Tendenze del giornalismo moderno: lo scopiazzamento

Che poi c’è chi ti viene a dire che è sempre stato così. Che l’originalità è un concetto inventato in epoca romantica. Le prove? Beh, prendete uno dei non plus ultra della tradizione letteraria, l’Eneide. Che c’entra, dite? Tutto copiato! Qualche prova. La discesa agli inferi di Enea non vi ricorda per caso la stessa azione compiuta da Achille nell’Iliade? (Dante la ri-copierà alla perfezione, anzi oserà ancora di più nella scopiazzatura. Si farà accompagnare dallo stesso autore del testo copiato. Come se qualcuno copiasse “Il nome della rosa” mettendoci dentro per protagonista fra’ Umberto Eco!) Anche la costruzione delle armature nella fucina di Vulcano è la stessa per i due eroi. E poi i naufragi, le battaglie più o meno decisive, indovini e indovine varie: la stessa solfa omerica ripresentata in salsa italica.
Con l’avvento del romanticismo, il classicismo – che pretendeva l’assoluta e imperitura prevalenza dei modelli classici ai quali ci si poteva solamente conformare – muore e gli artisti partono all’inseguimento della novità e dell’inedito. Fioriscono così due secoli meravigliosi, pieni di grandi romanzi, drammi e poesie indimenticabili. Come una fiammata che riscalda l’umanità, almeno fino al morire del Novecento. Quando arriva Internet e la fiammata si spegne... (Dice: e che sono arrivati, i pompieri? Quasi.) Miliardi di informazioni iniziano a circolare, a disposizione di chiunque, in qualsiasi istante, in qualunque zona del mondo (a parte la Cina). Il 95% circa di queste informazioni sono assolutamente inutili (forse anche questo articolo). Fuffa digitale che però all’occorrenza può rivelarsi utile. Come? Come lo erano fino a qualche anno fa le enciclopedie. Vi ricordate? Andavamo in biblioteca e consultavamo quel che ci serviva. Solo che una cosa è consultare un tomo impolverato e un’altra un bel testo allettante, di cui molto probabilmente nessuno rivendicherà la paternità, copiabile con un velocissimo gesto delle dita. La tentazione fa il giornalista ladro. (Dice: anche lo scrittore. È vero. Ma il libro rimane in giro più a lungo. Le probabilità di essere svergognati aumentano a dismisura). Insomma, forse non tutti se ne sono ancora resi conto, ma il mondo del giornalismo (e ahinoi, in parte anche della letteratura) è pervaso da un copia-incolla frenetico, impulsivo e concatenato, multistratificato. Perché si copia da testi inediti, ma anche da testi copiati a loro volta. L’effetto più evidente di questa tendenza lo vedremo tra non molto. L’abitudine al ragionamento critico e alla formazione delle opinioni verrà sostituita da una comoda, velocissima ricerca su Internet. In compenso, diverremo abilissimi nel camuffare il furto. Solo in quello.
(TrentinoMese - ottobre 2011)

Chi muore giace e chi resta gli intitola qualcosa

Tutto è cambiato. Anche morire ha perso quella funzione di cesura, di chiusa finale a doppia mandata. Voglio dire che un tempo il passaggio a miglior vita di un politico, un industriale, un mecenate, un artista non presupponeva nessuna coda: funerale, elogio, tumulazione e stop. Chi s’è visto s’è visto. Oggi non è più così. E se un politico ha la sventura di morire in un incidente aereo pare più che normale intitolargli una scuola. Se un direttore artistico chiude la sua esistenza terrena, poco dopo si decide di dare il suo nome ad un teatro. E se uno scrittore decede alla veneranda età di 86 anni ecco lì già pronto il premio letterario che lo ricorderà in saecula saeculorum. Giusto alcuni esempi per chiarire un sospetto e avanzare, allo stesso tempo, un dubbio. Il sospetto è che in occasione della morte di personaggi celebri o meno celebri, in circostanze tragiche o meno tragiche, prenda forma una sorta di corsa alla “santificazione”. Il dubbio, invece, è questo: sono sufficienti dunque l’intitolazione di una strada, un ponte, una fondazione o una qualsiasi altra cosa per permettere alla società di considerare assolto il proprio debito di riconoscenza con chi ha lasciato questa valle di lacrime? Ma poi siamo proprio sicuri che quelle sfortunate persone sarebbero così felici di vedere il proprio nome affisso su una targhetta? O non ritenevano, al contrario, disdicevoli certi riconoscimenti postumi? Chi ha dunque deciso che fare bene il proprio lavoro, magari con tanta passione, costituisca la condizione necessaria e sufficiente per entrare nel pantheon della memoria collettiva – privilegio un tempo riservato esclusivamente a premi nobel, martiri, celebri artisti e salvatori della Patria?
Fiaccati dall’assenza di una Fede e della sua consolazione forse non accettiamo più che chi scompare sia destinato veramente a rimanere invisibile ai nostri occhi per sempre. Per questo ricorriamo a certi artifici della memoria che dovrebbero in qualche maniera protrarre nel tempo la presenza di chi non c’è più. Un nastro tricolore, una lapide, una pergamena che ne giustifichi l’inveterata assenza. “Chi muore giace e chi resta si dà pace”, insomma.
Ma c’è anche un ultimo aspetto da considerare. Forse chi muore lascia in eredità a chi resta un misterioso senso di colpa. Come se in qualche modo il fatto che le nostre vite continuino il proprio corso offenda la memoria di chi non c’è più. Ecco allora le frenetiche corse al ricordo e alla solidarietà. Ma quante manifestazioni si sono rivelate in realtà meschini atti di propaganda, di pronto soccorso per la coscienza del soccorritore stesso?
(TrentinoMese settembre 2011)

Stacchiamo la spina per riprenderci la vita

La mutazione antropologica è oramai in atto da tempo. Telefonini, computer, palmari e gigiate varie ci hanno preso per mano e ci hanno convinti che starsene in un luogo nell'impossibilità di essere contattati – in una parola di essere liberi – non va bene; che tenere il telefono muto non è “normale”; che non servirsi del web almeno una volta al dì è da disadattati, da eccentrici dell’età della pietra. Pochi se ne sono accorti, ma già da tempo abbiamo smesso di vivere le nostre vite, almeno da quando le nostre vite hanno iniziato candidamente a “vivere” noi, ad usarci come connettori. Anche una banale passeggiata in montagna ha poco senso senza babbo Gps a sovrintendere.
Beninteso, ribaltate sono pure le regole del bon ton. Ad esempio, quando, impegnati in una conversazione oppure in una riunione, lasciamo che il nostro apparecchio suoni infingardo e s’intrometta: la comunicazione – dozzinale o no, non importa – prevale sul rapporto umano, sulla possibilità di uno straccio di rapporto dialettico.
Conseguenze? Beh, a parte la banalizzazione del rapporto stesso, l’incapacità di preferire il reale al virtuale, l’aver demandato alla tecnologia l’onere di dare un significato ultimo al verbo “vivere”.
Chattare, fotografare, messaggiare, sparare mail ad altezza d’uomo, caricare su facebook: eccole le stampelle dell’esistenza per gli umani del terzo Millennio. Perennemente connessi, perennemente efficienti, perennemente soli.
Ma non tutto è perduto. Perché non facciamo che questo mese di agosto del 2011, per una settimana, un giorno o almeno un’ora proviamo a riprenderci le nostre vite? Con curiosità, spegniamo tutto lo spegnibile, scolleghiamo tutto lo scollegabile e ce ne andiamo alla ricerca del tempo e del senso perduti. Su una spiaggia deserta, su un sentiero di montagna, nell’orto dietro casa, come crociati di un’antica ontologia, a riprendere confidenza con il battito del nostro cuore, a sentire nuovamente cosa quel muscoletto ha da dirci. Magari scopriamo, con sorpresa e con un po’ di spavento, che quelle parole dolci ci piacciono più di tutto il resto.
Sai che sfiga...
(TrentinoMese agosto 2011)

Sua Maestà la Chiacchiera, sorella scema della Verità

Funziona così: qualcuno racconta a qualcun altro qualcosa. Da questa cordiale interazione – che può avvenire al bar, in piazza o sul sagrato della chiesa – si sprigiona una reazione inaspettata. Prende vita in quell'istante la chiacchiera che non è – si badi – un'astrazione, ma una vera e propria unità vivente che da quel momento in poi comincerà a circolare per le vie della città o del paesino di montagna e, nutrendosi dell'incredulità altrui, crescerà cambierà più volte forma, fino a divenire altro da sé.

La chiacchiera è la materializzazione di qualcosa che non dovrebbe sapere nessuno ed invece, alla fine, sanno tutti. Il meccanismo attraverso il quale essa prolifica è sostanzialmente perverso. La fonte primaria relaziona per la prima volta con la raccomandazione di non diffondere ad altri la notizia. Il secondo depositario, sicuro che nessuno verrà mai a sapere del suo tradimento, riferisce ad una terza persona, la quale ovviamente promette di tenersi tutto per sé. Si arriva così, passo dopo passo, a situazioni surreali con decine e decine di persone che conoscono la segretissima notizia, ognuno con una sua personale versione, spesso molto scostante da un'altra, al punto che un vestito rosso può essere diventato rosa e una possibile presenza di tizio alla riunione si tramuta in un'accordo già concluso e definito.
Si badi, però, che il trasporto della chiacchiera non avviene attraverso le parole, bensì attraverso quell’attività che nel meraviglioso romanzo “Lessico famigliare” Natalia Ginzburg definì ciaciàre e babàre: una forma di comunicazione primitiva messa in atto all'insaputa dell’intelligenza
Nelle “Lezioni Americane”, Italo Calvino scriveva di provare un fastidio intollerabile per come già allora il linguaggio venisse usato in modo approssimativo, casuale e sbadato. È proprio questa una delle cause che agevola la metamorfosi del murmure che si leva alto dai pertugi degli agglomerati urbani.
È proprio questa cultura del “si dice” che spesso avvelena certi ambienti sociali, debella amicizie, scardina conoscenze, manda in crisi intere amministrazioni comunali. Il disordinato ciaciàre che nutre certe teste vuote, pronte a diffondere il verbo senza sforzarsi di verificarne le fonti, limitandosi solo, con massimo gaudio personale, ad aggiungere qualche notarella di contorno a sua maestà la chiacchiera, la sorella scema della verità.
Come si dice, sono soddisfazioni.
(TrentinoMese - giugno 2011)

Benvenuti al luna park della scuola italiana

A chi ha “fatto“ le scuole vent'anni fa potrebbero anche girare le scatole. Per scoprirne le ragioni, basta fare un salto in un qualsiasi Istituto scolastico odierno. Il senso di smarrimento di noi quarantenni e cinquantenni si rivela simile a quello del reduce che torna dal fronte e trova la sua casa completamente distrutta e saccheggiata. 
Sapevamo dei capolavori messi in campo dai ministri Berlinguer, Mussi & C., delle loro demolizioni travestite da riforme; eravamo altresì a conoscenza – ahinoi – del sacro “diritto al successo formativo”, delle lauree un tanto al chilo, della pedagogia democratica. E ad aiutarci a prepararci al peggio, diciamo, ci aveva già pensato il settarismo didattico di Don Milani che, da buon sacerdote, predicava la rassegnazione (“Se sei figlio di contadino è inutile che speri di andare al Liceo...”). Insomma, pensavamo di essere pronti a tutto. Ma non era così. Quello che è diventata la scuola oggi è perfino difficile da spiegare. Questa specie di deregulation a cui si è assitito negli ultimi dieci anni ha del clamoroso. Per fare un-esempio-uno: ai nostri tempi, quando prendevi un 4 erano davvero cavoli amari; un voto del genere, oltre a crearti simpatiche complicazioni familiari, poteva comprometterti l'anno. Oggi il 4 non è più un problema. Lo puoi recuperare in qualsiasi momento. Una promozione non la si nega a nessuno. E poi c'è tutta quella serie di crocette, quiz, test che nemmeno alla scuola guida. Esercitare la scrittura, lo spirito critico, la riflessione sono diventati pericolosamente azioni superflue, tanto è vero che anche il tema in classe viene allegramente suggerito da tracce articolate e chilometriche. Il risultato di tutto ciò è che quando i ragazzi arrivano alle superiori (magari seguendo le “molto sagge” indicazioni fornite dalla Scuola Media) hanno un livello di preparazione imbarazzante.
Ma intendiamoci: non tutte le colpe sono della scuola, dacché la complicità delle famiglie è conclamata. L'edonismo a cui si sono votate certe torme genitoriali non poteva certo non trovare riscontro nella scuola, in una sorta di perversa interazione. Per introdurre giovani alla società del piacere occorre una scuola “del piacere“.
E a noi che per un 4 tornavamo a settembre, scusate, ma ci girano violentemente gli zebedei. (“TrentinoMese” maggio 2011)

Fotografo e pubblico subito su internet. Ergo sum

Tra le tante frenesie che la modernità ci ha regalato ve n’è una particolarmente inquietante, quasi il simbolo di quello stile di vita schizofrenico a cui la mentalità dominante, il conformismo, il potere – quello che volete – ci stanno conducendo. Sto parlando della mania di fotografare e di documentare qualsiasi cosa accada durante le nostre giornate, sia che si tratti di un ordinario e grigio giorno lavorativo sia che non lo sia, per poi affidarlo alle amorose cure del web o comunque di un onesto hard disk. Non che ci sia nulla di male nell’immortalare uno scorcio durante una vacanza o un quadro durante una visita in un museo, ma acciderbolina se danno fastidio tutte quelle manine levate con il telefonino d’ordinanza pronto a fare clic.
Un peccato. Anzitutto perché quelle foto o quei filmatini verrano rivisti al massimo – quando se ne troverà il tempo – una volta. Ma poi, se permettete, il riempimento della card della fotocamera è inversamente proporzionale all’esistere. Nel senso che la prima diventa la priorità rispetto al secondo e questo, se permettete, è fin troppo mostruoso.
C’è, nell’urgenza che ci spinge a sfoderare il nostro acchiappa-immagini digitale non appena se ne presenti l’occasione (e anche quando non se ne presenti), la rappresentazione di alcune nostre insane paure. Per prima, quella che del viaggio o della festa non giunga notizia ai nostri “amici” di Facebook. Per seconda, quella di dimenticare misteriosamente quanto appena visto. Al terzo gradino del podio, il timore più devastante: quello di essere diversi dagli altri scattatori, di rivelarsi cioè uno di quei personaggi all’antica che le cose le facevano per il piacere di farle, che un viaggio lo intraprendevano per gustarsi fino in fondo – senza l’intermediazione dei megapixel – l’esperienza, gli odori, i sapori, i suoni, l’immaginario mitico e storico del luogo.
Insomma, la supremazia della fotografia sull’osservazione sta modificando pericolosamente le abitudini antropologiche dell’homo sapiens ed è stigma di una profonda insicurezza, come se di fronte ad un evento, a delle persone, ad un’opera d’arte quell’evento, quelle persone o quell’opera d’arte preferissimo fotografarle anziché viverle. È il trionfo del virtuale. Di reale rimane solo la tristezza. (“TrentinoMese” Aprile 2011)

Come raccontare una storia maledetta

Cascina Spiotta in località Franzana di Arzello. Da poche ore, le Brigate Rosse hanno rapito Vittorio Vallarino Gancia, industriale, re dello spumante. I carabinieri perlustrano i casolari delle Langhe nella speranza, prima o poi, di imbattersi nei rapitori. Sono le 11.30 del 5 giugno 1975 quando la 127 blu guidata dall’appuntato Pietro Barberis accosta lentamente sul retro dell’edificio. Il tenente Umberto Rocca picchia sulla porta. Gli risponde lo scoppio di una bomba a mano che gli dilania un braccio e gli porta via un occhio. Escono urlando un uomo e una donna. Un’altra bomba esplode, ferisce un terzo carabiniere, Cattafi, e uccide il maresciallo Giovanni D’Alfonso, 45 anni.
Qualche nome e qualche data, tanto per inquadrare i fatti e chiarire che nel dibattito innescato dalla lettera di Sergio Paoli, riguardante lo spettacolo “Avevo un bel pallone rosso” non stiamo parlando di aria. E nemmeno di attori e attrici, tappeti rossi, copioni o sipari. Ma di esseri umani brutalmente assassinati e feriti nell’esercizio del loro dovere. Leggi tutto...

Appello a Durnwalder per i "ragazzi di Via Rasella"



Ill.mo Presidente Luis Durnwalder, qualche giorno fa, a Roma per motivi di lavoro, obbedendo ad uno strano e misterioso richiamo, mi sono recato in via Rasella. Pur essendomi occupato in passato della vicenda e della storia del Polizeiregiment Bozen non avevo mai verificato di persona la situazione in loco. Ebbene in quella piccola via che guarda Palazzo Barberini ho avuto due sorprese. La prima è stata quella di rivedere sui muri i buchi lasciati delle mitragliate: uno spettacolo inquietante e silenzioso. La seconda è stata la più amara: non esiste nessuna lapide, targa o cartello che ricordi la morte dei soldati altoatesini e dei civili. Incredulo, ho iniziato a domandare conferma ad alcuni negozianti, ma tutti hanno scosso il capo. Uno di loro addirittura ha commentato sarcastico: "E che ce mettiamo a commemorà le esse-esse?" Leggi tutto...

Astensionismo: scelta eroica o menefreghista?

Perdonatemi davvero, ma trovo curioso questo tentativo di dare una dignità all'8% di elettori che alle ultime elezioni regionali non ha ritenuto necessario recarsi alle urne. Per questo, per una volta, mi trovo in disaccordo con l'editoriale scritto ieri da Pierangelo Giovanetti sul voto di domenica. Si è scritto che gli astensionisti hanno così dimostrato il proprio disgusto per la politica delle urla: ma forse è lecito domandarsi cos'è peggio, un politico che urla o un elettore che se ne strafrega di quanto gli avviene attorno? Peggio un politico mediocre o un elettore qualunquista?

L’automobile non parte, ha qualche problema al motore: meglio chi preferisce farsi cento chilometri a piedi piuttosto che sporcarsi le mani o chi ti aiuta, seppur maldestramente, a dare una spinta a quel catorcio?
Chi sono questi signori che domenica hanno pensato ai fattacci loro e se ne sono andati in gita anziché fare il loro dovere civile? Perché dunque si debbono meritare questa posticcia santificazione? Leggi tutto...

Quel Potere che ci vuole tutti più soli



Una recente ricerca svolta su iniziativa dell’Azienda provinciale per i servizi sanitari e dell’Assessorato alla sanità della Provincia autonoma di Trento ha individuato tra i problemi più temuti dai trentini la solitudine e l’isolamento. Un dato che non può passare certo inosservato, anche alla luce di alcuni evidenti mutamenti che stanno sempre più riguardando anche la nostra piccola realtà. La solitudine temuta, eppure “desiderata”: una contraddizione che può risultare interessante analizzare. Leggi tutto...

