all’altra, proprio sotto al passamano. A cosa servono? E cosa ci sto facendo io qui? Come se anziché di semplici scale si trattasse di un astruso programma per la gestione di una centrale nucleare o del pannello dei comandi di un aereo supersonico.
Improvvisamente, nella vita di quest’uomo, è come se ogni cosa avesse mutato la propria destinazione d’uso. Il mestolo non serve più per girare la minestra, dal rubinetto non fuoriesce più l’acqua e le lancette dell’orologio in quale senso girano? La fiamma che salta su dall’accendino, poi, Agostino la osserva per ore, ma proprio non arriva ad afferrarne l’utilità.
Una malattia che non si vede, che non mostra sintomi se non quell’eccessiva attenzione per aspetti della quotidianità solitamente meno importanti di uno starnuto. E poi la rabbia per non poter mostrare a nessuno l’evidenza del male. Non poter urlare “guardi qui che pustole!” oppure “visto che c’ho quaranta di febbre?!” D’ora in poi, chiunque ascolterà Agostino sarà costretto a fidarsi delle sue parole, delle incerte descrizioni che gli usciranno di bocca.
Così la vita diventa d’incanto un pellegrinaggio da un ospedale all’altro, da un luminare all’altro, a contatto di gomito con quelli che “sono come te” eppure non ti assomigliano nemmeno un po’. Ed in mezzo ci stanno tutte quelle pilloline colorate che fanno tanto smarties, ma sono amare come una sconfitta. Ed in effetti Agostino ha sventolato già da un po’ la sua bandiera bianca. Infatti accetta di farsi curare e, mese dopo mese, le cose sembrano migliorare. Nel buio in cui era piombata la sua mente, lentamente, si aprono piccoli spiragli di speranza che invitano a sperare in un futuro normale. E poi anche lo Stato assitenziale ha fatto la sua parte. Lo ha curato, rimesso in carreggiata e gli ha pure assegnato una pensione di invalidità.
Agostino sorride, però. Dice che con quei soldi lui al massimo si fa un pugno di visite dallo specialista. In compenso, arrivati a questo punto, un lavoro vero non te lo dà più nessuno. Nemmeno se dalla malattia ci stai uscendo e ti senti rinascere per quanto stai bene. La fregatura di questi malanni della fantasia sono soprattutto le chiacchiere della gente, le etichette che la massa ti attacca addosso nemmeno fossi una chiquita. Perché secondo loro certe malattie possono solo aggravarsi. Insomma, una volta dentro non ne esci più.
Ed invece Agostino si tuffa nella vita, lo dimostra con i fatti che la vera fregatura sta nella falsità dei pregiudizi umani e legislativi, della miriade di microscopici giudizi sommari che i nostri simili distribuiscono a destra e a manca ogni santo giorno. Ma è tutto inutile. Per la Legge se sei matto lo sei per sempre. Devi accontentarti della pensione di invalidità, di qualche lavoretto per diversamente abili e del facile e furbesco ritornello con cui quel cantante miope ha vinto il Festival di Sanremo.
("Trentino" del 2 aprile 2007)
Agostino è quella che si dice una persona iperattiva. Le sue energie non ama risparmiarsele. Ed è stato sempre così, fin dai tempi della scuola. Le lauree conseguite nei più prestigiosi atenei del paese sono adesso appese al muro e lo guardano dall’alto, come un passato che chieda conto al presente dei cambiamenti avvenuti. Perché è accaduto ad un certo punto che la mente di Agostino se n’è andata da un’altra parte. Così. Senza preavviso. Una mattina di giugno che pioveva che dio la mandava, ha fatto per scendere le scale e davanti alla rampa, prima di scendere il primo gradino, Agostino ha cominciato ad interrogarsi, ché non riconosceva più l’utilità di quelle assi di legno messe una accanto all’altra, proprio sotto al passamano. A cosa servono? E cosa ci sto facendo io qui? Come se anziché di semplici scale si trattasse di un astruso programma per la gestione di una centrale nucleare o del pannello dei comandi di un aereo supersonico.
Improvvisamente, nella vita di quest’uomo, è come se ogni cosa avesse mutato la propria destinazione d’uso. Il mestolo non serve più per girare la minestra, dal rubinetto non fuoriesce più l’acqua e le lancette dell’orologio in quale senso girano? La fiamma che salta su dall’accendino, poi, Agostino la osserva per ore, ma proprio non arriva ad afferrarne l’utilità.
Una malattia che non si vede, che non mostra sintomi se non quell’eccessiva attenzione per aspetti della quotidianità solitamente meno importanti di uno starnuto. E poi la rabbia per non poter mostrare a nessuno l’evidenza del male. Non poter urlare “guardi qui che pustole!” oppure “visto che c’ho quaranta di febbre?!” D’ora in poi, chiunque ascolterà Agostino sarà costretto a fidarsi delle sue parole, delle incerte descrizioni che gli usciranno di bocca.
Così la vita diventa d’incanto un pellegrinaggio da un ospedale all’altro, da un luminare all’altro, a contatto di gomito con quelli che “sono come te” eppure non ti assomigliano nemmeno un po’. Ed in mezzo ci stanno tutte quelle pilloline colorate che fanno tanto smarties, ma sono amare come una sconfitta. Ed in effetti Agostino ha sventolato già da un po’ la sua bandiera bianca. Infatti accetta di farsi curare e, mese dopo mese, le cose sembrano migliorare. Nel buio in cui era piombata la sua mente, lentamente, si aprono piccoli spiragli di speranza che invitano a sperare in un futuro normale. E poi anche lo Stato assitenziale ha fatto la sua parte. Lo ha curato, rimesso in carreggiata e gli ha pure assegnato una pensione di invalidità.
Agostino sorride, però. Dice che con quei soldi lui al massimo si fa un pugno di visite dallo specialista. In compenso, arrivati a questo punto, un lavoro vero non te lo dà più nessuno. Nemmeno se dalla malattia ci stai uscendo e ti senti rinascere per quanto stai bene. La fregatura di questi malanni della fantasia sono soprattutto le chiacchiere della gente, le etichette che la massa ti attacca addosso nemmeno fossi una chiquita. Perché secondo loro certe malattie possono solo aggravarsi. Insomma, una volta dentro non ne esci più.
Ed invece Agostino si tuffa nella vita, lo dimostra con i fatti che la vera fregatura sta nella falsità dei pregiudizi umani e legislativi, della miriade di microscopici giudizi sommari che i nostri simili distribuiscono a destra e a manca ogni santo giorno. Ma è tutto inutile. Per la Legge se sei matto lo sei per sempre. Devi accontentarti della pensione di invalidità, di qualche lavoretto per diversamente abili e del facile e furbesco ritornello con cui quel cantante miope ha vinto il Festival di Sanremo.
