Benigni e Dante: all'inferno ci siamo noi
02 12 07 08:21 Archiviato in: Attualità

Quanti giovedì sera hanno avuto la ventura di seguire Roberto Benigni lungo il suo appassionato excursus dantesco, non hanno potuto non avere la percezione di essere stati partecipi di qualcosa di molto più grande di una trasmissione televisiva. La sensazione di stare assistendo ad un miracolo si è rivelata, per una volta, qualcosa di più di un semplice sospetto. Il miracolo è avvenuto ed è stato questo: l’uomo si è ripreso la televisione. Il creatore si è reimpossessato della sua creatura, di quell’oggetto pazzesco che da più di mezzo secolo è capace di divertire, intrattenere, informare, ma pure di plasmare e corrompere le coscienze. Giusto all’ora in cui, in altre normali serate, le facce di concorrenti stressati che sperano di beccare il pacco giusto fanno il loro ingresso nelle nostre case, un piccolo grande uomo toscano, conterraneo di Dante Alighieri, ci ha presi per mano e ci ha condotto nel luogo più impensabile: l’interno delle nostre coscienze. E per farlo non ha lanciato anatemi, né proposto noiosi sermoni. Ha giocato. Giocato con le parole, all’inizio, per conquistarsi l’attenzione. Proprio come in un rito dionisiaco, oppure come si fa con i bambini che prima li si lascia sfogare e poi, quando sono stanchi e rilassati, si acchiappa il loro sguardo e di esso, nutrendoli, ci si nutre.
L’uomo si è ripreso la televisione nella sera in cui, per la prima volta, siamo stati sinceramente felici di aver pagato il canone Rai. La prima e unica occasione che ci ha fatto sentire di aver speso bene quei soldi che tutti gli anni versiamo giocoforza nelle casse della tivù di Stato.
Ma cos’è successo, dunque, di così importante in questo ordinario giovedì sera di fine novembre, quando i prodromi del Natale cominciano a farci alzare le antenne del consumismo e del buonismo fine a se stesso? Cosa può essere accaduto di tanto trascendentale in una trasmissione televisiva che viene mandata in onda un paio di giorni dopo la solita celentanata e a solo ventiquattr’ore dalla consacrazione di Manuela Villa a regina della mirabolante Isola dei Famosi?
Benigni entra in scena accompagnato da una musica da circo. È in programma la lettura del quinto canto dell’Inferno di Dante Alighieri, per intenderci quello di Paolo e Francesca. Questo sulla carta, ma quando c’è di mezzo Benigni non si sa mai come va a finire. Entra in scena, poi scappa, riappare, si nasconde ancora, ecc. Il solito Benigni. Da lui ci aspetteremmo capriole, pernacchie, stornelli e canzonette; ci aspetteremmo di tutto, meno che possa dirci quello che sta per dire. Non in quel modo. Non stasera.
SI parte con l’attualità. Le sparate dei Savoia e poi la politica: Mastella, Prodi, Calderoli, Storace e il solito Berlusconi. Ci fa ridere, Benigni. E lo fa con sana cattiveria. Perché lui solo conosce il motivo per cui sta dipingendo così bene, alla sua maniera naturalmente, lo squallido teatrino del potere politico, anteponendolo alla grandezza della storia, alla possenza dell’arte, alla sublimità della poesia, alla bellezza della verità.
Sì, perché dopo aver ridicolizzato i signori che ci governano e la frivolezza dei nostri mass media, Benigni ci dice una frase che lì per lì non cogliamo. “Ma ora lasciamo da parte il Medioevo e veniamo all’epoca di Dante”. Poche parole buttate lì come un intercalare distratto e che invece racchiudono il senso di tutta la serata. “Lasciamo da parte il Medioevo e veniamo all’epoca di Dante”, come a voler dire: “Tutto quello di cui ho parlato fino ad ora è immondizia.” La trasmissione, infatti, comincia adesso.
Innanzitutto, l’Italia. Una lezione di cosa ha rappresentato il nostro Paese nei secoli per il mondo intero. In tutti i campi: dall’arte al diritto, dall’architettura alla filosofia. Un promemoria corroborante per chi ancora in certe occasioni si vergogna del Tricolore, per chi snobisticamente fa un vanto del non sentirsi italiano, per coloro che sperimentano l’appartenenza ad un popolo solo quando undici calciatori sollevano una coppa al cielo cantando po-po-po.
