Tendenze del giornalismo moderno: lo scopiazzamento

Che poi c’è chi ti viene a dire che è sempre stato così. Che l’originalità è un concetto inventato in epoca romantica. Le prove? Beh, prendete uno dei non plus ultra della tradizione letteraria, l’Eneide. Che c’entra, dite? Tutto copiato! Qualche prova. La discesa agli inferi di Enea non vi ricorda per caso la stessa azione compiuta da Achille nell’Iliade? (Dante la ri-copierà alla perfezione, anzi oserà ancora di più nella scopiazzatura. Si farà accompagnare dallo stesso autore del testo copiato. Come se qualcuno copiasse “Il nome della rosa” mettendoci dentro per protagonista fra’ Umberto Eco!) Anche la costruzione delle armature nella fucina di Vulcano è la stessa per i due eroi. E poi i naufragi, le battaglie più o meno decisive, indovini e indovine varie: la stessa solfa omerica ripresentata in salsa italica.
Con l’avvento del romanticismo, il classicismo – che pretendeva l’assoluta e imperitura prevalenza dei modelli classici ai quali ci si poteva solamente conformare – muore e gli artisti partono all’inseguimento della novità e dell’inedito. Fioriscono così due secoli meravigliosi, pieni di grandi romanzi, drammi e poesie indimenticabili. Come una fiammata che riscalda l’umanità, almeno fino al morire del Novecento. Quando arriva Internet e la fiammata si spegne... (Dice: e che sono arrivati, i pompieri? Quasi.) Miliardi di informazioni iniziano a circolare, a disposizione di chiunque, in qualsiasi istante, in qualunque zona del mondo (a parte la Cina). Il 95% circa di queste informazioni sono assolutamente inutili (forse anche questo articolo). Fuffa digitale che però all’occorrenza può rivelarsi utile. Come? Come lo erano fino a qualche anno fa le enciclopedie. Vi ricordate? Andavamo in biblioteca e consultavamo quel che ci serviva. Solo che una cosa è consultare un tomo impolverato e un’altra un bel testo allettante, di cui molto probabilmente nessuno rivendicherà la paternità, copiabile con un velocissimo gesto delle dita. La tentazione fa il giornalista ladro. (Dice: anche lo scrittore. È vero. Ma il libro rimane in giro più a lungo. Le probabilità di essere svergognati aumentano a dismisura). Insomma, forse non tutti se ne sono ancora resi conto, ma il mondo del giornalismo (e ahinoi, in parte anche della letteratura) è pervaso da un copia-incolla frenetico, impulsivo e concatenato, multistratificato. Perché si copia da testi inediti, ma anche da testi copiati a loro volta. L’effetto più evidente di questa tendenza lo vedremo tra non molto. L’abitudine al ragionamento critico e alla formazione delle opinioni verrà sostituita da una comoda, velocissima ricerca su Internet. In compenso, diverremo abilissimi nel camuffare il furto. Solo in quello.
(TrentinoMese - ottobre 2011)

"Le meccaniche dell'infelicità" in finale ad Arona

Ancora una buona affermazione per "Le meccaniche dell'infelicità", il romanzo apocalittico di Pino Loperfido, uscito nel 2009 e già vincitore di diversi premi letterari. Questa volta è arrivato nella selezione finale del Premio Letterario Nazionale Città di Arona, “Gian Vincenzo Omodei Zorini”. La giuria ha considerato soprattutto l’originalità e la tecnica espressiva del romanzo, edito da Curcu & Genovese. La cerimonia di premiazione avrà luogo ad Arona (No) sabato 29 ottobre. Nel corso della cerimonia verranno conferiti, tra le altre cose, il  Premio alla Carriera all'ex ambasciatore e firma del Corriere della Sera Sergio Romano e la  Medaglia del Presidente della Repubblica allo storico Angelo Del Boca.

