Viva l'Italia - Gli anni di Alcide Degasperi
La Nuda Roccia

Proseguono le prove de "La Nuda Roccia - Canto per le Dolomiti", il nuovo spettacolo teatrale di Pino Loperfido, scritto per gli Amici di Parola di Trento. Le musiche sono dell'Associazione di Promozione Sociale Fisarmonìe.
Più che un mero apologo delle Dolomiti, “La Nuda Roccia” le racconta attraverso voce e musica, sul filo delle emozioni e della bellezza. Geologia, storia, alpinismo, amore, morte e sensualità si intrecciano durante l’ora e mezza dell’esibizione.

Puccinipersempre: continuano le prove
Il monologo narra di una fantasiosa (ma non troppo) visita di Giacomo Puccini a Trento, nell’agosto del 1922, e del suo incontro con una misteriosa signora.
Otto le arie previste.
1. Soprano - Oh mio babbino caro (Gianni Schicchi)
2. Tenore - Ch’ella mi creda (La Fanciulla del West)
3. Soprano + Tenore - “O Soave Fanciulla” (La Boheme - atto I)
4. Soprano - Un bel dì vedremo (Madame Butterfly)
5. Soprano - Vissi d’Arte (Tosca)
6. Tenore - Donna non vidi mai (Manon Lescaut)
7. Soprano - Tu che di gel sei cinta (Turandot)
8. Tenore - E lucean le stelle (Tosca) Leggi tutto...
Commozione e applausi in sala


Un pubblico entusiasta e, in alcuni casi, visbilmente commosso, ha accolto trionfalmente lo spettacolo "Viva Rota... Viva Fellini" alla Sala della Filarmonica di Trento. La chiusura de "I Concerti della Domenica" dedicati a Pippo Mazzeo non poteva chiudersi in modo migliore. La bravura di Riccardo Gadotti ben si è accompagnata alla maestria dei quattro musicisti guidati da un ispirato Patrick Trentini. Un racconto che ha trasportato magicamente l'uditorio in un immaginifico bar lungo il mare, in una costiera romagnola d'altri tempi sferzata dal mare in burrasca. La magia della narrazione, per una volta, ci ha fatti trovare a tu per tu con Federico, Nino e Marcello: artisti, geni del tempo andato che, in questa domenica mattina, siamo riusciti a sentire vicini, come fossero amici che non vedevamo da un sacco di tempo.
Viva Rota... Viva Fellini
"Dieci storie davanti ad un mare in burrasca"

Nel presentare “Viva Rota… Viva Fellini”, produzione originale per i Concerti della Domenica, non posso non pensare ancora una volta a Pippo Mazzeo. Soprattutto perché l’idea di svelare la magnifica musica per film di Nino Rota era stata la sua. Gli mancava solo un modo che tecnicamente rendesse possibile esporre la musica senza trascurare il cinema. Io mi sono prodigato affinché ciò risultasse possibile attraverso la mediazione di una forma teatrale.
Come nel “Cuoco di Mozart” predominante è la musica (arrangiata da Patrick Trentini), come nel “Cuoco” accanto alla musica si sviluppa un’idea teatrale (la voce recitante è quella di Riccardo Gadotti). Eppure rispetto al “Cuoco” c’è qualcosa in più, questa volta il progetto originale si spinge più in là, fino a lambire e coste della sperimentazione, coinvolgendo una terza forma d’arte, la cosiddetta fabbrica dei sogni: il cinema.
Allora ecco questo viaggio letterario, ma non troppo, attraverso alcune delle più importanti pagine della filmografia di Federico Fellini musicate dal grande compositore Nino Rota.
"Viva Rota" è un contenitore di storie che si dipanano al crocevia della memoria. Musica, cinema e letteratura si incontrano grazie all'arrivo di un misterioso personaggio in un bar lungo il mare.
Lui in quel posto ci è già stato molto tempo prima. È stato lì che il suo amico Federico gli ha raccontato quelle dieci storie. Dieci intuizioni che sarebbero poi diventate altrettanti capolavori: "Lo sceicco bianco", "I vitelloni", "La strada", "il bidone", "Le notti di cabiria", "La dolce vita", "8 e mezzo", "Amarcord", "Casanova" e "Prova d'orchestra".
Teatro, cinema e musica: il rischio di farne un polpettone c’è sempre quando si osa tanto. Ma non se di mezzo ci sono quei due geniacci di Rota e Fellini, due straordinari artisti che sembrano essere fatti l’uno per l’altro. Rota ha musicato per altri grandissimi registi, ma con Fellini aveva un feeling davvero particolare.
“Viva Rota… Viva Fellini” è un viaggio nella memoria, alla ricerca del bandolo dell’inestricabile matassa dei ricordi, alla ricerca di cari amici che non ci sono più. Un viaggio tra le immagini e le note di film indimenticabili che nel bene o nel male hanno segnato la nostra vita di uomini del secolo scorso, facendo il pieno di benzina alla macchina dei sogni, il cinema, àncora della salvezza per chi proprio non vuole accontentarsi di vivere una vita soltanto.