("Trentino" del 2 aprile 2007)
S. Giuseppe e il ruolo del padre
30 03 07 14:30 Archiviato in: Articoli
Il primo libro lo ha scritto quasi di getto, inseguendo le suggestioni di un sogno particolarmente avvincente fatto alla fine del 1988, quando oniricamente concepì il finale del suo primo romanzo, “Polvere”. Per scrivere più metodicamente il secondo è partito dalla toccante immagine di un vecchio che in punto di morte domanda a sua moglie di poter rivedere un’ultima volta il proprio figlio. L’autore di cui stiamo parlando è Giovanni Donna d’Oldenico, un medico torinese, che confessa di fare molta fatica a scrivere, anche perché per uno che fa quella professione – ed ha otto figli! – è difficile trovare il tempo di farlo, a meno di non sfruttare i piccoli tempi morti che le giornate solitamente offrono ai mortali.
Il secondo romanzo di Donna d’Oldenico si intitola “Giusto” (Marietti Editore) ed è al centro dell’incontro di questa sera organizzato dall’Associazione Culturale “Nitida Stella”, a Vigolo Vattaro (auditorium, ore 20.30), intitolato "Da San Giuseppe alle coppie di fatto". In teoria, si tratta della presentazione di un libro, ma in realtà l’occasione è ghiotta per partire dalla vicenda romanzata del padre più famoso della Storia ed arrivare fino ai giorni nostri, dibattendo del ruolo educativo della figura paterna oggi. D’Oldenico non si sottrae alla sottile provocazione che il titolo dell’incontro nasconde e prontamente risponde a quanti oggi pretendono di guardare alla Famiglia di Nazareth come ad una delle prime coppie di fatto. “Quella famiglia ha una regola – dice –, è storicamente provato che vi furono degli sponsali tra Giuseppe e Maria, vi fu un’introduzione nella casa dello sposo; per cui quel figlio era pienamente legittimo”.
Questa la perentoria risposta a chi sostiene che il Vangelo non ci dà nessun esempio di famiglia precisa. La sacra famiglia era formata da un padre e da una madre, come ce ne sono tanti, alle prese pure loro con un progetto educativo, pure loro lavorati ai fianchi da quello strisciante senso di inadeguatezza che accompagna i genitori durante la crescita di un figlio. Certo, Giuseppe, l’uomo “giusto”, è in una situazione particolare. È a capo di una famiglia che è “sua opera, ma non è opera sua”; titolare di un compito spropositato e immenso per le apparentemente scarne risorse umane: il compito di educare nientemeno che Dio fatto persona. Chiunque davanti ad una responsabilità tanto grande desisterebbe e fuggirebbe via lontano se – come il “Giusto” – non avesse ben presente che prendersi cura dei figli, al di là di ogni convinzione religiosa ed etica, è la più sana delle abitudini umane. Occasione quotidiana di vivere appieno il proprio ruolo famigliare, interpretando al meglio e senza presunzioni di sorta le mansioni educative che l’essere padre comporta.
“Purtroppo, nella modernità, – sostiene d’Oldenico – si tende ad interpretare la paternità come un’occasione di realizzazione sociale. Invece dovrebbe trattarsi sempre di una vocazione, come lo è ad esempio per il cristiano”.
Anche a causa di questa cattiva interpretazione di ruolo viviamo in una società in cui sempre più latita la paternità; i padri spesso si riducono ad essere quei tizi che escono di casa al mattino e ci ritornano la sera e servono per portare a casa lo stipendio. Proviamo invece a pensare a certi padri di una volta, quelli che sapevano “come si stava al mondo” e pur di fartelo capire erano disposti a tutto. Un po’ come Giuseppe di Nazareth, il falegname, che di quel figlio tanto particolare ha amato il destino e ne ha assecondato autorevolmente il passo. Affettuoso, lo ha custodito e ne ha curato la compagnia. Stando sulla soglia, sereno, serio, sicuro. Instancabilmente responsabile.
("Trentino" del 30 marzo 2007)
Bugie con i tacchi a spillo
26 03 07 08:47 Archiviato in: Racconti
C’è in ognuno l’oscura convinzione che basti
riempirsi la vita per allontanare i brutti pensieri.
Ma la vita non è un bicchiere, piuttosto è un
colapasta, è un recipiente bucato che fa fatica a
trattenere qualsiasi cosa. Così può capitare che uno
viaggi molto, abbia l’agenda piena di appuntamenti,
conosca migliaia di persone e quando, ad un certo
punto, pensa di averne avuto abbastanza di ogni cosa,
di essere arrivato, di aver concluso la navigazione
verso i mari della soddisfazione e della serenità si
accorge che ogni gesto fatto, ogni parola detta, ogni
posto visitato, ogni persona conosciuta fino a quel
momento non sono per niente quel che stava cercando.
Eppure Augusto stavolta è sicuro di aver trovato la “soluzione”. Ciò che ha incontrato gli consentirà finalmente di non dover più correre come un pazzo alla ricerca di un buon motivo per poter vivere sereno, di un grimaldello per scardinare l’angoscia dell’esistere. Almeno così crede.
Il fatto è che quando uno si innamora (e per fortuna capita poche volte nella vita) diventa una specie di deficiente, un invalido, un reduce di guerra perché il cervello comincia a girare a vuoto… come un motore imballato perché il conducente ha sbagliato marcia e pretende di fare i cento con la seconda marcia inserita. E chissà perché, quando un uomo o una donna si ritrovano in quello stato di rimbambimento l’ultima cosa che vanno a domandarsi è se il partner provi le medesime sensazioni o meno. Come se una risposta affermativa a tale dubbio fosse scontata.
Sì, perché a guardare quella donna bionda tutto si andrebbe a pensare meno che è innamorata dell’Augusto. Tutta presa dal suo lavoro, piena di scartoffie, sempre attaccata a quel telefono come una donna in carriera che di cosuccie come i sentimenti proprio non sa che farsene. Delle volte ci sarebbe davvero da domandarsi come fa Nostro Signore a farli e dopo ad accoppiarli a quel modo. Tanto diversi e complementari sotto più punti di vista. Lui di media estrazione sociale, operaio, abitudinario. Lei, a quanto pare, di alta estrazione sociale, industriale, abituata a zompettare da questo a quell’altro salotto mondano sui suoi tacchi a spillo. Intanto, però, stasera è ad Augusto che tocca pagare la costosa cena consumata in uno dei migliori ristoranti della città, ché la sua bella ha dimenticato a casa le innumerevoli carte di credito. Può capitare, si giustifica l’uomo. Lei è così piena di impegni che a certe questioni materiali proprio non ha il tempo di pensarci. Né quella sera né nei giorni successivi.