Le librerie muoiono e con loro la cultura trentina



IL DIBATTITO

1.
“Guardi, sono veramente demoralizzata. Mi arrendo. Chiudo tutto”. Questo il laconico commento di una storica libraia di Riva del Garda che dopo anni di onorato servizio è costretta a chiudere i battenti dalla pressione della concorrenza. Stesso destino per la graziosa libreria per ragazzi “Il pesciolino d’oro” di Via Roggia Grande a Trento, che cessa l’attività a soli ventiquattro mesi dall’apertura. Anche il Trentino, insomma, paga lo scotto della crisi dei consumi, del caro affitti, ma soprattutto dell’avvento dei grandi magazzini del libro, megastore, supermercati e quant’altro. Un vero e proprio valzer degli addii che sta attraversando la nostra Penisola. Le piccole librerie indipendenti stanno chiudendo e, se non chiudono, vengono acquisite dalle grandi catene e riconvertite in megastore, appunto. Il mercato è diventato estremamente aggressivo. Questi “grandi magazzini del libro” possono permettersi sconti incredibili, e i piccoli in questo sistema malato non possono competere. Leggi tutto...

I Cervelloni: terra di santi, poeti e ricercatori



Nominare la parola “ricerca” in Italia vuol dire esporsi al rischio del pubblico ludibrio. Un po’ come quando qualcuno decide di parlare a vanvera, dimostrando di non avere la cognizione di quanto va dicendo. Settore bistrattato, primo della lista ad essere sottoposto ai famigerati “tagli”. La ricerca – scientifica, tecnologica o umanistica che sia – è lo sfregiato illustre di questo Paese traballante, non solo dal punto di vista sismico. È inevitabile, così, che attorno al settore vortichino le foglie secche del malcontento, dello scetticismo e del disinteresse. Fino a indurre, nel sentire comune, una percezione negativa di tutto il mondo della ricerca, non solo universitaria, colpevole di non produrre “risultati tangibili”, di assorbire abnormi quantità di denaro pubblico e di non metterli a frutto. Il Trentino non è esente dallo stereotipo. Leggi tutto...

Shopping compulsivo: una droga indotta



In principio era l’agorà. Sì, insomma, la piazza. E la piazza era presso il sagrato. Non c’erano nessuna vetrina luminosa, né offerte speciali, né scale mobili. Si usciva di casa e ci si trovava lì a chiacchierare del più o del meno, a fumare, a trovarsi la morosa. L’operazione era naturalmente disgiunta da qualsiasi altra attività di tipo commerciale, ad esempio l’acquisto del cibo o del vestiario. Anzi. Entrare in un negozio era per lo più fonte di stress, non tanto per la conseguente diminuzione di ricchezza, quanto per la natura stessa dell’azione. Essendo collegata strettamente al bisogno essa non aveva alcuna nota ludica o di gradevolezza. In parole povere, fare acquisti era una noia bestiale, pertanto si cercava di fare in fretta, acchiappare lo scontrino e correre verso attività decisamente più piacevoli. Un po’ come pagare le tasse o fare una visita medica. Leggi tutto...

Nel mezzo del cammin di nostra movida



Il telefono comincia a squillare che non sono ancora le cinque del pomeriggio. Si sondano gli umori, si ispezionano possibilità e disponibilità. Chi c’è, chi non c’è, dove si va. Sono le grandi manovre in vista della movida serale e notturna. In Trentino, naturalmente. Perché forse è giunto davvero il momento di farla finita con il solito cantilenante luogo comune del “qui non succede mai nulla” e del “a Milano e a Verona, là sì che c’è vita”.
Soffermarsi sull’apparenza delle strade deserte, infatti, conduce fuori strada (deserta anch’essa). Non ci vuole un genio per comprendere che a meno dieci, dedicarsi allo struscio serale presenta vaghe somiglianze con un’operazione suicida. I flussi del divertimento trentino seguono percorsi precisi, sotterranei, come tanti fiumi invisibili che movimentano centinaia e centinaia di adolescenti, giovani uomini e attempati viveurs. Costoro lasciano poco all’improvvisazione, quando calano le luci del giorno e la sera più che un momento della giornata diventa una invitante proposta: il trampolino di lancio per la spensieratezza. Leggi tutto...

Fenomenologia della cultura trentina




In tempi di crisi tutti hanno più problemi. C’è chi ha quello di trovare un lavoro, chi quello di stringere la cinghia. Anche i teatri hanno un “problema”: quello di riempire le sale. Ovviamente dipende da cosa quel teatro ha da offrire allo spettatore e da chi lo aiuta e lo supporta nello sforzo organizzativo: l’ente pubblico. Dipende tutto dalla cultura. Leggi tutto...

Censori e bacchettoni a corrente alternata



Era la metà di febbraio quando la città di Trento è praticamente insorta contro l’affissione di un manifesto pubblicitario. No, non quello che propone il nuovo sorridente candidato sindaco, bensì una sorta di picture-fiction in cui due agenti perquisiscono sulla spiaggia di Rio de Janeiro, con maniere abbastanza rudi e ambigue, due stangone di due metri. Dire che si è aperto il cielo è dir poco. Associazioni, partiti politici, cronisti à-la-page, il solito esercito di benpensanti cittadini ha levato alto il grido allo scandalo. Leggi tutto...

Non è un posto per vecchi
Viaggio nella pancia del centro sociale “Bruno”



Lo sguardo dell’orso dipinto sulla facciata non è certo invitante, gli artigli arpionano il muretto che cinge la costruzione come a voler ribadire la ferma intenzione del plantigrado a non muoversi di lì. Un po’ come i ragazzi che, come formichine leggermente ribelli, si industriano nel suo ventre. Ma se lo sguardo è minaccioso, la fattura del mural è di quelle che ti fa fermare un attimo e ti fa esclamare: “Ma guarda te che cazzolina di lavoro!” Così, chi incuriosito decida di sostare a rimirare la Biblia pauperum del Centro Sociale Bruno e ne studi i particolari noterebbe che il profilo delle montagne dipinte segue quello dei rilievi omologhi posti a nord ovest della città. Leggi tutto...

Bastardi fuori, trentini dentro



Niente è più conveniente che rimanere se stessi. Lo avranno pensato in tanti seguendo l’entusiasmante ascesa televisiva de “The Bastard Sons of Dioniso”, i tre ragazzi trentini che stanno tenendo banco nel circo musicale di X-Factor, su Raidue. La trasmissione è ancora lunga, ma loro, in un certo senso, la loro gara l’hanno già vinta.
Michele Vicentini, Jacopo Broseghini e Federico Sassudelli, sessant’anni in tre, sembrano usciti da un film di Danny Boyle o da un romanzo di Ian McEwan.
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Adolescenza e educazione



Suscita un certo senso di fastidio, di fronte ad alcuni recenti episodi di cronaca che hanno visto come protagonisti gli adolescenti trentini, sentir parlare di una generica “crisi dei valori”. Gli atti di satanismo avvenuti in Val di Sole o quelli di vandalismo alla fermata del treno al S. Chiara di Trento, ma soprattutto il controllo antidroga a sorpresa effettuato dai finanzieri nelle aule dell’Istituto tecnico industriale “Buonarroti” non sono la conseguenza di una crisi dei valori. Leggi tutto...

Le lettere "segrete" di Alcide Degasperi



Una “Striscia la Notizia” di sessant’anni fa. Questa l’immagine che bisogna provare a fissare nella mente per avere un’idea di cosa rappresentasse effettivamente Giovannino Guareschi, in quegli anni Cinquanta, agli occhi della gente comune. Un fustigatore dei potenti che maneggia la satira con abilità e grazia e che anziché tapiri d’oro dispensava dolorose bacchettate d’inchiostro. Leggi tutto...

Partiti estremi fuori: un rischio per la democrazia?

Non serve certo essere un analista politico per accorgersi che in Trentino Alto Adige c'è un dato post-elettorale abbastanza curioso che pochi, in questi giorni di convulsi dibattiti, hanno avuto l'accortezza di analizzare. In pratica, se proviamo a fare la somma dei voti ottenuti in regione da tutte le forze cosiddette "estreme" possiamo scoprire con non poca sorpresa che esse superano la bellezza del dodici per cento delle preferenze. Questo nonostante il tanto paventato mantra del "voto utile" professato dai leader dei due poli che ha convinto, soprattutto nel caso della Sinistra, non pochi elettori abitualmente poco governativi a turarsi il naso e a dare la propria preferenza a Walter Veltroni o a Silvio Berlusconi. Leggi tutto...

Cermis: il prezzo dell'impunità



Provare a raccontare oggi una vicenda incredibile come quella del 3 febbraio 1998, magari ad un ragazzo di diciotto anni, sarebbe come narrare una storia di fantascienza. Già. Assurda come l’invasione degli extraterrestri favoleggiata da Orson Welles nel 1938. Assurda ed inspiegabile. Un aereo da guerra che sorvola la Val di Fiemme e trancia i cavi della funivia del Cermis, facendo precipitare una cabina con venti sciatori a bordo. Nessun superstite. Roba da non credere.
Basterebbe questa brevissima descrizione a far incazzare chi abbia un minimo di coscienza civile in questo fesso Paese. Voglio dire, se anche la storia, per assurdo, si fosse conclusa così, con la sola caduta della cabina, con il mero ritorno dell’aereo alla base di Aviano, con i soliti tristi riti legati alla sciagura: camera ardente, cordoglio, lutti cittadini e altro ancora, se pure tutto fosse “finito” quello stesso pomeriggio di dieci anni fa, di rabbia ne avremmo lo stesso da correrci una maratona. Leggi tutto...

L'orsa che dà alla testa



Una bella storia di Natale. Commovente. Per una volta la pigra gente trentina ha deciso di mobilitarsi e di scendere in piazza a manifestare contro l’ingiusta detenzione di Jurka, imprigionata da ben centosettanta giorni e zifola. Questo almeno quello che qualcuno vuol farci credere. In realtà, a sfilare lungo le strade di Trento illuminate a festa sono state solo poche decine di animalisti e Jurka non è un prigioniero politico, bensì una femmina di orso, una bestia che si è deciso di porre in cattività perché si era messa in testa di fare bene il suo mestiere di orso. Diciamo un’orso un po’ troppo orso per i nostri gusti.
(Certo che, però, è strano. Un tempo sotto Natale si sfilava per i mutilatini, per la Croce Rossa, per la pensione minima di Santa Lucia. Per un orso ancora non si era mobilitato nessuno. Segno dei tempi che stanno cambiando. Eccome se stanno cambiando. Poniamo il caso che proprio l’altro giorno un giornalista extraterrestre fosse atterrato in via Belenzani, e avesse cominciato a fare qualche domandina qua e là: “Chi siete? Per che squadra tifate? Panettone o pandoro? Che state facendo qui?” Bisogna ammettere che non sarebbe stato proprio facile per lui afferrare il concetto.) Leggi tutto...

Il padre, questo sconosciuto



La presenza paterna è il miglior investimento per il futuro dei figli. Lo ha detto Benedetto XVI, ma potrebbe tranquillamente sottoscriverlo anche il più acerrimo nemico del cattolicesimo. Lo pensano certamente anche quel gruppo di docenti universitari, scienziati, giornalisti, professionisti che da tutta Italia ha sottoscritto la cosiddetta “Lista per il Padre” promossa dallo psicologo Claudio Risé. Di essi fa parte pure Antonello Vanni, scrittore, insegnante ed esperto di tematiche giovanili, che questa sera sarà in Trentino a parlare del “Ruolo educativo del padre all’interno della famiglia” (Vigolo Vattaro, auditorium, ore 20.45, org. Associazione culturale “Nitida Stella”).
La figura del padre è stata in Occidente separata dalle sue funzioni educative e sociali. Come e perché? “Si è trattato di un processo molto lungo – dice Vanni – partito con la secolarizzazione della società e quindi anche della figura del padre. Questo a partire dalla riforma protestante in avanti, passando per l’illuminismo”. Leggi tutto...

Le due ferite di Piedicastello



Sia chiaro. Spazzare la polvere sotto al tappeto non è mai stato un grande rimedio contro la sporcizia. La vicina ti farà dei gran complimenti per come riesci a tenere in ordine la casa, d’accordo, ma il problema non sarà risolto. Voglio dire, adesso non è che siccome hanno spostato le due canne della tangenziale, infilando il traffico dei pendolari sotto al Doss Trento, il rione di Piedicastello diventa improvvisamente una specie di giadino dell’Eden. Piuttosto, il borgo più antico della città è oggi ancora più brutto di prima, con quelle due arterie deserte e silenziose che ora fanno il paio con l’inquietante relitto industriale dell’Italcementi. Due fantasmi di cemento e asfalto, due ferite inferte al tessuto urbanistico che avranno bisogno di chissà quanto tempo per risanarsi e restituire al luogo quella grazia e quella preziosità che aveva un tempo. Leggi tutto...

Pizzol: riposarsi all'ombra di una storia



Il nostro paese è attraversato da una grande emergenza. Non è innanzitutto quella politica (anche se pure lì non è che siamo messi benissimo) e neppure quella economica (vedi sopra) ma qualcosa da cui dipendono anche la politica e l’economia. Di cosa stiamo parlando? L’emergenza è quella educativa e nessuno può chiamarsi fuori, ovviamente, perché è attraverso l’educazione che si forma una persona e, quindi, l’intera società.
Lo hanno capito molto bene tre associazioni trentine (Periscopio, Nitida Stella e Stenico 80) che in questi giorni stanno lanciando una serie di interessanti iniziative culturali legate tra loro da un titolo – “Educarsi per educare” – all’apparenza semplice, ma che cela e svela una delle responsabilità principali dell’essere umano: quella di essere genitori. Leggi tutto...

L'orsa è in gabbia (finalmente)



Plaudire all’istituzione pubblica non è un’attività molto praticata dai cittadini. Diciamo che le occasioni sono piuttosto rade. Questa volta ci sentiamo in dovere di complimentarci con il Servizio Foreste e Fauna della Provincia autonoma per la cattura dell’animale che già da qualche tempo si era dimostrato incontrollabile e fuori dai limiti che il progetto Life Ursus e l’intelligenza umana prevedono. Jurka se ne va in gabbia, quindi. Il posto giusto per coloro che delinquono. Uomini e animali. Leggi tutto...

La Trento più brutta che c'è

Dopo essersi arrampicata fino alle vette della modernità grazie ai dotti interventi e alle illustri partecipazioni del Festival dell’Economia, la città di Trento sembra ripiombare nel medioevo a causa di quello che – se non lo è – assomiglia molto ad un grave episodio di censura.
Sono in pochi a saperlo. Giusto gli addetti ai lavori e qualche attento lettore. La sera del 25 giugno, nel pieno dei festeggiamenti per il Santo Patrono, il Teatro Sociale di Trento resterà desolatamente chiuso. Beh? E che problema c’è, domanderà qualcuno. Nessuno. Peccato che fino a qualche settimana fa era programmato un elaborato dramma teatrale, frutto di un’attenta ricerca storica, che avrebbe visto in scena oltre quaranta attori. Una piece che vuole fare chiarezza su una delle pagine più oscure della storia cittadina a cui però gli abitanti del capoluogo non potranno assistere. La recita del 25 giugno è stata cancellata. Leggi tutto...

Brad Pitt va a spasso con Oetzi

Per l'ufficio stampa della Provincia autonoma di Bolzano e per l'addetto alle pubbliche relazioni del locale Museo Archeologico, Katharina Hersel, nonostante l'ineluttabile chiarezza di alcune fotografie, la notizia è ancora da prendere con le pinze, viste e considerate le bufale ciclopiche che circolano su Internet al giorno d'oggi. In ogni caso sono già diversi i blog che in tutto il mondo riportano i commenti (spesso disgustati) dei fans di Brad Pitt che proprio non riescono a capacitarsi del fatto che il loro beniamino, anziché la provocante silhouette di Lara Croft - eroina virtuale interpretata al cinema dalla bella moglie Angelina Jolie - sull'avambraccio sinistro si sia fatto tatuare niente meno che Sua Antichità la mummia del Similaun. Leggi tutto...

L'Acquarena al tempo della siccità

L’inverno pazzo e senza neve ha lasciato il segno sulla nostra provincia. Non siamo ancora arrivati all’emergenza ma – secondo il capo della Protezione civile trentina, Claudio Bortolotti – in caso di un’estate di estrema siccità potremmo cominciare ad avere problemi molto seri, soprattutto per quanto concerne l’irrigazione dei campi. Intanto, i fiumi trentini non sembrano essere al massimo della forma e – parafrasando Woody Allen – nemmeno le falde acquifere si sentono molto bene. La situazione viene costantemente monitorata dalle autorità competenti che, come è giusto che sia, stanno provvedendo anche ad un’opportuna sensibilizzazione dell’opinione pubblica su un più corretto e morigerato uso dell’acqua. Anche i politici fanno la loro parte. Il capogruppo di Trento Democratica al Comune di Trento, Michelangelo Marchesi, ad esempio, invoca soluzioni che prevedano l’impiego di acque non potabili per usi non alimentari. Bene. Ben vengano certi suggerimenti. Tuttavia, proprio dallo stesso Comune di Trento viene lanciata un’idea che pare da subito essere in contrasto con lo scenario poc’anzi descritto: l’idea è quella di costruire a Trento un centro aquatico sul modello dell’Acquarena di Bressanone. Leggi tutto...

S. Giuseppe e il ruolo del padre



Il primo libro lo ha scritto quasi di getto, inseguendo le suggestioni di un sogno particolarmente avvincente fatto alla fine del 1988, quando oniricamente concepì il finale del suo primo romanzo, “Polvere”. Per scrivere più metodicamente il secondo è partito dalla toccante immagine di un vecchio che in punto di morte domanda a sua moglie di poter rivedere un’ultima volta il proprio figlio. L’autore di cui stiamo parlando è Giovanni Donna d’Oldenico, un medico torinese, che confessa di fare molta fatica a scrivere, anche perché per uno che fa quella professione – ed ha otto figli! – è difficile trovare il tempo di farlo, a meno di non sfruttare i piccoli tempi morti che le giornate solitamente offrono ai mortali.
Il secondo romanzo di Donna d’Oldenico si intitola “Giusto” (Marietti Editore) ed è al centro dell’incontro di questa sera organizzato dall’Associazione Culturale “Nitida Stella”, a Vigolo Vattaro (auditorium, ore 20.30), intitolato "Da San Giuseppe alle coppie di fatto". In teoria, si tratta della presentazione di un libro, ma in realtà l’occasione è ghiotta per partire dalla vicenda romanzata del padre più famoso della Storia ed arrivare fino ai giorni nostri, dibattendo del ruolo educativo della figura paterna oggi. D’Oldenico non si sottrae alla sottile provocazione che il titolo dell’incontro nasconde e prontamente risponde a quanti oggi pretendono di guardare alla Famiglia di Nazareth come ad una delle prime coppie di fatto. “Quella famiglia ha una regola – dice –, è storicamente provato che vi furono degli sponsali tra Giuseppe e Maria, vi fu un’introduzione nella casa dello sposo; per cui quel figlio era pienamente legittimo”.
Questa la perentoria risposta a chi sostiene che il Vangelo non ci dà nessun esempio di famiglia precisa. La sacra famiglia era formata da un padre e da una madre, come ce ne sono tanti, alle prese pure loro con un progetto educativo, pure loro lavorati ai fianchi da quello strisciante senso di inadeguatezza che accompagna i genitori durante la crescita di un figlio. Certo, Giuseppe, l’uomo “giusto”, è in una situazione particolare. È a capo di una famiglia che è “sua opera, ma non è opera sua”; titolare di un compito spropositato e immenso per le apparentemente scarne risorse umane: il compito di educare nientemeno che Dio fatto persona. Chiunque davanti ad una responsabilità tanto grande desisterebbe e fuggirebbe via lontano se – come il “Giusto” – non avesse ben presente che prendersi cura dei figli, al di là di ogni convinzione religiosa ed etica, è la più sana delle abitudini umane. Occasione quotidiana di vivere appieno il proprio ruolo famigliare, interpretando al meglio e senza presunzioni di sorta le mansioni educative che l’essere padre comporta.
“Purtroppo, nella modernità, – sostiene d’Oldenico – si tende ad interpretare la paternità come un’occasione di realizzazione sociale. Invece dovrebbe trattarsi sempre di una vocazione, come lo è ad esempio per il cristiano”.
Anche a causa di questa cattiva interpretazione di ruolo viviamo in una società in cui sempre più latita la paternità; i padri spesso si riducono ad essere quei tizi che escono di casa al mattino e ci ritornano la sera e servono per portare a casa lo stipendio. Proviamo invece a pensare a certi padri di una volta, quelli che sapevano “come si stava al mondo” e pur di fartelo capire erano disposti a tutto. Un po’ come Giuseppe di Nazareth, il falegname, che di quel figlio tanto particolare ha amato il destino e ne ha assecondato autorevolmente il passo. Affettuoso, lo ha custodito e ne ha curato la compagnia. Stando sulla soglia, sereno, serio, sicuro. Instancabilmente responsabile.
("Trentino" del 30 marzo 2007)

Intervista a Sebastiano Vassalli



«Ho capito che nel presente, non c’è niente che meriti d’essere raccontato» scrive nel suo romanzo capolavoro, “La Chimera”, con cui nel 1990 ha vinto il premio Campiello. Eppure Sebastiano Vassalli, che domani sarà al Mart di Rovereto all’incontro intitolata “L’auto e le Arti” organizzato nell’ambito della mostra “Mitomacchina”, del presente ci racconta parecchio, nonostante gran parte dei suoi romanzi sia ambientata in epoche assai lontane da noi. Quasi a dimostrare che i segni intelligibili del passato possono illuminare e spiegare, ma non risolvere le paure del presente. La sua immagine di modernità è assai desolata, quasi un deserto in cui la fine delle ideologie e l’assenza di valori si condensa in un rumore assordante che ci impedisce di vivere in pace. Chissà, forse il rumore è quello di una fiammante automobile appena uscita dalla concessionaria, pronta a scorazzare il suo unico e solitario passeggero lungo le corsie del mondo. Chiediamo a Vassalli di aiutarci a capire il significato culturale della “macchina” nell’Italia degli ultimi cinquant’anni e come essa si colloca nella sua concezione assai pessimistica del presente.

