Notizia di un suicidio: quando il giornalismo passa il segno



C’è nella divulgazione di notizie tragiche e scabrose – come ad esempio quella di un suicidio – un subdolo intento morboso, che si richiama a qualcosa di ancestrale. Un istinto animale che porta a godere del male altrui. Ci fa stare meglio, cioè, constatare quanto gli altri stiano peggio, a volte molto peggio di noi. È così che si spiegano certe audience legate ad eventi catastrofici, come ad esempio il recente terremoto abruzzese. Tuttavia, per fortuna, l’uomo non è un ameba né un batterio né un parassita. E da queste ultime forme di vita, lo distingue il fatto di essere un animale culturale, ove il termine “cultura” è inteso nell’accezione latina di “coltivare”. Cosa “coltiva” dunque l’uomo? Il sapere, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume: tutte attività che hanno come prerogativa l’appartenenza dell’uomo ad una società civile. Leggi tutto...

Intervista su "Via Cialdini"

Pino Loperfido, giornalista, scrittore e attento osservatore del mondo che lo circonda con le parole fissate sulle pagine bianche ci trasmette i sentimenti e le problematiche sociali . Il suo ultimo romanzo “ Teroldego” e lo specchio di una gioventù che, purtroppo, sempre di più trova rifugio nell’alcool .



Per questa gioventù non c’è più speranza?
Guai a non lasciare sempre aperta la porta della speranza. Intanto bisogna pungolare, mettere in evidenza le cose che non vanno, farle notare a chi è preposto ai compiti educativi: la famiglia, gli insegnanti, la chiesa e – perché no? – i datori di lavoro. È importante per noi adulti non ababndonarci al qualunquismo e lasciarci guidare dalla coscienza civile che è dentro di noi. Domandarci ogni giorno: “Quale mondo vogliamo lasciare ai nostri figli?” In rapporto alla risposta, comportarci di conseguenza. Leggi tutto...

Facciamola noi una festa per Dewis



E se gliela organizzassimo noi una bella festa al giovane Dewis? Ma non una festa qualsiasi, bensì la più indimenticabile e bella che ti possa capitare nella vita. Una di quelle occasioni che poi ricorderai con piacere e commozione per tutto il resto della tua esistenza. Altro che raduno dei coscritti con la solita noiosissima bevuta e i patetici quattro salti in discoteca.
Viene davvero voglia di rimboccarsi le maniche e cominciare ad attaccare i festoni al muro leggendo la storia di Dewis Borghesi, il diciottenne della Val di Non affetto da Sindrome di Down che non ha ancora ricevuto l’invito per la programmata festa dei coscritti del suo paese. Per il momento. Quell’ “ancòra”, infatti, ce lo mettiamo perché vogliamo credere che un intoppo di qualche tipo abbia impedito agli organizzatori di recapitare il biglietto a casa Borghesi. Magari è sfilato accidentalmente via dal mucchio degli inviti, oppure una folata di vento l’ha portato via con sé. Può succedere. Si può credere anche alle ipotesi più fantascientifiche (l’inchiostro è svanito nel nulla, la cellulosa della carta si è autodistrutta per via di una complessa reazione chimica, un topolino goloso se l’è mangiato nella bussola, ecc.), ma non che gli altri coscritti volutamente abbiano evitato di invitare Dewis. No. Una cosa così è difficile da credere. Leggi tutto...

La sbronza dell'Economia

Lo scorso anno la sorpresa era scontata. Non poteva essere altrimenti. La prima edizione del festival dell’Economia di Trento aveva lasciato a bocca aperta per il successo ottenuto. Fino ad allora le strade della città erano state viste piene di turisti, naioni in libera uscita, girini in partenza per la canonica tappa alpina. Ma una folla di uomini e donne andati di testa per l’Economia (quella cosa che normalmente a scuola ci fa ribrezzo), disposte a fare file autostradali per poter sentire dal vivo i santoni del libero mercato e dell’organizzazione sociale del mondo ancora non s’era veduta. Passi per il primo anno, quindi. Ma il successo del 2007, conferma con gli interessi di quello del 2006, oltre a sorprendere – è inutile negarlo – ci ha spaventato anche un po’. L’euforia popolare amplificata dall’usuale, folcloristica, cassa di risonanza mediatica ha raggiunto apici che non possono non indurre l’uomo avveduto a fare un piccolo sforzo e riflettere almeno un poco. Leggi tutto...