Nessun problema, dice Augusto, io la amo. E poi con tutti i soldi che c’ha io potrei pure permettermi di smettere di lavorare.
Intanto, però, deve prestarle nuovamente un gruzzoletto ché lei è alle prese con i soliti problemi di liquidità: sempre così questi industriali, miliardi investiti in titoli e case e nemmeno un euro per comperarsi il giornale.
Fino a che, un brutto giorno per le illusioni di Augusto, egli ha l’avventata idea di cercare la sua bella in azienda, ché al cellulare non risponde. Domanda del direttore e questi non ha la voce sensuale di chi sappiamo, ma il tipico rantolo del “cummenda” tabagista. Ma… Ci dev’essere un errore. Augusto ricontrolla il numero e il nome della ditta, ritelefona, richiede di poter parlare con… ma sa bene che gli errori si commettono sempre quando non si vorrebbe accadessero. Non ha sbagliato numero né ditta. La sua lei è dissolta, andata, svanita assieme a tutte le sue frottole, alla velocità della luce, come una castello di carte travolto da una tempesta. Non era questo, dunque, l’amore che Augusto stava cercando e che sognava di aver trovato; quello che gli avrebbe riempito la vita, allontanando i brutti pensieri. O forse il problema vero è che non esiste nulla che possa colmare il vuoto di certe esistenze. Mai. Nemmeno un paio di tacchi a spillo coi capelli biondi. Nemmeno un amore imbottito di bugie.
("Trentino" del 26 marzo 2007)
Eppure Augusto stavolta è sicuro di aver trovato la “soluzione”. Ciò che ha incontrato gli consentirà finalmente di non dover più correre come un pazzo alla ricerca di un buon motivo per poter vivere sereno, di un grimaldello per scardinare l’angoscia dell’esistere. Almeno così crede.
Il fatto è che quando uno si innamora (e per fortuna capita poche volte nella vita) diventa una specie di deficiente, un invalido, un reduce di guerra perché il cervello comincia a girare a vuoto… come un motore imballato perché il conducente ha sbagliato marcia e pretende di fare i cento con la seconda marcia inserita. E chissà perché, quando un uomo o una donna si ritrovano in quello stato di rimbambimento l’ultima cosa che vanno a domandarsi è se il partner provi le medesime sensazioni o meno. Come se una risposta affermativa a tale dubbio fosse scontata.
Sì, perché a guardare quella donna bionda tutto si andrebbe a pensare meno che è innamorata dell’Augusto. Tutta presa dal suo lavoro, piena di scartoffie, sempre attaccata a quel telefono come una donna in carriera che di cosuccie come i sentimenti proprio non sa che farsene. Delle volte ci sarebbe davvero da domandarsi come fa Nostro Signore a farli e dopo ad accoppiarli a quel modo. Tanto diversi e complementari sotto più punti di vista. Lui di media estrazione sociale, operaio, abitudinario. Lei, a quanto pare, di alta estrazione sociale, industriale, abituata a zompettare da questo a quell’altro salotto mondano sui suoi tacchi a spillo. Intanto, però, stasera è ad Augusto che tocca pagare la costosa cena consumata in uno dei migliori ristoranti della città, ché la sua bella ha dimenticato a casa le innumerevoli carte di credito. Può capitare, si giustifica l’uomo. Lei è così piena di impegni che a certe questioni materiali proprio non ha il tempo di pensarci. Né quella sera né nei giorni successivi.
Nessun problema, dice Augusto, io la amo. E poi con tutti i soldi che c’ha io potrei pure permettermi di smettere di lavorare.
Intanto, però, deve prestarle nuovamente un gruzzoletto ché lei è alle prese con i soliti problemi di liquidità: sempre così questi industriali, miliardi investiti in titoli e case e nemmeno un euro per comperarsi il giornale.
Fino a che, un brutto giorno per le illusioni di Augusto, egli ha l’avventata idea di cercare la sua bella in azienda, ché al cellulare non risponde. Domanda del direttore e questi non ha la voce sensuale di chi sappiamo, ma il tipico rantolo del “cummenda” tabagista. Ma… Ci dev’essere un errore. Augusto ricontrolla il numero e il nome della ditta, ritelefona, richiede di poter parlare con… ma sa bene che gli errori si commettono sempre quando non si vorrebbe accadessero. Non ha sbagliato numero né ditta. La sua lei è dissolta, andata, svanita assieme a tutte le sue frottole, alla velocità della luce, come una castello di carte travolto da una tempesta. Non era questo, dunque, l’amore che Augusto stava cercando e che sognava di aver trovato; quello che gli avrebbe riempito la vita, allontanando i brutti pensieri. O forse il problema vero è che non esiste nulla che possa colmare il vuoto di certe esistenze. Mai. Nemmeno un paio di tacchi a spillo coi capelli biondi. Nemmeno un amore imbottito di bugie.
("Trentino" del 26 marzo 2007)
Mastrogiacomo libero: adesso la facciamo finita?
21 03 07 12:36 Archiviato in: Attualità
Adesso che Mastrogiacomo è stato liberato e tutti,
giustamente e umanamente, proviamo una sobria
soddisfazione per il fatto che la sua vita non sia
più in pericolo, che non debba più rimanere segregato
in condizioni disumane, arriva finalmente il momento
di toglierci alcuni sassolini dalle scarpe. E non si
può non partire dall'incredibile edizione serale
odierna del Tg1: diciotto minuti dedicati alla
liberazione del giornalista italiano. Una specie di
record. Senza contare l'edizione straordinaria. Ora,
che ci siano state consistenti pressioni governative
sui palinsesti è il classico segreto di Pulcinella.
