Cermis: il prezzo dell'impunità



Provare a raccontare oggi una vicenda incredibile come quella del 3 febbraio 1998, magari ad un ragazzo di diciotto anni, sarebbe come narrare una storia di fantascienza. Già. Assurda come l’invasione degli extraterrestri favoleggiata da Orson Welles nel 1938. Assurda ed inspiegabile. Un aereo da guerra che sorvola la Val di Fiemme e trancia i cavi della funivia del Cermis, facendo precipitare una cabina con venti sciatori a bordo. Nessun superstite. Roba da non credere.
Basterebbe questa brevissima descrizione a far incazzare chi abbia un minimo di coscienza civile in questo fesso Paese. Voglio dire, se anche la storia, per assurdo, si fosse conclusa così, con la sola caduta della cabina, con il mero ritorno dell’aereo alla base di Aviano, con i soliti tristi riti legati alla sciagura: camera ardente, cordoglio, lutti cittadini e altro ancora, se pure tutto fosse “finito” quello stesso pomeriggio di dieci anni fa, di rabbia ne avremmo lo stesso da correrci una maratona.
E invece, non lo si crederebbe possibile, ma quello che più fa male di tutta questa storia non è tanto l’inizio, quanto un paio di episodi e situazioni che ne sono conseguiti. Il primo è naturalmente la scandalosa assoluzione dei piloti, il secondo è un aspetto meno solenne e poco inquadrabile dal punto di vista temporale, più nascosto, subdolo e preoccupante; un aspetto che è uno dei vizi che la modernità pare aver portato con sé: la pubblica rimozione della memoria.

Ma partiamo dalla scandalosa assoluzione dei piloti. È il 4 marzo 1999. Gli Stati Uniti d’America, in virtù degli accordi bilaterali, si sono riservati il diritto di giudicare i “loro” piloti in un tribunale d’oltreoceano. La corte marziale di Camp Lejeune dichiara “non colpevole” il pilota Richard Ashby ed archivia le accuse contro il navigatore Joseph Schweitzer. Per i venti morti del 3 febbraio non si trova un colpevole. Ashby dichiara di non sentirsi responsabile, di non avere colpe, ma di non dormire sonni tranquilli al pensiero di tutte quelle vittime. Come dire che si sente addosso la responsabilità morale di un fatto che non ha commesso. Complimenti per la trasmissione, amico.
Ma non è finita qui. La sentenza scioglie la lingua a questo ragazzone yankee cresciuto a corn-flakes e coca cola. Così dice che il verdetto della giuria è la verità che lo ha reso libero e i parenti delle vittime – poveri sfigati – avrebbero bisogno anche loro della “verità che rende liberi”. Provvedete, cari.
Il giorno dopo, il Presidente del Consiglio italiano, Massimo d’Alema si dice “sconcertato” dall’esito del processo e subito dopo prende l’aereo per Washington, dove incontra Bill Clinton. Un viaggio già programmato precedentemente? Non si sa. Quello che si sa è che l’Associated Press, la più autorevole agenzia di stampa americana, batte una notizia che ha del clamoroso: gli Stati Uniti starebbero considerando molto seriamente il rimpatrio di Silvia Baraldini, l’italiana detenuta negli Usa da sedici anni per reati connessi alla legge anti-terrorismo. Ma l’Ap si spinge ancora più in là e deinisce tale rimpatrio “gesto inteso a placare la rabbia degli italiani in seguito all’assoluzione dei due piloti coinvolti nella strage della funivia del Cermis”.
Per la cronaca la Baraldini giungerà in Italia il 25 agosto seguente, accolta all’aeroporto nientemeno che dal Guardasigilli Oliviero Diliberto. Il ministro di Grazia e Giustizia che dà il benvenuto a una terrorista: cose che possono accadere solo in Italia. Il patto bilaterale – se di patto si è davvero trattato – è concluso.
Eppure, prima che l’insipienza del sistema politico mettesse le mani sul tavolo del Cermis, la sera stessa di quel 3 febbraio, quando a muoversi erano stati solo gli organi militari, pochi lo sanno, ma Italia e Usa rischiarono uno scontro senza precedenti. Non solo diplomatico.
Appresa la notizia dell’incidente, infatti, i carabinieri fecero irruzione nell’aeroporto di Aviano e circondarono l’hangar contenente il Prowler maledetto. I marines, a loro volta, circondarono i carabinieri. La tensione psicologica tra i due Paesi raggiunse un livello mai visto dai tempi della Seconda guerra mondiale.

Una cosa è certa: la vita umana non ha prezzo. E non c’entra la retorica. Pagare quattro miliardi alle famiglie di ogni vittima della tragedia non solo non ha restituito i morti ai propri cari, ma ha costituito a nostro avviso il prezzo di un silenzio inconsapevole e pesantissimo. Forse più pesante del dolore a cui è seguito. Perché la contropartita di quella cospiscua somma è equivalsa al considerare quanto accaduto un vero e proprio incidente. Un accidente fortuito. E non invece la scellerata condotta di un pilota che infila un aereo da guerra sotto i cavi di una funivia, a cento metri da terra, e in quei cavi “inciampa” rischiando di creparci pure lui in Val di Fiemme.
E questo vale sia per i parenti delle vittime, che per le Istituzioni. Anzitutto lo Stato italiano che si è piegato, ancora una volta, consacrando il proprio servilismo nei confronti degli Stati Uniti d’America, giocandosi la dignità di Paese che dovrebbe tutelare i propri cittadini nell’esercizio delle attività lavorative, i propri cittadini durante le attività di svago e gli ospiti stranieri attratti dalle bellezze naturali e culturali d’Italia.
Lo stesso discorso vale in un certo senso per la Provincia autonoma di Trento. All’indomani della tragedia mise in campo subito le proprie forze per aiutare i parenti delle vittime e per far ripartire quanto prima la macchina turistica della Val di Fiemme. La preoccupazione del Presidente e della Giunta fu allora quella di cancellare il più presto possibile l’immagine nefasta che il Trentino rischiava di portarsi sul groppone negli anni a venire con tutte quelle recenti tragedie concentrate in così pochi chilometri quadrati: Cermis ’76, Stava ’85, Cermis ’98.

Sacrosanto, certo. Sostenere il turismo soprattutto quando costituisce il motore dell’economia vuol dire salvare aziende e posti di lavoro. Un dovere per il Governo locale, che negli anni infatti ha impiegato grandi risorse per ricostruire la faccia deturpata di quelle zone su cui si è abbattuto un destino così avverso. Troppo poco, però, ha fatto per ricordare e soprattutto per denunciare l’ingiustizia di quell’assoluzione scellerata.
È anche vero che a mettersi a fare quello che vede complotti e ingiustizie in ogni cantone, che grida continuamente “al lupo al lupo” si rischia la credibilità. Certo. Ma tra il fare criticamente memoria e l’oblio c’erano a disposizione alcune opzioni intermedie. Ed invece i politici e la stessa gente trentina, durante questi dieci anni, hanno avuto tutta l’aria di aver optato per il secondo. Diceva Benjamin Franklin che i creditori hanno più memoria dei debitori. Fosse vissuto oggi, avrebbe usato il condizionale.
L’economia – i posti di lavoro – non si salvano solo dimenticando, cancellando le tracce, coprendo d’oro i superstiti, facendo finta che nulla sia accaduto quel martedì nero nel pezzetto di cielo sopra ai Masi di Cavalese. Per questo oggi siamo qui a ricordare e a domandare, dieci anni dopo: era proprio indispensabile dimenticare così in fretta?
("l'Adige" del 3 febbraio 2008)