Chi muore giace e chi resta gli intitola qualcosa

Tutto è cambiato. Anche morire ha perso quella funzione di cesura, di chiusa finale a doppia mandata. Voglio dire che un tempo il passaggio a miglior vita di un politico, un industriale, un mecenate, un artista non presupponeva nessuna coda: funerale, elogio, tumulazione e stop. Chi s’è visto s’è visto. Oggi non è più così. E se un politico ha la sventura di morire in un incidente aereo pare più che normale intitolargli una scuola. Se un direttore artistico chiude la sua esistenza terrena, poco dopo si decide di dare il suo nome ad un teatro. E se uno scrittore decede alla veneranda età di 86 anni ecco lì già pronto il premio letterario che lo ricorderà in saecula saeculorum. Giusto alcuni esempi per chiarire un sospetto e avanzare, allo stesso tempo, un dubbio. Il sospetto è che in occasione della morte di personaggi celebri o meno celebri, in circostanze tragiche o meno tragiche, prenda forma una sorta di corsa alla “santificazione”. Il dubbio, invece, è questo: sono sufficienti dunque l’intitolazione di una strada, un ponte, una fondazione o una qualsiasi altra cosa per permettere alla società di considerare assolto il proprio debito di riconoscenza con chi ha lasciato questa valle di lacrime? Ma poi siamo proprio sicuri che quelle sfortunate persone sarebbero così felici di vedere il proprio nome affisso su una targhetta? O non ritenevano, al contrario, disdicevoli certi riconoscimenti postumi? Chi ha dunque deciso che fare bene il proprio lavoro, magari con tanta passione, costituisca la condizione necessaria e sufficiente per entrare nel pantheon della memoria collettiva – privilegio un tempo riservato esclusivamente a premi nobel, martiri, celebri artisti e salvatori della Patria?
Fiaccati dall’assenza di una Fede e della sua consolazione forse non accettiamo più che chi scompare sia destinato veramente a rimanere invisibile ai nostri occhi per sempre. Per questo ricorriamo a certi artifici della memoria che dovrebbero in qualche maniera protrarre nel tempo la presenza di chi non c’è più. Un nastro tricolore, una lapide, una pergamena che ne giustifichi l’inveterata assenza. “Chi muore giace e chi resta si dà pace”, insomma.
Ma c’è anche un ultimo aspetto da considerare. Forse chi muore lascia in eredità a chi resta un misterioso senso di colpa. Come se in qualche modo il fatto che le nostre vite continuino il proprio corso offenda la memoria di chi non c’è più. Ecco allora le frenetiche corse al ricordo e alla solidarietà. Ma quante manifestazioni si sono rivelate in realtà meschini atti di propaganda, di pronto soccorso per la coscienza del soccorritore stesso?
(TrentinoMese settembre 2011)