Il potere anche in quest'occasione ha voluto mostrare
i muscoli, per costringere l'opinione pubblica a
considerare il caso di Mastrogiacomo una questione di
Stato. Gli appelli, le sfilate, le fiaccolate, i
cartelloni appesi alle prefetture, gli striscioni,
ecc. si sono sprecati. Gli italiani,
dall'industrialotto della Bassa alla casalinga di
Voghera, "dovevano" sapere che il Governo Prodi non
era certo meno bravo del precedente a pagare
riscatti. E in questa attività di lavaggio del
cervello mediatico, il Governo è stato aiutato dal
fatto che Mastrogiacomo appartenesse alla casta
giornalistica. Contrariamente a quanto avvenuto per
la vicenda dei tecnici rapiti in Nigeria, che a voler
fare un confronto sono stati praticamente ignorati
dalla stampa, questa volta non si è voluto badare a
spese. Il risultato finale è stato un vero e proprio
bombardamento mediatico a cui è stato davvero
difficile sottrarsi. Purtroppo pochi si sono resi
conto che in questa storia, soprattutto alla fine, si
è perso da più parti il senso della misura. A partire
dalle scene di esultanza viste non appena la notizia
della liberazione del giornalista (peraltro già
abbondantemente preannunciata) si è diffusa tra i
media. Brindisi, applausi, abbracci scomposti,
bandiere sventolanti. I principali telegiornali sono
andati completamente fuori di testa. Si è arrivati
cocuzzianamente ad intervistare i colleghi in
delirio, la mamma commossa, la sorella compiaciuta e
il fratello che stappa lo spumante nemmeno avesse
vinto un Gran Premio. Un teatrino prefabbricato e
patetico, talmente pre-confezionato da sembrare un
soap opera. Certo, è comprensibile la gioia di chi ha
temuto tanto a lungo per la sorte di un proprio caro.
Tuttavia, la situazione avrebbe richiesto maggiore
sobrietà. Non bisogna dimenticare che il prezzo
pagato per la liberazione di Mastrogiacomo è stato e
rimane altissimo. Anzitutto, la vita di Saied Agha,
l'autista 25enne del giornalista di Repubblica, e
quella di suo figlio, che non è sopravissuto al
dolore provato dalla madre che lo portava in grembo.
Poi, non dobbiamo dimenticare che il Governo afghano,
su pressione di quello italiano, ha dovuto rilasciare
un manipolo di farabutti che meritava di continuare a
marcire nelle patrie galere e che invece adesso è
pronto per nuove sinistre avventure. Infine, la
dignità del nostro Paese perde un altro pezzetto, si
sbriciola ulteriormente cedendo miseramente al
ricatto di un gruppo di assassini, esponendosi in tal
modo a futuri, probabilissimi, nuovi rapimenti. La
vicenda Mastrogiacomo ci conferma ancora una volta
che l'Italia è un Paese che ha continuamente bisogno
di eroi, come di un deodorante che copra
continuamente i cattivi odori di un corpo malandato.
Un eroificio al servizio dei governi, della stampa
loro fedelmente asservita e di tutti quei cittadini
che hanno dimenticato, ancora una volta, di essere
uomini in grado di pensare con la propria testa.
(Articolo pubblicato su Trentinario.it)
(Articolo pubblicato su Trentinario.it)
Una storia a testa in giù
19 03 07 12:39 Archiviato in: Racconti
Ci sono molti modi per riuscire a vivere nel mondo
frenetico e caotico dei giorni nostri. Uno è questo:
convincere chi ti sta vicino, il maggior numero di
persone possibile, ad ascoltare le tue ossessioni e –
alla fine – a darti ragione. Forse a prescindere dal
posto che occupa la verità, che di solito è unica e,
spesso, insondabile.
Se ne vedono di cose strane in giro. E non ci riferiamo certo a qualche eccentrico capo d’abbigliamento o ad una macchina posteggiata in maniera particolarmente ardita, perché le stranezze non sono poi così appariscenti. Bisogna saperle cercare nel marasma quotidiano. Guarda quel tizio, ad esempio. Quello che impavido si aggira nel finale della nostra storia. Una storia bizzarra che se ne sta a testa in giù perché è così che deve stare se la vogliamo raccontare per bene; come un acrobata che cammina sulle mani e raccoglie pochi spiccioli di offerta tra i passanti.
***
Per riuscire a vivere nel mondo frenetico e caotico dei giorni nostri bisogna credere a ciò che si sta guardando, anche se la mente ti si è messa in ginocchio e ti sta scongiurando di non prestare fede a certe scene assurde.
Nemmeno nella città più disincantata del mondo, un uomo che va in giro regalando banconote al primo che capita può passare inosservato. Guardalo lì, Mirko, come è contento mentre zompetta per le strade del paesone tra i monti. Venti euro al signore col cappello, cinquanta alla signorina con la ventiquattrore, cento – addirittura – al pensionato con la borsa della spesa. Tutti accettano volentieri, nessuno trova niente da ridire in un’azione tanto magnanima. La generosità di certe persone, talvolta, riesce ad educare meglio di scuola, famiglia e Chiesa messe assieme. Guardalo, Mirko, che tenta di guadagnarsi il paradiso con un’azione buona. Stende in piazza la propria ossessione come fosse biancheria mal lavata. Eppure nessuno nel mondo frenetico e caotico pare intenzionato a dargli ragione. Ha l’aria stralunata di un miliardario in vena di filantropia estrema, un po’ come se a Rupert Murdoch desse improvvisamente di volta il cervello e cominciasse a gettare denaro dalla finestra del suo ufficio.
Ma prima di compiacerci con Mirko per il suo altruismo, risaliamo un attimo la storia. Lo so che è lunedì mattina, ma facciamolo lo stesso uno sforzo mentale e dall’epilogo ci spostiamo verso la parte centrale della trama. Immaginiamo così il Nostro alcuni minuti prima delle grandi regalìe. Si sta cazzando cifre da capogiro in negozi e ristoranti del centro. Un’ostentazione di potere economico che ben presto fa serpeggiare alcune domande tra i passanti e tra i lettori. Ma chi è, costui? Donde viene? Ha così tanti soldi da? D’altra parte nella città disincantata, nel paesone che sta tra i monti la generosità è proprio come la maleducazione: non riesce a passare inosservata. I passanti sembrano assorti nei casi loro, eppure in realtà sono piccoli registratori ambulanti che annotano ogni cosa dei propri simili: altri passanti che a loro volta registrano e annotano. Credono di vivere e, in realtà, anno dopo anno, partecipano ad una eterna conferenza stampa in cui c’è nulla da annunciare.
Ma di tutto ciò Mirko se ne frega allegramente. È l’inizio della storia, questo, e d’incanto assomiglia all’inizio di tante altre storie a cui ci ha resi avvezzi la modernità. L’arrivo da un Paese straniero, il difficile adattamento, la complicata ricerca di un lavoro, l’integrazione, l’agognata conquista della fiducia di chi ti sta attorno.
Mentre mette in tasca i soldi delle casse aziendali, qualcosa scatta nella testa di Mirko. Capisce che quei soldi potrebbe tenerseli e allo stesso tempo sente i rimproveri del rimorso. È combattuto, una vela sbattuta dai venti del bene e del male. Certo è che la sua faccia non ha più i tratti rilassati a cui ci eravamo oramai abituati. Profonde rughe adesso gli solcano il viso, come se si portasse dentro una perpetua preoccupazione. Dovrebbe effettuarci dei pagamenti con tutti quegli euro. Per conto dell’azienda, si capisce. Andare in banca, fare i bonifici e fine. Ed invece questo è solo l’inizio. Lo sconsiderato inizio di una storia a testa in giù.