“Viva Rota... Viva Fellini”
Opera originale di Pino Loperfido
Con Riccardo Gadotti (voce recitante), Patrick Trentini (pianoforte), Giuliana Beberi (sax), Luca Merlini (percussioni e voce), Lorenzo Corbolini (violoncello)
Lunedì 26 febbraio, ore 20.30
Trento, Aula Liceo Prati
Domenica 4 marzo, ore 10.30
Trento, Sala Filarmonica, via Verdi
27 e 28 Luglio ,ore 21
Castel Stenico
Processo al Romanino

Un vero e proprio processo con tanto di avvocati e giudice. Questa l’intelaiatura di “Processo al Romanino”, lo spettacolo da me ideato, scritto e interpretato che verrà presentato al Castello del Buonconsiglio sotto forma di lettura scenica. L’aula di questo immaginario tribunale verrà allestita giovedì 10 agosto, alle ore 21, sotto la Loggia del Romanino. Mi si ritroverò a discutere le tesi della accusa e quelle difensive riguardo a tre aspetti della pittura del celebre pittore bresciano: le disuguaglianze stilistiche, la blasfemia e la rozzezza. Temi che già animarono un celebre dibattito, in occasione dell’ultima mostra del Romanino, 40 anni fa, tenutosi fra gente come Renato Guttuso, Pier Paolo Pasolini e altri intellettuali dell’epoca. È proprio dagli atti di quella discussione che ho preso lo spunto per inscenare il mio “Processo” che, come ogni procedimento che si rispetti, prevede alla fine una sentenza inappellabile, oltre che sorprendente. La serata, che prevede un accompagnamento musicale, si inserisce nel ciclo di manifestazioni collaterali alla mostra sul Romanino, allestita al Castello del Buonconsiglio. (p.l.)
Il Racconto del Cermis - La prima
Una nuova versione di “Ciò che non si può dire”, con Mauro Bandera


Certo l'ultimo sabato di Carnevale non è quello che si dice il giorno adatto per rappresentare la tragedia del Cermis. Nessun problema. Quando si tratta di tener viva la memoria su una tragedia come quella che avvenne il 3 febbraio del 1998 a Cavalese, ogni giorno è quello giusto. Arrivo in teatro sotto una leggera pioggerellina. In teatro c'è molta curiosità per questa nuova versione. Appena si apre il sipario rivedo la scenografia che mi ero immaginato in origine, voglio dire quando ho concepito il testo: un tavolo, delle sedie, una radio e una gigantografia di Paul Newman. Mauro Bandera va subito al cuore dello spettatore affrontando alla grande la scena della prima tragedia, quella del 1976. Sulla sinistra del palco compaiono (in dissolvenza, come in un film) gli altri due attori, Dino Patton e Robert Kerschbaumer, a mimare e ad impersonare i personaggi che via via si presentano nella narrazione. In un paio di occasioni mi scopro commosso, soprattutto per come i tre attori riescono a rendere "trentina" la tragedia, a farla vedere al pubblico dal punto di vista di un trentino vero. Una prestazione, quella della Filodrammatica "La Logeta", che merita senz'altro di essere ripresa in altri teatri trentini, in particolari in quelli della Val di Fiemme. (p.l.)
Un "Cermis" tutto nuovo