Vassalli, partiamo con una provocazione. Se l’automobile è veramente un mito della modernità, i gas di scarico cosa sono?
I miti non hanno mica solo aspetti positivi. Anche quelli del passato, ad un certo punto, hanno rivelato la loro faccia demoniaca. Come il progresso in generale…
Insomma, l’altra faccia della medaglia?
Ogni aspetto del progresso ha dei costi pesanti. Il guaio per noi è che il progresso lo hanno vissuto soprattutto le generazioni precedenti. Noi ne stiamo solo pagando i costi.
Dopo aver raccontato molte storie ambientate nel passato, lei ha deciso di provare a descrivere la modernità e le mutazioni sociali che l’hanno determinata. Tra queste l’automobile. Quanto ha cambiato la nostra vita e quanto, invece, ha cambiato noi stessi?
Io sono una persona che racconta storie, quindi non sono la persona più adatta per definire la questione in maniera precisa. Tuttavia posso dire che almeno due oggetti costitutivi della cosiddetta modernità, l’automobile e la televisione, ci hanno modificato e condizionano i nostri comportamenti; ormai, anche quando non andiamo in automobile e anche quando non guardiamo la televisione. Sì, siamo decisamente diversi.
Roland Barthes ha detto: “Credo che oggi l’automobile sia l’equivalente delle grandi cattedrali gotiche”. Oggi le vediamo esposte in un importante museo di arte contemporanea: a tanto siamo arrivati?
L’automobile ha una sua storia indipendentemente dall’uso e dell’abuso che poi se n’è fatto. Una storia epica nella sua prima fase. Pensiamo al Futurismo che è un vero e proprio omaggio all’automobile. Inoltre i primi veicoli ricalcano le forme antichissime del Mito, sono il carro di Fetonte o di Achille. Non hanno nulla dell’oggetto consumistico che sono diventate dopo.
Come spiega l’importanza del ruolo che l’automobile ha assunto all’interno della produzione culturale – cinema, letteratura, musica, ecc. – dell’ultimo secolo?
A parte il Futurismo, l’automobile non ha avuto quell’importanza che poi ha avuto nella vita. Forse è successo il contrario: che le arti tardano a riflettere certe mutazioni antropologiche. È anche difficile oggi raccontare la “macchina”, oggi, che è diventata un parente stretto del ferro da stiro o del frigorifero.
Nel suo ultimo libro “La Morte di Marx” lei fa compiere all’uomo una vera e propria metamorfosi kafkiana. L’uomo da bipede si dota di ruote e corazza, diventa automobilista e si incanala nel traffico della vita. L’auto assomiglia oramai così tanto alle nostre vite da divenirne metafora?
Sì, ma non da sola. Combinata con altre cose che poi costituiscono la modernità. Mettiamoci pure il televisore, il computer, il telefonino.
Si può quindi parlare di stretta correlazione tra questi oggetti.
Sono tutte protesi e prolungamenti dell’uomo, permettono di fare cose che non fanno parte della nostra natura, né siamo attrezzati a fare.
Cioè?
L’uomo nella sua natura bioogica non è fatto per volare o per spostarsi in tre ore di cinquemila chilometri. Questi fatti, apparentemente banali, travolgono la nostra vita in una maniera assoluta.
Quindi gli scopi per cui era stata creata inizialmente l’automobile sono stati traditi? E le cause di questo tradimento a chi sono imputabili?
Guardi, il contrario del mio mestiere è quello di mettermi a costruire teorie. Io sono un raccontatore. Se lo scrittore si mette – e spesso purtroppo succede – a cercare di trarre teorie da ciò che racconta è bell’e finito.
Le chiedo scusa. Torniamo ai libri. Nella prima pagina de “La Chimera” lei parla di un presente che da sé stesso non può spiegare quasi nulla, essendo ormai ridotto al puro rumore. A quale rumore fa riferimento?
Questi miliardi di esseri che gridano tutti insieme la parola “io”. Non è importante il rumore vero e proprio, quello per intenderci si misura con i decibel, ma tutto questo accavallarsi infinito delle nostre vite verso un’auto-affermazione. Però colgo l’occasione della sua domanda per dire che rispetto a quanto scrissi allora ho cambiato un po’ le mie idee. Quando dicevo che il presente non è raccontabile, avrei dovuto dire che non è raccontabile nel presente; lo diventerà quando non sarà più presente.
Qual è il rapporto di Sebastiano Vassalli con l’automobile? Con che mezzo giungerà a Rovereto?
Verrò in automobile, ma non guido io. Non dovrei dirlo, ma non solo guido; ho anche alcuni vizi d’automobilista. Per dire, sono anche uno che a volte schiaccia un po’ troppo il piede. Ma col tempo sono diventato più disciplinato.
Insomma, nonostante lei individui così bene certe problematiche, non riesce a sottrarsene.
Temo che questo sia inevitabile.

("Trentino", 23 febbraio 2007)

Cina, Mart e diritti umani



Può l’arte essere il mezzo per parlare dei diritti universali dell’uomo, del diritto che l’uomo ha di vedere soddisfatte le proprie esigenze primarie di verità, bellezza e giustizia? Possono i quadri di un Depero o di un Guttuso aprire gli occhi a chi ancora non vede, o fa finta di non vedere, quanto ancora avviene in Cina riguardo al rispetto dei diritti umani?
Le domande sorgono spontanee nell’assistere al grande evento che vede come protagonista il Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto che il 9 settembre scorso ha inaugurato al Namoc, National art museum of China, di Pechino una mostra sulla grande arte italiana del Novecento. Gli organizzatori e i politici trentini presenti hanno parlato di grandi prospettive di cooperazione culturale tra i due Paesi, di valorizzazione degli investimenti, di consolidamento dei rapporti, di svariati progetti di interscambio. Un velo di imbarazzante silenzio, invece, pare sia stato steso sulle gravi e numerose limitazioni che ancora esistono in Cina riguardo alle libertà essenziali dell’essere umano.
Quella religiosa, ad esempio. Due giorni dopo l’inaugurazione della mostra di Pechino, Monsignor Martino Wu Qinjing, vescovo di Zhouzhi, secondo quanto riferito dall’agenzia Asia News, è stato arrestato alle 10 di sera da circa 30 poliziotti che hanno fatto irruzione nella parrocchia dove l’alto prelato dormiva. Gli agenti hanno prima allontanato un anziano sacerdote di 80 anni, quattro seminaristi e quattro suore che cercavano di fermarli e poi, senza fornire alcuna accusa, hanno prelevato il presule e lo hanno portato in un luogo sconosciuto.
Non ci vuole un grande esperto di politica internazionale per capire che non ci può essere libertà economica se prima non v’è libertà religiosa. Ogni libertà è legata ad un’altra, come diceva John Kennedy. E se la Cina registra un’altissima crescita del Pil lo deve anche a migliaia di bambini sfruttati e sottoposti ad orari di lavoro disumani, in ambienti insalubri e con stipendi da fame. E non ci sono sindacati che possano contestare tutto ciò, dacché da quelle parti ogni organizzazione sindacale è considerata fuorilegge.
Qui ogni anno la giustizia fa fucilare o sopprime per iniezione letale almeno diecimila persone: cinque volte più delle condanne a morte eseguite in tutto il resto del mondo, America compresa. E quella della soppressione della vita umana sembra una cultura perversa destinata a crescere se pensiamo che più di una volta le esecuzioni si svolgono al’interno dei palazzetti dello sport dove intere scolaresche delle classi elementari e medie vengono chiamate ad assistere al triste spettacolo.
E che dire della sistematica pratica delle sterilizzazioni e degli aborti forzati per contenere la crescita demografica? Nelle zone rurali è permessa la nascita di un solo figlio maschio; il secondo si può concepire solo dietro il pagamento di una tassa altissima (circa diecimila euro). Per questo motivo le campagne si vanno sempre più spopolando.
Un accenno, infine, all’oppressione e la persecuzione del popolo tibetano, il cui Governo, ancora oggi, è costretto all’esilio in conseguenza dell’invasione cinese del 1950, una chiara violazione delle leggi internazionali riconosciuta in più occasioni dalle Nazioni Unite.
Certo, affrontare questi temi – si dirà – è compito della politica estera e della diplomazia internazionale e non di chi si occupa di diffondere la bellezza dell’arte. È vero. Per questo motivo la speranza questa volta è che alla denuncia ci pensi l’arte stessa e dietro ai lustrini del grande evento mediatico ci sia la protesta silenziosa di questi immortali artisti italiani, eponimi della creatività di casa nostra, incorruttibili giudici degli errori umani. L’augurio è che siano le pennellate di Morandi, di Boccioni e di Carrà a far capire ai cinesi che un cambiamento è necessario, che non si diventa un grande Paese moderno solo grazie all’economia o stando al primo posto di un medagliere olimpico. Che non è possibile mascherarsi da Paese libero, nascondendosi dietro al paravento appariscente della cultura; un paravento troppo corto che lascia intravvedere quanto di marcio ancora esiste in quella nazione.
"Trentino" del 18 settembre 2006

Intervista a Salvatore Settis



Ogni volta che escono un suo libro o un suo articolo nelle stanze della politica c’è qualcuno che fa un salto sulla sedia. I suoi richiami ad una maggiore attenzione del Governo nei confronti del patrimonio culturale sono simili a quelli di un padre severo che ha a cuore l’avvenire dei propri figli. Stiamo parlando di Salvatore Settis, Direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, coordinatore del comitato scientifico del MART e neopresidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Il suo libro precedente, “Italia S.p.A.”, aveva creato un certo scompiglio tra le fila del Governo, denunciando aspramente la logica che portava ad equiparare i beni culturali ad una merce che crea profitto. Nella sua ultima fatica editoriale, intitolata “Battaglie senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto”, Settis organizza e raccoglie i suoi articoli ed interventi sull’attualità dei beni culturali dal 2002 ad oggi. Un vero e proprio castigo per quanti (e sono ancora in tanti) ancora non si rendono conto che non è il bene culturale a creare reddito, bensì l’indotto che da essi deriva. La politica deve fare la sua parte e finirla, una volta per tutte, di nascondersi dietro al dito delle emergenze economiche, vere o presunte, e continuare tagliare i fondi, peraltro esigui, della cultura.
Il libro è stato presentato ieri sera a Rovereto. Assieme all’autore c’erano l’avvocato Gianluigi Ceruti,docente di Legislazione ambientale e delle aree protette nel corso di Laurea specialistica in Gestione dell’ambiente naturale e delle aree protette nell'Università di Camerino e “padre” della legge nazionale sui parchi e sulle aree protette del 1991 e il dott. Franco Marzatico, archeologo, direttore del Museo Castello del Buonconsiglio di Trento dal 1995 e socio dell’Accademia degli Agiati. L’incontro è stato moderato da Salvatore Ferrari, storico dell’arte e vicepresidente della sezione trentina di Italia Nostra.

Professor Settis, nella storia moderna la tutela e la preservazione del patrimonio culturale dello Stato è sempre stata preceduta e soverchiata da altre urgenze, o presunte tali. Sembra che in un Paese in perenne emergenza non ci sia spazio per la cultura. Quel poco che le si concede assomiglia più ad un’elemosina che ad un vero e proprio investimento.
Presso molti politici ha finito per prevalere l’idea falsa secondo cui gli investimenti in cultura, non parlo solo dei beni culturali, ma pure di ricerca e università, sia una specie di lusso. Qualcosa che si fa quando restano dei soldi. Viceversa sono un investimento sul nostro futuro, essenziale per tutti, in particolare per un Paese come il nostro che della sua tradizione culturale dovrebbe essere fiero e su di essa dovrebbe costruire il proprio futuro. Concepire la cultura come investimento è una cosa ormai riconosciuta anche dai più grandi economisti: l’attuale premio Nobel, ad esempio, vede l’elemento identitario che fanno parte della cultura dei vari popoli come uno dei fattori determinanti nello sviluppo dell’economia.
La nostra Costituzione prevede che i valori estetico-culturali non possano essere mai subordinati ad altri valori, ad esempio a quello economico.
Appunto. Non per niente il Presidente Ciampi ha più volte detto che l’articolo più originale della nostra Costituzione è l’articolo 9, che è quello sulla tutela del patrimonio e del paesaggio. E la nostra Costituzione, essendo stata scritta negli anni Quaranta, è stata straordinariamente lungimirante nell’affermare come principio quello che oggi gli economisti e i sociologi hanno scoperto negli ultimi anni.
In che maniera i beni culturali potrebbero davvero essere importanti per la crescita civile o economica del Paese?
I beni culturali sono già importanti, anche se li trascuriamo, perché è dimostrato che la produttività e la creatività individuale, oltre che collettiva, sono stimolati da un ambiente gradevole, da una generale qualità della vita e anche dalla soddisfazione della propria identità culturale. È una banalità: si lavora meglio in un ambiente più bello e quando si è contenti di quello che si è. I beni culturali aiutano a conquistare questa autocoscienza. È un errore invece puntare sulla redditività immediata della cultura, sul fatto che vendendo i quadri o i palazzi si potrebbero ricavare dei soldi o che aumentando i prezzi dei biglietti dei musei si incassa un po’ di più. Queste cose si possono fare o non fare ma sono assolutamente marginali.
Quali dovranno essere le politiche migliori per rilanciare questa importante, ma troppo spesso trascurata risorsa? È solo la politica ad avere responsabilità in tal senso o dovrebbero essere pure i cittadini a prendersi a cuore la questione?
Dovrebbero essere i cittadini, ma di contro la politica dovrebbe essere l’espressione dei cittadini. Io credo che un grosso intervento di sistema sia necessario sulla scuola che deve insegnare di più non in storia dell’arte nel senso tradizionale e manualistico, ma deve insegnare di più a comprendere, ad esempio, quanto siano delicati i nessi tra il nostro tessuto urbano ed il paesaggio circostante, quanto sia importante proteggerlo, quanto sia importante tenere i nostri beni culturali al riparo dalle speculazioni.
La nostra politica non segue questa direzione?
Mentre con i governi Prodi, D’Alema e Amato ci fu un progressivo accrescere degli investimenti, nei governi di centrodestra si è dovuto registrare un calo. Il Presidente Prodi, prima delle elezioni, rispondendo ad un appello del Fai, si era impegnato a riportare il livello degli investimenti in beni culturali all’uno per cento del Pil. Spero che Prodi mantenga questa promessa.
Anche se la nuova Legge Finanziaria non sembra promettere bene…
Si, non promette bene, però ci si renda conto che non si può fare tutto questo dalla sera alla mattina. È importante però che il Governo lanci subito dei segnali positivi e avvii un processo per il quale si possa arrivare agli obiettivi indicati dallo stesso Prodi nel giro di pochi anni.
Abbiamo parlato dell’atteggiamento della politica, veniamo infine ai cittadini. Sono pronti gli italiani a prendersi a cuore la questione del proprio patrimonio culturale o hanno ancora bisogno di essere educati a farlo? E come?
Io credo che gli italiani abbiano una coscienza un po’ sepolta di quella che è la tradizione culturale, la bellezza delle nostre città. Credo che sia un’esperienza comune vedere che i senesi sono fieri di Siena e i trentini di Trento. Questo non vuol dire aver chiaro cosa bisogna fare. Quando parlo di educazione parlo del salto che bisogna fare dall’interesse privato a quello pubblico, parlo di afferrare la ragione per cui le nostre città sono così belle: per secoli sono state governate dal principio che l’interesse del singolo, in alcuni casi, deve cedere a quello della collettività.
Una domanda un po’ scherzosa e personale. Il suo impegno contro la devastazione del patrimonio e le sue grida di allarme per la messa in vendita di beni pubblici non la fa sentire, talvolta, un Don Chisciotte?
Francamente no. Prima di tutto perché non sono solo. È vero che io sono particolarmente insistente, caparbio nell’insistere su questi temi. Però trovo una grandissima rispondenza. In alcuni casi, le denunce che mi è capitato di fare sui giornali – ne cito una, quella del condono archeologico, legge altamente perversa – hanno suscitato un così ampio consenso, anche tra le fila del Governo di centro destra (Urbani, La Malfa, ecc.). Un Don Chisciotte che qualche volta riesce ad abbattere qualche mulino a vento si sente un po’ consolato.
Una battuta sul Mart di Rovereto, di cui lei è coordinatore del comitato scientifico. È in serio pericolo pure lui?
Voglio sperare di no. Il Mart, nel giro di pochissimo tempo, è riuscito a diventare, grazie al dinamismo e all’intelligenza soprattutto di Gabriella Belli e poi del Presidente Franco Bernabé, un punto di riferimento italiano e non solo del difficile campo dell’arte contemporanea. Lo ha fatto con risorse economiche ed intellettuali proprie, ricorrendo anche ad un parterre più vasto di esperienze internazionali, confrontandosi col mondo in modo innovativo, inventivo e intelligente. Rovereto è geograficamente ai confini dell’Italia, ma riguardo all’arte contemporanea è all’assoluto centro e questo no può non avere il suo peso.
("Trentino", 8 settembre 2006)

Intervista a Carlo Freccero



I suoi colleghi lo definiscono l’Eisenhower della tivù. Lui a sentire questa definizione storce un po’ il naso. “Dai dai! Parliamo di cose serie” dice. “E poi io sono italiano”. Stiamo parlando di Carlo Freccero, considerato un vero e proprio guru della televisione italiana. Direttore di Raidue dal 1996 al 2002, nei primi anni '80 è stato direttore dei palinsesti di Canale 5 e Italia 1. Dopo un periodo di lavoro in Francia, Freccero diviene docente di Linguaggio televisivo al Dams di Roma. Autore prolifico, tra le sue creature più celebri ricordiamo “Drive in” e il recente “Rockpolitik” con Adriano Celentano.