IL FATTO
lI primo di marzo ruba dei soldi al proprio datore di lavoro e poi si ingegna a spenderli e a regalarli ad amici e parenti. Il novello Robin Hood, denunciato per furto, è un bosniaco di 37 anni. In base a quanto verificato dalla polizia, la somma dilapidata ammonterebbe a circa dieci milioni delle vecchie lire.
("Trentino" del 19 marzo 2007)
Se ne vedono di cose strane in giro. E non ci riferiamo certo a qualche eccentrico capo d’abbigliamento o ad una macchina posteggiata in maniera particolarmente ardita, perché le stranezze non sono poi così appariscenti. Bisogna saperle cercare nel marasma quotidiano. Guarda quel tizio, ad esempio. Quello che impavido si aggira nel finale della nostra storia. Una storia bizzarra che se ne sta a testa in giù perché è così che deve stare se la vogliamo raccontare per bene; come un acrobata che cammina sulle mani e raccoglie pochi spiccioli di offerta tra i passanti.
***
Per riuscire a vivere nel mondo frenetico e caotico dei giorni nostri bisogna credere a ciò che si sta guardando, anche se la mente ti si è messa in ginocchio e ti sta scongiurando di non prestare fede a certe scene assurde.
Nemmeno nella città più disincantata del mondo, un uomo che va in giro regalando banconote al primo che capita può passare inosservato. Guardalo lì, Mirko, come è contento mentre zompetta per le strade del paesone tra i monti. Venti euro al signore col cappello, cinquanta alla signorina con la ventiquattrore, cento – addirittura – al pensionato con la borsa della spesa. Tutti accettano volentieri, nessuno trova niente da ridire in un’azione tanto magnanima. La generosità di certe persone, talvolta, riesce ad educare meglio di scuola, famiglia e Chiesa messe assieme. Guardalo, Mirko, che tenta di guadagnarsi il paradiso con un’azione buona. Stende in piazza la propria ossessione come fosse biancheria mal lavata. Eppure nessuno nel mondo frenetico e caotico pare intenzionato a dargli ragione. Ha l’aria stralunata di un miliardario in vena di filantropia estrema, un po’ come se a Rupert Murdoch desse improvvisamente di volta il cervello e cominciasse a gettare denaro dalla finestra del suo ufficio.
Ma prima di compiacerci con Mirko per il suo altruismo, risaliamo un attimo la storia. Lo so che è lunedì mattina, ma facciamolo lo stesso uno sforzo mentale e dall’epilogo ci spostiamo verso la parte centrale della trama. Immaginiamo così il Nostro alcuni minuti prima delle grandi regalìe. Si sta cazzando cifre da capogiro in negozi e ristoranti del centro. Un’ostentazione di potere economico che ben presto fa serpeggiare alcune domande tra i passanti e tra i lettori. Ma chi è, costui? Donde viene? Ha così tanti soldi da? D’altra parte nella città disincantata, nel paesone che sta tra i monti la generosità è proprio come la maleducazione: non riesce a passare inosservata. I passanti sembrano assorti nei casi loro, eppure in realtà sono piccoli registratori ambulanti che annotano ogni cosa dei propri simili: altri passanti che a loro volta registrano e annotano. Credono di vivere e, in realtà, anno dopo anno, partecipano ad una eterna conferenza stampa in cui c’è nulla da annunciare.
Ma di tutto ciò Mirko se ne frega allegramente. È l’inizio della storia, questo, e d’incanto assomiglia all’inizio di tante altre storie a cui ci ha resi avvezzi la modernità. L’arrivo da un Paese straniero, il difficile adattamento, la complicata ricerca di un lavoro, l’integrazione, l’agognata conquista della fiducia di chi ti sta attorno.
Mentre mette in tasca i soldi delle casse aziendali, qualcosa scatta nella testa di Mirko. Capisce che quei soldi potrebbe tenerseli e allo stesso tempo sente i rimproveri del rimorso. È combattuto, una vela sbattuta dai venti del bene e del male. Certo è che la sua faccia non ha più i tratti rilassati a cui ci eravamo oramai abituati. Profonde rughe adesso gli solcano il viso, come se si portasse dentro una perpetua preoccupazione. Dovrebbe effettuarci dei pagamenti con tutti quegli euro. Per conto dell’azienda, si capisce. Andare in banca, fare i bonifici e fine. Ed invece questo è solo l’inizio. Lo sconsiderato inizio di una storia a testa in giù.
IL FATTO
lI primo di marzo ruba dei soldi al proprio datore di lavoro e poi si ingegna a spenderli e a regalarli ad amici e parenti. Il novello Robin Hood, denunciato per furto, è un bosniaco di 37 anni. In base a quanto verificato dalla polizia, la somma dilapidata ammonterebbe a circa dieci milioni delle vecchie lire.
("Trentino" del 19 marzo 2007)
Quella scritta non c'è più
13 03 07 12:32 Archiviato in: Attualità
Prima
Dopo
O meglio. Di scritte ce ne sono altre, più fantasiose e colorate e decisamente meno razziste. Quello che mi piacerebbe sapere è se ad indirizzare sul posto i graffittari sia stato in qualche maniera quanto scritto in Teroldego. Oppure se si è trattato solo di un giustiziere armato di spray deciso a cancellare certe frasi ignominiose dai lindi muri che arredano quel certo cavalcavia, dalle parti della ciclabile di Febbre Valsugana. Che ci sia lo zampino di Lillo Gubert e dei suoi?
Dopo
O meglio. Di scritte ce ne sono altre, più fantasiose e colorate e decisamente meno razziste. Quello che mi piacerebbe sapere è se ad indirizzare sul posto i graffittari sia stato in qualche maniera quanto scritto in Teroldego. Oppure se si è trattato solo di un giustiziere armato di spray deciso a cancellare certe frasi ignominiose dai lindi muri che arredano quel certo cavalcavia, dalle parti della ciclabile di Febbre Valsugana. Che ci sia lo zampino di Lillo Gubert e dei suoi?
La prima notte dell'umanità
12 03 07 12:37 Archiviato in: Racconti
La domenica sarà pure ecologica, ma alla stazione di
servizio il lavoro non manca mai. Un’occhiata al
livello dell’olio, un’altra a quello dell’acqua, una
pulitina al parabrezza e poi benzina, tanta benzina
da inquinarci un pianeta intero. Per fortuna è quasi
ora di chiusura. Le auto sono case ambulanti che non
temono i terremoti, né le mazzate dell’Ici e poi le
metti dove vuoi. Ammesso che trovi parcheggio. A dire
il vero, Cristina un parcheggio se l’è preso e basta.