Torna in scena “Ciò che non si può dire – Il racconto del Cermis”, lo spettacolo scritto da Pino Loperfido che negli anni passati è stato portato in scena dal Teatro Stabile di Bolzano, nell’interpretazione di Andrea Castelli. Il nuovo allestimento, curato dalla Filodrammatica “La Logeta” di Gardolo, prevede la presenza in scena di tre attori che si alterneranno in questa sorta di orazione civile sul disastro del 3 febbraio 1998 quando, non dimentichiamolo, un aereo della marina U.S.A. tranciò i cavi della funivia del Cermis, causando la morte di venti persone. A recitare la parte principale, quella del manovratore superstite, sarà Mauro Bandera. Ad affiancarlo sulla scena, Dino Patton e Roberta Kerschbaumer, che daranno voce agli altri personaggi della storia. La filodrammatica “la Logeta” di Gardolo vuole, con questa rappresentazione, in occasione del 30° anno di attività, mettere in scena un testo inusuale rispetto al consueto repertorio. Un testo drammatico, rielaborato per l’occasione dall’autore stesso, che vuole ribadire ancora una volta l’assurdità di quella tragedia e l’ancora più assurdo suo epilogo, con l’incredibile assoluzione dei marines responsabili. Teatralmente, pare inevitabile un confronto col monologo recitato da Andrea Castelli nel 2002. “Non vogliamo certo paragonare il nostro spettacolo a quello prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano”, sottolinea Federico Gozzer, il regista dello spettacolo. “Loperfido ci ha fornito una nuova versione, a più voci, che come obiettivo precipuo conserva la voglia di fare memoria su questa triste vicenda che ha ferito il Trentino e l’Italia tutta”. “Ciò che non si può dire – Il racconto del Cermis” sarà in scena al Teatro Comunale di Gardolo sabato 25 febbraio e, in replica, sabato 4 marzo, con inizio alle 20.45.
Il Cast: Mauro Bandera nasce teatralmente nel 1983 con il gruppo di “Gli amici di Serravalle” per poi collaborare con Adriana Zardini nella compagnia “Perché no”, con la compagnia di Martignano “La Baraca”, con l’associazione teatrale Alense, con i “Rusteghi” di Avio e con “La Logeta” di Gardolo. Attualmente è anche regista nella filodrammatica di Aldeno.
Dino Patton è con la filodrammatica “Gig” di Vigo Meano nel 1983 e quindi nel 1993 entra a far parte della filodrammatica “La Logeta” con la quale vince il premio come migliore attore nella commedia “Sen tuti paroni” .
Roberta Kerschbaumer fa parte de “la Logeta” dal 1992, ha interpretato diversi personaggi con molta professionabilità, come Silvia in “Voia de nespole”, Mariella in “Sen tuti paroni”, Chiara in “El silenzio de Angela” e Adriana in “El palaz”. Attualmente fa parte anche del gruppo “I 4 Cantoni”, la branca cabarettistica della filodrammatica “La Logeta”.
Regia: Federico Gozzer nasce con la “Logeta” nel 1976” ed è rimasto il solo dei rifondatori della stessa filodrammatica ancora in attività, fa parte anche lui del gruppo “I 4 Cantoni”. Con il gruppo ha raggiunto la bella cifra di oltre 500 rappresentazioni. È il presidente della filodrammatica da oltre tre anni.
La scenografia e le luci sono curate da Franco Kerschbaumer, le musiche da Tarcisio Mosna.
“Il Cuoco di Mozart”: la prima
La domenica mattina Trento si fa voler bene, senza il traffico e il caos dei giorni lavorativi. Giungo alla sala di Via Verdi verso le dieci e qualcosa e la fila delle persone in coda per il biglietto arriva quasi in strada. Qualche autografo, qualche amabile chiacchiera con i cantanti, le ultime raccomandazioni a Riccardo Gadotti e si parte.

Riccardo Gadotti alias Lorenzo Da Ponte
Grazie alla magia del teatro, Lorenzo Da Ponte in persona si presenta al numerosissimo pubblico trentino e inizia a raccontare la sua incredibile storia. Storia che tutti si bevono come una bevanda gelata sotto il sole di agosto. Gadotti riesce a divertire e a commuovere allo stesso tempo, mostrando sempre di avere il personaggio in pugno, così come il nostro factotum, il buon Pippo Mazzeo, auspicava. Alla fine, gli applausi che sembrano avere davvero poco del rituale, per quanto sono intensi e prolungati. (A proposito, che imbarazzo l’inchino al pubblico assieme a dei veri cantanti d’opera!). Nuova ed appagante questa esperienza con l’opera lirica. Lorenzo Da Ponte è uno di quei personaggi scomodi che la storia spesso produce, lascia agire e poi, attraverso l’invidia e il conformismo della gente, provvede a nascondere nei meandri della dimenticanza. Dalla quale abbiamo provato a strapparlo una volta per tutte.

Trascinato sul palco per gli applausi finali

Giuseppe Mazzeo, Pino Loperfido e Riccardo Gadotti
"La Compagnia dell'Anello"
Cermis e teatro civile

