Quella sana voglia di andare via

“Vede, quando si arriva ad una certa età. E voltandosi si può vedere tutta la propria vita alle spalle. È strano… Ma viene come la voglia di scappare. Un’irresistibile desiderio di andarsene, non si sa da chi o verso cosa, che ti fa muovere le gambe sotto al tavolo e roteare le punte dei piedi in preda ad un inconsulto formicolio.” Mentre diceva ciò, il vecchio continuava a controllare la caldaia della pipa e con gli occhi si era davvero messo alla ricerca di possibili vie di fuga – una finestra semiaperta, il poggiolo sul cortile, la cuccia del cane –, come se da un momento all’altro avesse dovuto mettersi a correre, iniziare la corsa che lo portasse finalmente lontano dall’idea brutta della morte. Come quando ti trovi in un posto da troppo tempo e l’aria si è fatta pesante, irrespirabile quasi, e di ogni cosa senti di averne avuto abbastanza. L’unica cosa che ti interessa a quel punto è uscire, non importa per incontrare chi o vedere cosa. Uscire e basta. Cambiare registro alla musica monotona e un po’ stonata che da troppo tempo senti nelle orecchie. Leggi tutto...

Il ladro che rubava la solitudine

Magari ci passi davanti dieci volte al giorno e non pensi nemmeno un minuto alla babele di speranze che corre lungo quegli asettici corridoi, negli ascensori, sotto ai letti, nei vassoi di plastica in cui servono pranzo e cena. Una costruzione come un'altra. Magari qualche finestra e qualche piano in più, ma è l'aria birbona e strafottente che distingue un ospedale dal resto di un città. L'aria di chi sta aspettando ed ha tutto il tempo per farlo. E la cosa inquietante è che la persona che l'ospedale sta aspettando sei tu, il tuo vicino di casa, il sindaco, la portinaia di tua cognata. Tutti. Come un destino. Ma la gente, si sa, fa volentieri a meno di pensare al proprio destino, ché certi pensieri sono troppo ingombranti, o forse mettono solo troppa paura. Leggi tutto...

L'hai voluta la bicicletta?

Di certi impegni non si può mai dire che li si potranno onorare al cento per cento. Già, perché in agguato può sempre esserci un accidente oppure l’imprevedibilità di un folletto incazzato che come niente ti fa perdere la tramontana. Possono frammettersi ostacoli tra te e il tuo obiettivo, contrattempi che rischiano di compromettere il normale svolgimento della giornata. Guasti, scioperi selvaggi, domeniche ecologiche, virus intestinali, l’invasione delle cavallette: quando ha visto quel tizio in divisa nello specchietto retrovisore, che si agitava e con ampi e plateali gesti con le mani la invitava ad accostare e quindi a fermare l’auto, la Bice ha pensato a tutto, proprio a tutto, meno ciò che in realtà stava per accadere su quella tortuosa strada provinciale. Leggi tutto...

Il successo logora chi non ce l'ha

All’operaio che fa la catena di montaggio e guadagna poco più di mille euro al mese, che sa già benissimo di quanto misera sarà la pensione che percepirà appena avrà smesso di lavorare, rotto dentro e fuori, logorato come una machina che ha eseguito il suo compito ed ora è pronta per essere sosituita da un nuovo modello più tecnologico e veloce; a costui, a questo signore oscuro che con la sua piccola e in fondo insignificante gestualità fa fare i soldi veri agli azionisti e ai grandi gruppi che controllano la sua azienda, una roba del genere non gli sarebbe mai passata per la mente. Invece a Gabriella certi progetti le attizzano la fantasia e le fanno fare quasi sempre sogni ad occhi aperti grandi così. Sogni, appunto. A meno che un giorno fortunato non ti faccia fotografare sulle ginocchia di un uomo ricchissimo e famosissimo, oltre che spiritosissimo, nessuno ti si presenterà mai davanti con un microfono in mano e domandarti di te e della tua vita, se preferisci il gelato al cioccolato o la zuppa inglese e che ci facevi in casa di quell’uomo ricchissimo, famosissimo, ecc. Leggi tutto...

