Le meccaniche dell'infelicità > Il booktrailer



"L'uomo vorrebbe raccontare una storia... La sua." Regia: Gianni Memoria. Musiche: Patrick Trentini, Rainbow, Litfiba. Alcune sequenze sono tratte dalla serie "Dr. House - Medical Division". Produzione: Reziacom Cinema. Leggi tutto...

Cermis: 11 anni dopo



Servizio del Tg3 con intervista. 3 febbraio 2009.
1) Al posto dei piloti la condanna è ricaduta su tutti noi, uomini e donne con un minimo di coscienza civile e senso della memoria. Siamo infatti "condannati" a ricordare una volta all'anno questa tragedia...
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L'articolo ripreso da "Studio Aperto"

Una telefonata alle 18.20 mi annuncia che su Italia Uno stanno mandando in onda una pagina del quotidiano "l'Adige", proprio quella col mio primo articolo pubblicato su quel giornale. Il servizio, naturalmente, è sull'ormai celebre tatuaggio del divo americano. Per Pino Loperfido a "l'Adige" – come dicono alcuni – una partenza col botto.



Teroldego su RadioDue

Sabato 4 febbraio, alle ore 7 del mattino, Marina Cepeda Fuentes intervista Pino Loperfido sul suo romanzo nella trasmissione "Cosa bolle in pentola". Assieme si "prepara" uno sfizioso risotto al teroldego con mirtilli di bosco...

"Caro Alcide" su RadioRai



Nel 2002 e nel 2003, l’accoppiata si era rivelata vincente con il coinvolgente spettacolo “Ciò che non si può dire – Il racconto del Cermis”, mio testo recitato da Andrea Castelli. Ora la storia pare ripetersi. Sarà proprio la voce di Castelli, infatti, a narrare in uno sceneggiato radiofonico il mio secondo libro, “Caro Alcide,”.
Lo sceneggiato, realizzato dalla Struttura Programmi della Sede RAI di Trento, è strutturato su quattordici puntate della durata di quindici minuti circa, che andranno in onda tutti i venerdì dalle 14.15 alle 14.30 a partire dal primo di ottobre fino alla fine di dicembre.
Oltre a Andrea Castelli, il cast comprende altri importanti nomi della drammaturgia trentina. Alcide Degasperi sarà interpretato da Carlo Marzani, mentre i dialoghi maschili presenti nel libro saranno affidati a Bruno Vanzo e Mario Cagol. Cecilia Ruele interpreterà suor Lucia De Gasperi nel toccante dialogo con suo padre Alcide.
Infine i dialoghi tra le due ipotetiche abitanti di Sella Valsugana, una sorta di coro popolare che riporta i grandi eventi storici in una dimensione trentina e contadina, si avvarranno delle voci di Giovanna Rosso e Claudia Tomasini della filodrammatica di Olle Valsugana.
La realizzazione tecnica è di Italo Salvador e la regia è di Maria Serena Tait.



«Caro Alcide»: lo statista riscoperto

Articolo apparso su il "Trentino" del 29 giugno 2003 Dopo il successo de «Il racconto del Cermis» il nuovo lavoro di Pino Loperfido è su Degasperi In un monologo schietto e drammatico la vita dell'uomo pubblico e privato