Ciao, Pippo



Ora che Pippo Mazzeo se n’è andato, chi in Trentino ama la cultura e, per lavoro o per passione, la promuove non può non sentirsi un po’ più solo. E non è retorica, ma la semplice constatazione di un fatto. Prima di tutto perché Mazzeo non era solo un appassionato che organizza eventi tentando freddamente di fare quadrare i bilanci, ma era soprattutto un uomo che amava l’arte, per l’arte viveva e nell’arte aveva completamente immerso la propria esistenza. La sua semplicità e la sua modestia erano spesso disarmanti. La sua ambizione più grande era che l’arte trionfasse comunque, anche a scapito dei propri interessi. Così, ad esempio, più che riportare a Trento buoni cantanti, gli dava soddisfazione il dovervi rinunciare perché ad un certo punto essi avevano “fatto carriera” erano divenuti troppo impegnativi per il modesto budget di cui disponeva. E chi lo conosceva sa bene di quanto lui gioisse e fosse orgoglioso dei successi dei “suoi” artisti nel mondo. Il suo rapporto con loro era prima di tutto umano, fatto di parole e gesti dettati dal cuore e dalla grande passione comune per la musica. La sua non era una cultura fatta di uffici stampa, bilanci e di velleitarie assemblee programmatiche, ma di semplice condivisione dell’arte, incontro di intenti avente come finalità ultima la fruizione del pubblico e, per quanto possibile, una sua educazione alla bellezza.
Quando tentava di trasmetterti una sua idea, poi, Pippo era un vero e proprio spettacolo. Un fiume in piena che da un momento all’altro può rompere gli argini. Voleva dirti tutto e subito, si crucciava del fatto che noi poveri esseri umani fossimo costretti ad usare le parole per comunicare, quando sarebbero potuti bastare un paio di sguardi eloquenti. La passione trascendeva la sua essenza umana e ne metteva a nudo la debolezza, l’insignificanza di fronte alla maestosità dell’arte. Così, poco tempo fa, quando mi chiese un nuovo lavoro per i suoi amati “Concerti della domenica”… Si era “innamorato” di un documentario, “Mi ricordo, sì io mi ricordo”, dove un Marcello Mastroianni oramai minato dal male, parla a ruota libera della sua vita e della sua carriera. Pippo non lo diceva, ma si capiva che si era immedesimato in quella figura sofferente che ha tante cose da raccontare, e si rende conto di avere ormai poco tempo a disposizione. “Ecco, vedi”, mi diceva “a me piacerebbe un testo così. Sul ricordo”. E certamente pensava alla sua vita, a ciò che di bello aveva fatto per la cultura della propria città, della propria provincia in tutti quegli anni. Aveva come il bisogno – una necessità quasi fisica – di mettere per iscritto il lavoro fatto, perché non corresse il rischio di perdersi nel mare inflazionato di manifestazioni, sagre, festival, rassegne che animano, spesso in maniera disordinata e infruttuosa, le nostre città.
La sua preoccupazione era tutta per il dopo, per il futuro di quella splendida avventura artistica da lui iniziata tanti anni prima. Aveva paura che senza di lui non se ne sarebbe fatto più nulla. Sin da quel giorno – anni fa – in cui mi annunciò, con quella sua dolce ironia, di avere un “ospite” poco gradito addosso. Ecco allora, che questo piccolo ricordo vuole essere, in chiusura, un grido d’allarme e un accorato appello a quelle Istituzioni che per tanti anni con Pippo Mazzeo hanno collaborato attivamente. Facciamo in modo che quanto seminato da quell’uomo illuminato non vada perduto. “I Concerti della Domenica” e “Musica nei Castelli” sono oramai diventati un punto di riferimento preciso e irrinunciabile per migliaia di appassionati. Sarebbe un delitto se essi, venuto meno il loro vero e unico motore propulsore, divenissero improvvisamente una cosa del passato, un bel periodo della nostra storia culturale da ricordare con nostalgia. L’auspicio è anzi che tali manifestazioni vengano rilanciate e su di esse si investano risorse con sempre maggiore convinzione. Per non deludere le attese di tanti affezionati spettatori, per non gettare alle ortiche un grandissimo valore aggiunto, ma soprattutto per onorare in maniera definitiva e costruttiva la memoria del loro ideatore.