Quando guarire non è permesso

Possono pure dedicargli una canzone a Sanremo, mettere per un giorno a tema la malattia mentale e discuterne fino a farsela uscire dalle orecchie, fargli promesse di circostanza della serie “Vedrai che adesso le cose cambieranno”, “da oggi quelli come te saranno meno soli”, ma quello che Agostino ha provato rimane qualcosa di indecifrabile, indefinibile, oscuro che è quasi impossibile spiegare e, soprattutto, capire. Certe malattie le riconosci dai segni, dalle macchie sulla pelle, dalle cicatrici. Ma certe altre sono più subdole, si nascondono come animali predatori e ti fanno svoltare l’angolo del discernimento, giusto di fronte a piazza della Follia.
Agostino è quella che si dice una persona iperattiva. Le sue energie non ama risparmiarsele. Ed è stato sempre così, fin dai tempi della scuola. Le lauree conseguite nei più prestigiosi atenei del paese sono adesso appese al muro e lo guardano dall’alto, come un passato che chieda conto al presente dei cambiamenti avvenuti. Perché è accaduto ad un certo punto che la mente di Agostino se n’è andata da un’altra parte. Così. Senza preavviso. Una mattina di giugno che pioveva che dio la mandava, ha fatto per scendere le scale e davanti alla rampa, prima di scendere il primo gradino, Agostino ha cominciato ad interrogarsi, ché non riconosceva più l’utilità di quelle assi di legno messe una accanto all’altra, proprio sotto al passamano. A cosa servono? E cosa ci sto facendo io qui? Come se anziché di semplici scale si trattasse di un astruso programma per la gestione di una centrale nucleare o del pannello dei comandi di un aereo supersonico.
Improvvisamente, nella vita di quest’uomo, è come se ogni cosa avesse mutato la propria destinazione d’uso. Il mestolo non serve più per girare la minestra, dal rubinetto non fuoriesce più l’acqua e le lancette dell’orologio in quale senso girano? La fiamma che salta su dall’accendino, poi, Agostino la osserva per ore, ma proprio non arriva ad afferrarne l’utilità.
Una malattia che non si vede, che non mostra sintomi se non quell’eccessiva attenzione per aspetti della quotidianità solitamente meno importanti di uno starnuto. E poi la rabbia per non poter mostrare a nessuno l’evidenza del male. Non poter urlare “guardi qui che pustole!” oppure “visto che c’ho quaranta di febbre?!” D’ora in poi, chiunque ascolterà Agostino sarà costretto a fidarsi delle sue parole, delle incerte descrizioni che gli usciranno di bocca.
Così la vita diventa d’incanto un pellegrinaggio da un ospedale all’altro, da un luminare all’altro, a contatto di gomito con quelli che “sono come te” eppure non ti assomigliano nemmeno un po’. Ed in mezzo ci stanno tutte quelle pilloline colorate che fanno tanto smarties, ma sono amare come una sconfitta. Ed in effetti Agostino ha sventolato già da un po’ la sua bandiera bianca. Infatti accetta di farsi curare e, mese dopo mese, le cose sembrano migliorare. Nel buio in cui era piombata la sua mente, lentamente, si aprono piccoli spiragli di speranza che invitano a sperare in un futuro normale. E poi anche lo Stato assitenziale ha fatto la sua parte. Lo ha curato, rimesso in carreggiata e gli ha pure assegnato una pensione di invalidità.
Agostino sorride, però. Dice che con quei soldi lui al massimo si fa un pugno di visite dallo specialista. In compenso, arrivati a questo punto, un lavoro vero non te lo dà più nessuno. Nemmeno se dalla malattia ci stai uscendo e ti senti rinascere per quanto stai bene. La fregatura di questi malanni della fantasia sono soprattutto le chiacchiere della gente, le etichette che la massa ti attacca addosso nemmeno fossi una chiquita. Perché secondo loro certe malattie possono solo aggravarsi. Insomma, una volta dentro non ne esci più.
Ed invece Agostino si tuffa nella vita, lo dimostra con i fatti che la vera fregatura sta nella falsità dei pregiudizi umani e legislativi, della miriade di microscopici giudizi sommari che i nostri simili distribuiscono a destra e a manca ogni santo giorno. Ma è tutto inutile. Per la Legge se sei matto lo sei per sempre. Devi accontentarti della pensione di invalidità, di qualche lavoretto per diversamente abili e del facile e furbesco ritornello con cui quel cantante miope ha vinto il Festival di Sanremo.