di Franco de Battaglia
Ci voleva un «non trentino» per rivolgersi ad Alcide De Gasperi, a 50 anni dalla sua morte, con una «Caro Alcide...», allo stesso tempo confidenziale e rispettoso, commosso e curioso della sua vita, nel secolo breve e lunghissimo che è stato il Novecento, fra due guerre e una pace che ancora non vuole realizzarsi. «Caro Alcide...». Chi l'avrebbe chiamato così - De Gasperi - se non forse la moglie Francesca? Per il Trentino il grande statista fa quasi parte del paesaggio, viene dato per scontato (e dimenticato), come un bosco o una montagna. E' là. Ora sono però i giovani che non l'hanno conosciuto, ma che ne sentono la presenza (o la nostalgia) lontana, al di là degli anniversari d'occasione, a volerlo riscoprire, a ricercarlo nei rapporti con una terra che può appartenere a patrie diverse (come era il Trentino, come è l'Europa), a scrutarlo nei suoi rapporti con la politica, con la famiglia, con Dio. «Caro Alcide...»: non tanto per confidenza, quanto per ricercare dall'uomo così austero una parola diretta, un'attenzione personale di incoraggiamento, la condivisione di quel suo stile non più ripetuto, che dovrà pur tornare ad essere punto di riferimento per una nuova stagione morale della convivenza, della politica. Come un figlio che dopo un lungo silenzio ritrova il suo vero padre. «Caro Alcide», è il nuovo testo drammatico che Pino Loperfido - l'autore del tragico, intenso, fortunatissimo «Racconto del Cermis» - ha voluto dedicare ad Alcide Degasperi. Dal Cermis a De Gasperi? Sì. Loperfido, che il Trentino vive, ed ama, e scruta, ha individuato questi due estremi come poli opposti di una tensione sotterranea in questa terra, capaci di una scintilla che valga a dare significato alla sua intera storia. Da un lato la tragedia del Cermis, i fili spezzati dagli aerei predatori della guerra globale, dall'altro l'uomo solo, che nella sua solitudine, pagando di persona incomprensioni, ingiustizie, ed anche insulti, costruisce, ricostruisce sulle macerie della storia. E degli uomini. La «storia» del Cermis è stata l'evento teatrale nazionale dell'anno passato. Portata in scena dal Teatro Stabile di Bolzano ha già ottenuto 120 repliche nella straordinaria interpretazione di Andrea Castelli. «Caro Alcide: Degasperi Alcide, Amedeo, Francesco, storia di un italiano», è ancora un copione di 90 pagine, rilegato in una copertina gialla, in attesa di essere letto, interpretato, annunciato ai giovani attraverso quella forma di comunicazione che è il teatro, l'incontro diretto delle parole, delle voci, dei corpi, delle emozioni. E' nel teatro che crescono le coscienze. Chi ha letto il copione vi si è riconosciuto per il linguaggio diretto, per la ricostruzione schietta, non ipocrita degli avvenimenti, per le emozioni e i giudizi che il testo comunica nello scandire i colloqui con De Gasperi (il «ricordargli», da parte dell'autore, le tappe della sua vita) con i secchi flash d'agenzia che riportano la drammaticità degli avvenimenti storici, alternati poi a commenti «popolari» in dialetto che esprimono invece, quasi in un controcanto, i sentimenti della gente umile, di quel popolo per il quale De Gasperi lavorava e che De Gasperi amava. Il copione è stato letto da Maria Romana (in realtà non è così, n.d.a.), la figlia dello statista, e le è piaciuto. Ora attende di essere diffuso, portato magari nelle scuole visto che la «spinta» che ha portato Pino Loperfido a scriverlo è stata proprio l'incontro con la personalità morale di De Gasperi, la sua salda autenticità. «Mi sono messo a scrivere su De Gasperi - commenta il suo testo Pino Loperfido - colpito da due cose: il silenzio