Sono quasi venti minuti che il suo catorcio rosso è
fermo sotto la pensilina con il motore acceso. Che ci
fa lì, adesso, che la stazione di servizio è chiusa
ormai; il cartello “Self Service” ammonisce gli
automobilisti sul fatto che devono arrangiarsi con la
pompa e tutto il resto.
***
Scende la notte e per Cristina è come se si trattasse della prima notte dell’umanità. Guarda la sua bambina legata malamente sul seggiolino e ha paura, la stessa paura che probabilmente provarono i nostri progenitori il giorno in cui videro il sole sparire e mica lo potevano sapere che sarebbe tornato il mattino dopo. Intanto il motore continua a girare, come una preghiera sciancata, e grazie ad un semplice sistema di ventole e resistenze regala un po’ del suo calore alle due abitatrici del veicolo. La notte è fredda, fredda davvero. E sarebbe un guaio se quel motore si fermasse.
La bimba, intanto, si è assopita. Per lei, si capisce, è tutto una specie di gioco: restare chiuse tutta la notte in auto come sardine… cosa potrebbe essere se non un incomprensibile gioco? Ma la bimba è troppo piccola per fare domande. Cristina guarda fisso davanti a sé, il suo sguardo prova a bucare la notte e trovare le risposte che sta cercando. L’uomo da cui forse sta scappando, i debiti che forse sta tentando di lasciarsi alle spalle oppure la vita che non è certo quella sognata: tutte le ragioni di quel gesto tanto incomprensibile danzano nella testa di Cristina, che adesso prova a far ripartire quel motore maledetto. Ma non c’è niente da fare. Il serbatoio è vuoto, il portafogli pure. Si resta così, all’adiaccio, in un’auto rossa, in un angolo di mondo che confina col benessere, ma che dal benessere non attinge nulla, nemmeno il profumo.
***
L’alba livida trova ad attenderla un’auto con i vetri appannati. Dentro due donne, o meglio, una donna e un cucciolo di donna ranicchiate all’interno di un auto, immerse in un sonno disperato, nel piazzale di una stazione di servizio. Il lunedì si presenta con una teoria di veicoli che si ferma a far benzina, a pochi metri da Cristina e da sua figlia che ora piange disperata, domanda aiuto in quella sua lingua imberbe e incomprensibile che solo le persone di buon cuore riescono a capire. Il benzinaio, ad esempio, per il quale una scena simile costituisce condizione necessaria e sufficiente affinché vengano chiamati i soccorsi a far ragionare Cristina, a consolarla, a ridare calore al suo cuore freddo, a porre fine alla pantomima e chiudere una buona volta quel rosso “refugium peccatorum” a quattro ruote motrici. È stata una domenica infame. Ecologica, ma infame. Ora è lunedì, infame pure questo.
IL FATTO
È la mattina di martedì 10 gennaio 2006, quando il titolare del distributore Total, situato lungo la Statale Valsugana, in loc. Limena, nota qualcosa di strano in un’auto parcheggiata nella sua area di servizio: una bambina piange disperatamente per il freddo e la fame. La madre, una trentenne residente a Trento, le ha fatto trascorrere tutta la notte in macchina. Vengono allertati i carabinieri per le indagini del caso, ma la donna morirà qualche giorno dopo in tragiche circostanze.
("Trentino" del 12 marzo 2007)
***
Scende la notte e per Cristina è come se si trattasse della prima notte dell’umanità. Guarda la sua bambina legata malamente sul seggiolino e ha paura, la stessa paura che probabilmente provarono i nostri progenitori il giorno in cui videro il sole sparire e mica lo potevano sapere che sarebbe tornato il mattino dopo. Intanto il motore continua a girare, come una preghiera sciancata, e grazie ad un semplice sistema di ventole e resistenze regala un po’ del suo calore alle due abitatrici del veicolo. La notte è fredda, fredda davvero. E sarebbe un guaio se quel motore si fermasse.
La bimba, intanto, si è assopita. Per lei, si capisce, è tutto una specie di gioco: restare chiuse tutta la notte in auto come sardine… cosa potrebbe essere se non un incomprensibile gioco? Ma la bimba è troppo piccola per fare domande. Cristina guarda fisso davanti a sé, il suo sguardo prova a bucare la notte e trovare le risposte che sta cercando. L’uomo da cui forse sta scappando, i debiti che forse sta tentando di lasciarsi alle spalle oppure la vita che non è certo quella sognata: tutte le ragioni di quel gesto tanto incomprensibile danzano nella testa di Cristina, che adesso prova a far ripartire quel motore maledetto. Ma non c’è niente da fare. Il serbatoio è vuoto, il portafogli pure. Si resta così, all’adiaccio, in un’auto rossa, in un angolo di mondo che confina col benessere, ma che dal benessere non attinge nulla, nemmeno il profumo.
***
L’alba livida trova ad attenderla un’auto con i vetri appannati. Dentro due donne, o meglio, una donna e un cucciolo di donna ranicchiate all’interno di un auto, immerse in un sonno disperato, nel piazzale di una stazione di servizio. Il lunedì si presenta con una teoria di veicoli che si ferma a far benzina, a pochi metri da Cristina e da sua figlia che ora piange disperata, domanda aiuto in quella sua lingua imberbe e incomprensibile che solo le persone di buon cuore riescono a capire. Il benzinaio, ad esempio, per il quale una scena simile costituisce condizione necessaria e sufficiente affinché vengano chiamati i soccorsi a far ragionare Cristina, a consolarla, a ridare calore al suo cuore freddo, a porre fine alla pantomima e chiudere una buona volta quel rosso “refugium peccatorum” a quattro ruote motrici. È stata una domenica infame. Ecologica, ma infame. Ora è lunedì, infame pure questo.
IL FATTO
È la mattina di martedì 10 gennaio 2006, quando il titolare del distributore Total, situato lungo la Statale Valsugana, in loc. Limena, nota qualcosa di strano in un’auto parcheggiata nella sua area di servizio: una bambina piange disperatamente per il freddo e la fame. La madre, una trentenne residente a Trento, le ha fatto trascorrere tutta la notte in macchina. Vengono allertati i carabinieri per le indagini del caso, ma la donna morirà qualche giorno dopo in tragiche circostanze.
