I Cervelloni: terra di santi, poeti e ricercatori



Nominare la parola “ricerca” in Italia vuol dire esporsi al rischio del pubblico ludibrio. Un po’ come quando qualcuno decide di parlare a vanvera, dimostrando di non avere la cognizione di quanto va dicendo. Settore bistrattato, primo della lista ad essere sottoposto ai famigerati “tagli”. La ricerca – scientifica, tecnologica o umanistica che sia – è lo sfregiato illustre di questo Paese traballante, non solo dal punto di vista sismico. È inevitabile, così, che attorno al settore vortichino le foglie secche del malcontento, dello scetticismo e del disinteresse. Fino a indurre, nel sentire comune, una percezione negativa di tutto il mondo della ricerca, non solo universitaria, colpevole di non produrre “risultati tangibili”, di assorbire abnormi quantità di denaro pubblico e di non metterli a frutto. Il Trentino non è esente dallo stereotipo. Eppure questa provincia, a pensarci un attimo, tra le tante vocazioni che fino ad oggi le sono state affibiate (turistica, ecumenica, vitivinicola, ecc.) quasi mai annovera quella che forse più di tutte lo rappresenta: la ricerca. Computer, provette, macchinari pazzeschi, tomi vecchi come il cucco: cose così. E dietro ci stanno i ragazzi e le ragazze della ricerca, abitanti di un Trentino cosmopolita aperto alla comunicazione globale, ma nello stesso tempo rispettoso del retaggio locale. Un popolo di cervelloni che anziché “fuggire” all’estero, contribuisce, lavorando sodo, a fare grande il nome del Trentino e dell’Italia nel mondo. Soprattutto grazie alla longa manus della Grande Madre, provveditrice di tutti noi: la Provincia autonoma di Trento. Un viaggio, quello di TrentinoMese, che se avrete la pazienza di affrontare, potrà rivelarsi sorprendente.

Università, Fbk e dintorni
Elogio dell’immaterialità

I trentini sono un popolo di santi, poe-ti e ricercatori. I più lo ignorano, ma le industrie che fabbricano conoscenza hanno un forte peso specifico, sia a livello economico che culturale. E sono centinaia gli addetti, milioni gli euro fatturati, tecnicamente incalcolabile l’enorme ricaduta sul territorio e sull’immagine della regione stessa.
Volendo tracciare una piccola mappa della ricerca, non possiamo non partire dal “cuore” di tutto il sistema: l’Università. Questo non tanto perché la figura stessa del ricercatore è afferente ad essa, né perché la maggior parte dei centri esterni sono comunque o controllati o costituiscono in ogni caso delle strutture dipartimentali dell’università stessa.
Ai tredici dipartimenti accademici, vanno dunque aggiunti il Cimec (Center for Mind/Brain Sciences) e il Cibio (Centro Interdipartimentale per la Biologia integrata). Senza considerare che della stessa Cosbi (Centre for Computational and Systems Biology) l’Università condivide la proprietà con la Microsoft Research.
In stretta connessione con l’ateneo opera la Fondazione Bruno Kessler: un gigante della ricerca, avamposto tecnologico, ma anche umanistico del sapere.
Altro polo storico e fondamentale è costituito dalla Fondazione Mach, ovvero l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige. Ma i cervelli si coltivano anche al Trentino School of Management e nei Bic di Trentino Sviluppo.
Cimec, Cosbi, Cibio, Mach, Tsm, Fbk: è un po’ un gioco delle sigle dietro il quale si nascondono realtà produttive che hanno conquistato un grandissimo prestigio all’estero, ma non sono conosciuti abbastanza in patria. Anzi. Spesso queste eccellenze sono vittime del qualunquismo imperante, delle critiche facili declamate davanti al bancone di un bar. Senza interlocutore, naturalmente.
Fossimo costretti a spiegare alla casalinga di Predazzo o al pensionato di Storo a cosa serve un centro di ricerca ripiegheremmo senz’altro su un esempio. A cosa sarebbe servito un treno senza l’invenzione dei binari? Senza la progettazione di una linea? Senza gli opportuni studi su un corpo in movimento in relazione alla conformazione del terreno? Bene, la risposta è una sola: il treno non sarebbe servito a nulla. Dietro ogni cambiamento ci sta la ricerca, senza la quale lo stesso cambiamento non sarebbe possibile. Ne costituisce il presupposto. Il concetto è molto semplice. Ma perché, allora, i trentini faticano a cogliere l’importanza di questo settore. Forse una certa allergia all’immaterialità, a tutto ciò che non si può toccare con mano. Fa parte del nostro retaggio digerire a fatica quanto sia meno tangibile di un automobile, di un tavolo o di una mela. Eppure il futuro non ha forma. Non sarebbe male ricordarselo ogni tanto.