Dopo le 120 repliche totalizzate nelle stagioni 2002-2003 e 2003-2004, nell'ambito del "Progetto teatro Civile", il Teatro Stabile di Bolzano ripropone il monologo tratto dal libro omonimo. Le recite si terranno a BOLZANO, al Nuovo Teatro Comunale (Teatro Studio), da martedì 22 a venerdì 25 marzo 2005 (h. 20.30). Ad interpretare il manovratore superstite della tragedia sarà naturalmente Andrea Castelli, mattatore della passata messa in scena. previste anche alcune matinée riservate alle scuole a Merano, Bressanone e Brunico. "Progetto teatro Civile" vede la partecipazione dei più affermati autori italiani: da Marco Paolini a Pippo Delbono, da Maurizio Donadoni a Ascanio Celestini.
Rassegna stampa
* Il testo trova l’interprete ideale in Andrea Castelli, attore-orchestra che dà il colore di una varia umanità al suo personaggio, ne fa un montanaro semplice e giusto che parla, straziato, a nome della sua valle oltraggiata e delle vittime”. (Ugo Ronfani – Il Giorno)
* Sulla strada delle operazioni civili inaugurata da Marco Paolini, Loperfido ricostruisce l’andamento del terribile incidente, dando voce a un superstite: il conduttore della cabina che viaggiava in senso inverso. Quel che emerge è la crudeltà, l’insensatezza e la prevedibilità di un disastro che si poteva benissimo evitare”. (Ugo Volli – la Repubblica)
* Dal racconto, misto di italiano e dialetto, del manovratore superstite prende vita Il racconto del Cermis di Pino Loperfido, testo vincitore del Premio Bolzano Teatro 2001. Da vedere”. (Claudia Cannella – Il Corriere della Sera)
* Il risultato di questo sforzo di riflessione, prodotto dallo Stabile di Bolzano, è affidato alla sensibile interpretazione di Andrea Castelli”. (Renato Palazzi – delteatro.it)
* Il climax della pièce è magistralmente assecondato dalla regia semplicissima e però capace di coinvolgere gli spettatori e da Castelli che sa mettere in primo piano un uomo dilaniato nel profondo da quanto ha visto e, cercando inutilmente di esorcizzarlo nell’ironia, finisce per rimanere sul labile confine della follia. Spettacolo da non perdere”. (Andrea Pedrinelli – La Padania)
* Si sviluppa così una sorta di flusso di coscienza, fino alla descrizione angosciosa e angosciata di quel pomeriggio da inferno reso con molta partecipazione dall’interprete, Andrea Castelli, non dimentico della lezione attorale di un Marco Paolini o di un Marco Baliani, ma anche di quella più dichiaratamente satirica di un Dario Fo”. (Mario Brandolin – Messaggero Veneto).
"Caro Alcide" in Puglia


Altamura (Ba) - 27 gennaio 2005
Ad Altamura non fanno bene solo il pane, ma pure un sacco di altre cose. La Giornata della Memoria, ad esempio. La vulcanica Preside Bianca Tragni mi ha invitato a celebrare i sessant’anni della Shoah, col mio racconto di “Caro Alcide”. E’ una scelta coraggiosa e intelligente. Perché, come giustamente dice la Tragni, commemorare la Shoah e lo sterminio degli ebrei può – soprattutto nella mente di un giovane liceale – cadere facilmente nella retorica, se non si collega la tragedia di quel popolo con ciò che ne seguì più tardi: la rinascita economica e l’Europa Unita. E chi, più di Degasperi, può ergersi a simbolo di ciò? Lo stesso Degasperi che, dotti denigratori, accusano di un non meglio specificato “antisemitismo” per alcuni suoi scritti giovanili. Se Degasperi era antisemita io sono Indro Montanelli.
Comunque, l’atmosfera nel Liceo “Federico II” è a dir poco elettrica. L’entusiasmo circola per i corridoi e traspare dagli occhi degli studenti che sciamano come api industriose. Leggo con molto interesse l’opuscolo “Intervista a Degasperi” realizzato da alcune classi con l’ausilio del mio libro.
Poi, accompagnato al pianoforte dal bravissimo Edoardo, mi lancio nel racconto davanti ad una platea gremita e vociante. La sfida è conquistare quei ragazzi, avvolgerli nel pathos del ricordo e trasportarli indietro nel tempo. Pur non essendo Montanelli, riesco nell’impresa di ottenere l’attenzione di trecento liceali che non vedono l’ora di andarsene a casa e di tenermela per quasi un’ora.
Alla fine, i ragazzi sembrano diversi. Mentre, incuriositi, fanno domande al sottoscritto, la storia di Degasperi e di cinquant’anni di tragedie gliela si può leggere direttamente negli occhi.
Ad Altamura sanno fare bene un sacco di altre cose, oltre al pane.
"Caro Alcide" a Trento

Mercoledì 15 dicembre - Trento
Biblioteca Comunale, Sala degli Affreschi, ore 17.30
“Caro Alcide, - Storia di un italiano” - IL RACCONTO
con la partecipazione di Bruno Vanzo
"Caro Alcide" ad Isera