("Trentino" del 2 aprile 2007)

Bugie con i tacchi a spillo

C’è in ognuno l’oscura convinzione che basti riempirsi la vita per allontanare i brutti pensieri. Ma la vita non è un bicchiere, piuttosto è un colapasta, è un recipiente bucato che fa fatica a trattenere qualsiasi cosa. Così può capitare che uno viaggi molto, abbia l’agenda piena di appuntamenti, conosca migliaia di persone e quando, ad un certo punto, pensa di averne avuto abbastanza di ogni cosa, di essere arrivato, di aver concluso la navigazione verso i mari della soddisfazione e della serenità si accorge che ogni gesto fatto, ogni parola detta, ogni posto visitato, ogni persona conosciuta fino a quel momento non sono per niente quel che stava cercando.
Eppure Augusto stavolta è sicuro di aver trovato la “soluzione”. Ciò che ha incontrato gli consentirà finalmente di non dover più correre come un pazzo alla ricerca di un buon motivo per poter vivere sereno, di un grimaldello per scardinare l’angoscia dell’esistere. Almeno così crede.
Il fatto è che quando uno si innamora (e per fortuna capita poche volte nella vita) diventa una specie di deficiente, un invalido, un reduce di guerra perché il cervello comincia a girare a vuoto… come un motore imballato perché il conducente ha sbagliato marcia e pretende di fare i cento con la seconda marcia inserita. E chissà perché, quando un uomo o una donna si ritrovano in quello stato di rimbambimento l’ultima cosa che vanno a domandarsi è se il partner provi le medesime sensazioni o meno. Come se una risposta affermativa a tale dubbio fosse scontata.
Sì, perché a guardare quella donna bionda tutto si andrebbe a pensare meno che è innamorata dell’Augusto. Tutta presa dal suo lavoro, piena di scartoffie, sempre attaccata a quel telefono come una donna in carriera che di cosuccie come i sentimenti proprio non sa che farsene. Delle volte ci sarebbe davvero da domandarsi come fa Nostro Signore a farli e dopo ad accoppiarli a quel modo. Tanto diversi e complementari sotto più punti di vista. Lui di media estrazione sociale, operaio, abitudinario. Lei, a quanto pare, di alta estrazione sociale, industriale, abituata a zompettare da questo a quell’altro salotto mondano sui suoi tacchi a spillo. Intanto, però, stasera è ad Augusto che tocca pagare la costosa cena consumata in uno dei migliori ristoranti della città, ché la sua bella ha dimenticato a casa le innumerevoli carte di credito. Può capitare, si giustifica l’uomo. Lei è così piena di impegni che a certe questioni materiali proprio non ha il tempo di pensarci. Né quella sera né nei giorni successivi.
Nessun problema, dice Augusto, io la amo. E poi con tutti i soldi che c’ha io potrei pure permettermi di smettere di lavorare.
Intanto, però, deve prestarle nuovamente un gruzzoletto ché lei è alle prese con i soliti problemi di liquidità: sempre così questi industriali, miliardi investiti in titoli e case e nemmeno un euro per comperarsi il giornale.
Fino a che, un brutto giorno per le illusioni di Augusto, egli ha l’avventata idea di cercare la sua bella in azienda, ché al cellulare non risponde. Domanda del direttore e questi non ha la voce sensuale di chi sappiamo, ma il tipico rantolo del “cummenda” tabagista. Ma… Ci dev’essere un errore. Augusto ricontrolla il numero e il nome della ditta, ritelefona, richiede di poter parlare con… ma sa bene che gli errori si commettono sempre quando non si vorrebbe accadessero. Non ha sbagliato numero né ditta. La sua lei è dissolta, andata, svanita assieme a tutte le sue frottole, alla velocità della luce, come una castello di carte travolto da una tempesta. Non era questo, dunque, l’amore che Augusto stava cercando e che sognava di aver trovato; quello che gli avrebbe riempito la vita, allontanando i brutti pensieri. O forse il problema vero è che non esiste nulla che possa colmare il vuoto di certe esistenze. Mai. Nemmeno un paio di tacchi a spillo coi capelli biondi. Nemmeno un amore imbottito di bugie.