Freccero, ci dica: che animale è l’autore televisivo?
Fino a non molto tempo fa, l’autore era la figura centrale. Oggi, in un’epoca di cloni, un’era di repliche, l’autore costruisce prototipi. È chiamato a creare una rottura nella tv industrializzata. L’autore personalizza qualsiasi format. Noi costruiamo generi che aiutano lo spettatore a fruire i programmi e l’autore personalizza e dà una lettura inedita del genere. Infine, l’autore fa in modo che la televisione si riverberi nella stampa, addirittura la tv crea la stampa, “crea” la gente.
Quindi si potrebbe dire che l’autore sta al programma come il paroliere sta al cantante o è qualcosa di più?
No, di più… Molto di più! È più importante. Casomai come il cantautore sta alla canzone. Si dice che dietro ad ogni grande uomo c’è una donna. Bene: dietro ad ogni personalità, star televisiva, oggigiorno c’è sempre un gruppo di autori.
Da quando accade questo?
Semplice: da quando la star è diventata la vera e propria sceneggiatura del programma. Abbiamo un esempio a questo tavolo (seduti con noi ci sono Galeotti e Martelli, due autori di Fabio Fazio n.d.r.). Loro ad esempio sono due dei creativi che costituiscono il gruppo di lavoro di Fazio. Lo stesso fanno Celentano, Fiorello, ecc.
Negli anni Sessanta, però, non mi pare che le cose funzionassero così.
Allora era una tivù pedagogica. Allora la star era al servizio della televisione. Adesso le cose sono cambiate perché il programma deve in qualche modo creare audience. E’ dalla fine degli anni Novanta che assistiamo ad una sorta di starizzazione della tivù
Parliamo di linguaggio televisivo, di cui lei è docente all’università di Roma3: è più il linguaggio tv ad influenzare il linguaggio della strada o viceversa?
La tivù ha sempre avuto un rapporto dialettico con la realtà e con la politica… Cioè la tivù assorbe tutto e rimanda indietro. Mai come oggi, ad esempio con i reality, il pubblico è stato messo al centro dello spettacolo: per questo motivo la televisione “fa” la strada, purtroppo. E non è una grande strada… La tv ha questa capacità: di essere spugna, assorbire e poi rimandare indietro ciò che assorbe…
…magari dopo aver leggermente modificato la realtà…
Esatto. Tutta questa realtà assorbita viene rivissuta, riletta e ritradotta attraverso la televisione. Le faccio un esempio. Anche i grandi eventi mediatici, oggi, vengono in qualche modo riscritti, rimasticati. Tutto viene reso “televisione”.
Siamo nell’era della web-tv. Oggi chiunque può improvvisarsi autore creando il suo filmato quicktime su Internet. Questa trasformazione tecnologica, e sociologica, questa frammentazione infinitesimale dei palinsesti non mette in pericolo l’esclusività dell’autore Tv?
Chiariamoci. Quando parliamo di autore, parliamo di Tv generalista, Tv a pagamento, tematica, della tv che ancora lavora nel palinessto. La prima cosa che un autore deve sapere quando fa un programma è che ci sono due a-priori: ogni programma ha un orario e un dna della rete di appartenenza. Altrimenti ognuno è autore di se stesso. Parliami di autore laddove la tv per cui lavora ha una linea editoriale.
Il contenitore. Il talk show. Quiz show. Tv verità, reality show, docu-soap: l’autore segue la sua vocazione o si adatta a scrivere ciò che il mercato richiede?
Come ho detto l’autore deve lavorare con degli a-priori (l’ora, il tipo di programma, la rete che deve trasmettere, il mercato, ecc.) che deve somatizzare, gestire e quindi superare; ecco come nasce il prototipo di cui parlavo all’inizio.
Perché l’autore è in fondo un artista: ha un’ispirazione, delle inclinazioni…
Proprio così. Il vero autore non è guidato da istanze di marketing, ma da istanze culturali.
Lei si è dimostrato sempre poco incline a piegarsi ad un certo conformismo televisivo, che poi spesso è il conformismo imposto dal potere. Esistono ancora dei margini di manovra per chi fa tv d’inchiesta, ad esempio, o alla fine è tutto controllato?
Il suo giornale è di sinistra o di destra? (ride n.d.r.) Potrei risponderle che esiste un controllo dello spettacolo, ma pure uno spettacolo del controllo. La tivù vive in controllo, ma pure in un potere, ciononostante esiste una domanda sempre più forte di autonomia. Le faccio un esempio: Berlusconi ha censurato molte cose, eppure la domanda è rimasta. Essa non ha trovato sbocco sul mezzo televisivo, l’ha trovato sul web, o al cinema… In ogni caso è vero: mai come adesso, a causa degli impedimenti economici la tivù è implicata col potere; ma mai come adesso c’è una forte domanda di autonomia. Si tratta di un vero e proprio corpo a corpo.
L’autore lavora spesso correndo il rischio di non vedere finalizzata la propria opera (ricordiamo le vicende del suo “Bella ciao”, documentario sui fatti di Genova 2001): quanto è presente il rischio censura oggi in Italia?
Se penso che “Bella ciao” è stato censurato proprio da Cappon (direttore generale Rai di freschissima nomina, n.d.r.)... Il rischio censura persiste, ma le posso dire una cosa: c’è un pubblico che vuole sempre più cose. È vero che c’è un rischio censura, ma la domanda è sempre uguale.
Il vero potere – affermano il Codacons e L’Associazione Utenti Radiotelevisivi – è nelle mani di società di produzione esterne come Endemol, Magnolia e Ballandi, che realizzano programmi per la Rai.
Io non mi scandalizzo di nulla, tuttavia il rischio che si corre è quello che ci sia su tutte le reti un unico prodotto. Le reti televisive si stanno trasformando in veri e propri franchising, limitandosi a fare da vetrina per determinate case di produzione. Esiste una vera e propria omologazione in questo senso. Ma se c’è una molteplicità di offerta, un mercato aperto, un’effervescenza non è mica detto che le cose rimangano così. Abbiamo vissuto un’epoca di tivù censurata, in cui i media indipendenti hanno vinto la loro battaglia perché le grandi reti avevano smesso di esercitare la loro funzione editoriale.
Però la produzione interna alla rete di Stato si sta sempre più riducendo, a danno della qualità.
La qualità è una parola strana, come si fa a dire cos’è la qualità? Io le faccio solo un ultimo esempio: la Tv generalista sembrava morta in America – e l’America è sempre stata il nostro orizzonte –, e invece oggi i network si sono messi a produrre fiction di altissima qualità. Questo sta a dimostrare che la Tv generalista sta cercando i riassorbire l’offerta complicata e complessa delle tivù a pagamento. Quindi cos’è la qualità: la varietà dell’offerta. Tutto qui. Il programma di successo, oggi, è quello che può essere visto nello stesso tempo da diverse tipologie di pubblico.
Adesso c'è lo scandalo di Raiopoli…
(Sorride) Lasciamo perdere… Abbiamo finora parlato di cose “alte”, non mi faccia alla fine cadere in basso.
("Trentino", 25 giugno 2006)

La provincia dei paradossi



È difficile restare indifferenti allo stillicidio di notizie che in Trentino, giorno dopo giorno, sta delineando una situazione drammatica per quanto concerne il mondo giovanile. Ogni mattina ci appostiamo davanti alle rassegne stampa con il terrore di leggere la notizia dell’ennesimo ragazzo morto sulle strade a causa della velocità, spesso correlata all’eccesso nel consumo di bevande alcooliche. Tra il 2004 e il 2005 c’è stato un incremento di incidenti stradali causati da persone che si erano messe al volante ubriache pari al settanta per cento! Inoltre, è di non molto tempo fa la chiusura di tre locali pubblici che in Valsugana favorivano lo spaccio di sostanze stupefacenti. Soltanto ieri c’è da registrare perfino un blitz con il quale i carabinieri hanno perquisito ottocento studenti in una scuola superiore trentina. L’impressione è quella che ci troviamo di fronte ad una sorta di escalation, come se un disagio giovanile crescente, per entità numerica e per intensità del malessere, tendesse sempre più a sfociare nella sperimentazione dell’eccesso da parte dei nostri ragazzi.
Il Trentino è una terra ricca e da sempre ai vertici delle classifiche per la qualità della vita. Tuttavia è pure la terra che racchiude in sé un inquietante paradosso. Le Istituzioni e gli enti preposti alla promozione turistica si prodigano – e sanno farlo molto bene – nel fornire all’esterno, al turista milanese come a quello tedesco, un’immagine edulcorata della provincia, sognante e perfettina. Il Trentino viene dipinto come il posto ideale per una vacanza indimenticabile. E i turisti arrivano a frotte, pieni di curiosità e di euro in sovrappiù, pronti a godersi il modellino sociale che abbiamo preparato per loro: una sorta di Gardaland allargato in cui offriamo prodotti, usi e tradizioni preconfezionati e pronti all’uso. Missione compiuta. Il turista torna a casa entusiasta, con addosso la sensazione di essere stato in una specie di paradiso, ma nulla sa o ha potuto vedere dell’altro Trentino, il Trentino nascosto: quello delle croci sulle strade, dell’incredibile numero di suicidi, del consumo record di alcool e di droga da parte dei minorenni.
Paradosso nel paradosso, tanta parte di quella promozione è incentrata proprio sulla concausa di tanti problemi: l’alcool (il vino, la grappa, ecc.) Accanto alla cultura del vino con la C maiuscola, quella legata all’attività di una parte della civiltà contadina, si è andati costruendo, in questi anni, una cultura intesa come intrattenimento che ha fatto dell’alcool, del vino in particolare, un protagonista assoluto. Mostre e concerti nelle cantine, percorsi enogastromici (tante volte molto “eno” e poco “gastronomici”), brindisi e bicchierate varie in occasione di presentazioni, conferenze stampa, incontri con l’autore e chi più ne ha più ne metta. Allora, viene da domandarsi, qual è il messaggio che alla fine giunge ai giovani da tutto ciò? Forse che bere non è poi tutto questo male di cui si dice; anzi, col bere si può fare “cultura”, si può essere chic o cool o trendy, si possono accrescere le conoscenze, affinare i propri gusti.
Certo, non è alle Istituzioni che spetta il compito di educare i ragazzi (non siamo in un regime totalitario, per fortuna) e non è imputabile alle Istituzioni il malessere che serpeggia in quella fascia della popolazione. Pure è innegabile che si potrebbe fare molto di più. A livello di politiche giovanili, ad esempio. In tanti comuni trentini viene data la priorità a problematiche quali la viabilità, l’ecologia, il turismo; tutto ciò a scapito dell’educazione, di quelle politiche giovanili che tra l’altro, perché abbiano un senso, dovrebbero alla fine concretizzarsi in una forma di collaborazione coi genitori.
È risaputo, infatti, che il primo soggetto educatore resta la famiglia. Alla base di tutto dovrebbero starci un padre e una madre che abbiano coscienza dei propri ruoli e siano coerenti negli ideali che hanno da proporre ai figli. Chi è il giovane se non chi, più di chiunque altro, va alla ricerca di senso e di significato per la propria vita? Se la proposta non viene nemmeno dalla famiglia è chiaro che poi un giovane – sballottato in un mare di messaggi distorti e confusi, spesso in contraddizione tra loro – trova naturale fare della propria reattività il criterio del vivere: ho voglia, non ho voglia, mi piace, non mi piace, mi pare, non mi pare. Forse per capire perché i ragazzi sbagliano, si lasciano andare a certi eccessi, arrivando in alcuni casi a mettere in pericolo la propria stessa vita, dobbiamo prima di tutto capire il perché dello sfacelo di tanti, troppi nuclei familiari. Anche per questo motivo, la centralità della famiglia e la sua tutela dovrebbero stare nell’agenda di chiunque – politico o educatore che sia – abbia minimamente a cuore il futuro dei nostri giovani e non resti indifferente di fronte ai tragici accadimenti che sempre più spesso siamo costretti a leggere sui giornali.
"Trentino" del 1 maggio 2006

Effetti deleteri di una campagna elettorale



Se davvero la rissa avvenuta qualche giorno fa al Parco S. Marco di Trento non ha niente a che fare con la politica, il fatto che avvenga in un momento di accesa campagna elettorale è quantomeno da considerarsi una interessante coincidenza. Il fatto che in seguito all’episodio non si siano registrate querele può far pensare ad uno scontro organizzato, ovvero due formazioni che si sono affrontate volontariamente e in maniera pianificata, senza agguati di sorta; due schieramenti, due punti di vista differenti, due contrapposte visioni del mondo. Si fa fatica a non considerare quanto avvenuto a Trento l’altro sabato come conseguenza, quantomeno indiretta, dell’acceso clima di scontro politico che si è venuto a creare in vista delle imminenti elezioni politiche. Non passa giorno, ormai, in cui non dobbiamo registrare un innalzamento dei toni del dibattito. Gli esponenti delle coalizioni non fanno più mistero ormai di considerare gli avversari politici non più dei concorrenti, ma dei famelici nemici, personaggi da screditare ad ogni costo, l’orco cattivo che si mangia i bambini e distrugge il Paese in cui vive. I faccia a faccia, in Tv o sui giornali, sono diventati per i politici sempre più un’occasione non per proporre programmi, ma per dire peste e corna dell’avversario, per smontarne la credibilità, o per dargli semplicemente dell’imbecille. In mezzo a questo baillame di cattivo gusto, cresce silenzioso il germe dell’ideologia andando a rinfocolare credenze e convinzioni che onestamente immaginavamo superate e che invece sono evidentemente destinate a ritornare in auge. Con una differenza, questa volta. Mentre i totalitarismi del secolo scorso avevano “basi” solide ed erano ispirati da articolate teorie filosofiche, il rigurgito ideologico dei giorni nostri pare fondato sul vuoto, sull’assenza di convinzioni, al massimo agganciato alle parole stanche di qualche talk show televisivo. E l’odio che nasce dalla noia è più pericoloso di qualsiasi idiosincrasia legata alla razza o all’appartenenza politica, soprattutto perché sfugge a qualsiasi interpretazione e, quindi, a qualsivoglia possibilità di controllo.
Stiamo assistendo in politica un po’ a ciò che purtroppo accade sempre più spesso negli stadi, quando i giocatori anziché essere i primi a dare un buon esempio di fair-play, aizzano la folla con gesti plateali, incitandola all’odio e all’intolleranza. E i mass media non sono da meno, scoprendosi sempre più spesso servi sguaiati di questa o di quell’altra idea politica anziché dell’informazione libera (tanto per non tirar in ballo l’ormai celebre outing di Paolo Mieli, l’altra mattina un noto attore dichiarava poco elegantemente ad una radio: “Berlusconi deve andar fuori dai co…”)
Ciononostante faremmo un errore a considerare quanto sta avvenendo un segno dei tempi. Questa infuocata campagna elettorale del 2006 ha un’antenata illustre in quella altrettanto infuocata del 1948, quando comunisti e socialisti si coalizzarono nel Fronte Popolare per tentare di abbattere la balena democristiana. Il compagno Togliatti nei comizi arrivò a sostenere di aver fatto mettere dei chiodi alle sue scarpe per prendere Degasperi a calci nel sedere dopo le elezioni. Niente male se pensiamo che sono passati quasi sessant’anni. Quasi sessant’anni e i toni sono gli stessi. Noi italiani ci confermiamo essere degni abitanti del paese delle fazioni, dei palii, dei bianchi e neri, dei guelfi e dei ghibellini, delle guerre civili. Il carattere fazioso di un Paese fintamente moderato che sempre più spesso vede la propria gente attaccata fanaticamente a delle idee e pronta a scendere in campo per difenderle. Magari a colpi di spranghe di ferro.
"Trentino" del 3 aprile 2006

L'ipocrisia delle domeniche a piedi

E così, se Iddio lo vuole, dopo aver prima sentito ovviamente il parere dell’assessore competente, in alcuni comuni trentini quella di ieri, 26 marzo 2006, è stata per quest’anno l’ultima “domenica a piedi”: quella sorta di giorno-gogna in cui i contribuenti sono stati costretti a mollare l’auto in garage, stavolta pure in centri urbani dalla grandezza irrisoria. Ovunque cartelli di divieto d’accesso: all’entrata e tutt’attorno a borghi di poche centinaia di abitanti che fanno pensare ad una sorta di coprifuoco. Oramai, a furia di provvedimenti restrittivi, a certe cose siamo arrivati a crederci pure noi. Ad esempio al fatto che le auto viaggiano pure in estate, ma producono smog solo in inverno; oppure che il riscaldamento abitativo viene azionato esclusivamente in inverno, ma quello non inquina manco se lo spari a tavoletta. È la solita storia delle Istituzioni che ci insegnano a vivere meglio, adottando provvedimenti che giovano alla nostra salute fisica e mentale. Uno di questi è quello delle “domeniche a piedi”, quei giorni sfigati in cui i quattro gatti che sono costretti a prendere l’auto il giorno festivo, ad esempio perché devono andare a pranzo dai suoceri o hanno deciso di fare un giro in centro lo fanno a loro rischio e pericolo; e il rischio è quello di beccarsi un sonora multa, solo perché le amministrazioni comunali hanno bandito la circolazione delle auto. Bene. Diciamo, va bene, se serve a tenere bassa la concentrazione delle polveri sottili. Va bene se siamo a New York, a Londra, a Shangaji. Va bene se siamo – esageriamo – a Trento. Un po’ meno bene se il blocco della circolazione riguarda metropoli che rispondono al nome di Calceranica e Caldonazzo. Ma, santo smog, ce lo siamo mai fatto un giro da quelle parti in una grigia domenica d’inverno? Quante cribbio di automobili credete possano transitare nel giorno di Nostro Signore in mezzo a quelle quattro case con relativi camini che fumano e fumando inquinano molto di più di un’automobile? Non per niente viene in mente l’estate, quando certe località di villeggiatura vengono prese letteralmente d’assalto da tedeschi, olandesi e compagnia bella in vacanza sul lago. Le auto contrassegnate dagli adesivi D e NL scorazzano a più non posso per le vie dei paesi rivieraschi. Eppure nessun politico si sogna di interdire alle auto il centro cittadino. Come mai? Forse perché davvero le automobili in estate inquinano di meno?
Non è mistero a nessuno, oramai, che le polveri sottili si fanno una risata di certi provvedimenti. Targhe alterne, domeniche ecologiche, divieti alla circolazione delle vetture non catalitiche: tutte azioni che fanno scendere le polveri a livelli accettabili per qualche ora e due giorni dopo siamo daccapo. Nel frattempo, però, l’Assessore o il Sindaco di turno si sono fatti belli davanti alla stampa ostentando tutto il loro spirito ecologista, raccontando di quanto sono bravi, di quanto l’ambiente sia una priorità e di quanto siano necessari certi sacrifici da parte dei cittadini. Pure nei paesi dove le auto non le hanno ancora praticamente inventate.
All’ipocrisia delle domeniche ecologiche, alla grandeur e ad un certo scimmiottamento delle grandi città a cui sovente si lasciano andare alcuni nostri piccoli centri, sarebbe preferibile un ripensamento dell’ambiente urbano, magari con la progettazione e la successiva realizzazione di isole pedonali, di luoghi e di situazioni pensati, però, non più in funzione dell’automobile, bensì in funzione dell’uomo che quell’auto, in fondo, la deve usare soltanto. Solo allora potremo dire di trovarci di fronte ad un reale interessamento, da parte dell’ente pubblico, riguardo alla vivibilità dei nostri paesi e non ad una deprimente dimostrazione di cattiva gestione della cosa pubblica e ad un’ostentazione propagandistica del potere.
"Trentino" del 27 marzo 2006

