Non è un posto per vecchi
Viaggio nella pancia del centro sociale “Bruno”
04 03 09 06:17 Archiviato in: Articoli

Lo sguardo dell’orso dipinto sulla facciata non è certo invitante, gli artigli arpionano il muretto che cinge la costruzione come a voler ribadire la ferma intenzione del plantigrado a non muoversi di lì. Un po’ come i ragazzi che, come formichine leggermente ribelli, si industriano nel suo ventre. Ma se lo sguardo è minaccioso, la fattura del mural è di quelle che ti fa fermare un attimo e ti fa esclamare: “Ma guarda te che cazzolina di lavoro!” Così, chi incuriosito decida di sostare a rimirare la Biblia pauperum del Centro Sociale Bruno e ne studi i particolari noterebbe che il profilo delle montagne dipinte segue quello dei rilievi omologhi posti a nord ovest della città. L’effetto è quello di una quinta teatrale. “Non si tratta solo di una soluzione artistica” ci dicono Donatello e Federico, responsabili del Bruno assieme a Stefano. “È il segno di come il nostro Centro vorrebbe essere visto: inserito nel contesto reale trentino”. Sì, insomma. Parte integrante di una città che, al di là del divertimento preconfezionato di certi locali pubblici e di certi esercizi commerciali solidal-chic, ha veramente poco da offrire.
Può piacere o meno, ma il “Centro Sociale Bruno per l’autonomia” – questa la sua dicitura completa – è ormai un punto di riferimento per una moltitudine di ragazzi e ragazze in cerca di qualcosa di diverso, di un’offerta culturale nuova e di occasioni di confronto che magari si fa fatica a ricavare all’interno dei nuclei familiari.
“Stiamo parlando anche di ragazzi giovanissimi, delle scuole superiori, per intenderci. Vengono da noi e tante volte ci spiazzano con le loro domande”, dice Federico che mostra di soffrire un po’ l’inattesa responsabilità educativa. “Chi entra qui dentro sa cosa viene a cercare e sa cosa può trovare. Però lascia che ti dica una cosa: l’entusiamo di certi ragazzi è davvero contagioso”. E non sono pochi quelli che ne approfittano per trovarsi la morosa. Tra un concerto, un aperitivo e un film. Giacchè ci siamo, perché no?
Ma cos’è un Centro Sociale? Com’è strutturato e cosa offre questo luogo di cui molti trentini hanno paura e, facendo sfoggio del peggior qualunquismo, etichettano frettolosamente come pericoloso, pieno di brutti ceffi affaccendati in loschi passatempi?
“Sì, per tanti qui i ragazzi vengono solo per ubriacarsi e a farsi le canne” dice con un certo disappunto Donatello. “Però tante volte non si prendono nemmeno la briga di venire a verificare di persona”. Perché chi abbia la ventura di farlo – magari per controllare, in gran segreto, le attività ludiche della prole – non può non farsi un’idea dei pregiudizi che tante volte, trasportati dal passaparola, divengono convincimenti assoluti della società cosiddetta civile.
In effetti, chi scrive può testimoniarlo. Siamo seduti nel salottino dell’associazione Ya Basta – la prima stanza a destra, al primo piano – e sorseggiamo un caffè espresso, come può accadere nel più lussuoso bar del Giro al Sass. Perfino le tazzine sono vere tazzine. Oddio, manca la gigioneria di facciata, quel finto lusso che ti fa sentire un finto signore, ma ci sono persone e volti. E una macchinetta per il caffè. Nessuna entità misteriosa che conduce alla perdizione. Nessun mostro a tre teste.
“Non possiamo negare,” aggiunge Donatello “che a noi del Bruno ci unisce una certa concezione del mondo. Uno slancio ideale che tante volte ci spinge anche ad azioni eclatanti, come le occupazioni”. Questo non vuole dire che quelli del Bruno sono fatti con lo stampino. Anzi. Sono l’antitesi dell’omologazione. Lo sostenevano anche i filosofi dell’antichità che dalle diversità vengono sempre gli spunti migliori. Quindi anche tra voi discutete? Federico ride. “Altro che discussioni… Dovresti vedere...”