("Trentino" del 26 marzo 2007)

Una storia a testa in giù

Ci sono molti modi per riuscire a vivere nel mondo frenetico e caotico dei giorni nostri. Uno è questo: convincere chi ti sta vicino, il maggior numero di persone possibile, ad ascoltare le tue ossessioni e – alla fine – a darti ragione. Forse a prescindere dal posto che occupa la verità, che di solito è unica e, spesso, insondabile.
Se ne vedono di cose strane in giro. E non ci riferiamo certo a qualche eccentrico capo d’abbigliamento o ad una macchina posteggiata in maniera particolarmente ardita, perché le stranezze non sono poi così appariscenti. Bisogna saperle cercare nel marasma quotidiano. Guarda quel tizio, ad esempio. Quello che impavido si aggira nel finale della nostra storia. Una storia bizzarra che se ne sta a testa in giù perché è così che deve stare se la vogliamo raccontare per bene; come un acrobata che cammina sulle mani e raccoglie pochi spiccioli di offerta tra i passanti.
***
Per riuscire a vivere nel mondo frenetico e caotico dei giorni nostri bisogna credere a ciò che si sta guardando, anche se la mente ti si è messa in ginocchio e ti sta scongiurando di non prestare fede a certe scene assurde.
Nemmeno nella città più disincantata del mondo, un uomo che va in giro regalando banconote al primo che capita può passare inosservato. Guardalo lì, Mirko, come è contento mentre zompetta per le strade del paesone tra i monti. Venti euro al signore col cappello, cinquanta alla signorina con la ventiquattrore, cento – addirittura – al pensionato con la borsa della spesa. Tutti accettano volentieri, nessuno trova niente da ridire in un’azione tanto magnanima. La generosità di certe persone, talvolta, riesce ad educare meglio di scuola, famiglia e Chiesa messe assieme. Guardalo, Mirko, che tenta di guadagnarsi il paradiso con un’azione buona. Stende in piazza la propria ossessione come fosse biancheria mal lavata. Eppure nessuno nel mondo frenetico e caotico pare intenzionato a dargli ragione. Ha l’aria stralunata di un miliardario in vena di filantropia estrema, un po’ come se a Rupert Murdoch desse improvvisamente di volta il cervello e cominciasse a gettare denaro dalla finestra del suo ufficio.
Ma prima di compiacerci con Mirko per il suo altruismo, risaliamo un attimo la storia. Lo so che è lunedì mattina, ma facciamolo lo stesso uno sforzo mentale e dall’epilogo ci spostiamo verso la parte centrale della trama. Immaginiamo così il Nostro alcuni minuti prima delle grandi regalìe. Si sta cazzando cifre da capogiro in negozi e ristoranti del centro. Un’ostentazione di potere economico che ben presto fa serpeggiare alcune domande tra i passanti e tra i lettori. Ma chi è, costui? Donde viene? Ha così tanti soldi da? D’altra parte nella città disincantata, nel paesone che sta tra i monti la generosità è proprio come la maleducazione: non riesce a passare inosservata. I passanti sembrano assorti nei casi loro, eppure in realtà sono piccoli registratori ambulanti che annotano ogni cosa dei propri simili: altri passanti che a loro volta registrano e annotano. Credono di vivere e, in realtà, anno dopo anno, partecipano ad una eterna conferenza stampa in cui c’è nulla da annunciare.
Ma di tutto ciò Mirko se ne frega allegramente. È l’inizio della storia, questo, e d’incanto assomiglia all’inizio di tante altre storie a cui ci ha resi avvezzi la modernità. L’arrivo da un Paese straniero, il difficile adattamento, la complicata ricerca di un lavoro, l’integrazione, l’agognata conquista della fiducia di chi ti sta attorno.
Mentre mette in tasca i soldi delle casse aziendali, qualcosa scatta nella testa di Mirko. Capisce che quei soldi potrebbe tenerseli e allo stesso tempo sente i rimproveri del rimorso. È combattuto, una vela sbattuta dai venti del bene e del male. Certo è che la sua faccia non ha più i tratti rilassati a cui ci eravamo oramai abituati. Profonde rughe adesso gli solcano il viso, come se si portasse dentro una perpetua preoccupazione. Dovrebbe effettuarci dei pagamenti con tutti quegli euro. Per conto dell’azienda, si capisce. Andare in banca, fare i bonifici e fine. Ed invece questo è solo l’inizio. Lo sconsiderato inizio di una storia a testa in giù.