che è sceso su di lui e la sua normalità». Il silenzio, dopo un accenno di riscoperta dovuto alla causa di beatificazione, è davvero impressionante per una figura di tale livello: «Se un turista, o un viaggiatore curioso, venendo a Trento, patria di De Gasperi, entra in una libreria e chiede un libro su di lui non lo trova. Nelle altre città d'Italia è ancora peggio. Su internet non c'è niente, la bibliografia è scarsa. Ci sono i libri della figlia, qualche ricordo di Andreotti, l'opera di Armando Vadagnini e Paolo Piccoli per la "Panorama"...». Quanto alla «normalità» - continua Loperfido - è proprio ciò che mi ha attirato in lui. Ciò che colpisce è la straordinarietà di quanto ha realizzato pur nel suo essere persona normale, ordinaria. Non era Cesare Battisti, non era il martire». Loperfido ripercorre anche momenti poco noti o rimossi della vita dello statista: la sua prigionia, l'interrogatorio dei fascisti, la caduta del fascismo il 25 luglio, mentre si trovava ospite di Guglielmo Marconi (Umberto Marconi, n.d.a.), il suo commento, che dice tutto sul carattere dell'uomo: «Quando attendi per vent'anni un momento può capitare che la gioia attesa diventi dolore. Non riesco a provare felicità». Questo era De Gasperi. Non si aspettava felicità per sé, cercava di costruire una dimora per la felicità degli altri. Forse per questo, fra tante diffidenze politiche, era amato dalla gente comune. Ed egli non nelle ville o nei palazzi, ma nella piccola casa di Sella, in Valsugana, cercava i pochi momenti di serenità. E' questa dimensione che ha colpito Loperifdo e l'ha portato a scrivere: l'umanità di De Gasperi, la sua tristezza anche, una vita in apparenza perdente, tradita alla fine dal suo stesso partito, e però vincente sul piano storico, italiano ed europeo.
IL RITRATTO Cercando risposte sul presente dal passato Pino Loperfido ha assunto notorietà nazionale come autore di teatro con «Il racconto del Cermis», Premio Bolzano Teatro 2001, Premio Chianciano (in giuria Sergio Zavoli, Corrado Augias, Lidia Ravera). Recitato da Andrea Castelli il «Cermis» ha raggiunto le 120 repliche in tutta Italia. Pino Loperfido è nato a Milano nel 1968 ed ha vissuto infanzia e giovinezza ad Acquaviva delle Fonti, in Puglia. Vive nel Trentino (abita a Caldonazzo) dal 1993. Impiegato in un'azienda editoriale si alza alle cinque del mattino per scrivere e va a letto presto la sera per leggere (nutre una «passione sfrenata» per i racconti di Flannery O'Connor, ma predilige la narrativa italiana). Il resto del tempo lo dedica alla moglie ed ai due figli. Del suo lavoro di Degasperi, scritto quasi di getto, ma preceduto da ricerche durate anni (che lo hanno portato a rivalutare, fra l'altro, la figura dell'arcivescovo Celestino Endrici, il primo a «scoprire» Degasperi e ad affidargli, giovanissimo, il giornale diocesano) dice che può avere un ruolo nell'avvicinare alla politica e alla storia le giovani generazioni (ma non solo quelle). «La mia paura - aggiunge - è che le celebrazioni dell'anno prossimo si perdano nel solito "bailamme" di ricordi riservati a pochi eletti, o nei comizi dei politici, o nelle grigie aule dei convegni. "Caro Alcide" vuole colmare il gran vuoto che riguardo alla figura dello statista c'è nelle librerie italiane. Poi se una compagnia o un attore, o un produttore teatrale vorranno investire su questo testo allora gli obiettivi saranno due. Nel marasma e nella leggerezza di tante manifestazioni in Trentino per i turisti, soprattutto in estate, penso a quanto potrebbe risultare incisiva una recita il 19 agosto a Sella o sotto il monumento (opportunamente ripuliti!) di Piazza Venezia».