In effetti non dev’essere facile gestire una realtà così complessa e strutturata. Le attività culturali sono molteplici. Basta fare due passi nella “pancia” dell’orso per rendersene conto. In ordine di apparizione, troviamo l’enolibreria, un’enoteca in cui è possibile degustare etichette trentine di aziende convenzionate e intanto leggersi qualcosa e magari acquistare un libro o assistere alla presentazione di un volume. Quindi l’Internet Point, con accesso e navigazione libera. “Vengono anche tanti immigrati per poter parlare, tramite Skype, con i familiari in madrepatria”. La legge Pisanu imporrebbe l’identificazione, ma ha valore solo in Italia. Qui siamo al Bruno, si capisce. E se un senegalese non vede la madre da tre anni e ti chiede in ginocchio di farlo: chi se ne frega del documento. O no?
In fondo al primo piano c’è il grande salone dei concerti. La scelta dei gruppi musicali che si esibiscono qui è oculata. Gruppi americani o francesi, non importa, l’importante è che abbiano qualcosa da dire e soprattutto non facciano quelle maledette cover che oggi vanno tanto di moda, vedi X Factor. (A proposito, The Bastard Sons of Dioniso sono aficionados di vecchia data del Bruno).
Al primo piano c’è anche l’Officina Ambiente, curata da Francesca: un luogo in cui il rispetto territoriale è una regola, oltre che un percorso da seguire.
Al piano di sopra, un grande corridoio con un numero imprecisato di stanze. Sono gli ex uffici della Dogana. Sul muro, accanto ai coloratissimi disegni, ancora le etichette con i nomi di impiegati e dirigenti.
A pochi passi dagli uffici amministrativi, troviamo una porta chiusa a chiave. È l’unico antro serrato di tutto il Bruno. Dietro ci sta l’Hacklab JJ1, una sorta di centro di ricerca tecnologica in cui alcune tra le menti più geniali della gioventù trentina, smessa la cravatta dell’ufficio, lavora all’assemblaggio di computer dimessi dalle istituzioni e all’installazione di software libero.
Le sorprese del Centro Sociale non sono finite. C’è una sala insonorizzata per la registrazione di trasmissioni radiofoniche o per l’incisione di brani strumentali. E quindi il Cinema Futura, con tanto di foyer arredato in perfetto stile anni Settanta.
Insomma, non è un posto per vecchi? “Non direi”, dice Federico. “Abbiamo avuto spesso incontri con persone di una certa età. Ad esempio, affondando certe problematiche legate all’agricoltura. Casomai sono Trento e il Trentino a non essere posti per giovani.” Vecchi pochi, ma insospettabili tanti. Misteriosi avventori, intabarrati anche ad agosto, che inquinando la propria identità con un look da teenager, si presentano ai concerti o ai cineforum. Sono giornalisti, dipendenti provinciali, professionisti in cerca di quella cultura underground che con il passare degli anni – basti pensare ad un gruppo come gli Afterhours umiliati sul palco di Sanremo – assomiglia sempre di più a un concetto astratto. Uno dei pochi luoghi della città in cui si possono confrontare liberamente diverse età, in cui c’è la possibilità di incontrare qualcuno che si ponga a metà strada tra il figo inaccessibile che vive su una nuvoletta e l’odiatissimo genitore. Uno disposto ad ascoltarti, insomma. A sentire che diavolaccio hai da dire.
Un confronto generazionale che si sviluppa su più livelli. Il Bruno, visto dall’interno, appare come un mondo di esperienze che hanno voglia di confrontarsi e cercare punti di incontro tra loro. Chi vi entra convinto di aver trovato il buen retiro dove ubriacarsi in un sacro caos è avvertito. “È spiacevole, ma più di una volta ci siamo dovuti scontrare con ragazzi che avevano un’idea distorta di Centro Sociale” sottolinea Donatello. “Portarsi le birre da fuori e venir qui a disturbare un concerto acustico è quanto di più lontano possa esserci rispetto i nostri propositi”.
Tutto il resto è concesso. Sono ben accolte proposte e necessità di ogni tipo. Un gruppo di immigrati ghanesi, ad esempio, ha chiesto e ottenuto di poter usare una saletta per il loro rito animista, la domenica mattina. “Sentissi come urlano”, sorride Federico.
Il caffè lo abbiamo bevuto, riponiamo il block notes e salutiamo i ragazzi. Uscendo incrociamo un furgone che scarica generi alimentari: salsa di pomodoro, pasta, zucchero, ecc. È una delle ultime iniziative promosse dal Bruno. Si tratta di un gruppo di acquisto basato su determinati principi ecosolidali che mette a disposizione di chiunque prodotti a chilometro zero e biologici. Alcune donne, già si danno da fare per un inventario di massima. Ci mancavano anche le massaie, adesso. (TrentinoMese n.3/2009)