Venerdì 26 novembre 2004
Biblioteca Comunale di Isera, ore 20.30.
“Caro Alcide, - Storia di un italiano”
IL RACCONTO
con la partecipazione di Mario Cossali
Info: tel. 0461.362155.
"Caro Alcide" a Bolzano
Giovedì 25 novembre 2004
Bolzano
Centro Trevi, via Cappuccini, 28
ore 20.30
“Caro Alcide, - Storia di un italiano” - IL RACCONTO
Torna il Racconto del Cermis
Rassegna stampa
* Il testo trova l’interprete ideale in Andrea Castelli, attore-orchestra che dà il colore di una varia umanità al suo personaggio, ne fa un montanaro semplice e giusto che parla, straziato, a nome della sua valle oltraggiata e delle vittime”. (Ugo Ronfani – Il Giorno)
* Sulla strada delle operazioni civili inaugurata da Marco Paolini, Loperfido ricostruisce l’andamento del terribile incidente, dando voce a un superstite: il conduttore della cabina che viaggiava in senso inverso. Quel che emerge è la crudeltà, l’insensatezza e la prevedibilità di un disastro che si poteva benissimo evitare”. (Ugo Volli – la Repubblica)
* Dal racconto, misto di italiano e dialetto, del manovratore superstite prende vita Il racconto del Cermis di Pino Loperfido, testo vincitore del Premio Bolzano Teatro 2001. Da vedere”. (Claudia Cannella – Il Corriere della Sera)
* Il risultato di questo sforzo di riflessione, prodotto dallo Stabile di Bolzano, è affidato alla sensibile interpretazione di Andrea Castelli”. (Renato Palazzi – delteatro.it)
* Il climax della pièce è magistralmente assecondato dalla regia semplicissima e però capace di coinvolgere gli spettatori e da Castelli che sa mettere in primo piano un uomo dilaniato nel profondo da quanto ha visto e, cercando inutilmente di esorcizzarlo nell’ironia, finisce per rimanere sul labile confine della follia. Spettacolo da non perdere”. (Andrea Pedrinelli – La Padania)
* Si sviluppa così una sorta di flusso di coscienza, fino alla descrizione angosciosa e angosciata di quel pomeriggio da inferno reso con molta partecipazione dall’interprete, Andrea Castelli, non dimentico della lezione attorale di un Marco Paolini o di un Marco Baliani, ma anche di quella più dichiaratamente satirica di un Dario Fo”. (Mario Brandolin – Messaggero Veneto)
Ancora in scena
Dal sito www.teatro-bolzano.it
A Pordenone scrivono

Stupidità e ingiustizia talvolta tagliano la parola in bocca, ma il giovane Pino Loperfido, trentenne scrittore trentino, “ciò che non si può dire” lo dice, eccome, attraverso un monologo d’impegno civile che rievoca una tragedia della nostra terra.
Lo dice, lo urla, con grande umanità: in Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis, Loperfido ripropone i fatti del 3 febbraio 1998, quando un aereo Prowler della base americana di Aviano tranciò di netto i cavi della funivia del Cermis, facendo precipitare nel vuoto una cabina e causando la morte delle venti persone che erano a bordo. Avvenimenti che hanno colpito profondamente l’autore, spingendolo a “fare qualcosa” attraverso la scrittura, a denunciare, con una forma teatrale come quella del monologo - nella migliore tradizione di Marco Paolini, e con un intreccio linguistico che tiene conto anche del dialetto - una tragedia che ha scosso l’opinione pubblica internazionale.
La figura del narratore-attore è ispirata al manovratore superstite, quello della cabina soltanto sfiorata dal Prowler e rimasta lì “appiccicata alla morte”. Ne è interprete Andrea Castelli che, dopo anni di successo teatrale in chiave comica, trasferisce la sua esperienza in questa produzione contemporanea di grande impegno drammatico ma anche di forte coinvolgimento e di poetica umanità. Il monologo del protagonista è il grido di dolore di un uomo che assiste impotente a una scena raccapricciante, talmente assurda – un aereo contro una funivia – che potrebbe far pensare a un’allucinazione, a un folle inganno della psiche, ma diventa anche il paradigma della solitudine umana, di una certa incomunicabilità.
10-11-12 gennaio 2003, ore 20.45
Intervista ad Andrea Castelli
Si parla del mio testo, ma il mio nome... veramente, certe volte mi viene il dubbio d'averlo scritto veramente io.