Intervista a Castelli 2

Intervista uscita sul "Trentino" di venerdì 24 gennaio
Castelli ritorna in regione con il commovente Cermis
La seconda tournée dell'attore trentino



di Fabio Zamboni
TRENTO. «Castelli dà voce magistralmente all'unico superstite della tragedia del Cermis...»; «Un racconto capace di evocare luoghi e volti, grazie anche alle notevoli capacità interpretative di Castelli...»; e ancora: «...un monologo incalzante e sferzante...». Così i giornali veneti e friulani su "Ciò che non si può dire, il racconto del Cermis", il lavoro scritto da Pino Loperfido, prodotto dallo Stabile di Bolzano e interpretato dall'attore trentino Andrea Castelli. Che sta cogliendo lusinghieri successi nella sua seconda stagione di repliche e che in questo periodo è in scena appunto nel Veneto e in Friuli, prima di ritornare in regione: dal 28 gennaio al 2 febbraio a Trento, dal 14 al 21 febbraio a Bolzano. Per sentire come Castelli vive questo successo ma soprattutto come affronta il ritorno in regione con questo monologo, lo intervistiamo, al telefono, mentre si trova nel camerino del teatro "Rossetti" di Trieste in attesa di andare in scena nella pomeridiana in cartellone anche ieri. Ultima repliche a Trieste, dopo Aviano e altre piazze venete: con ottime recensioni. Alla seconda tournée, dopo dozzine di repliche, non sembra che affiorino segnali di routine. É un lavoro che coinvolge inesorabilmente ogni volta che sale sul palco? É così: coinvolge il pubblico ogni volta, e allo stesso modo coinvolge me stesso. Questo non è un monologo che ti consente, in una serata fiacca, di dire: vabbè, stasera tiro via, senza dannarmi. Una volta che sei dentro questa storia, è proprio bello raccontarla, dentro silenzi commossi, davanti a gente che poi viene a cercarti in camerino, per approfondire. Dal 28 a Trento, poi a Bolzano, con un supplemento di emozione oppure no? E come mai il 3 febbraio, nel quinto anniversario della tragedia, nessuna replica? É una scelta? E' un caso: anche l'anno scorso la recita clou è stata la sera del 2, non il 3. Per quanto riguarda l'emozione, direi di sì. Tanti, a Trento, non hanno ancora visto lo spettacolo e quindi so che c'è molta attesa. E poi questa volta vado in scena allo Sperimentale, che è più raccolto, più adatto a questo tipo di monologo. La messinscena non ha subito ritocchi: ci sono ancora quei venti nomi sul fondale al termine dello spettacolo? Quei nomi ci sono ancora, ma è notevolmente accelerato il ritmo della loro proiezione sullo schermo: li proponiamo in un minuto anziché in tre, alleggerendo il peso di questo "pugno nello stomaco". Qualche episodio curioso, in questa seconda stagione, un aneddoto? Giusto ieri, alla pomeridiana qui a Trieste: una signora a un certo punto interviene per chiedermi: ma quanto era alta la funivia? Le dico: signora, ci sto per arrivare. Si va avanti e dopo un po' mentre parlo del ministro competente dei sorvoli degli aerei militari, interviene un altro spettatore per sapere chi era il ministro. "Andreatta", gli dico. Insomma, lo spettacolo stava per trasformarsi in un dibattito e questo vuol dire che la gente partecipa davvero. Alla fine sono venuti sotto il palco, andando avanti con le domande. I suoi fans tradizionali l'hanno "spiata", al momento di andare in scena con un lavoro drammatico: ce la farà a non farci ridere? E adesso che è tornato a un lavoro comico con gli Spiazaroi e che sta lavorando su un testo di Ruzante, farà invece fatica a ritornare alla risata pura? No, no, non farò fatica. E sono anzi molto contento di aver fatto questa esperienza, di aver dimostrato - a me stesso prima di tutto - di potermi cimentare con il drammatico. Lo scorso anno al debutto di Bolzano ero agitatissimo. Poi tutto è passato, e ho acquisito una nuova sicurezza. Parliamo allora di questo Ruzante, prodotto dallo Stabile di Bolzano. E' un po' presto per parlare dello spettacolo. Siamo ancora nella fase della traduzione dal dialetto veneto a quello trentino. Devo trovare la chiave per riproporlo in maniera adeguata. Poi con Bernardi decideremo come farlo...

Alla radio

"Ciò che non si può dire” va in onda su Radiotre, attorno alle ore 15.30, sul circuito regionale, in una versione di 75 minuti. La regia radiofonica è di Paolo Mazuccato. Si tratta della registrazione effettuata a Cavalese il 2 febbraio scorso. La voce di Castelli è abilmente mixata con effetti audio e musiche.

In 35.000 guardano il "Cermis"


Nello spazio regionale del Tg3, quello della domenica mattina, viene trasmesso “Ciò che non si può dire” in una versione di 60 minuti. La regia televisiva è di Paolo Mazuccato. Le riprese sono state effettuate il 2 febbraio nella toccante recita di Cavalese. Alla fine a guardarlo, secondo i dati Rai, saranno in più di 35.000. Un vero e proprio record per la fascia mattutina.

Su "Tg3 Italie"


All'inizio era previsto il mio intervento in collegamento dalla Rai di Trento. Poi si sono arrangiati a Milano. Devo dire che la trasmissione ha preso una piega che non mi è piaciuta molto. Sono stato nominato solo una volta, di striscio; nemmeno una parola sul libro... Poi la conduttrice, Giovanna Milella ha fatto parlare per mezz'ora l'onorevole e non ha fatto nemmeno una domanda all'attore: Grossa soddisfazione, invece, per i due minuti e mezzo di interpretazione in diretta di Andrea Castelli, magistrale come sempre.