Un Trentino da “1984”

di Irene Maggiorini (QuestoTrentino)

Stuzzicati dalla vittoria del Premio Nazionale “Maria Pina Natale” di Messina, abbiamo ripreso un libro di qualche tempo fa: “Le meccaniche dell’infelicità” di Pino Loperfido, che dopo ben due anni continua a mantenere un discreto successo.

Già dalla prima delle sette giornate in cui è composto il libro si intuisce che Giacomo Andreatti non riesce a vivere nella società che lo circonda: un uomo che accetta senza remora il disinteresse affettivo della propria famiglia, imprigionato tra la professione priva di stimoli (medico della mutua) e l’aspirazione di scrittore, che ha lasciato si affievolisse tra la noia e il discredito di se stesso. Nel momento in cui il fratello Giorgio lo invita a tornare a Trento per la morte del padre, tutte le sue latenti ansie e timori esistenziali sembrano prendere vita. Leggi tutto...

Puccinipersempre su Raitre

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Su Alpinia.net

Recensione apparsa su www.alpinia.net, sito specializzato in editoria di montagna
" 'Sti venti disgraziati erano lì nella cabina, tranquilli, sorridenti. Hanno sentito un rumore, un rombo selvaggio. Qualcuno deve anche avere alzato gli occhi verso l'alto, forse ha appena fatto in tempo a intravvedere la sagoma del predatore. Poi una botta tremenda, tutti che sbattono a destra e a sinistra, urlano si agitano disperati. E, infine, l'ultimo pezzo di corsa: la caduta.." . Ecco alcune frasi tremende tratte da Ciò che non si può dire, il racconto del Cermis, un avvenimento del 1998 che ha suscitato tanti sentimenti: dolore per le venti vittime innocenti, rabbia per gli insabbiamenti e i tentativi di depistaggio, sgomento per la mancata punizione dei colpevoli. Vajont, Ustica, Cermis sono alcuni nomi tristemente famosi per avvenimenti dolosi che sono rimasti senza colpevoli, senza motivazioni, ma con la certezza del dolore e del lutto che ha colpito tante famiglie; chi scrive libri su argomenti così delicati, che appartengono al cosiddetto segreto di stato deve affrontare difficoltà di ogni genere, minacce aperte o indotte, emarginazioni e lo stesso coraggio viene richiesto a chi ne pubblica i contenuti. Lo stile è quello del monologo teatrale: il manovratore della cabina che saliva, salvatosi miracolosamente, narra la storia di questo impianto sfortunato e tragico, a partire dal 9 Marzo 1976, nel quale fu testimone del primo disastro del Cermis: la funivia cadde per un guasto tecnico e fu un'altra tragedia... In modo semplice e terribile si snodano i fatti: i ricordi del primo avvenimento, i presentimenti di quel giorno, l'incidente, il dolore, le menzogne, gli insabbiamenti e infine il turpe scambio tra i governi americano e italiano, a fronte di un maxi risarcimento e soprattutto del rimpatrio di una terrorista condannata per concorso in assassinio e detenuta in USA, i piloti furono assolti da quella che fu forse la conseguenza della scommessa di alcune bottiglie di birra... venti vite umane per una bevuta... A volte troviamo libri che si leggono tutti d'un fiato, che affascinano, questo non è di quelli: è ruvido come la carta vetrata, ferisce, fa provare fastidio e dolore, anche per questo l'autore Pino Loperfido deve essere apprezzato e ammirato, perchè ha saputo descrivere senza veli nè ipocrisie una tragedia dell'ipocrisia... © Filippo Zolezzi

Su Questotrentino

Presentazione dello spettacolo, a cura Stefano Scardicchia. Da Questotrentino del 15 gennaio 2003.