("Trentino" del 12 marzo 2007)
Commozione e applausi in sala
04 03 07 11:51 Archiviato in: Spettacoli
Un pubblico entusiasta e, in alcuni casi, visbilmente commosso, ha accolto trionfalmente lo spettacolo "Viva Rota... Viva Fellini" alla Sala della Filarmonica di Trento. La chiusura de "I Concerti della Domenica" dedicati a Pippo Mazzeo non poteva chiudersi in modo migliore. La bravura di Riccardo Gadotti ben si è accompagnata alla maestria dei quattro musicisti guidati da un ispirato Patrick Trentini. Un racconto che ha trasportato magicamente l'uditorio in un immaginifico bar lungo il mare, in una costiera romagnola d'altri tempi sferzata dal mare in burrasca. La magia della narrazione, per una volta, ci ha fatti trovare a tu per tu con Federico, Nino e Marcello: artisti, geni del tempo andato che, in questa domenica mattina, siamo riusciti a sentire vicini, come fossero amici che non vedevamo da un sacco di tempo.
Intervista a Sebastiano Vassalli
23 02 07 14:38 Archiviato in: Articoli
«Ho capito che nel presente, non c’è niente che meriti d’essere raccontato» scrive nel suo romanzo capolavoro, “La Chimera”, con cui nel 1990 ha vinto il premio Campiello. Eppure Sebastiano Vassalli, che domani sarà al Mart di Rovereto all’incontro intitolata “L’auto e le Arti” organizzato nell’ambito della mostra “Mitomacchina”, del presente ci racconta parecchio, nonostante gran parte dei suoi romanzi sia ambientata in epoche assai lontane da noi. Quasi a dimostrare che i segni intelligibili del passato possono illuminare e spiegare, ma non risolvere le paure del presente. La sua immagine di modernità è assai desolata, quasi un deserto in cui la fine delle ideologie e l’assenza di valori si condensa in un rumore assordante che ci impedisce di vivere in pace. Chissà, forse il rumore è quello di una fiammante automobile appena uscita dalla concessionaria, pronta a scorazzare il suo unico e solitario passeggero lungo le corsie del mondo. Chiediamo a Vassalli di aiutarci a capire il significato culturale della “macchina” nell’Italia degli ultimi cinquant’anni e come essa si colloca nella sua concezione assai pessimistica del presente.
Vassalli, partiamo con una provocazione. Se l’automobile è veramente un mito della modernità, i gas di scarico cosa sono?
I miti non hanno mica solo aspetti positivi. Anche quelli del passato, ad un certo punto, hanno rivelato la loro faccia demoniaca. Come il progresso in generale…
Insomma, l’altra faccia della medaglia?
Ogni aspetto del progresso ha dei costi pesanti. Il guaio per noi è che il progresso lo hanno vissuto soprattutto le generazioni precedenti. Noi ne stiamo solo pagando i costi.
Dopo aver raccontato molte storie ambientate nel passato, lei ha deciso di provare a descrivere la modernità e le mutazioni sociali che l’hanno determinata. Tra queste l’automobile. Quanto ha cambiato la nostra vita e quanto, invece, ha cambiato noi stessi?
Io sono una persona che racconta storie, quindi non sono la persona più adatta per definire la questione in maniera precisa. Tuttavia posso dire che almeno due oggetti costitutivi della cosiddetta modernità, l’automobile e la televisione, ci hanno modificato e condizionano i nostri comportamenti; ormai, anche quando non andiamo in automobile e anche quando non guardiamo la televisione. Sì, siamo decisamente diversi.
Roland Barthes ha detto: “Credo che oggi l’automobile sia l’equivalente delle grandi cattedrali gotiche”. Oggi le vediamo esposte in un importante museo di arte contemporanea: a tanto siamo arrivati?
L’automobile ha una sua storia indipendentemente dall’uso e dell’abuso che poi se n’è fatto. Una storia epica nella sua prima fase. Pensiamo al Futurismo che è un vero e proprio omaggio all’automobile. Inoltre i primi veicoli ricalcano le forme antichissime del Mito, sono il carro di Fetonte o di Achille. Non hanno nulla dell’oggetto consumistico che sono diventate dopo.
Come spiega l’importanza del ruolo che l’automobile ha assunto all’interno della produzione culturale – cinema, letteratura, musica, ecc. – dell’ultimo secolo?
A parte il Futurismo, l’automobile non ha avuto quell’importanza che poi ha avuto nella vita. Forse è successo il contrario: che le arti tardano a riflettere certe mutazioni antropologiche. È anche difficile oggi raccontare la “macchina”, oggi, che è diventata un parente stretto del ferro da stiro o del frigorifero.
Nel suo ultimo libro “La Morte di Marx” lei fa compiere all’uomo una vera e propria metamorfosi kafkiana. L’uomo da bipede si dota di ruote e corazza, diventa automobilista e si incanala nel traffico della vita. L’auto assomiglia oramai così tanto alle nostre vite da divenirne metafora?
Sì, ma non da sola. Combinata con altre cose che poi costituiscono la modernità. Mettiamoci pure il televisore, il computer, il telefonino.
Si può quindi parlare di stretta correlazione tra questi oggetti.
Sono tutte protesi e prolungamenti dell’uomo, permettono di fare cose che non fanno parte della nostra natura, né siamo attrezzati a fare.
Cioè?
L’uomo nella sua natura bioogica non è fatto per volare o per spostarsi in tre ore di cinquemila chilometri. Questi fatti, apparentemente banali, travolgono la nostra vita in una maniera assoluta.
Quindi gli scopi per cui era stata creata inizialmente l’automobile sono stati traditi? E le cause di questo tradimento a chi sono imputabili?
Guardi, il contrario del mio mestiere è quello di mettermi a costruire teorie. Io sono un raccontatore. Se lo scrittore si mette – e spesso purtroppo succede – a cercare di trarre teorie da ciò che racconta è bell’e finito.
Le chiedo scusa. Torniamo ai libri. Nella prima pagina de “La Chimera” lei parla di un presente che da sé stesso non può spiegare quasi nulla, essendo ormai ridotto al puro rumore. A quale rumore fa riferimento?
Questi miliardi di esseri che gridano tutti insieme la parola “io”. Non è importante il rumore vero e proprio, quello per intenderci si misura con i decibel, ma tutto questo accavallarsi infinito delle nostre vite verso un’auto-affermazione. Però colgo l’occasione della sua domanda per dire che rispetto a quanto scrissi allora ho cambiato un po’ le mie idee. Quando dicevo che il presente non è raccontabile, avrei dovuto dire che non è raccontabile nel presente; lo diventerà quando non sarà più presente.
Qual è il rapporto di Sebastiano Vassalli con l’automobile? Con che mezzo giungerà a Rovereto?
Verrò in automobile, ma non guido io. Non dovrei dirlo, ma non solo guido; ho anche alcuni vizi d’automobilista. Per dire, sono anche uno che a volte schiaccia un po’ troppo il piede. Ma col tempo sono diventato più disciplinato.