Il mercatino della politica



Quando ancora si giocava per strada, prima della partita di calcio, i due più fighi della compagnia facevano bim bum bam e si sceglievano, uno per uno, i componenti della squadra. Per primi venivano presi quelli indiscutibilmente più bravi, abili nel gioco e nella tattica. Poi si passava ai calciatori via via più scarsi e per ultimi, prima del portiere (quello non lo voleva fare mai nessuno), rimanevano quelli proprio negati per il calcio, gli sfigati che ignoravano perfino che forma avesse il pallone. Questa immagine di gioventù ci viene richiamata alla mente dalle oscure manovre con cui gli schieramenti politici hanno da poco definito i propri candidati alla Camera e al Senato per le elezioni del 9 e 10 aprile. Pure lì i due fighi della compagnia hanno fatto la conta ed hanno cominciato a scegliere fino a completare la squadra. Solo che mentre sui campetti di calcio di giovanile memoria a fare la formazione ci si metteva niente, per tirar fuori i nomi dei candidati nei partiti politici nostrani si son dovuti scornare non poco tra loro. Era stato fin troppo facile restare tutti uniti quando era il momento di tirar fuori gli slogan, di dire peste e corna degli avversari. Quello che si era riusciti a dare all’elettore era un’immagine di forte unità e di coerenza rispetto ai valori di lealtà e di correttezza che ogni partito politico tende a fare propri.
Le cose sono diventate più difficili quando è arrivato il momento di formare le squadre elettorali e per qualcuno, com’è inevitabile, si è materializzato il rischio di restare in panchina o, addirittura, in tribuna. Difficile a quel punto conservare il fair-play del politico tutto d’un pezzo che non si scompone nemmeno davanti al giudizio universale. E gli elettori, che sono molto più attenti di quanto i politici possano supporre, hanno colto e registrato ogni segnale proveniente dai due schieramenti politici, ognuno impegnato nella sua piccola guerra civile. Non sono sfuggiti, ad esempio, gli strali del candidato autonomista verso i candidati provenienti da altre regioni; l’acredine dei trombati di lusso; la boriosità di chi, ritenendosi al di sopra delle parti, giudicava fondamentalmente scontata la sua presenza in lista. E che dire di quei consiglieri provinciali o addirittura sindaci che hanno preteso di fare una campagna elettorale mantenendo le rispettive cariche poltiche e amministrative, senza avere il buon gusto di dimettersi? Un malcostume diffuso pure dalle nostre parti. Un opportunismo al limite della decenza che se ne infischia degli elettori della prima ora e calpesta le principali norme etiche. E non è detto che poi, in caso di elezione, le dimissioni arrivino. Anzi. Siamo abbastanza sicuri che gli interessati manterrebbero ambedue le cariche, pur sapendo che se si vuol far bene il consigliere o il sindaco sarebbe auspicabile mantenere solo quella carica e a tale carica dedicare tutto il tempo a propria disposizione, non soltanto le ore part-time. Se certi calcoli vanno bene nel privato, sono da aborrire in un contesto pubblico.
Ce n’è abbastanza per poter affermare che i candidati dei collegi trentini, assieme ai loro diretti superiori, non hanno dato certo esempio di probità. Con la loro isteria hanno dimostrato che per un posto in lista si è disposti praticamente a tutto: ad ignorare i regolamenti, a infischiarsene degli elettori. A che serve poi domandarsi come mai la gente è tanto scettica nei confronti della politica? Se l’affluenza alle urne è sempre più bassa? Quando anche la stampa, locale e nazionale, viene usata per palesare sediziose intenzioni di voto? Giochi di potere di basso profilo, peraltro orchestrati da Roma, ecco cosa sembra avviata a diventare pure da noi la politica nella stagione elettorale. Un teatrino di cui, nella terra di Alcide Degasperi, avremmo fatto volentieri a meno. Per lo Statista di Pieve Tesino, infatti, la politica era una missione e la candidatura era un serio e preciso impegno preso con gli elettori. Impegno da mantenere, onorare e rispettare, a qualsiasi costo.
"Trentino" del 13 marzo 2006

Se l'educazione diventa un problema

Emergenza economia? Emergenza scontro di civiltà? Aviaria? Certo, i giornali non parlano d’altro. Tuttavia c’è un altro problema, ben più grave, che riguarda molto da vicino ognuno di noi. La vera emergenza è quella sul tema dell’educazione. E c’era davvero di che rimanere allibiti nell’ascoltare, venerdì scorso a Trento, Rodolfo Casadei, vicedirettore del settimanale Tempi, in un interessante incontro dal titolo “Perché la società oggi non è più in grado di educare”. Allibiti e terrorizzati. Sì, perché fino all’altro ieri noi eravamo convinti che l’educazione consistesse essenzialmente nell’insegnare al proprio figlio a non mettersi le dita nel naso in pubblico (tra l’altro, ci consideravamo maestri nel far rispettare il precetto). Ed invece abbiamo scoperto che l’educazione è quella serie di comportamenti attraverso cui si costruisce la persona e, quindi, la società, altro che dita nel naso. Va da sé che la questione ha la sua importanza. Si tratta di dare un senso alla propria vita e, quindi, a quella dei propri figli. Capire per cosa valga la pena vivere, individuare una direzione per l’esistenza. Scusate se è poco.
Ma c’è un ma. In questi ultimi tempi, pare che il verbo educare abbia perso la sua forza. Viviamo in una società dominata dal relativismo, ossia quello stato di cose in cui gli uomini non riconoscono più nulla come definitivo e si affidano solo al proprio io, pensano a soddisfare solo le voglie più immediate. Pensano che la libertà sia la semplice assenza di regole e di doveri. Così nelle nostre scuole gli insegnanti, anziché educare sovente applicano la cosiddetta pedagogia della neutralità, perdendo autorità ed evitando di dare agli studenti le vere ragioni di ciò che viene insegnato. E che dire dei mass media? Anziché condannare, giornali e tv tendono sempre più a giustificare chi commetta un furto, un’aggressione, un delitto patrimoniale, una spinellata generale davanti alla Camera dei deputati. Ma che diavolo sta succedendo?
Pure in famiglia: siamo circondati da torme genitoriali che non riescono più ad educare. O meglio hanno cominciato a scambiare per educazione quella che in realtà assomiglia tanto ad una resa. Figli che non studiano, non lavorano, bivaccano in casa fino a quarant’anni, bevono, fumano, tornano a casa alle tre, sono apatici e scontenti e si ritrovano davanti mamme e papà che non battono ciglio pensando che in fondo sia giusto così, come se limitare la libertà del figlio anziché un dovere sacrosanto fosse una sorta di delitto. Già, eccolo qui il problema. Sempre più spesso si scambia l’educazione per una garanzia di libertà. Si torna a casa stanchi dal lavoro e quello che si chiede ai figli è soltanto un po’ di pace. Figuriamoci mettersi a discutere perché l’esame è andato male o s’è sbugnata la macchina. Anche a causa di ciò viviamo in una società in cui sempre più latita la paternità; i padri si riducono ad essere quei tizi che escono di casa al mattino e ci ritornano la sera e servono per portare a casa lo stipendio (proviamo invece a pensare a certi padri di una volta, quelli che sapevano “come si stava al mondo” e pur di fartelo capire erano disposti a tutto).
Certo che è strana ‘sta cosa. Un genitore pensa di far bene a lasciare liberi i figli ed invece è destinato a scoprire che il suo dovere è un altro. Ad esempio, insegnare che la libertà non è l’assenza di legami e di Storia; che non si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno perseguendo semplicemente il proprio piacere. Deve esistere qualcosa che abbia valore, qualcosa per cui valga la pena vivere che non siano né i soldi, né il potere. Questo è il compito dell’educazione. Anzi, del rischio educativo, perché l’azione dell’educare comporta sempre il rischio di una sconfitta, che il figlio – ad esempio – di fronte alle tue indicazioni e ai tuoi consigli ti mandi a quel paese. Ti urli: “Non so che farmene delle tue chiacchiere”. Beh, pazienza. Perlomeno avrà visto che suo padre e sua madre credono in qualcosa, hanno delle idee, passioni, convinzioni.
Ecco. In questo senso, esiste un problema educazione in Italia, così come in Spagna, Francia, ecc.
Ma pare che ci siano anche persone che si stanno dando da fare per porre un freno a questa sorta di involuzione sociale. È dallo scorso settembre in circolazione una petizione, sottoscritta da intellettuali e giornalisti del calibro di Magdi Allam, Giuliano Ferrara, Ferruccio De Bortoli, Francesco Alberoni, da scrittori come Luca Doninelli e Paola Mastrocola; da artisti come Riccardo Muti e Pupi Avati, oltre a centinaia di esponenti politici, che sta raccogliendo firme da presentare, dopo il 9 aprile, ai nuovi rappresentanti del Governo italiano. Perché lo Stato faccia la sua parte, ad esempio tutelando i luoghi dell’educazione (scuola, famiglia, chiesa). La petizione, il cui titolo è “Se ci fosse una educazione del popolo tutti starebbero meglio” (www.appelloeducazione.it), sostiene tra l’altro che “Educare, cioè introdurre alla realtà e al suo significato, mettendo a frutto il patrimonio che viene dalla nostra tradizione culturale, è possibile e necessario, ed è una responsabilità di tutti.”
Insomma. Tutto potevamo pensare, meno che l’educazione potesse costituire un problema. Ed invece era una specie di ovvietà, l’acqua calda che per qualche oscura ragione non avevamo ancora avuto voglia di scoprire. Questo può capitare di imparare a Trento, un venerdì sera qualsiasi. Che grazie al vicedirettore di un settimanale di provincia uno scopra quanto sia diventato politicamente scorretto educare un figlio al giorno d’oggi. E pensare che non ce n’eravamo accorti.
"Trentino" del 27 febbraio 2006

A chi frega dell'inceneritore?



Il tutto esaurito ottenuto da Beppe Grillo lo scorso 9 febbraio certo non significa che i trentini si sono scoperti improvvisamente interessati alle tematiche ambientali. Siamo pronti a scommettere, infatti, che gran parte dell’uditorio era al Centro Sportivo di Gardolo unicamente per sentire Lui, il comico che con la sua verve negli ultimi anni è assorto a taumaturgico profeta di sventura e ha fatto proseliti on-line. I relatori erano di indiscutibile valore e provata professionalità, ma senza Grillo sarebbe stata ben dura per i coraggiosi ultrà di Nimby riempire tutte quelle sedie. Perché nella realtà delle cose essere favorevoli o meno all’inceneritore, e quindi avere una posizione precisa in merito, o deriva da un preconcetto ideologico o dipende dal diretto coinvolgimento del cittadino, nel senso a cui fa riferimento l’acronimo Nimby (“non nel mio giardino”). Voglio dire, è difficile che un abitante della Val di Sole o della Val di Fassa alzi la voce sulla questione inceneritore. Più facile che la protesta si levi, come è avvenuto, da uno dei comuni della piana rotaliana, esposti ai venti del Garda e quindi alle eventuali emissioni dell’inceneritore.
Vista dall’esterno, infatti, questa disputa, il batti e ribatti tra la Provincia e gli ambientalisti, pare come il litigio tra due medici al capezzale del paziente, ove il paziente altri non è che il mai-troppo-considerato cittadino normale, l’appartenente alla sonnolenta maggioranza silenziosa che diffida un po’ di tutti e che, spesso, fa del lamento il suo sport preferito. Cosa pensa il cittadino normale, non documentato e che quindi congettura solo per sentito dire? Che opinione si è fatto della questione “inceneritore”? Cosa ha trattenuto dei proponimenti istituzionali e cosa delle obiezioni degli ambientalisti?
Il cittadino normale conosce poco il fenomeno delle nanopatologie, non ha mai redatto uno studio di impatto ambientale, non è mai volato in Norvegia a visionare gli inceneritori indigeni (probabilmente non ha mai preso un aereo in vita sua), ma tutti i santi giorni deve giocoforza dedicare parte del suo tempo ai rifiuti e alla loro raccolta differenziata. La carta con la carta, la plastica con la plastica, queste cose qui. E giù attacchi di panico al pensiero che pure in città possano un giorno o l’altro eliminare i bidoni del residuo (e a quel punto resterebbero fregati pure tutti i pendolari dell’immondizia, quella nutrita schiera di valligiani che al mattino oltre al panino per la merenda, si trascina dietro la sporta del residuo da sbolognare a quei “trogloditi” della città).
Il cittadino normale non sta lì a domandarsi dove finisca tutta quella roba, non si fa scrupoli al supermercato nello scegliere tra un prodotto superimballato ed un vuoto a rendere e così quando torna a casa con la spesa è facile che si ritrovi l’appartamento invaso da scatole e scatoline di plastica e cartone, bottigliette in pet, metri di nylon e carta stagnola. Non fa a tempo a chiudere la porta che è già ora di scendere a gettare l’immondizia.
Al cittadino normale a volte vengono dei dubbi amletici: ma il vetro va messo davvero assieme alla plastica? Come mai in valle li raccolgono separati? Il tappo di sughero va nell’organico? Il tetrapak che diavolo è? E così via.
Fino a che, un bel giorno, discende sulla città il comico barbuto, quello che ci dice cosa dobbiamo e cosa non dobbiamo fare, e il cittadino normale salta sulla sedia: “Dai che nen a vèder ‘l Grillo”.
Certo, dal meeting di Gardolo è uscito che costruire un inceneritore non solo non è economicamente conveniente, ma aumenterebbe i rischi legati alle emissioni di sostanze dannose alla salute. Pure un cretino a questo punto si domanderebbe: allora perché farlo? Perché – dicono in Provincia – il problema dello smaltimento dei rifiuti resta e a quanto pare grosse alternative non ce ne sono. Si costruirà l’inceneritore perché – sostiene il governo provinciale – solo così si potrà risolvere in maniera definitiva il problema, evitando di costruire altre discariche e chiudendo quelle esistenti. Ovviamente l’impianto di termoriduzione dovrà offrire al Trentino le massime garanzie per quanto riguarda il controllo e la neutralizzazione delle emissioni di fumi nocivi nell’atmosfera (più che nell’atmosfera, diciamo direttamente nei polmoni degli abitanti di Lavis e dintorni). Nel frattempo, sperando che costruire quella cosa sia davvero inevitabile e non la semplice e perversa espressione di una volontà politica, il cittadino normale continuerà a fare la sua raccolta e starà a guardare. Come sempre.
"Trentino" del 20 febbraio 2006

Si fa presto a dire sci



Siamo certi di rimanere nei pressi della verità quando diciamo che il Trentino sta allo sci come Roma sta al Colosseo e Milano sta alla Scala. Ma se il Colosseo e la Scala non necessitano di grandi regolamentazioni, a parte qualche onesta e periodica manutenzione e pulizia, per lo sci la questione implica tutta una serie di problematiche. Insomma, si fa presto a dire sci quando lo sci stesso costituisce un pilastro per l’economia della tua regione. SI fa presto a dire sci nell’anno delle Olimpiadi invernali di Torino che, come è facile prevedere, santificheranno le nevi piemontesi a discapito delle altre. Si fa presto a dire sci quando si prova ad immaginare cosa vuol dire regolamentare l’attività di decine di impianti, centinaia di chilometri di piste.
Il 5 febbraio è stato, per le nevi del Trentino Alto Adige, una vera e propria domenica nera. Centinaia di incidenti, i due elicotteri dei vigili del fuoco con a bordo il personale del 118 non si sono fermati un solo istante, a Trento la rianimazione del Santa Chiara e il pronto soccorso di Villa Igea da tutto esaurito. Ma soprattutto sono state tre le persone che hanno perduto la vita, tra loro un bimbo di soli sei anni. Numeri che fanno rabbrividire e che pongono più di un interrogativo riguardo alla sicurezza sulle piste da sci.
(A proposito, lunedì 6 febbraio, ironia della sorte, a ventiquattr’ore dalla tragica domenica, è stata presentato a Trento “Piccoli sciatori crescono”, un programma di Raidue che ha come intento quello di avvicinare grandi e piccini alla Legge 363 sulla sicurezza in montagna e dare della montagna stessa, troppo spesso associata a tragedie (!), un immagine positiva. Grandi sorrisi e pacche sulle spalle nella sala stampa della P.a.t., presente il direttore di Raidue e il presidente di Trentino Spa. Ad un certo punto viene trasmesso uno spot animato e nella sala stampa d’un tratto cala il gelo: nel cartone due bambini sullo slittino, sorridenti, si schiantano a più riprese contro una baita, un albero, un gatto delle nevi… Una coincidenza sfortunata, d’accordo, ma davvero imbarazzante considerato quanto accaduto il giorno prima.)
La succitata legge 363, in vigore dal 20 gennaio 2004, sulla sicurezza in montagna colma una grave lacuna legislativa. Esistono regole per la circolazione delle auto e delle biciclette, ancora non esistevano delle norme che, ad esempio, individuassero le aree sciabili attrezzate; o stabilissero su chi ricade l’obbligo di assicurare il soccorso in caso di incidente. Le famose dieci regole di comportamento emesse negli anni Settanta dalla Federazione Internazionale Sci, che si affidavano sostanzialmente al buon senso dello sciatore, ormai non erano più sufficienti. Cerchiamo di spiegare perché.
Una delle ragioni potrebbe risiedere nel numero dei praticanti che è notevolmente aumentato negli ultimi anni. Oggi il turismo bianco non è più appannaggio solo di pochi industriali danarosi. Ogni week-end ci si intasa l’autobrennero con la lunga teoria di station-wagon con gli sci agganciati sul tetto. E poi i ritmi di vita si sono accelerati e lo sciatore non cerca più tanto la contemplazione della natura o la sana attività fisica, quanto lo sfrenato divertimento. È per questa ragione che sulle nostre piste si vedono sempre più spesso torme di smanettoni che, inconsapevoli dei propri limiti, pretendono di andare a stecca per tutta la durata della settimana bianca, incuranti del pericolo che, con un simile condotta, possono arrecare a se stessi e, soprattutto, agli altri. Allo sciatore trentino, ad esempio, l’abituale frequentatore delle nevi di casa a cui di solito le regole piace rispettarle.
La maggior parte dei direttori di impianti è d’accordo: sugli sci si va troppo forte. Vuoi per l’attrezzatura che è decisamente migliore di quella di vent’anni fa, vuoi per le piste che hanno il “difetto” di essere perfette, battute e tirate a lucido, vuoi per l’incoscienza dello sciatore che non sa porsi dei limiti.
E poi viene il rispetto degli orari delle piste. Nonostante le legge 363, nonostante tutte le precauzioni imposte dalla stessa, ancora in troppi oggi sono in pista dopo l’orario di chiusura, con l’imbrunire in agguato e il possibile transito di mezzi meccanici. Episodi tragici, come quello di Obereggen, devono far riflettere su quanto il rispetto delle regole, a volte, foss’anche fastidioso, diventa la condizione necessaria per la tutela dell’incolumità fisica di chi pratica lo sport invernale e – se vogliamo – l’incolumità psichica di chi, nell’esercizio delle proprie mansioni lavorative, si vede improvvisamente coinvolto in una tragedia.
"Trentino" del 13 febbraio 2006