Stacchiamo la spina per riprenderci la vita

La mutazione antropologica è oramai in atto da tempo. Telefonini, computer, palmari e gigiate varie ci hanno preso per mano e ci hanno convinti che starsene in un luogo nell'impossibilità di essere contattati – in una parola di essere liberi – non va bene; che tenere il telefono muto non è “normale”; che non servirsi del web almeno una volta al dì è da disadattati, da eccentrici dell’età della pietra. Pochi se ne sono accorti, ma già da tempo abbiamo smesso di vivere le nostre vite, almeno da quando le nostre vite hanno iniziato candidamente a “vivere” noi, ad usarci come connettori. Anche una banale passeggiata in montagna ha poco senso senza babbo Gps a sovrintendere.
Beninteso, ribaltate sono pure le regole del bon ton. Ad esempio, quando, impegnati in una conversazione oppure in una riunione, lasciamo che il nostro apparecchio suoni infingardo e s’intrometta: la comunicazione – dozzinale o no, non importa – prevale sul rapporto umano, sulla possibilità di uno straccio di rapporto dialettico.
Conseguenze? Beh, a parte la banalizzazione del rapporto stesso, l’incapacità di preferire il reale al virtuale, l’aver demandato alla tecnologia l’onere di dare un significato ultimo al verbo “vivere”.
Chattare, fotografare, messaggiare, sparare mail ad altezza d’uomo, caricare su facebook: eccole le stampelle dell’esistenza per gli umani del terzo Millennio. Perennemente connessi, perennemente efficienti, perennemente soli.
Ma non tutto è perduto. Perché non facciamo che questo mese di agosto del 2011, per una settimana, un giorno o almeno un’ora proviamo a riprenderci le nostre vite? Con curiosità, spegniamo tutto lo spegnibile, scolleghiamo tutto lo scollegabile e ce ne andiamo alla ricerca del tempo e del senso perduti. Su una spiaggia deserta, su un sentiero di montagna, nell’orto dietro casa, come crociati di un’antica ontologia, a riprendere confidenza con il battito del nostro cuore, a sentire nuovamente cosa quel muscoletto ha da dirci. Magari scopriamo, con sorpresa e con un po’ di spavento, che quelle parole dolci ci piacciono più di tutto il resto.
Sai che sfiga...
(TrentinoMese agosto 2011)

Sua Maestà la Chiacchiera, sorella scema della Verità

Funziona così: qualcuno racconta a qualcun altro qualcosa. Da questa cordiale interazione – che può avvenire al bar, in piazza o sul sagrato della chiesa – si sprigiona una reazione inaspettata. Prende vita in quell'istante la chiacchiera che non è – si badi – un'astrazione, ma una vera e propria unità vivente che da quel momento in poi comincerà a circolare per le vie della città o del paesino di montagna e, nutrendosi dell'incredulità altrui, crescerà cambierà più volte forma, fino a divenire altro da sé.

La chiacchiera è la materializzazione di qualcosa che non dovrebbe sapere nessuno ed invece, alla fine, sanno tutti. Il meccanismo attraverso il quale essa prolifica è sostanzialmente perverso. La fonte primaria relaziona per la prima volta con la raccomandazione di non diffondere ad altri la notizia. Il secondo depositario, sicuro che nessuno verrà mai a sapere del suo tradimento, riferisce ad una terza persona, la quale ovviamente promette di tenersi tutto per sé. Si arriva così, passo dopo passo, a situazioni surreali con decine e decine di persone che conoscono la segretissima notizia, ognuno con una sua personale versione, spesso molto scostante da un'altra, al punto che un vestito rosso può essere diventato rosa e una possibile presenza di tizio alla riunione si tramuta in un'accordo già concluso e definito.
Si badi, però, che il trasporto della chiacchiera non avviene attraverso le parole, bensì attraverso quell’attività che nel meraviglioso romanzo “Lessico famigliare” Natalia Ginzburg definì ciaciàre e babàre: una forma di comunicazione primitiva messa in atto all'insaputa dell’intelligenza
Nelle “Lezioni Americane”, Italo Calvino scriveva di provare un fastidio intollerabile per come già allora il linguaggio venisse usato in modo approssimativo, casuale e sbadato. È proprio questa una delle cause che agevola la metamorfosi del murmure che si leva alto dai pertugi degli agglomerati urbani.
È proprio questa cultura del “si dice” che spesso avvelena certi ambienti sociali, debella amicizie, scardina conoscenze, manda in crisi intere amministrazioni comunali. Il disordinato ciaciàre che nutre certe teste vuote, pronte a diffondere il verbo senza sforzarsi di verificarne le fonti, limitandosi solo, con massimo gaudio personale, ad aggiungere qualche notarella di contorno a sua maestà la chiacchiera, la sorella scema della verità.
Come si dice, sono soddisfazioni.
(TrentinoMese - giugno 2011)