Insomma, nonostante lei individui così bene certe problematiche, non riesce a sottrarsene.
Temo che questo sia inevitabile.
("Trentino", 23 febbraio 2007)
Viva Rota... Viva Fellini
06 02 07 14:34 Archiviato in: Spettacoli
Nuova produzione per "I Concerti della Domenica"
"Dieci storie davanti ad un mare in burrasca"
Nel presentare “Viva Rota… Viva Fellini”, produzione originale per i Concerti della Domenica, non posso non pensare ancora una volta a Pippo Mazzeo. Soprattutto perché l’idea di svelare la magnifica musica per film di Nino Rota era stata la sua. Gli mancava solo un modo che tecnicamente rendesse possibile esporre la musica senza trascurare il cinema. Io mi sono prodigato affinché ciò risultasse possibile attraverso la mediazione di una forma teatrale.
Come nel “Cuoco di Mozart” predominante è la musica (arrangiata da Patrick Trentini), come nel “Cuoco” accanto alla musica si sviluppa un’idea teatrale (la voce recitante è quella di Riccardo Gadotti). Eppure rispetto al “Cuoco” c’è qualcosa in più, questa volta il progetto originale si spinge più in là, fino a lambire e coste della sperimentazione, coinvolgendo una terza forma d’arte, la cosiddetta fabbrica dei sogni: il cinema.
Allora ecco questo viaggio letterario, ma non troppo, attraverso alcune delle più importanti pagine della filmografia di Federico Fellini musicate dal grande compositore Nino Rota.
"Viva Rota" è un contenitore di storie che si dipanano al crocevia della memoria. Musica, cinema e letteratura si incontrano grazie all'arrivo di un misterioso personaggio in un bar lungo il mare.
Lui in quel posto ci è già stato molto tempo prima. È stato lì che il suo amico Federico gli ha raccontato quelle dieci storie. Dieci intuizioni che sarebbero poi diventate altrettanti capolavori: "Lo sceicco bianco", "I vitelloni", "La strada", "il bidone", "Le notti di cabiria", "La dolce vita", "8 e mezzo", "Amarcord", "Casanova" e "Prova d'orchestra".
Teatro, cinema e musica: il rischio di farne un polpettone c’è sempre quando si osa tanto. Ma non se di mezzo ci sono quei due geniacci di Rota e Fellini, due straordinari artisti che sembrano essere fatti l’uno per l’altro. Rota ha musicato per altri grandissimi registi, ma con Fellini aveva un feeling davvero particolare.
“Viva Rota… Viva Fellini” è un viaggio nella memoria, alla ricerca del bandolo dell’inestricabile matassa dei ricordi, alla ricerca di cari amici che non ci sono più. Un viaggio tra le immagini e le note di film indimenticabili che nel bene o nel male hanno segnato la nostra vita di uomini del secolo scorso, facendo il pieno di benzina alla macchina dei sogni, il cinema, àncora della salvezza per chi proprio non vuole accontentarsi di vivere una vita soltanto.

“Viva Rota... Viva Fellini”
Opera originale di Pino Loperfido
Con Riccardo Gadotti (voce recitante), Patrick Trentini (pianoforte), Giuliana Beberi (sax), Luca Merlini (percussioni e voce), Lorenzo Corbolini (violoncello)
Lunedì 26 febbraio, ore 20.30
Trento, Aula Liceo Prati
Domenica 4 marzo, ore 10.30
Trento, Sala Filarmonica, via Verdi
27 e 28 Luglio ,ore 21
Castel Stenico
"Dieci storie davanti ad un mare in burrasca"
Nel presentare “Viva Rota… Viva Fellini”, produzione originale per i Concerti della Domenica, non posso non pensare ancora una volta a Pippo Mazzeo. Soprattutto perché l’idea di svelare la magnifica musica per film di Nino Rota era stata la sua. Gli mancava solo un modo che tecnicamente rendesse possibile esporre la musica senza trascurare il cinema. Io mi sono prodigato affinché ciò risultasse possibile attraverso la mediazione di una forma teatrale.
Come nel “Cuoco di Mozart” predominante è la musica (arrangiata da Patrick Trentini), come nel “Cuoco” accanto alla musica si sviluppa un’idea teatrale (la voce recitante è quella di Riccardo Gadotti). Eppure rispetto al “Cuoco” c’è qualcosa in più, questa volta il progetto originale si spinge più in là, fino a lambire e coste della sperimentazione, coinvolgendo una terza forma d’arte, la cosiddetta fabbrica dei sogni: il cinema.
Allora ecco questo viaggio letterario, ma non troppo, attraverso alcune delle più importanti pagine della filmografia di Federico Fellini musicate dal grande compositore Nino Rota.
"Viva Rota" è un contenitore di storie che si dipanano al crocevia della memoria. Musica, cinema e letteratura si incontrano grazie all'arrivo di un misterioso personaggio in un bar lungo il mare.
Lui in quel posto ci è già stato molto tempo prima. È stato lì che il suo amico Federico gli ha raccontato quelle dieci storie. Dieci intuizioni che sarebbero poi diventate altrettanti capolavori: "Lo sceicco bianco", "I vitelloni", "La strada", "il bidone", "Le notti di cabiria", "La dolce vita", "8 e mezzo", "Amarcord", "Casanova" e "Prova d'orchestra".
Teatro, cinema e musica: il rischio di farne un polpettone c’è sempre quando si osa tanto. Ma non se di mezzo ci sono quei due geniacci di Rota e Fellini, due straordinari artisti che sembrano essere fatti l’uno per l’altro. Rota ha musicato per altri grandissimi registi, ma con Fellini aveva un feeling davvero particolare.
“Viva Rota… Viva Fellini” è un viaggio nella memoria, alla ricerca del bandolo dell’inestricabile matassa dei ricordi, alla ricerca di cari amici che non ci sono più. Un viaggio tra le immagini e le note di film indimenticabili che nel bene o nel male hanno segnato la nostra vita di uomini del secolo scorso, facendo il pieno di benzina alla macchina dei sogni, il cinema, àncora della salvezza per chi proprio non vuole accontentarsi di vivere una vita soltanto.

“Viva Rota... Viva Fellini”
Opera originale di Pino Loperfido
Con Riccardo Gadotti (voce recitante), Patrick Trentini (pianoforte), Giuliana Beberi (sax), Luca Merlini (percussioni e voce), Lorenzo Corbolini (violoncello)
Lunedì 26 febbraio, ore 20.30
Trento, Aula Liceo Prati
Domenica 4 marzo, ore 10.30
Trento, Sala Filarmonica, via Verdi
27 e 28 Luglio ,ore 21
Castel Stenico