Diamo una dignità ai senzatetto



A guardarla bene, Trento, proprio non la si direbbe una città frequentata da senzatetto; è o non è la città bomboniera? Il capoluogo da sempre ai primi posti nelle classifiche della vivibilità? Eppure, dall’inizio dell’anno non solo i dormitori cittadini sembrano non bastare più alla bisogna, ma addirittura il 26 gennaio scorso si è dovuti ricorrere agli spogliatoi del Briamasco per accogliere gli homeless in esubero – diciamo così – stagionale. C’è dunque allarme tra i volontari. Il numero delle persone che a loro si rivolgono sono in crescente aumento. E ci sono altri due aspetti inquietanti del fenomeno. Il primo riguarda l’età media dei senzatetto, scesa a livelli incredibilmente bassi; il secondo aspetto è quello inerente alla provenienza di queste persone che sempre più si rivelano essere anziché nordafricani o rumeni, connazionali in cerca di lavoro, attirati forse dallo sbandierato benessere di tante campagne pubblicitarie, o addirittura corregionali improvvisamente ridotti sul lastrico dalla fola dell’euro.
Secondo alcune associazioni di volontariato, la situazione cittadina è critica, soprattutto a causa delle restrizioni e delle regole troppo rigide in vigore nelle strutture che attualmente provvedono ad accogliere gli homeless. Orari poco flessibili, limite di soggiorno, condizioni alloggiative poco dignitose. E adesso i posti letto scarseggiano. La Casa Bonomelli – gestita dalla Caritas –, il dormitorio di Via Papiria, l’ex-casetta del custode dello Stadio Briamasco – gestite dai Cappuccini – non sono dunque più sufficienti. Sembrerebbe logico a questo punto cercare una soluzione organica che compatti e, quindi, ottimizzi gli sforzi e le poche risorse a disposizione.
Se i volontari sono preoccupati, non meno tranquilli sono in Comune, dove ci tengono a sottolineare che una soluzione al problema non la si inventa certamente dall’oggi al domani, ad esempio occupando abusivamente stabili di proprietà comunale. Il problema è più complesso soprattutto se si tiene conto delle restrizioni imposte all’accoglienza di senzatetto immigrati dalla vigente normativa in materia. Occorrono strutture adeguate e personale preparato e l’Assessorato alle Politiche Sociali si sta già dando da fare in tal senso anche se le risorse per il sociale sono quelle che sono. Occorre un grande senso di responsabilità nei confronti di queste persone sfortunate, nel senso che l’accoglienza non vuole ridursi al mero fornire un letto alla sera e al mattino chi s’è visto s’è visto. Le politiche sociali – come giustamente sottolinea l’Assessora Plotegher – sono pure la possibilità di un lavoro, la tutela dei diritti, l’accoglienza all’interno della città, il non considerare quella del senzatetto una condizione definitiva e, soprattutto, interpretare il fenomeno come conseguenza e non come scelta. In una parola: dignità. Il tutto lavorando in una struttura agile, con un’organizzazione elastica che ne comporti l’utilizzo ogni qual volta se ne presenti la necessità.
Non nascondiamoci dietro un dito: la sensazione diffusa è che i senzatetto non diminuiranno con l’arrivo della primavera. È possibile che tutto ciò oltre a costituire un problema morale diventi pure una vera emergenza pratica per gli amministratori comunali e provinciali? Intanto, mentre si cerca una soluzione, ogni sera decine e decine di senzatetto fanno la fila davanti ai dormitori. Le malelingue sussurrano che il Comune non aumenta i posti letto perché così facendo, migliorando il servizio di aiuto a questa gente disperata, la città diverrebbe appetibile a migliaia di migranti e senza tetto che la invaderebbero senza pietà. Onestamente non sappiamo dire quanto tali dichiarazioni ripondano a verità. È certo, però, che in tale comportamento risiederebbe quanto meno un piccolo paradosso. Che fai? Inviti uno in casa tua e per pranzo gli fai mangiare una schifezza, tanto per scoraggiare l’arrivo di nuovi ospiti?
La speranza è che la tradizione di accoglienza e solidarietà e la cultura di integrazione multiculturale che il Trentino (e sottolineiamo Trentino) ha da sempre messo tra i suoi obiettivi alla fine diano i loro frutti. Riteniamo impossibile che, in questo Provincia (e sottolineiamo Provincia) tanto ricca, non si riesca a trovare un modo per risolvere un problema, tutto sommato risolvibile. I senza tetto non sono certamente migliaia, l’investimento richiesto non parrebbe esagerato. E poi riguardo al paventato rischio che Trento diventi un polo di attrazione per disperati verrebbe da chiedersi perché fasciarsi la testa prima di rompersela? Dare un esempio di vera accoglienza a livello nazionale, dare una priorità molto alta alle politiche sociali riteniamo siano ambedue motivi sufficienti affinché correre un simile rischio diventi cosa ragionevole.
"Trentino" del 6 febbraio 2006

Perché stupirsi della neve?



È un’usanza abbastanza diffusa e, in una certa misura, disdicevole quella che notiamo in questi giorni di emergenza (?!) maltempo per le eccezionali nevicate che hanno imbiancato nuovamente la provincia. La seguono genti di diversa estrazione sociale, di tutte le età e di ambo i sessi. Anzi, più che di un’usanza si tratta di una specie di sport mentale. Consiste nell’addossare tutte le colpe, compresa quella della caduta meteorica dei fiocchi di neve, alle autorità politiche. Tantissime, infatti, nell’ultimo week-end sono state le telefonate di cittadini inviperiti che ai vigili del fuoco e alla polizia municipale domandavano lumi sul perché e sul per come stesse nevicando ormai da dieci minuti e nessun mezzo fosse ancora passato a nettare le strade. (Parenti di quelli che dopo un sommovimento tellurico si precipitano a chiamare i vigili per domandare cose del tipo: “Scusi, sbaglio o c’è stato un terremoto?!”) Eppure, forse non sembrava, ma mentre costoro armeggiavano con la fedele pala, in tutta la provincia già operava una vera e propria task force composta da quasi cinquecento mezzi e parecchie centinaia di uomini che prima del vicoletto di casa tua hanno da pensare a statali, tangenziali e via dicendo.
Ma il grosso problema delle nevicate moderne sono le automobili, nel senso che è diventato davvero difficile rinunziarvi. Un tempo non era così. La nevicata non inficiava il regolare corso dell’esistenza perché l’auto, in tanti, nemmeno ce l’avevano. Oggi è come se l’imprevedibilità dell’evento – peraltro relativa considerata la precisione con cui vengono fatte le previsioni metereologiche al giorno d’oggi – scatenasse nella testa degli automobilisti come una sorta di corto circuito che li autorizza automaticamente a prendersela con i governanti. Un vezzo alla “piove-governo-ladro” che impedisce al cittadino di compiere un piccolo esame di coscienza ed una riflessione. Quanto al primo, è naturale (oltre che evangelico) guardare la pagliuzza negli occhi altrui anziché la trave nei propri. Voglio dire, prima di aspettare che il governante sistemi le strade agli stanchi pendolari, forse debbono essere questi ultimi ad ammettere che in determinate condizioni di maltempo non ci si può permettere di gigioneggiare senza catene e magari con le gomme lisce. Pretendere di scalare il passo della Fricca sgommando inutilmente come pazzi. Riguardo alla riflessione, forse occorre rinfocolare quanto basta quel senso di responsabilità che, su certe cose, ai nostri nonni proprio non mancava.
In definitiva, una nevicata non deve rischiare di destabilizzare il popolo dei pendolari che ogni sera arranca verso le proprie valli. In inverno, un’abbondante spruzzata di bianco ci può stare. D’altra parte siamo in Trentino, non in Algeria. La nostra provincia si regge anche sul turismo invernale e il turismo invernale si regge sulla neve. Già, cos’è ‘sta storia che andiamo in tilt, appena un evento meteorologico avverso ci scombina i piani e ci fa saltare appuntamenti, concerti, consulti e incontri galanti?
E poi non dobbiamo sottovalutare la valenza educativa di una bella e copiosa nevicata che può insegnare molto in termini di socialità (le chiacchiere con i vicini spalatori), attività fisica e sano fatalismo.
Per cui non c’è da stupirsi della neve. Ci si può stupire di un sacco di cose: dell’abbassamento del prezzo della benzina, della vittoria di Berlusconi alle prossime elezioni, ma della neve no. Dopo vent’anni l’inverno è tornato a fare il suo mestiere e la colpa non è davvero di nessuno.
"Trentino" del 30 gennaio 2006

Se al Quaeda non suona al Live 8



Con ancora nelle orecchie le note commoventi, ma pure un po’ caciarone, del Live 8, sabato 2 luglio, ce n’eravamo andati a letto con una segreta speranza: che la soluzione ai problemi del mondo fosse, in fondo, legata ad un fatto di comprensione. Basta capirsi, insomma. Per questo cantanti pittati, urlatori barbuti e stralunati stonatori si sono “sacrificati” in questo 2 luglio 2005. Per invogliare i grandi della terra, pronti a riunirsi a Gleneagles, ad essere “comprensivi” e annullare quella facezia di debito che i paesi africani hanno accumulato fino ad oggi. Cavolo, voglio dire, s’è scomodato perfino Jovanotti.
Finito il concerto, gli osservatori più inclini all’ottimismo si sono lasciati andare ad imperdonabili errori di valutazione confondendo la finta beneficenza delle rockstar con la fine del problema Africa. E pure noi, gente della strada, ammorbata dal fesso ottimismo dell’estate, c’abbiamo illogicamente sperato. “Che ci vuole?” abbiamo pensato.
I più pessimisti, però, hanno subito invocato calma e gesso, dapprima ricordando al mondo che l’Africa non è un semplice problema, non è il comodo quoziente della sperequazione paesi ricchi – paesi poveri. L’Africa è un cancro, una malattia incurabile che accresce la sua forza depistando i medici che l’hanno in cura, costringendoli ad anteporre la cura alla diagnosi.
Ma non si sono limitati a ciò, i pessimisti. Hanno voluto soffermarsi sulle altre pandemie, disastri incombenti che pendono sul pianeta come una spada di Damocle: da quello economico legato all’emancipazione cinese, all’inquietante scenario atomico che si sta prospettando in Iran, fino alle solite, spesso farneticanti, problematiche legate all’ambiente.
Quel che saltava all’occhio, dalle analisi degli ultimi giorni, era la totale assenza dall’ordine del giorno di un’organizzazione terroristica rispondente al nome di Al Quaeda che pareva essersi dissolta. D’altra parte Bin Laden è inacciuffabile, ma c’ha i suoi acciacchi; Al Zarqawi è morto, anzi no, diciamo quasi. La nuova Tower of Freedom di New York sarà a prova di attacco. In Iraq – è vero – ne fanno fuori decine al giorno, ma in fondo questi sono affari loro.
Adesso, arrivano le bombe di Londra e il loro fragore desta l’Occidente dal torpore estivo, da quel sogno di una notte di mezza estate che è parso il Live 8. L’attacco alla Gran Bretagna sorprende. Ed è proprio questa sorpresa forse l’aspetto più angosciante della tragedia. L’Occidente, noi italiani soprattutto, è abituato a guardare avanti, addestrato a dimenticare e a tornare, espletati i canonici minuti di silenzio, alla sospirata normalità. E si soprende perché certe cose non se le aspetta. Riesce a non aspettarsele.
Ancora morti, scenari di ordinaria follia, di odio siderale che si manifesta, si ripresenta sulla scena più vivo che mai. Altro che Africa e bambini che muoiono ogni tre secondi. Pochi sono disposti ad ammetterlo, oggi, ma il risultato più importante che ha prodotto il megaconcerto organizzato da Bob Geldof è stato pure l’unico: rimettere assieme i Pink Floyd dopo 24 anni.
Al Live 8 è andata in scena l’utopia di un mondo perfetto osteggiato dai potenti del mondo. Per le strade di Londra è andata in scena un’altra utopia, complementare e di segno opposto alla prima: quella di una parte del mondo che non ci sta e costi quel che costi prova a fartelo capire, prima che sia troppo tardi.
Undici settembre 2001: New York. Undici marzo 2004: Madrid. Sette luglio 2005: Londra. A meno di un improbabile ritiro delle nostre truppe dall’Iraq, i prossimi morti, inutile nascondersi dietro un dito, saranno italiani. Vediamo di non lasciarci sorprendere.
"Trentino" del 9 luglio 2005

Più pericoloso il wrestling o uno sputo?



Qualcuno li ha paragonati agli eroi greci, possenti e invincibili; qualcuno ai guerrieri dei videogames che alla fine si rialzano sempre. Sono i wrestlers, gente che riesce a darsele di santa ragione senza nemmeno sfiorarsi, a piombare sull’avversario dopo un salto di due metri e a non fargli nemmeno il solletico. Hanno nomi altisonanti e coreografici e ultimamente fanno impazzire i bambini, qualche genitore e un semiologo come Roland Barthes che ha detto del wrestling (lui lo chiama catch): “Non è uno spettacolo sadico, ma intellegibile. Il pubblico non assiste alla rappresentazioni di passioni vere, ma gode della perfezione dell'iconografia”.
C’è chi non si unisce a questo coro di consensi e trova che sia molto, troppo, pericoloso lasciare i bambini in balia di questo spettacolo: quantomeno si rischia il tentativo di emulazione.
È vero. I bambini spesso non riescono a fare a meno di scimmiottare i grandi. È anche vero, però, che nonostante tutto conoscono i propri limiti. Voglio dire. Non è che basti portarli al circo per ritrovarseli poi a domare cagnacci randagi per strada; o magari nelle vesti di acrobati da appartamento mentre si dondolano sul lampadario. Tutto il casino che talune associazioni stanno facendo sulla presunta pericolosità del wrestling televisivo sembra avere molto del censorio, abbastanza del propagandistico e pochissimo di sensato. Prima di tutto perché occorre intendersi sul concetto di “violento”, peraltro molto, forse troppo, soggettivo. Per intenderci, c’è chi vede la violenza nella lotta palesemente finta, a volte basata su un vero e proprio canovaccio teatrale, di gente come Eddie Guerrero e John Cena e chi, invece, trova violento un acceso dibattito in campagna elettorale. Per qualcuno, anche l’annuale settimana di chiacchiere e documentari sulla montagna può bastare ad ispirare la violenza più cieca…
Ma l’obiezione è fin troppo ovvia: i bambini certe cose non le guardano (per fortuna). Eppure davanti alla tivù ci stanno delle ore e, di questi tempi, per un adolescente, stare davanti a quello scatolone è diventato più pericoloso di un’esposizione all’uranio impoverito. Specie se mamma e papà usano il palinsesto come parcheggio per la prole.
Il wrestling è violento e spinge i piccoli ad una pericolosa imitazione. Può essere. Però se nel conto ci mettiamo il bimbo valsuganotto finito al pronto soccorso per il wrestling allora non possiamo tacere le centinaia di fratture, slogature, contusioni che si possono riscontrare ogni settimana sui campi di calcio, sulle ciclabili, nei cortili degli oratori. E purtroppo, oggetto dell’imitazione, non è sempre solo il gesto atletico. Non per dire, ma quando quel famoso italico calciatore si beccò una squalifica per aver sputato all’avversario, forse pochi se ne sono resi conto, ma furono non pochi i tentativi di imitazione. E non fu facile far capire ai piccoli calciatori che la saliva non va usata a quel modo. Eppure, nessuno si azzardò a chiedere il ritiro della maglia dello sputatore, regolarmente in commercio. A prezzi violentissimi.
"Trentino" del 7 maggio 2005


INTERVISTA AD UN PICCOLO FAN TRENTINO

Tanto per non fare i classici conti senza l’oste, dopo tante parole dei grandi su una passione dei piccoli, proviamo a sentire cosa ne pensano i diretti interessati. Abbiamo incontrato un piccolo fan trentino del wrestling. Ha otto anni, ci riceve nella sua cameretta letteralmente tappezzata da faccioni urlanti e arrabbiati. Lottatori, naturalmente, di cui lui è capace di elencare nomi, titoli, caratteristiche tecniche, ecc.

Qual è il tuo wrestler preferito?
Il mio preferito è Shawn Michaels. Ma mi piacciono pure Big Show ed Eddie Guerrero.

E i tuoi amici? Quali sono i più amati a scuola ad esempio? Fammi tre nomi.
Direi Eddie Guerrero, John Cena, Rey Mysterio.

Perché ti piace così tanto?
Perché si picchiano e fanno finta. Lo sanno tutti. E poi hai visto che acrobazie spettacolari che sanno fare…

Tu non cerchi di imitarli, vero?
Sì, ma solo con la mia mucca di peluche. Sai, lei non si fa mai niente.

Gli stessi lottatori dicono sempre ai bambini di non provare ad imitarli: perché lo fanno secondo te?
Perché può essere pericoloso. Ma è un’ingiustizia.

Perché, loro non si fanno male?

Guarda che il ring è di gommapiuma, eh.

Vabbé, ehm… non ti arrabbiare… Quanti sono i fan del wrestling nel tuo paese?

Tantissimi, ma solo i maschi.

Se un giorno decidessero di non trasmetterlo più…
Beh, tornerei ai cartoni animati… Ma chiederei a quelli della tv perché non lo fanno più.

Dimmi un’ultima cosa. Ma questo wrestling è uno sport o cosa?

È un entertaiment.

Un che?
Entertaiment. È la parola inglese che dicono alla tv.

Inglese, eh? E che significa?
Non lo so.

