Effetti deleteri di una campagna elettorale
03 04 06 14:02 Archiviato in: Articoli
Se davvero la rissa avvenuta qualche giorno fa al Parco S. Marco di Trento non ha niente a che fare con la politica, il fatto che avvenga in un momento di accesa campagna elettorale è quantomeno da considerarsi una interessante coincidenza. Il fatto che in seguito all’episodio non si siano registrate querele può far pensare ad uno scontro organizzato, ovvero due formazioni che si sono affrontate volontariamente e in maniera pianificata, senza agguati di sorta; due schieramenti, due punti di vista differenti, due contrapposte visioni del mondo. Si fa fatica a non considerare quanto avvenuto a Trento l’altro sabato come conseguenza, quantomeno indiretta, dell’acceso clima di scontro politico che si è venuto a creare in vista delle imminenti elezioni politiche. Non passa giorno, ormai, in cui non dobbiamo registrare un innalzamento dei toni del dibattito. Gli esponenti delle coalizioni non fanno più mistero ormai di considerare gli avversari politici non più dei concorrenti, ma dei famelici nemici, personaggi da screditare ad ogni costo, l’orco cattivo che si mangia i bambini e distrugge il Paese in cui vive. I faccia a faccia, in Tv o sui giornali, sono diventati per i politici sempre più un’occasione non per proporre programmi, ma per dire peste e corna dell’avversario, per smontarne la credibilità, o per dargli semplicemente dell’imbecille. In mezzo a questo baillame di cattivo gusto, cresce silenzioso il germe dell’ideologia andando a rinfocolare credenze e convinzioni che onestamente immaginavamo superate e che invece sono evidentemente destinate a ritornare in auge. Con una differenza, questa volta. Mentre i totalitarismi del secolo scorso avevano “basi” solide ed erano ispirati da articolate teorie filosofiche, il rigurgito ideologico dei giorni nostri pare fondato sul vuoto, sull’assenza di convinzioni, al massimo agganciato alle parole stanche di qualche talk show televisivo. E l’odio che nasce dalla noia è più pericoloso di qualsiasi idiosincrasia legata alla razza o all’appartenenza politica, soprattutto perché sfugge a qualsiasi interpretazione e, quindi, a qualsivoglia possibilità di controllo.
Stiamo assistendo in politica un po’ a ciò che purtroppo accade sempre più spesso negli stadi, quando i giocatori anziché essere i primi a dare un buon esempio di fair-play, aizzano la folla con gesti plateali, incitandola all’odio e all’intolleranza. E i mass media non sono da meno, scoprendosi sempre più spesso servi sguaiati di questa o di quell’altra idea politica anziché dell’informazione libera (tanto per non tirar in ballo l’ormai celebre outing di Paolo Mieli, l’altra mattina un noto attore dichiarava poco elegantemente ad una radio: “Berlusconi deve andar fuori dai co…”)
Ciononostante faremmo un errore a considerare quanto sta avvenendo un segno dei tempi. Questa infuocata campagna elettorale del 2006 ha un’antenata illustre in quella altrettanto infuocata del 1948, quando comunisti e socialisti si coalizzarono nel Fronte Popolare per tentare di abbattere la balena democristiana. Il compagno Togliatti nei comizi arrivò a sostenere di aver fatto mettere dei chiodi alle sue scarpe per prendere Degasperi a calci nel sedere dopo le elezioni. Niente male se pensiamo che sono passati quasi sessant’anni. Quasi sessant’anni e i toni sono gli stessi. Noi italiani ci confermiamo essere degni abitanti del paese delle fazioni, dei palii, dei bianchi e neri, dei guelfi e dei ghibellini, delle guerre civili. Il carattere fazioso di un Paese fintamente moderato che sempre più spesso vede la propria gente attaccata fanaticamente a delle idee e pronta a scendere in campo per difenderle. Magari a colpi di spranghe di ferro.
"Trentino" del 3 aprile 2006