Si avvicina il 3 febbraio, una data che in Trentino ha ormai da cinque anni un sapore amaro. Forse non tutti ricordano quando è successo esattamente, che proprio allora un Prowler americano tranciò i cavi di una funivia, trasformando il Cermis in un luogo di massacro, in un caso internazionale (archiviato). Pochi secondi di terrore che dopo qualche tempo divennero un libro e uno spettacolo. Bisognava raccontare “ciò che non si può dire”, senza retorica, senza le solite passerelle dei politici affranti, arrabbiati o sul piede di guerra. A parlare sarà un sopravvissuto, il manovratore che ha visto “l’incidente” mentre era sospeso sulla cabina di fronte. Sentiremo di nuovo le sue parole, come l’anno scorso all’Auditorium. Peccato che stavolta dovremo accontentarci dello spazio ben più limitato dello Sperimentale… Ma il sugo non cambia. Il mito dell’America, di Paul Newman, andrà a braccetto con le basi militari, metterà a nudo le contraddizioni di un paese, l’Italia, che quando sogna si lascia conquistare dai suoi sogni. In nome del Turismo distrugge la natura e in nome di un Patto rinnega la sua sovranità territoriale. Costruire al Cermis o ad Aviano non è la stessa cosa, eppure esiste un filo rosso che lega i destini di entrambi. Se avete già visto lo spettacolo, rivedetelo; e se non avete ancora letto il libro, leggetelo, perché lì troverete più domande, più dubbi, più risposte. Sulla carta di solito si osa un po’ di più. Crediamo, comunque, che quello con Loperfido e Castelli diverrà un appuntamento fisso nei teatri del Trentino. E sempre allo scoccare del fatidico 3 febbraio. Non sarà, però, una “commemorazione”, una trafila di frasi fatte. Sarà invece un’esperienza in grado di graffiarci, farci ridere e piangere, restare impietriti come gli alberi. Ma gli alberi non dimenticano, segnano tutto nei loro tronchi. Noi, forse, dovremmo solo imparare a uralre più di loro.

Su "Il Piccolo" di Trieste

La terribile sciagura della funivia del Trentino nel racconto di Pino Loperfido con Andrea Castelli

Cermis, ciò che non si è potuto dire
L’autore: «L’imbecillità degli esseri umani non ha né sesso né patria»


PORDENONE «La terribile sciagura che ha portato alla morte di venti persone in seguito al violento impatto tra l'aereo statunitense EA-6B Prowler ed i cavi della funivia del Cermis, è stata causata dalla sistematica violazione, da parte dell'equipaggio dell'aereo, delle regole di volo a cui era vincolata quella missione di addestramento (...). Si deve osservare come i componenti del volo incriminato, assumendo un comportamento indisciplinato, abbiano volontariamente manovrato l'aereo in modo aggressivo, volando notevolmente più in basso e più velocemente di quanto consentito». Giusto per chiarire si tratta di un breve stralcio delle conclusioni della commissione d'inchiesta del Parlamento italiano sulla tragedia del Cermis. Lo spettacolo «Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis» andato in scena venerdì sera a Pordenone in prima regionale è altra cosa. Uno spettacolo sulla memoria, la memoria di un evento che più della tragedia porta il segno dell'imbecillità umana. Scritto da un giovane autore milanese - Pino Loperfido - che da tempo vive in Trentino, «Il racconto del Cermis» è stato portato sulla scena dallo Stabile di Bolzano per la regia di Paolo Bonaldi e interpretato da un sensibile attore comico come Andrea Castelli. Una semplice sedia e la sagoma di un aereo disegnato con le luci sono gli unici elementi in scena. Per il resto Castelli ripercorre la storia personale dell'unico superstite, Francesco (Marino Costa), l'altro macchinista che resterà appeso all'altro capo della montagna, impotente e disperato testimone, fino all'arrivo dei soccorsi. È proprio la vicenda personale di Francesco il tema conduttore di questa rappresentazione che, anche se si ispira fortemente al «Racconto del Vajont» di Vacis e Paolini, pone l'accento più sull'aspetto biografico, emotivo, teatrale che non i numeri di quella triste sciagura. Quello che Loperfido ne cava fuori con la complicità di Castelli e la regia di Bonaldi calibrata su un bel gioco di luci è una denuncia della imbecillità umana. Della tragedia gli unici nomi che saltano fuori sono quelli delle venti vittime; non il nome di uno dei quattro piloti o degli alti gradi militari, sia americani che italiani. Perfino silenzio sul nome del ministro che, in forza ai segretissimi accordi bilaterali Stati Uniti-Italia del 1954/55, giustificava allora l'addestramento a bassa quota perché «è inevitabile a causa dell'alta densità di popolazione in Italia». Non un nome, perché Loperfido non è antiamericano, ma consapevole che «l'imbecillità degli esseri umani non ha né sesso né patria». «La vita non insegna niente a quelli che non vogliono ascoltare» recita Castelli nel finale. Ma le conclusioni a cui giunge chi ha avuto la pazienza di ascoltare questa storia poi non così lontana (era il 13 febbraio 1998) sono le stesse a cui giunse la commissione d'inchiesta parlamentare. Anche senza fare i nomi o menzionare le condanne (6 mesi al capitano, radiazione al navigatore e assoluzione agli altri due membri dell'equipaggio). Perché la loro imbecilità li condannera ogni mattina, quando si guarderanno allo specchio. «Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis» andrà in scena da martedì a domenica 26 alla Sala Bartoli del Politeama Rossetti.
Teresa Bobich