Castelli: il Cermis mi ha cambiato dentro
L'attore racconta il suo anno magico: ho scoperto un nuovo linguaggio
«A Cavalese il 3 febbraio sembrava di essere in un teatro greco Mai vissuta una cosa così: ti svuota dentro»
TRENTO. Andrea Castelli riprende domani l'appuntamento con i lettori, attraverso la sua popolarissima rubrica «Castellinaria»: commenti, riflessioni, satira per sentirsi un po' più vivi, meno conformisti, più partecipi alle farse e alle tragedie di ogni giorno. Dall'anno scorso però Castelli, lo straordinario inventore di storie, dialoghi, risate, capace di riscoprire nella modernità tutte le potenzialità del dialetto, è cambiato. E anche «Castellinaria» registrerà questi mutamenti di sensibilità, di umore, di sguardi sul mondo. I testi, alcuni, ritorneranno al dialetto, alternandosi con quelli in italiano. Brevi, decisi quelli in dialetto, più discorsivi quelli in lingua, proprio per dimostrare le potenzialità diverse dei due accenti.
Ad operare la maturazione in Andrea Castelli, in un uomo di teatro, figlio d'arte, che era già «maturo» per la scena (in tutte le sue estensioni) fin da ragazzo, è stato il Cermis, la tragedia dei cavi tranciati dagli aerei «predatori» in Val di Fiemme il 3 febbraio 1998, le venti vittime nella funivia schiantata al suolo, l'impunità che ne è seguita per i piloti degli Usa (quasi un anticipo dei venti di guerra che continuano a scuotere il mondo) e la narrazione che della tragedia ha tratto Pino Loperfido, scrittore che proprio il Cermis ha rivelato. Assolvendo al suo ruolo di grande promotore di cultura, di teatro fatto di parole che affondano come lame nella verità distruggendo pregiudizi e stereotipi, è stato il Teatro Stabile di Bolzano di Marco Bernardi a mettere in scena il Cermis, con Andrea Castelli «attore» del grande monologo che dispiega tutta la tragedia.
di Franco de Battaglia
TRENTO. La svolta nel teatro di Andrea Castelli è venuta da «Il racconto del Cermis», di Pino Loperfido, e dalle sue emozioni. Sono 40 cartelle, un monologo ininterrotto di un'ora e mezzo. Il testo racconta il Cermis attraverso gli occhi del secondo manovratore della funivia, il superstite, bloccato nella sua cabina mentre l'altra precipitava. Del «Cermis», con il Teatro Stabile di Bolzano, Andrea Castelli ha fatto 53 repliche, che raggiungeranno il numero di 120 nella prossima stagione, già programmata.
Andrea Castelli, come ti ha cambiato il Cermis?
«Ero consapevole del rischio di uscire dal "mio" teatro, dalle risate».
Il tuo teatro non è mai stato di sole risate.
«Sì, i miei testi si prestavano a varie chiavi di lettura, però qui è stata un'altra cosa. Da una parte mi ha lusingato la proposta che mi veniva dallo "Stabile" e da Marco Bernardi, dall'altra mi ha inquietato il dover entrare totalmente in un testo di tragedia».
Una «verifica» sulle tue possibilità di attore?
«Il monologo lascia distrutti. Svuota tutte le energie interiori. E' stata una verifica davvero, per capire se ero completo o semplicemente un attore con una faccia sola».
Il risultato?
«Ciò che mi ha davvero segnato è stato quanto è successo a Cavalese il 2 febbraio scorso, l'anniversario del Cermis. Sembrava di trovarsi in un teatro greco, con i parenti delle vittime in sala. Erano appesi alle parole e poi le rompevano con i pianti, con i loro singhiozzi, consapevoli di assistere alla ripetizione di ciò che avevano vissuto».
Il regista Paolo Bonaldi ha confessato: «A me una cosa del genere non era mai successa».
«Neppure io avevo mai provato un'esperienza simile. Invece di un attore mi sembrava di essere un celebrante, dentro un'immersione arcaica, un rito greco».
Una lunga traversata del deserto per esprimersi?
«In teatro tutti i giorni tranne il lunedì, dal 12 gennaio al 27 marzo. E' andata bene».
Avevi paura?
«No, ma ci si può sempre trovare improvvisamente svuotati una sera. E poi c'è la memoria, un'ora e mezzo senza interruzioni. Insomma...».
Una lunga marcia.
«A gennaio la riprenderemo. Due settimane al teatro Rossetti di Trieste, una settimana a Trento, poi un'altra a Torino. Poi a Colle Val D'Elsa, Pordenone, Udine».
Cosa ha colpito di più nella tragedia del Cermis?
«La semplicità. Entrare nella tragedia, come ha scritto Ugo Ronfani con semplicità montanara».
La tragedia del Cermis fa parte ormai della storia e della cultura della montagna. Come il Vajont.
«Certo. Il manovratore, che viene da antiche radici, che ha vissuto ore felici in montagna, resta appeso nel vuoto, sopra i suoi boschi, quasi due ore prima di essere recuperato dall'elicottero. Ha tempo di pensare a tutto. E in fondo si fa una domanda, che è la ragione di tutta la tragedia. Si chiede: "Perché non sono morto anch'io?"».
Si chiama Marino Costa, il manovratore, sospeso fra la funivia turistica e la violenza del dominio globale.
«Si ricorda della sua infanzia, dei primi momenti del turismo buono. Poi la tragedia. Come tutte le tragedie, colpisce per cause concatenate e inaspettate. Fa parte della vita della montagna».
Cosa hai scoperto recitando il Cermis?
«La possibilità di un nuovo uso del linguaggio, anche del dialetto, da adoperarsi come strumento, mai come fine».
Cosa vuol dire?
«Il dialetto è stupendo per esprimere una situazione intima, reale, i momenti di vita del manovratore, ad esempio. Ma non può essere usato solo per far ridere. E' umiliarlo, dissacrarlo».
Come le parolacce dette negli spettacoli televisivi, con le risate a comando?.
«E' l'umorismo della scorciatoia. Dici "mona" e tutti ridono. Invece l'humour bisogna prepararlo, in un contesto. Come bisogna preparare la tragedia. Non si può usare il dialetto per far ridere solo perché non si riesce a far sorridere in lingua».
Forse, dopo tanta televisione, la gente vuole sentire una voce vera, una parola vera. E' questo il teatro?
«La gente si sente forse stordita, ma non ha perduto la voglia di verità, di sentimenti, di confrontarsi con le cose che contano, la vita, la morte. Mi hanno ricordato il mio nonno contadino gli spettatori del Cermis, quando li vedevo piangere in sala».
Cosa faceva il nonno?
«Se tagliavano un vecchio albero piangeva. Da bambini non lo capivamo. Ora so perché piangeva».
Tu però hai fatto teatro per far ridere.
«Far divertire la gente è la soddisfazione più grande che si possa trovare. E' come fare un regalo, fa più piacere donarlo che riceverlo. Però in teatro, spesso, si fa ridere per non piangere».
Il Cermis, invece, è piangere per vivere.
«Piangere per sentirsi finalmente purificati, liberi di ricominciare una nuova vita».
In lingua o in dialetto?
«Il Cermis ha parti in dialetto (quelle dei ricordi del manovratore) e in lingua, la prospettiva della tragedia. Una cornice completa. Anch'io mi sento più completo, tranquillo, dopo il Cermis. Ho visto che posso lavorare a tutto tondo nel teatro e questo mi conforta. Non rinuncio ai "Spiazaroi", alla compagnia che probabilmente si fonderà con il Club Armonia, ma penso anche ad altro. Marco Bernardi vuole una nuova messa in scena del "Ruzante", un testo straordinario».
A Trieste scrivono