"Trentino" del 31 ottobre 2006

L'orrore di Beslan



E' sopportabile che qualcuno ti rapisca in Iraq e faccia richieste dementi. E' sopportabile vedere una decapitazione in diretta su Internet. E' sopportabile che crollino le Twin Towers con migliaia di persone dentro. Ma che si sequestrino centinaia di bambini, li si privi di acqua e viveri, li si lasci morire di paura lontano da mamma e papà e poi, li si costringa a morire, no. Non è sopportabile. Non è tollerabile. Il mio piccolo cervello non ce la fa a contenere l'orrore, non lo regge lo strazio di quelle madri ululanti, come lupi assetati di vendetta. Eppure lo faccio. Lo guardo in faccia il male. Gli parlo. Gli dico cosa penso di lui. Perché è questo il punto: la vendetta. Perché non me ne frega niente che i russi sterminano il tuo popolo, non me ne sbatte delle tue richieste, non so chi siano i guerriglieri di cui chiedi la liberazione (che se sono come te, donna in nero seminatrice di morte, allora non meritano la libertà, non solo, non meritano di vivere). So solo una cosa. Qualunque sia la motivazione che ti spinge, mio caro, i bambini li lasci stare. Perdio, i bambini no, uomo senza palle. E' con noi, con i grandi che te la devi prendere, non con quegli innocenti. Loro non sanno nulla della Cecenia, di Bin Laden, dei dollari di chi ti finanzia. Hai rimostranze? Hai una guerra da combattere? Beh, allora fallo! Usa pure la tua vigliacca strategia fatta di bombe nascoste, mi va bene perfino questo. Ma prenditela con i tuoi pari, con chi se può te ne assesta uno di quelli giusti. Ma se torci anche un capello ad uno di quei bimbi, allora non meriti nulla, e le tue richieste sono già diventate vento per le mie orecchie. Non esiste perdono per quelli come te. La vita che ti era stata donata e che ora, per fortuna, ti è stata tolta, era un gioiello, una macchina perfetta per andare lontano e tu l'hai trasformata in una perla caduta nel recinto dei maiali.
p.l.

Impressioni da una biblioteca



Quello che penso, entrando in questo posto fuori dal tempo, è che rischierei volentieri la galera per portarmi a casa un libro, un libricino solo, il più piccolo. Portarmi via, come una gazza ladra, un pezzo di questa cosa incredibile, di questo museo dell'aria, una scheggia della meraviglia per non poterla dimenticare mai più. Entrandovi devo impegnarmi a rimanere un uomo, un turista in cerca di emozioni, devo bilanciare bene il peso del corpo per non cadere, per non essere soggiogato dalla sorpresa, dall'inaspettato splendore. Vorrei abbracciarli questi libri, mangiarli, ma è un desiderio assurdo, dettato dal pensiero drogato; allora appoggio l'orecchio agli scaffali. I libri non si possono toccare, d'accordo... ma così riesco a sentirli... Ecco. Quel mormorio... Un'infinità di parole, suoni, sillabe che formano la storia del tempo, del mondo, il respiro della vita, il cuore degli uomini di ogni epoca. E intanto ho il gelo addosso, sento un freddo misterioso mentre me ne sto lì, a bocca aperta come un deficiente, un uomo piccolo che solo in quell'istante, messo a nudo dal tesoro di carta, si rende conto di essere un puntino nell'immensità della storia.
Dublino, Trinity College Library - Venerdì, 7 novembre 2003

3 febbraio 1998 - 3 febbraio 2003



Penso che sono passati cinque anni da quel pomeriggio e la gente segue il vento. Poche righe sui giornali, comunicati stampa di pura pietà, tanto per mettersi a posto la coscienza. Penso al piccolo Philip che quest'anno avrebbe raggiunto la maggiore età, avrebbe preso la patente... Penso che fa tanto freddo. Dentro. Penso a tutto questo e guardo la gente. Che segue il vento. Sì, perché la mia paura è che abbiano proprio ragione gli scettici, quelli che in questi due anni non mi hanno detto altro: "E' tutto inutile... Dimenticheranno..." Già. E' facile commuoversi a un funerale, più difficile farlo cinque anni dopo. E più guardo le persone, più aumenta la consapevolezza in me di quanto egoismo ci sia, di quanta voglia di seguire le mode. Proprio così. Si corre dietro alla moda. E dietro alla Tv. Al di là di questi due nuovi padroni del mondo non vedo nulla. Avevi ragione, caro scettico, la gente dimentica le cose, i morti, le sciagure... li dimentica quando sono passati di moda; e il dolore torna ad essere un fatto privato, torna a rinchiudersi tra le quattro mura dei parenti che hanno perso figli, padri, nipoti... Adesso va di moda la pace. No, non quella, non quello stato di coscienza e di convivenza che non esiste. Mi riferisco a quelle curiose bandiere che sempre più spesso si vedono appese alle finestre. Eccola, la nuova moda: bandiere in technicolor che garriscono di presunzione, che sembrano dire ai passanti: "Oh! guerrafondai che non siete altro!" Che sciocchezza... Tutti siamo per la pace. Chi non lo è? Ed è un peccato che la pace, quella vera, non esista. Insomma. Sono passati cinque anni; penso a tutto il lavoro fatto e mi domando sempre di più se non sia stato tutto inutile. E fa freddo. Dentro. p.l.