Benvenuti al luna park della scuola italiana

A chi ha “fatto“ le scuole vent'anni fa potrebbero anche girare le scatole. Per scoprirne le ragioni, basta fare un salto in un qualsiasi Istituto scolastico odierno. Il senso di smarrimento di noi quarantenni e cinquantenni si rivela simile a quello del reduce che torna dal fronte e trova la sua casa completamente distrutta e saccheggiata. 
Sapevamo dei capolavori messi in campo dai ministri Berlinguer, Mussi & C., delle loro demolizioni travestite da riforme; eravamo altresì a conoscenza – ahinoi – del sacro “diritto al successo formativo”, delle lauree un tanto al chilo, della pedagogia democratica. E ad aiutarci a prepararci al peggio, diciamo, ci aveva già pensato il settarismo didattico di Don Milani che, da buon sacerdote, predicava la rassegnazione (“Se sei figlio di contadino è inutile che speri di andare al Liceo...”). Insomma, pensavamo di essere pronti a tutto. Ma non era così. Quello che è diventata la scuola oggi è perfino difficile da spiegare. Questa specie di deregulation a cui si è assitito negli ultimi dieci anni ha del clamoroso. Per fare un-esempio-uno: ai nostri tempi, quando prendevi un 4 erano davvero cavoli amari; un voto del genere, oltre a crearti simpatiche complicazioni familiari, poteva comprometterti l'anno. Oggi il 4 non è più un problema. Lo puoi recuperare in qualsiasi momento. Una promozione non la si nega a nessuno. E poi c'è tutta quella serie di crocette, quiz, test che nemmeno alla scuola guida. Esercitare la scrittura, lo spirito critico, la riflessione sono diventati pericolosamente azioni superflue, tanto è vero che anche il tema in classe viene allegramente suggerito da tracce articolate e chilometriche. Il risultato di tutto ciò è che quando i ragazzi arrivano alle superiori (magari seguendo le “molto sagge” indicazioni fornite dalla Scuola Media) hanno un livello di preparazione imbarazzante.
Ma intendiamoci: non tutte le colpe sono della scuola, dacché la complicità delle famiglie è conclamata. L'edonismo a cui si sono votate certe torme genitoriali non poteva certo non trovare riscontro nella scuola, in una sorta di perversa interazione. Per introdurre giovani alla società del piacere occorre una scuola “del piacere“.
E a noi che per un 4 tornavamo a settembre, scusate, ma ci girano violentemente gli zebedei. (“TrentinoMese” maggio 2011)

Fotografo e pubblico subito su internet. Ergo sum

Tra le tante frenesie che la modernità ci ha regalato ve n’è una particolarmente inquietante, quasi il simbolo di quello stile di vita schizofrenico a cui la mentalità dominante, il conformismo, il potere – quello che volete – ci stanno conducendo. Sto parlando della mania di fotografare e di documentare qualsiasi cosa accada durante le nostre giornate, sia che si tratti di un ordinario e grigio giorno lavorativo sia che non lo sia, per poi affidarlo alle amorose cure del web o comunque di un onesto hard disk. Non che ci sia nulla di male nell’immortalare uno scorcio durante una vacanza o un quadro durante una visita in un museo, ma acciderbolina se danno fastidio tutte quelle manine levate con il telefonino d’ordinanza pronto a fare clic.
Un peccato. Anzitutto perché quelle foto o quei filmatini verrano rivisti al massimo – quando se ne troverà il tempo – una volta. Ma poi, se permettete, il riempimento della card della fotocamera è inversamente proporzionale all’esistere. Nel senso che la prima diventa la priorità rispetto al secondo e questo, se permettete, è fin troppo mostruoso.
C’è, nell’urgenza che ci spinge a sfoderare il nostro acchiappa-immagini digitale non appena se ne presenti l’occasione (e anche quando non se ne presenti), la rappresentazione di alcune nostre insane paure. Per prima, quella che del viaggio o della festa non giunga notizia ai nostri “amici” di Facebook. Per seconda, quella di dimenticare misteriosamente quanto appena visto. Al terzo gradino del podio, il timore più devastante: quello di essere diversi dagli altri scattatori, di rivelarsi cioè uno di quei personaggi all’antica che le cose le facevano per il piacere di farle, che un viaggio lo intraprendevano per gustarsi fino in fondo – senza l’intermediazione dei megapixel – l’esperienza, gli odori, i sapori, i suoni, l’immaginario mitico e storico del luogo.
Insomma, la supremazia della fotografia sull’osservazione sta modificando pericolosamente le abitudini antropologiche dell’homo sapiens ed è stigma di una profonda insicurezza, come se di fronte ad un evento, a delle persone, ad un’opera d’arte quell’evento, quelle persone o quell’opera d’arte preferissimo fotografarle anziché viverle. È il trionfo del virtuale. Di reale rimane solo la tristezza. (“TrentinoMese” Aprile 2011)