Stagione 2002-2003: l'altra prosa
Ciò che non si può dire
Il Racconto del Cermis
di Pino Loperfido - Premio Bolzano 2002 - Premio Chianciano 2001
regia di Paolo Bonaldi
con Andrea Castelli
produzione Teatro Stabile di Bolzano
3 febbraio 1998. Venti persone salgono sulla funivia del Cermis: turisti belgi, tedeschi, viennesi, un ragazzino con la madre, due amiche di Bressanone… Negli occhi di tutti, i paesaggi innevati del Trentino e la prospettiva di una giornata sulle piste sciistiche della Val di Fiemme. Nel destino di tutti, invece, l’imbecillità di quattro piloti americani che nel corso di un volo d’addestramento partito dalla base militare di Aviano, sfidano le più elementari norme di sicurezza, passando sotto i cavi dell’impianto di risalita. Nel destino di tutti, il Prowler - un gioiello dell’aeronautica, costruito per la cosiddetta “guerra intelligente” - che effettua la folle manovra e trancia di netto i cavi della funivia: mentre i giovani piloti rientrano alla base, per gli occupanti della cabina è la morte.
Ecco il fatto di cronaca che in Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis diventa teatro, e viene restituito in forma di monologo (autore è il trentenne Pino Loperfido) da Andrea Castelli: “attore-orchestra” che con pudore e generosità dà voce a notizie, emozioni, sfoghi e soprattutto all’anima dei protagonisti di questa tragedia contemporanea. Castelli s’immedesima nell’unico sopravissuto, Francesco, il manovratore della cabina che si muoveva sulla funivia in senso contrario a quella precipitata, e che per un’ora è rimasto attonito testimone dei fatti, “appiccicato alla morte”. Racconta, seguendo un flusso di coscienza che passa dai “nudi fatti” ai ricordi personali, dalle testimonianze dei valligiani, all’espressione della rabbia contro «un’imbecillità che non ha patria, non ha colore, non ha sesso», ma che è costata il prezzo di venti vite. Ha la necessità di parlare, forse perché fra “ciò che non si può dire” ci sono oscure connivenze e lo scandalo dei colpevoli rimasti quasi impuniti; oppure perché quei ricordi continuano a togliergli il sonno; o ancora, perché di fatti come questo, è bene che rimanga un segno forte, scolpito nella memoria collettiva. Ed è significativo che - come hanno segnalato le critiche, prima fra tutte quella del quotidiano Il Piccolo - ad assumersi questo compito, non siano giornali e tv, ma il palcoscenico «con poche centinaia di spettatori a sera, rilanciando aspetti informativi che i media hanno da tempo scartato nella ricerca di sempre nuove e avvincenti top stories (…)». Da non perdere, dunque, quest’“orazione civile”, che sulle orme di Marco Paolini, investe il teatro di un ruolo sociale e morale nuovo… o forse molto antico.
dal 14 al 26 gennaio 2003
Da Trieste a Torino
Pare che il mio lavoro sarà in cartellone per un paio di mesi in tutto a partire dall'Epifania. Si fanno i nomi, tra gli altri, di Trieste, Pordenone, Torino. Attendo la presentazione ufficiale del Teatro Stabile di Bolzano
Nella prossima stagione...
Sono venuto a sapere che lo spettacolo è previsto a Trento, al Teatro Sperimentale per sei sere di seguito. Dal 28 gennaio al 2 febbraio. Mi giunge voce che la tournèe del prossimo anno riguarderà pure alcuni importanti centri del nord Italia. Vedremo.
I giornalisti al Teatro Litta
Alle ore 11 conferenza stampa di presentazione al Teatro Litta di Milano. Sono presenti un sacco di giornalisti di testate molto importanti (Repubblica, Corriere...). Le domande sono incalzanti, i cronisti cercano le parole grosse. Ma per fortuna ho le idee chiare e riesco, mantenendo la calma, a rispondere a tono. Qualcuno non accetta il fatto che non abbia nulla da dire contro gli U.S.A. Al contrario ho molto da dire a proposito della vacuità di certi programmi televisivi e show teatrali, citandone uno in particolare che si tiene proprio a pochi passi di lì...
Si va a Milano!
La notizia è di quelle che tolgono il fiato. Lo spettacolo sarà in cartellone a Milano per due settimane, dal 13 al 24 marzo. Il teatro è il Litta di corso Magenta. Una bella occasione per mettersi in mostra in una città tanto importante.
A Cavalese, il giorno più importante