Il dolore di un padre



Lo abbiamo visto timido affacciarsi al balcone – quel 16 ottobre del 1978 – e parlare, un pelo imbarazzato, con la voce incerta; manifestare da subito quanto si sentisse inadeguato a guidare Santa Romana Chiesa, lui che ancora masticava male l’italiano (“Se sbalio mi corigerete”). Avevamo ventisette anni di meno e tanta curiosità per questo Papa polacco, straniero, non-italico. Si capisce. Erano quasi cinque secoli di fila che il Pontefice aveva un nome italiano, facile da pronunciare, un mezzo parente, insomma. Quella sera di ottobre, invece, come bambini eccitati, ci siamo messi a ripetere quel cognome difficile, pieno di lettere strane: W-o-j-t-y-l-a, W-o-j-t-y-l-a… giocando a chi di noi si avvicinava di più alla pronuncia corretta. Il mondo stava per cambiare, ma noi mica lo sapevamo.Non potevamo saperlo che quel Papa “qualunque”, sfidando la tradizione e le pallottole esplose da Agca, si sarebbe rimboccato le maniche, avrebbe impugnato il piccone e cominciato a fare macerie della ricchezza materiale del mondo, del profitto fine a se stesso, della corsa al guadagno e all’accumulo.Non potevamo prevedere che avrebbe abbattuto a colpi di encicliche e di critico-amore i regimi comunisti dell’est europeo. Chi se lo poteva immaginare che, in una nuova stagione di ecumenismo, da molti definito “avventuroso”, avrebbe riavvicinato la Chiesa Cattolica alle altre confessioni: in primis, quella ebraica.Chi se lo immaginava che questo timido Cardinale polacco sarebbe stato il Pontefice delle prime volte. La prima volta del domandare scusa per gli errori del passato: Inquisizione, crociate, sottomissione della donna. E poi tutti quei nuovi santi e beati, un numero impressionante di preti, martiri di guerra, ma pure civili, eroiche madri di famiglia pronte a morire, a piegarsi alla malattia, anziché sacrificare il bimbo che si portavano in grembo. Chi se lo immaginava che il vecchio Karol sarebbe arrivato a tanto: a dare una voce a quanti pensavano di averla perduta, la voce; a quanti – fino ad allora – crogiolandosi in un mutismo immaginario avevano evitato con cura le domande dell’esistenza.Ha viaggiato molto, Giovanni Paolo II. Più di tutti. Ma nemmeno in un’occasione le sue trasferte si sono rivelate delle semplici visite di cortesia. Perché che il Santo Padre si recasse a Gerusalemme o volasse nella Cuba di Fidél, ogni suo gesto e ogni sua parola sembravano provenire dallo stesso progetto. Come se ogni giorno del suo Pontificato avesse rappresentato il tassello di un disegno grandioso, cucitogli addosso quella famosa sera di ottobre, come un vestito su misura confezionato dal Sarto più bravo che c’è.Lo abbiamo visto, l’uomo in bianco, arrivare a Trento, quel sabato di aprile del ‘95. Sbucare dal fondo di via Belenzani come un destino buono, come un padre che torna a casa per rifocillare i propri figli. Avevamo dieci anni di meno, la sera in cui andammo a cantargli le canzoni polacche e ad augurargli la buonanotte, in Piazza Fiera, sotto le finestre della Curia. Avevamo dieci anni di meno quando urlando “Lunga vita al Papa!” lo sentimmo ribattere sorpreso: “Lunga? Quanti anni, ancora?”. E cominciavamo a capirlo. Si faceva sempre più chiara la grandezza del suo Pontificato; sempre più spiegabili le sue azioni, i suoi viaggi, la sua natura di comunicatore che – grazie ad un carisma immenso – sapeva arrivare al cuore delle questioni e delle persone con una semplicità nuova.Lo abbiamo visto, ancora, in questi ultimi anni, malato, piegato su se stesso come un cespuglio di dolore, restìo a farsi da parte, nonostante la malattia lo schiaffeggiasse beffarda. Abbiamo ventisette anni di più, adesso, e ne abbiamo imparate di cose, grazie a lui. Ad accettare il dolore, ad esempio. A coltivare la sofferenza in un mondo che la sofferenza la rigetta. Come se anziché appartenerci, essere impiantato in noi, il dolore fosse un corpo estraneo, una sciocchezza che è meglio non dire, la polvere da nascondere sotto al tappeto.Infine, con quell’agonia interminabile, così stonata e fuori-luogo nel 2005 del nostro scontento, c’ha insegnato un’ultima cosa, il Papa polacco. Che un padre non può mai farsi da parte, un padre non può abdicare. Può divorziare da sua moglie, mandare a quel Paese il mondo intero, ma i figli no, proprio non li può abbandonare. È per questo che su quel balcone, oggi, ci siamo noi, ventisette anni dopo. Noi, credenti, miscredenti, atei, mentre, un pelo imbarazzati, con la voce incerta, proviamo a spiegare quanto ci sentiamo inadeguati a navigare nel mondo, per le strade delle nostre città, nelle case, sui posti di lavoro, ora che lui se n’è andato per sempre.
"Trentino" del 6 aprile 2005

Da Nicola Calipari alla tragedia del "Cermis"



Eccolo, il problema: la verità. Nel capolavoro di Umberto Eco, “Il nome della Rosa”, Guglielmo di Baskerville ad un certo punto così ammonisce il suo allievo Adso: “Temi coloro pronti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro”.
All’indomani della tragedia del Cermis quando – ricordiamolo – un aereo militare Usa tranciò i cavi della funivia causando la morte di venti persone, il presidente Clinton definì “orribile” quanto accaduto. Ciononostante, sappiamo come andò a finire la questione. I piloti subirono una condanna irrisoria (radiazione dal corpo dei marines, sei mesi con la condizionale); in pratica, vista la gravità del reato, un’assoluzione bell’e buona.
Il dubbio che anche l’inchiesta sull’uccisione dell’agente Nicola Calipari possa finire a tarallucci e vino, con una condanna lieve, magari a porte chiuse, serpeggia nell’opinione pubblica, anche ricordando quanto avvenne nel 1999 a proposito della tragedia della Val di Fiemme.
George Bush promette di chiarire dinamica dei fatti e responsabilità. Ma trovare un capro espiatorio, un ragazzotto yankee sotto stress che la sera di venerdì 4 marzo, sotto la pioggia di Bagdad, ha commesso un “errore” non basterà, stavolta, a far sì che le cose ritornino come prima.
Per due Paesi che fino a venerdì si consideravano alleati di ferro, quel “fuoco amico” che ha crivellato la macchina con a bordo Giuliana Sgrena, appena liberata, questo “incidente”, questa fatalità “abbastanza normale in guerra” sta quanto meno mettendo in grave imbarazzo sia Roma che Washington. Italia e Usa. Due nazioni, ma soprattutto due modi di essere, due punti di vista, oseremo dire. Perché il punto è proprio questo. È come se lingue parlate dai due Governi non siano diverse solo per una questione idiomatica. Per fare un esempio, secondo l’ex ambasciatore Usa, Bartolomew, dobbiamo fidarci di loro perché anche i responsabili del Cermis furono “processati e puniti”. Non resta che intendersi sul concetto di punizione, ad esempio regalando a Bartolomew un vocabolario.
Il punto su cui si arrovellano i principali commentatori è: cosa è successo veramente a settecento metri dall’aeroporto di Bagdad? Qual è la verità? Su un piatto della bilancia abbiamo la versione americana, secondo la quale l’auto con a bordo la Sgrena e gli agenti italiani procedeva ad alta velocità e non ha osservato le più elementari procedure di sicurezza note perfino alla popolazione civile. Tra l’altro, questo vorrebbe dire che gli 007 italiani sono stati, in quel frangente, più sprovveduti del più imbecille degli abitanti di Bagdad, cosa che, da italiani in lutto, ci sentiamo di escludere.
Sull’altro piatto della bilancia non abbiamo una semplice versione dei fatti, ma una testimonianza viva e diretta. Non dimentichiamo, infatti, che Giuliana Sgrena era in quell’auto e che le sue dichiarazioni parlano di un auto italiana che procedeva ad andatura regolare, improvvisamente abbagliata dalle luci di un blindato. Subito dopo è venuta, a quanto dice lei, una vera e propria pioggia di fuoco. No, non un paio di colpi. Un inferno di piombo, tanto che la giornalista del “Manifesto”, coperta dal corpo ormai esanime di Calipari, ad un certo punto si è trovata ad avere le mani piene di proiettili esplosi.
Di fronte a due versioni tanto distanti, il lettore e l’uomo della strada possono solo allargare le braccia, sentirsi una volta di più una mera pedina in mano a poteri superiori e occulti.
Cosa ci racconteranno questa volta? Che la visibilità era ridotta? Che quei marines erano sotto pressione? Assisteremo ad una nuova farsa processuale come accadde per la tragedia del Cermis?
Domande infinite, la cui risposta rimane sepolta in quei secondi di terrore e nella vita di Calipari che se ne va. La verità sta nelle bassezze di una certa politica che dello speculare su eventi tragici come questo ne ha ormai fatto una specialità. La verità sta nei pensieri del soldato che ha aperto il fuoco. La verità è il pantano che sempre più si sta rivelando quel posto. La verità è che la verità, siatene certi, non ce la diranno mai.
"Trentino" dell'8 marzo 2005

La festa scippata



Buon Natale. “Come ha detto scusi?” Ho detto: Buon Natale. Ma visto e considerato che i Mercatini di Natale, dopo essere nati a Dresda più di cinquecento anni fa, ora li fanno – con tutto il rispetto – pure a Bosentino, e l’anno prossimo – chissà – forse anche nel cortile del mio condominio. Visto e considerato che da più parti si continua a dire che la gente non ha un euro e dopo davanti alle bancarelle si deve sgomitare per un sorso di brulé. Presa coscienza del fatto che oramai ci vergogniamo delle nostre stesse tradizioni al punto da stravolgerle, alterarle, per assegnarli a tutti i costi un tono di pazzesca multiculturalità, sennò stai sicuro che viene fuori qualcuno che si offende. Considerato tutto ciò, insomma, il dubbio che ronza in testa è che ci sia effettivamente qualcosa che non va.
Voglio dire. Che fine ha fatto la magia? Lo stupore per un avvenimento che, sino a pochi lustri fa, era capace di prenderci il cuore? Vogliamo fermarci un momento, per favore? Posare quei pacchi pieni di gigiate che già a metà gennaio saranno nell’immondizia?
Una volta l’attesa del Natale era un avvicinamento dolce, era come stare su una barchetta su un mare tranquillo, con una leggera brezza che ci conduceva molto lentamente al porto. Oggi… Beh, oggi più si avvicina quella data fatidica e più si ha l’impressione di partecipare ad una competizione. La corsa collettiva verso il traguardo che, non lo dice nessuno, ma nell’immaginario è il cenone, quella tavolata rossa che ci propinano le reclame televisive che poi, vai a vedere, anche in Trentino fanno solo quattro gatti. Una vera e propria corsa fatta di finto buonismo, di propositi e oggi pure di dialogo inter-culturale, che non è una partita di calcio, ma una specie di obbligo a trovare un anello di congiunzione con chi delle nostre tradizioni non sa proprio cosa farsene.
E poi scusate. Chiedo perdono preventivo ai “fratelli” di religione diversa, ma il Natale non aveva, almeno una volta, qualcosa a che fare con quel tizio… Dai, quel Gesù Cristo, che a nominarlo così tanto spudoratamente in un articolo, su un giornale laico, a qualcuno potrebbe pure dare fastidio, forse più fastidio di una bestemmia? Al 25 dicembre non si faceva risalire, per tradizione, la sua nascita a Betlemme, in una stalla, se non sbaglio?
Vediamo… mercatini, regali, zamponi, veglioni… No, nell’elenco Lui non c’è. La festa gli è stata scippata. Come se io e te andassimo ad una festa di compleanno, ci pappassimo la torta, ci sbronzassimo per tutto il tempo senza degnare il festeggiato di uno sguardo né di un saluto. Non è una bella cosa. Non è educato. Non è inter-culturale. Che schifo. “Come ha detto scusi?” Ho detto: che schifo.

("Trentino" del 16 dicembre 2004)

Intervista ad Alessia Merz



La voce di Alessia Merz è poco più che un sussurro. Cerco di sistemare il telefono, ma il problema non è lì. Alessia sta parlando da un salone di parrucchiera e le sue parole si impastano a tratti col suono metallico dell'asciugacapelli. Guai a perdere qualche sillaba, un'intervista esclusiva non capita tutti i giorni. E che le stelle siano dalla parte del nostro giornale lo conferma anche il fatto che intervistatore e intervistata sono nati lo stesso identico giorno: il 24 settembre: per gli amanti degli oroscopi è il primo giorno della Bilancia. "Ma dai, non mi era mai capitata una cosa così!", esclama Alessia. L'attrice trentina è attesa da un autunno molto intenso. Innanzitutto parteciperà alla seconda edizione de "L'isola dei famosi", il reality show che tanto successo ha riscosso nella passata stagione. Poi, per Alessia ci sarà finalmente una trasmissione televisiva come unica conduttrice. Ma procediamo con calma. Le origini Sul satellite mandano a ciclo continuo le repliche di "Non è la Rai", un tempo serbatoio di veline per "Striscia la Notizia". Il ricordo che Alessia Merz ha di quegl'anni è meraviglioso. Come meraviglioso è il ricordo che ha di Gianni Boncompagni. " Devo a lui il mio successo, per cui è la persona che ricordo con maggiore affetto. E' stato per lui che ho lasciato Trento per Roma. Con lui ho imparato a stare davanti ad una telecamera". Dopo tre anni a "Non è la Rai", a ventun'anni, Alessia è pronta per il grande salto e approda alla corte satirica e fustigatrice di Antonio Ricci. " Antonio rappresenta l'altra metà del mio successo. Con lui avevo meno confidenza rispetto a Boncompagni. Anche perché con un tipo come Ricci non è facile relazionarsi. Ad esempio, non riesci mai a capire quello che pensa veramente. Però sa essere anche lui molto simpatico". " Striscia la notizia" ha ascolti da record e per le veline la notorietà è una conseguenza diretta, un'occasione imperdibile che Alessia non solo non si lascia scappare, ma farà fruttare come solo un ottimo investimento può fare. Al pubblico adolescente di "Non è la Rai" si somma quello più adulto di "Striscia", gli occhi verdi dell'ex Miss Liceo "Galilei" entrano nelle case delle famiglie italiane all'ora di cena. Certo, le malelingue non mancano. I benpensanti accusano determinate trasmissioni di mercificare il corpo della donna. Alessia ha le idee molto chiare a proposito. " Quando fai un lavoro in cui devi apparire è scontato che devi più mostrare il tuo corpo che lasciar trasparire quella che potrebbe essere la tua anima o la tua testa. La mercificazione la vedo su certe strade, più che in Tv. Al giorno d'oggi ci sono ragazzine che già a undici, dodici anni pensano al mondo della Tv, forse certe voci vengono messe in giro anche per scoraggiarle". Per scremare la concorrenza, aggiungiamo noi. Abitudini L'asciugacapelli non è una colonna sonora da premio Oscar, per fortuna l'accento romano di Alessia è squillante come una tromba jazz. Ed è molto simile ad un assolo la risposta alla mia domanda su quale sia la prima cosa che pensa al mattino. " Mattino per me è un parolone che significa mezzogiorno o giù di lì. In poche parole mi lavo e ho già il piatto di pasta sotto al naso." Perché contrariamente alle notizie in nostro possesso che la volevano sulla soglia dell'anoressia, Alessia è una buongustaia: "Mangio come un camionista. Se non metto qualcosa sotto i denti è una vera e propria tragedia". Tv e Internet Chiedere cosa pensi della Tv a una che in Tv ci lavora è come domandare ad un pilota di Formula Uno cosa pensa della propria auto. " Premesso che ultimamente la Tv non ci sta offrendo un granchè, seguo volentieri le fiction e alcuni reality show. Sai che ti dico? Che la Tv è più bello farla che vederla anche perché lavorandoci puoi vederla con un occhio più critico che ti aiuta a capire cosa è vero e cosa no". La sua è una posizione privilegiata rispetto a noi comuni spettatori mortali che dobbiamo berci indistintamente menzogna e verità che la televisione ci offre. Ma quali sono i tasti del telecomando di Alessia che non vengono mai pigiati? "Cerco di evitare le storie tristi, siano film o normali trasmissioni. Anche perché penso che di questi tempi il telegiornale basti e avanzi". Da un mezzo di comunicazione all'altro: Internet. Vuvvuvvù-alessiamerz-punto-it. Ci sono foto, filmati, backstage e anche un forum... "Sì, il sito, da poco rinnovato, mi permette di restare in contatto con i miei fan. Tuttavia non sono una maniaca del web. Preferisco sempre il contatto umano al rapporto freddo e glaciale tramite un computer". Nella sezione novità del sito, viene annunciata una importante notizia per questo autunno... "Ebbene sì. Da gennaio dell'anno prossimo condurrò un programma di auto e motori su un canale satellitare." La novità nella novità è che Alessia sarà la conduttrice unica. "...e dopo undici anni di tv era anche ora", sospira il telefono. Trento e dintorni " Ormai ho perso ogni contatto con il Trentino. Ci vengo solo ogni tanto a trovare i parenti". Malavoglia? "No, è che proprio mi manca il tempo. Poi, quando arriva l'estate preferisco andare dall'altra parte del mondo". E' comprensibile (o no?). Il ritmo dell'intervista cresce e permette finalmente una domandina velenosa: se non le sembra strano che nessuno abbia mai pensato ad Alessia Merz per promuovere il Trentino? " Sinceramente no. Sono trentina, è vero, ma sono anomala". In che senso, scusi? "Non scio e sono astemia." E' una battuta, ovvio. E la grassa risata che segue non fa che confermarlo. La sorella " Hanno scritto che vado all'Isola dei Famosi per pagare gli studi di mia sorella, robe da pazzi". E' vero che Alessia dà una mano a Federica, ma da qui a scrivere robe del genere... ci scusiamo a nome di tutti i giornalisti d'Italia. Ma se disgraziatamente Federica dovesse intraprendere la stessa strada di Alessia? "A mia sorella della Tv non può fregargliene di meno. Ma se proprio volesse le consiglierei di essere sempre se stessa e di avere la faccia come il culo". Ehm, come scusi? Ah, voleva dire di non lasciarsi determinare da situazioni e persone attorno a lei; avevamo capito un'altra cosa... "Anche da questo punto di vista sono una trentina un po' anomala". Un po' tanto. Veline e calciatori E' uno dei flirt dell'estate. Fabio Bazzani, attaccante della Sampdoria e della nazionale, è il nuovo fidanzato ufficiale di Alessia Merz. Proprio la sera prima dell'intervista ha giocato a Trento, perdendo e facendosi espellere. "Però ha fatto un gran gol" sottolinea subito Alessia. Siamo seri per un momento. Parliamo di questo fenomeno scientifico, dell'attrazione che nel nostro Paese accoppia sempre più di sovente le veline con i calciatori. Quanto c'è di vero? "Ti dico solo che è abbastanza normale che delle persone che, sebbene facciano lavori diversi, hanno stessa popolarità e stessi soldi, abbiano amicizie in comune e, di conseguenze, frequentano gli stessi posti e..." E poi ci pensa Cupido a fare il resto. "Proprio così: veline, calciatori, attori, registi... bene o male è tutto un unico ambiente. Certo può capitare pure di incontrare l'idraulico o lo studente". Ecco spiegato l'arcano. Ma le malelingue sono vere e proprie macchine da guerra, animate da invidia e disinformazione. "C'è tanta invidia, è vero. Poi c'è la potenza del passaparola". Il primo della catena dice uno, quando la notizia arriva sulla bocca del quinto siamo già arrivati a dieci. Si montano dei veri e propri casi da un gesto o da un'innocente occhiata. Sesso? Che effetto fa essere considerata una sex symbol? "Non mi sono mai reputata una sex-symbol. Anche perché per reputarti tale i canoni sono altri, Fai conto, la biondona, occhi azzurri, tette enormi, stangona... per cui non mi ci vedo molto. Però, alla fine, fa piacere. Come si dice? Meglio suscitare sesso che fare schifo". E i corteggiatori non mancano, immaginiamo. Come si difende Alessia dai loro attacchi. "Io sono molto esigente. Prima di perdere la testa ce ne metto di tempo. Mi piace mettere gli uomini alla prova: li studio, cerco di capire se stanno attenti a quello che dico e a quello che penso." Ha molta pazienza. E' una preda che sa aspettare. "Più che altro ne devono avere tanta loro (i cacciatori, ndr). Non dico che devono sudare, però... Non che faccia dei test, ma sono abbastanza difficile all'inizio". Insomma, i corteggiatori sono tanti la corteggiata una, onde per cui. L’isola di Alessia Il 17 settembre, Alessia Merz parte per la seconda edizione del reality show reso famoso dalle esternazioni di Pappalardo e dalle ferite della contessina De Blanck. Solo sette giorni dopo l'attrice trentina compirà trent'anni, un compleanno che si prevede molto austero e dietetico. "Erano mesi che organizzavo le cose alla grande: fuochi d'artificio, mongolfiera, poi mi è arrivata questa cosa tra capo e collo". Che sfortuna. "Pensavo ad una festa originale, e adesso la farò sull'Isola; beh, più originale di così". Non era proprio entusiasta Alessia di andarci sull'Isola. Fino all'ultimo ha detto di no. Alla fine è stata decisiva l'amicizia con Simona Ventura, conduttrice anche della seconda edizione. Cosa spaventa di più Alessia di questo mostro chiamato reality show? " A parte il non mangiare, perché io sono una mangiona. E poi mi considero una casinara, nel senso che sono abituata a fare trecento cose al giorno: un appuntamento qua, uno là, l'adrenalina a mille. Adesso, l'idea di non sapere come occupare quattro ore... beh, un pochettino mi spaventa." Le chiediamo se non ha paura di mostrare degli aspetti sconosciuti del suo carattere. Lei risponde con sicurezza e con una punta di orgoglio. "Al contrario, io spero che quegli aspetti vengano fuori. Sai com'è per noi... La gente, per quanto tu ti sforzi di far vedere che hai un cervello e un'anima, vede solo due gambe e due tette. Magari finalmente si accorgeranno che non sono un'ochetta ed ho anche un cervello". Mostrare la vera Alessia Merz, ecco il vero motivo che l'ha spinta a partecipare a questo circo tropicale, a sottoporsi al crudele occhio delle telecamera 24 ore su 24, spazzando la privacy sotto al tappeto. L'Isola dei Famosi può dare ad Alessia l'opportunità di conquistare quella fetta di pubblico che ancora le manca. Ad aiutarla e a sostenerla ci sarà quel carattere forte e tenace. Almeno in questo, trentina lo è.
(TrentinoMese - settembre 2004)