Un Trentino da “1984”

di Irene Maggiorini (QuestoTrentino)

Stuzzicati dalla vittoria del Premio Nazionale “Maria Pina Natale” di Messina, abbiamo ripreso un libro di qualche tempo fa: “Le meccaniche dell’infelicità” di Pino Loperfido, che dopo ben due anni continua a mantenere un discreto successo.

Già dalla prima delle sette giornate in cui è composto il libro si intuisce che Giacomo Andreatti non riesce a vivere nella società che lo circonda: un uomo che accetta senza remora il disinteresse affettivo della propria famiglia, imprigionato tra la professione priva di stimoli (medico della mutua) e l’aspirazione di scrittore, che ha lasciato si affievolisse tra la noia e il discredito di se stesso. Nel momento in cui il fratello Giorgio lo invita a tornare a Trento per la morte del padre, tutte le sue latenti ansie e timori esistenziali sembrano prendere vita. Leggi tutto...

VI Premio Letterario Nazionale "Maria Pina Natale"



Si è svolta venerdì 11 marzo 2011, presso l'Aula Magna del Liceo "  Maurolico " di Messina, la cerimonia di consegna del Premio letterario  "Maria Pina Natale" - Sesta edizione
alla  presenza di   tutti i vincitori  e dei membri della giuria. La Presidente della giuria Anna Maria Crisafulli Sartori  ha tratteggiato con  acume e ricchezza di  riferimenti letterari la figura professionale ed umana di Maria Pina Natale , di seguito si è  proceduto  alla consegna dei premi con  relativa  lettura di  brani esemplificativi dei testi  premiati . La serata si è conclusa con un concerto di violino ed arpa di Francesco Tusa e Alessia Pitali che hanno eseguito brani di Donizetti, Tounier, Massenet, Tedeschi, Von Paradis, Saint- Saens.


Il vincitore con la Presidente e le componenti della giuria

La motivazione del premio: Leggi tutto...

Premio siciliano per "Le meccaniche dell'infelicità"

Si allunga la serie di riconoscimenti e di premi letterari per il romanzo di Pino Loperfido "Le meccaniche dell'infelicità". Il libro ha vinto, infatti, la VI edizione del Concorso Letterario Nazionale "Città di Messina - Maria Pina Natale" (www.mariapinanatale.it), per la sezione editi. La struggente storia di Giacomo Andreatti, ambientata in un Trentino del futuro,  conferma quindi di avere un appeal particolare per le giurie letterarie del sud Italia. Ricordiamo che qualche mese fa, infatti, il romanzo aveva sbaragliato il campo al Premio Letterario "Città di Cava de' Tirreni" e aveva ottenuto la terza piazza al Premio "Albero Andronico" di Roma. La Premiazione del  VI Concorso letterario nazionale "Città di Messina - Maria Pina Natale" avverrà venerdì 11 marzo alle ore 17 presso l' Aula Magna del Liceo classico "F. Maurolico" di Messina.