Un giorno importante. Forse il più importante di tutti. Al pomeriggio, al Teatro di Cavalese intervengo alla tavola rotonda organizzata dalla Rai. Conduce Alberto Tafner e vi partecipano, tra gli altri, il sindaco di Cavalese, Mauro Gilmozzi, Gigi Sardi, scrittore, e l'avvocato Beppe Pontrelli, patrocinante di Marino Costa. Ma la presenza più "ingombrante" è quella del signor Berger, padre di Danielle Groenleer, una delle venti vittime. "io non ho la presunzione di capire il vostro dolore", gli dico durante l'incontro. "Io voglio solo ricordare". Alla sera, la messa in scena dello spettacolo assume la solennità di un vero e proprio funerale civile. Ad assistervi sono presenti molti parenti delle vittime o avuto modo di incontrare già nel pomeriggio. Molti mi hanno chiesto, facendomi venire letteralmente la pell d'oca, di dedicare il libro ai loro cari scomparsi. E siccome si comunicava in inglese, sui loro libri ho scritto "...but the memory remains", così, istintivamente, senza nemmeno sapere se sia grammaticalmente appropriata. Durante lo spettacolo mi accorgo che Castelli si sta coinvolgendo emotivamente come non ha mai fatto prima. Verso la fine lo sento addirittura recitare con la voce rotta dall'emozione. Solo alla fine, osservando quella gente distrutta, quelle esistenze piagate dal dolore, sentendo le loro strette di mano, i loro abbracci, i loro "grazie", ho capito di aver fatto un buon lavoro, un lavoro utile. Una giornata, questo 2 febbraio 2002, che non dimenticherò più.
La prima assoluta

Al Teatro Studio di Bolzano la prima nazionale dello spettacolo tratto dal mio libro. All'entrata c'è un gruppo di skinheads che manifestano; non capisco contro cosa. Poi... Sensazioni indescrivibili quando si spengono le luci. Mesi e mesi di attesa e in quel momento non sembra neanche vero che sta accadendo. Dopo lo spettacolo incontro per la prima volta Marino Costa. Lo avvicino con i cronisti alle calcagna. "L'ho scritto per te", gli sussurro. E' visibilmente scosso. Con lui pure il sindaco di Cavalese, Mauro Gilmozzi. Castelli è stato travolgente. Mi ha tenuto un'ora e mezza sospeso a mezz'aria.
Presentazione dello spettacolo

Lo spettacolo "Ciò che non si può dire - Il Racconto del Cermis" viene presentato alla stampa. Nella foto sono ritratto tra Andrea Castelli, attore incaricato, e Paolo Bonaldi, il regista.
Scelto l'attore per il "Cermis"

Sarà Andrea Castelli, popolare attore trentino che dopo anni di successo teatrale in chiave comica trasferisce la sua esperienza in una produzione contemporanea di grande impegno drammatico, il protagonista dell`intenso monologo "Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis". Andrea Castelli sarà chiamato a calarsi nei panni del manovratore dell'altra cabina, quella che, quel maledetto 3 febbraio del 1998, restò sospesa nel vuoto, appiccicata alla morte. La regia di questo racconto teatrale semplice e coinvolgente e, allo stesso tempo, ricco di poetica umanità sarà invece curata da Paolo Bonaldi attivo da anni in campo teatrale sia come attore che come regista. "Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis" viene prodotto e distribuito dal Teatro Stabile di Bolzano in collaborazione con il Centro Servizi Culturali S. Chiara e il Coordinamento Teatrale Trentino. Una novità di grande interesse culturale nel segno della qualità. E' la prima volta che queste tre importanti istituzioni culturali collaborano per il raggiungimento di un obiettivo specifico. Lo spettacolo debutterà, in prima nazionale, a Bolzano, al Teatro Studio del Nuovo Comunale, martedì 15 gennaio 2002 e sarà poi rappresentato a Merano, Brunico, Bressanone, Laives e Vipiteno prima di andare in scena a Trento. Rovereto e il 2 febbraio, in occasione del quarto anniversario della tragedia, a Cavalese. Sarà poi proposto in tutte le piazze del Coordinamento Teatrale Trentino ed anche fuori regione.