IL FATTO
lI primo di marzo ruba dei soldi al proprio datore di lavoro e poi si ingegna a spenderli e a regalarli ad amici e parenti. Il novello Robin Hood, denunciato per furto, è un bosniaco di 37 anni. In base a quanto verificato dalla polizia, la somma dilapidata ammonterebbe a circa dieci milioni delle vecchie lire.

("Trentino" del 19 marzo 2007)

La prima notte dell'umanità

La domenica sarà pure ecologica, ma alla stazione di servizio il lavoro non manca mai. Un’occhiata al livello dell’olio, un’altra a quello dell’acqua, una pulitina al parabrezza e poi benzina, tanta benzina da inquinarci un pianeta intero. Per fortuna è quasi ora di chiusura. Le auto sono case ambulanti che non temono i terremoti, né le mazzate dell’Ici e poi le metti dove vuoi. Ammesso che trovi parcheggio. A dire il vero, Cristina un parcheggio se l’è preso e basta. Sono quasi venti minuti che il suo catorcio rosso è fermo sotto la pensilina con il motore acceso. Che ci fa lì, adesso, che la stazione di servizio è chiusa ormai; il cartello “Self Service” ammonisce gli automobilisti sul fatto che devono arrangiarsi con la pompa e tutto il resto.
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Scende la notte e per Cristina è come se si trattasse della prima notte dell’umanità. Guarda la sua bambina legata malamente sul seggiolino e ha paura, la stessa paura che probabilmente provarono i nostri progenitori il giorno in cui videro il sole sparire e mica lo potevano sapere che sarebbe tornato il mattino dopo. Intanto il motore continua a girare, come una preghiera sciancata, e grazie ad un semplice sistema di ventole e resistenze regala un po’ del suo calore alle due abitatrici del veicolo. La notte è fredda, fredda davvero. E sarebbe un guaio se quel motore si fermasse.
La bimba, intanto, si è assopita. Per lei, si capisce, è tutto una specie di gioco: restare chiuse tutta la notte in auto come sardine… cosa potrebbe essere se non un incomprensibile gioco? Ma la bimba è troppo piccola per fare domande. Cristina guarda fisso davanti a sé, il suo sguardo prova a bucare la notte e trovare le risposte che sta cercando. L’uomo da cui forse sta scappando, i debiti che forse sta tentando di lasciarsi alle spalle oppure la vita che non è certo quella sognata: tutte le ragioni di quel gesto tanto incomprensibile danzano nella testa di Cristina, che adesso prova a far ripartire quel motore maledetto. Ma non c’è niente da fare. Il serbatoio è vuoto, il portafogli pure. Si resta così, all’adiaccio, in un’auto rossa, in un angolo di mondo che confina col benessere, ma che dal benessere non attinge nulla, nemmeno il profumo.
***
L’alba livida trova ad attenderla un’auto con i vetri appannati. Dentro due donne, o meglio, una donna e un cucciolo di donna ranicchiate all’interno di un auto, immerse in un sonno disperato, nel piazzale di una stazione di servizio. Il lunedì si presenta con una teoria di veicoli che si ferma a far benzina, a pochi metri da Cristina e da sua figlia che ora piange disperata, domanda aiuto in quella sua lingua imberbe e incomprensibile che solo le persone di buon cuore riescono a capire. Il benzinaio, ad esempio, per il quale una scena simile costituisce condizione necessaria e sufficiente affinché vengano chiamati i soccorsi a far ragionare Cristina, a consolarla, a ridare calore al suo cuore freddo, a porre fine alla pantomima e chiudere una buona volta quel rosso “refugium peccatorum” a quattro ruote motrici. È stata una domenica infame. Ecologica, ma infame. Ora è lunedì, infame pure questo.

IL FATTO
È la mattina di martedì 10 gennaio 2006, quando il titolare del distributore Total, situato lungo la Statale Valsugana, in loc. Limena, nota qualcosa di strano in un’auto parcheggiata nella sua area di servizio: una bambina piange disperatamente per il freddo e la fame. La madre, una trentenne residente a Trento, le ha fatto trascorrere tutta la notte in macchina. Vengono allertati i carabinieri per le indagini del caso, ma la donna morirà qualche giorno dopo in tragiche circostanze.

("Trentino" del 12 marzo 2007)