Intervista a Carmine Abate



Parlo con Carmine Abate e mi tornano alla mente immagini del sud Italia che credevo dimenticate. Certi pomeriggi d’estate, ad esempio, quando se non stai attento il sole è capace di tagliarti in due. O quei giorni fermi, che se ne stanno a mollo nel tempo, come si fa con i legumi prima di metterli a cuocere.
Leggo i libri di Abate ed è come leggere la lunga lettera che ogni sud del mondo, se potesse, scriverebbe al resto dell’universo, il proclama che ogni minoranza diffonderebbe se avesse anche una sola possibilità di essere ascoltata. E non è retorica, ma un fatto. Anzi, un aneddoto inquadrato nel corso della storia, con tanto di data, ora e di luogo. Cinque giugno duemilaquattro, ore 23 circa. L’Espresso del Levante come tutte le notti sta tagliando in due l’Italia. In cuccetta un piccolo imprenditore albanese mi sta raccontando l’avvincente (ma interminabile) saga di Scanderbeg. In un italiano incerto, quasi una nenia, egli narra di questo eroe albanese che nel Tempo Grande aveva difeso il suo popolo, l’Arberia, contro le orde dei turchi. Un racconto che affonda pericolosamente nella notte incombente e sembra poter durare per sempre. Io mi giro dall’altra, ho una gran voglia dormire. Provo a fare capire al compagno di viaggio che è ora di spegnere le luci, e lo faccio pronunciandogli il titolo di un libro; con il tono perentorio di chi ti supplica di farla finita: “La moto di Scanderbeg!”. L’albanese si ferma. Mi guarda con gli occhi accesi. Spegne la luce della cuccetta e dice con una punta di orgoglio: “Carminie Abiate!”, così, con quella specie di accento russo che gli impasta la lingua. Una frazione di secondo dopo comincia a russare.

ALBANIA
Che c’entra l’Albania? Beh, Carmine Abate, abita e lavora in Trentino d’accordo, ma è nato Carfizzi, uno di quei posti in cui ci nasci una volta, ma è come se lo facessi pure una seconda. Sei italiano e sei pure albanese. No, non è uno scherzo della geografia, e nemmeno l’eccessivo tasso alcoolico dell’ufficiale dell’anagrafe. Carfizzi, provincia di Crotone, è una comunità arbëreshe, antichi discendenti di profughi albanesi che fuggivano dalla dominazione ottomana del 1400. E proprio “La moto di Scanderbeg” è il titolo del primo romanzo di Abate.
In questo modo nell’articolo entra un’altra volta quella stessa data: 5 giugno 2004, “La festa del ritorno”, l’ultimo libro di Abate, viene inserito nella cinquina finale del premio Campiello. No, non un premio qualsiasi, ma quello che nel suo albo d’oro riporta i nomi di Levi, Bassani, Silone: gente che con la penna ci sapeva fare davvero.
Sì, perché capita che il telefono di uno scrittore di origini arbëreshe squilli e il capo ufficio stampa della Mondadori gli comunichi questa cosa. “La sorpresa è stata grande”, dice Abate. “Non posso negare che vincere un premio del genere, (la finale è prevista il giorno 18, ndr.) potrebbe davvero darmi una popolarità enorme. Già entrare nella cinquina finale ha comportato una immediata ristampa del libro”. Anche perché il suo libro ha ottenuto il maggior numero di consensi (7 voti su 10 giurati) alla prima votazione.

SANTA RABBIA
Perché hai iniziato a scrivere? La domanda gliel’hanno fatta migliaia di volte, ma Abate mi risponde con la solita disarmante disponibilità. “Per rabbia, per rabbia e per rabbia. Per richiamare l’opinione pubblica sul tema dell’emigrazione; per denunciare la condizione di persone costrette a dover lasciare la propria terra per poter lavorare”.
Già, nei libri di Carmine Abate l’emigrazione la si respira, si sente l’odore di certe valigie piene di speranza e di caciotte, il rumore di certi addii strazianti e la melodia del sospirato ritorno. Libri che a poterli riassumere in quattro parole (soprattutto quest’ultimo, “La festa del ritorno”), le parole sarebbero “partenza, nostalgia, sacrificio e dignità”.
“ Le partenze sono una ferita aperta. Io, ad esempio, non dimenticherò mai la prima partenza, quella di mio nonno per l’America. E quella di mio padre per la Francia. Un’emigrazione non fine a se stessa, ma primo gradino di una crescita, di un possibile miglioramento”.
La seconda parola fa arrabbiare Abate, che dalla sua casa di Besenello dice: “Nostalgia?! E’ vero, la partenza a rigor di logica comporterebbe una nostalgia, ma nostalgia in greco vuol dire “dolore del ritorno” e io nel ritorno ci vedo sempre una festa!”. No, la nostalgia proprio no!
Alcuni critici accusano Abate di evitare la contemporaneità e di fossilizzarsi nella memoria di un sud che non c’è più, in un passato perduto. Ma cosa è il presente senza ciò che lo ha preceduto? Come fai a capire i giorni amari che stiamo vivendo se non conosci la loro storia? Il presente senza memoria è una scatola vuota. O poco più.

SACRIFICIO E DIGNITÀ
Altra parola chiave: sacrificio. Cos’è il sacrificio in una società che fa di tutto per far finta che esso non sia necessario? “L’ironia della sorte, per l’emigrante, è che non basta partire. Una volta giunti a destinazione, in un paese straniero, lontano anni luce dalle tue radici, dopo aver dovuto superare i problemi di adattamento, arriva il compito fondamentale dell’emigrante: risparmiare.” E per farlo devi sacrificarti. Ma esiste modo e modo. Sopportare il sacrificio lamentandosi per tutto il tempo, prendendosela con questo o con quello, cercando il compatimento e la solidarietà. Oppure, (eccola la quarta parola chiave dei romanzi di Carmine Abate) sopportare tutto con dignità.
“ Credo che questa sia la parola più importante. Io la vedo unita al sacrificio perché non conosco un sacrificio fatto senza dignità. Queste sono le cose che mi ha insegnato mio padre: la coerenza, che non è arroganza, ma piuttosto il ribellarsi ad un destino infame”. A questa forza misteriosa che ci muove come pedine, in un gioco in cui ognuno si fa le regole da sé.
Ora che vive in Trentino, quanto si sente ancora emigrante Carmine Abate? “Se si è lontani dal luogo della propria origine si è condannati ad essere emigranti per sempre. Ma c’è anche un’utilità nel vivere questa condizione: vivere le proprie origini in un nuovo posto di residenza è come vivere due volte, non crede?”
Già, a patto di non affogarsi nella nostalgia… “Bravo”. Vedi che la lezione di vita di Abate comincia a dare i suoi frutti?

CALABRIA O TRENTINO?
La scrittrice americana Flannery O’Connor sosteneva che lo scrittore è chiamato a scrivere della realtà che lo circonda, per poter meglio denunciare con forza le brutture della vita, partendo appunto da quelle più vicine. Abate cosa pensa della scrittura civile orientata in tal senso? “Prima di tutto ci tengo a dire che considero la mia scrittura una scrittura civile, nel senso che le mie storie sono fortemente ancorate nel sociale. Riguardo al fatto del vivere in Trentino, beh, c’è un paradosso in me. Vivo intensamente la Calabria, proprio vivendo qui.” Cioè?
“ Vede, non è semplice da spiegare, ma io non potrei scrivere così se non fossi in Trentino.” No, ha ragione Abate: una cosa così è proprio difficile spiegarla. Probabilmente la si può solo vivere.

SCRIVERE
Come ha detto prima, lei ha iniziato a scrivere per rabbia. Cos’è che invece lo scrivere le dà come persona? Dall’altro capo del telefono, alcuni attimi di silenzio. Poi. “Scrivere per me è una sfida e io sono uno che accetta le sfide. Quando inizio a scrivere una storia, butto lì una situazione o un’immagine. Poi, ci costruisco attorno tutto il resto. Con fatica e in molto tempo, ma alla fine la sfida la devo vincere”.
Come un vero emigrante, come Giovanni Alessi, come Giorgio Bellusci e come il padre de “La festa del ritorno” che la sfida l’hanno raccolta con dignità e coerenza. E il trionfo che sta alla fine del cunicolo, in cui l’emigrante si infila a cercare la luce, è descritto in maniera meravigliosa nella scena finale del romanzo in lizza per il Campiello: una valigia gettata nel fuoco che bruciando sprigiona faville e riempie l’aria della puzza della vittoria. Puzza, abbiamo scritto, non profumo. Perché il prezzo pagato dai personaggi del libro e dall’autore è stato alto.
“ Affonto lo sforzo creativo provando quello stesso piacere che prova il lettore nel leggere. Il piacere che provo rileggendo i miei stessi libri. Sa una cosa? E’ davvero sorprendente rileggersi”.
Così, per chiudere l’intervista gli citiamo una frase pescata da “Tra due mari”, il suo penultimo romanzo: “Se muori come quando sei nato, allora non sei servito proprio a niente”.
Silenzio. Abate sorride sotto ai baffi. E’ come se riuscissimo a vederlo all’altro capo del filo, alla sua scrivania ingombra di giornali, ritagli di articoli che parlano di lui. “Io non sono già più quello di prima.”
E’ vero: anche lui ha bruciato la sua valigia. Nel falò del successo.
("Trentino", 19 settembre 2004)

La corsa e la vita



Maratona di Atene. Trentasettesimo chilometro. Il brasiliano De Lima è in testa e sembra potercela fare, non fosse che ad un certo punto la sua canotta scompare. Sì, le telecamere non lo trovano più. Anzi, aspetta un momento... Eccolo sbucare dalla folla. Quello che è accaduto ce lo spiega il replay. Un individuo in kilt irrompe sul percorso di gara. Sulla schiena porta una scritta: “Leggete la Bibbia, dice sempre la verità”. Però leggila bene la Bibbia, amico. Probabilmente ti sei perso il punto in cui c’è scritto che sei un deficiente. Insomma, il povero brasiliano è stato sbattuto contro le transenne; a quel punto, dobbiamo confessarlo, quasi ci è dispiaciuto tifare per Stefano Baldini, il nostro magnifico atleta che stava rimontando. Lo avrebbe preso lo stesso, d’accordo, eppoi il brasiliano ha vinto il bronzo, va bene, ma l’immagine di quel folle blitz ci ha fatto pensare. Perché quell’imbecille ha impersonato l’imprevisto che in qualsiasi momento può sconvolgere una vita, così come una corsa. Perché il fascino della maratona è immenso, perfino difficile da spiegare, ma assomiglia paurosamente al fascino della vita stessa. E a colpire di questa disciplina, di questo forsennato rimestare i piedi per quaranta e passa chilometri non sono tanto le origini leggendarie. E non è nemmeno l’anacronismo della fatica bestiale a cui gli atleti si sottopongono, in una società dove tutto ti insegnano meno che ad accettare la fatica. Quello che rimane in testa dopo una maratona è la solitudine del maratoneta che parte, corre e arriva da solo. Voglio dire. Una solitudine vera, densa, fatta di pensieri, respiri e gambe che scoppiano. Anche la nostra vita è così. Lunga, spesso difficile, eppure tanto fascinosa. Con un deficiente in kilt ad ogni angolo di strada, che ogni giorno può rischiare di mandarti tutto all’aria, tutti i progetti, i piani di gara. E tu sei lì che fai la tua onesta fatica quotidiana fatta di lavoro e famiglia. Fai il tuo mestiere e capita che un deficiente in kilt ti prenda, faccia una richiesta pazzesca al tuo Paese di appartenenza e poi, scaduti i termini, ti sgozzi come un animale. Non te la lascia riprendere nemmeno la gara. E tu sei solo. Come sono soli i due giornalisti francesi rapiti. Come era solo Enzo Baldoni. Come era solo Filippide, quel giorno, sulla spianata di Maratona, quando sconfitti i persiani gli venne ordinato di correre ad Atene e portare la notizia della vittoria. Quarantadue chilometri a perdifiato. Con la spada, l’elmo, i calzari, altro che nike. E alla fine, col partenone sullo sfondo, alla folla radunata, urla Filippide, urla con quel poco fiato che gli rimane: “Vittoria! Vittoria!”. E poi cade. Muore per lo sforzo fatto. Contento per essere riuscito ad eseguire l’ordine, ma solo: come soltanto un maratoneta può essere.
("Trentino" del 30 agosto 2004)

Degasperi: politica e sentimenti

"Trentino" del 19 agosto 2003

Il ricordo. Oggi la cerimonia a Borgo per l'anniversario della morte dell'ex presidente del Consiglio Il ricordo del grande statista, attento alle piccole cose e alla gente comune
di Pino Loperfido

Una volta Alcide Degasperi, Presidente del Consiglio, visitò i Sassi di Matera. Quando gli dissero che lì dentro ci vivevano intere famiglie senza acqua, luce e fogna, lui pensò ad uno scherzo. Poi, realizzata la verità, si fece scuro in volto e, come una furia, tornò a Roma. In pochi anni, fece costruire La Martella, un nuovo paese, dal nulla. Dette una casa a tutta quella povera gente. Non lo fece per vanagloria o propaganda: semplicemente non poteva tollerare che all'uomo venisse tolta la dignità. Oggi La Martella, come tutte le periferie del mondo, è preda del degrado urbanistico. La desolazione, l'abbandono, l'incuria di quella cittadina fanno il paio con quel che rimane, oggi, del ricordo di Degasperi nelle giovani generazioni. Nulla resta del cuore di questo uomo che, come tutti i grandi uomini, è stato in grado di provare sentimenti estremi, opposti, spesso contrastanti e che, allo stesso tempo, è riuscito a dosare, distribuire, amministrare. Come se i sentimenti fossero gli ingredienti di una pietanza immangiabile: buoni se presi uno alla volta, rivoltanti se ingurgitati tutti assieme. Vediamoli allora, uno alla volta, alcuni ingredienti di questo Degasperi Alcide Amedeo Francesco, nato a Pieve Tesino, all'alba del 3 aprile 1881, da Amedeo fu Luigi e Maria Morandini. Partiamo dall'angoscia di quando, incaricato dal Consiglio Comunale di Trento, va a chiedere spiegazioni a Salisburgo riguardo alle deportazioni dei trentini. " Luogotenente, cos'è questa storia dei campi profughi?" Quello per tutta risposta gli notifica che da quel momento il Consiglio Comunale è sciolto. E scendendo dal treno, l'angoscia diventa paura nell'apprendere che l'Italia ha dichiarato guerra all'Austria. Poi la tenacia dei deputati trentini che al Parlamento di Vienna battono il pugno sul tavolo. "Signori, adesso basta! Qui stiamo passando il segno" Già, eccoli là, aggrappati agli scranni, Degasperi, Grandi, Conci, e gli altri... con i prince-nez, i cravattini, i guanti bianchi: indumenti d'altri tempi, ma una passione modernissima per il Trentino. Quindi lo stupore del deputato Degasperi che parla per la prima volta a Montecitorio. E quel realismo, quel parlare di cose concrete, per i "baroni" romani, ha il suono di una barzelletta. Poi la titubanza dell'innamorato quando nel chiedere la mano di Francesca Romani vuole subito mettere in chiaro come stanno le cose: "Io sono schiavo del servizio del pubblico", le dice "crede lei che sia giusto ch'io le domandi di adattarsi ad una simile schiavitù?" Quindi la disperazione dell'imputato quando il Tribunale fascista lo condanna al carcere per aver tentato l'espatrio. E lui, la notte che segue, non riesce nemmeno a pregare e, affondata la faccia sul pagliericcio, per tutta la notte mormora il nome di Dio. Ecco, adesso, l'incredulità per la caduta di Mussolini, per quell'evento atteso venti anni. Quando un notizia riesce a farti dimenticare chi sei e cosa fai; come se l'abitudine al dolore e al sacrificio possano fare di una gioia insperata ed improvvisa solo un altro dolore. Poi, l'orgoglio di rappresentare il proprio Paese in qualsiasi consesso: dall'umiliazione di Parigi al viaggio trionfale negli Stati Uniti. Infine, la semplicità con cui Degasperi Alcide Amedeo Francesco lascia questa vita, in Sella di Valsugana, lontano dai palazzi del potere, tra la gente semplice, che sarà quella che, pur standogli lontano, meglio lo capirà e saprà amarlo. Ecco alcuni ingredienti. Squisiti solo se assaggiati uno per volta. Perché per metterli assieme occorre un bravo cuoco che, nella nostra storia, non può essere che il ricordo. Quel paesino del materano, oggi così desolato, potrebbe risorgere molto facilmente: calce, vernice e un po' di buona volontà. Più difficile è attizzare il ricordo di un uomo morto da cinquant'anni, di cui a malapena, chi non sia storico né politico né studioso, conosce il nome. Come tentare di dar fuoco alla legna bagnata: è difficile da accendere, quasi impossibile. Poi, però, una volta partiti, tener viva la fiamma diventa un gioco da ragazzi.