Il popolo che non pensa al proprio passato è pronto solo per la disperazione e dimentica quanti prima di loro hanno tentato – con un affresco, con un sonetto o un’aria di un’opera, attraverso un codice o una costruzione ardita – che un avvenire migliore non lo si aspetta come si aspetta un treno, ma lo si costruisce; l’avvenire non lo si subisce, casomai lo si domina. Possiamo farcela, dice Benigni. Anzi, non lo dice. Lo urla nel microfono come se ci implorasse di credere alle sue parole.
E veniamo a Dante. “Gli artisti sono come gli scienziati, tirano fuori da noi dei sentimenti che non sappiamo di possedere, ma stanno dentro di noi.” No. Non è teatro, quello che – ancora stentiamo a crederlo – sta mandando stasera RaiUno; e nemmeno informazione. La Divina Commedia non è una storiella, un racconto ben costruito o un bestseller senza precedenti. L’inferno in cui il Poeta scende è l’inferno delle nostre vite, fatto di mutui da pagare, di malattie, di incidenti, della fatica di ogni giorno. Una fatica che ci viene chiesta proprio perché, come Dante, per andare in paradiso, per sperimentare cioè la felicità qui ed ora, bisogna prima passare dall’inferno. È un passaggio obbligato, irrinunciabile. Fare finta che il male non esista non serve a nulla. Bisogna affrontarlo il male, attraversarlo guardando dentro di noi. Mettersi faccia a faccia con quella parte di noi stessi che più ci fa paura.
Dante ci fa fare questo. E quando conclude il suo viaggio, volgendosi indietro, vede l’inferno vuoto perché ci ha portati tutti con sé. Ci ha educati alla bellezza e ci ha fatto sentire vivi. Ci ha insegnato che la cosa più importante da fare nella vita non è tanto scegliere il bene o il male, ma scegliere. Decidere di appartenere. L’indifferenza è un’atteggiamento terribile. Più che l’indifferenza all’orrore oggi deve farci orrore l’indifferenza.
Sì, ci ha educati all’amore, Dante-Benigni. “Abbiamo bisogno di essere educati: ci insegnano a guidare le macchine, a cucinare, a leggere e scrivere e non ci dicono nemmeno una parola sull’amore, sulle emozioni che faranno la nostra vita”. Se non si educano le emotività dei ragazzi, quei ragazzi sono capaci di fare cose spaventose. E la cronaca ce lo sta dimostrando ogni giorno di più. E qui il comico toscano – che stasera si fa davvero fatica a definire “comico” – chiede di fare presto e ce l’ha con gli educatori di questo Paese: la scuola, le famiglie, la chiesa. Occorre fare presto dice. “Questo mondo non ce l’abbiamo in eredità dai nostri padri, bensì in prestito dai nostri figli. Lasciarli qualcosa di meglio non sarebbe una cattiva idea.”
Chi si è sintonizzato su RaiUno giovedì, in prima serata, ha potuto vedere e ascoltare tutto questo e molto altro: la sera in cui l’uomo si è ripreso la tivù e, forse, anche un po’ se stesso. Un Benigni che ci ha fatto bene perché ci ha fatto male: proprio come una chemioterapia, come sudare quando fa molto freddo. (E chi se ne frega se il Corriere on line – sono ormai le due di notte –, titola goffamente “Sesso e politica: Benigni show”: la dignità di certi grandi mezzi di informazione è pari oramai all’attendibilità di quanto pubblicano).
Dante-Benigni, tre ore sospesi in aria, anzi, all’inferno. A proposito… Quando abbiamo spento l’apparecchio abbiamo avvertito addosso qualcosa, come una frenesia o sensazione che credevamo perduta o forse solo assopita: un incontrollabile desiderio di vivere. Talmente intenso da impedirci di dormire. Così urgente che anziché ficcarci nel letto avremmo voluto uscire stanotte a bagnarci nei colori del buio e a rivedere quelle stelle a cui da troppo tempo non facevamo più caso.
("l'Adige" del 1 dicembre 2007)