L’Ateneo, il fulcro
Bruno Kessler: visioni di un burbero geniale

Bruno Kessler amava andare a caccia. Non solo di caprioli, ma anche di sfide impossibili. Imprese disperate, almeno agli occhi degli altri. “Quando manifestò le sue intenzioni riguardo ad università e ricerca” ricorda il rettore Davide Bassi “venne osteggiato. Pochi lo compresero. Lui era un po’ burbero, ma sapeva come farsi capire”. E ti credo. La lungimiranza che lo animava era merce rarissima. Il Trentino era povero e viveva ancora sulla sua pelle le scottature dell’emigrazione. Pochi avrebbero immaginato di giungere oggi all’esercito di ricercatori e dottorandi che costituisce la realtà accademica trentina. Nei tredici dipartimenti dell’università operano circa cinquecento persone, di cui il 30% provenienti dall’estero: spiriti liberi che mettono a frutto il loro talento e la loro passione. Secondo Bassi, sono la curiosità e il dubbio le qualità di un buon ricercatore. Il cosiddetto impact factor, ossia l’indotto sulla comunità scientifica, vale solo per alcuni settori. Il ricercatore sa che non diventerà ricco, tuttavia sa che godrà di un privilegio impagabile: quello di vedere – in un microscopio, su un antico manoscritto – qualcosa che nessuno ha mai visto prima. Come avviene spesso, ad esempio al Centro Mente e Cervello di Rovereto. Nella città lagarina non esistono solo il Mart e il fantasma di Mozart, dunque, ma anche una di quelle eccellenza scientifiche che riusciamo ad apprezzare solo quando ce le hanno gli altri. Accecati dal vizietto dell’esterofilia, magari non ci rendiamo conto di avere con il Cimec un centro unico al mondo per quanto riguarda il funzionamento del cervello umano e di quello animale. Laboratori all’avanguardia, tra le campagne di Mattarello, sondano i misteri della mente umana con apparecchiature futuribili. Tra essi il Cerin, Centro di Riabilitazione Neurocognitiva, dove veri pazienti si mettono a disposizione della scienza e quello, ancora in costruzione, che si occuperà degli animali.
Il direttore vicario, Giorgio Vallortigara, ci tiene a sottolineare la crescita esponenziale dell’attività, che entro l’anno prossimo sarà a pieno regime. È fiero del fatto che molti dei suoi 29 ricercatori provengono dall’estero: perfino dagli Usa. Un po’ come se in Italia mangiassimo spaghetti made in Nicaragua.
Tra le altre creature dell’ateneo trentino vi è il Cibio, Centro per la Biologia Integrata. Traducendo per i non scienziati, ivi si studiano i meccanismi fondamentali di funzionamento della cellula, le applicazioni alla conoscenza delle malattie e alla loro cura, nonché ad una misteriosissima “scienza del benessere”. Al Cibio, tra l’altro, si studiano a livello di genoma i farmaci attualmente in commercio per vedere se possono tornare utili nella cura di altre patologie.
Scusi, signor rettore, ma… e la crisi? Come la mettiamo con quello che sta succedendo a livello mondiale? Quali sono le ripercussioni sulla ricerca? “La crisi sta graffiando un po’ tutti. E da essa non se ne esce in ordine sparso. Occorre una regia e una strategia di sistema.” Bassi non si riferisce alle realtà trentine, ma allarga gli orizzonti. Parla di macroregione che va dal Tirolo all’Adriatico. “Il Trentino è troppo piccolo. Dopo ogni ricerca viene un cambiamento, è vero, ma non sappiamo di quale segno. Non è detto che sia positivo, insomma.”
In ogni caso, complimenti per la trasmissione. L’università di Trento costituisce un avamposto fondamentale per l’economia basata sulla conoscenza.
I meriti? Il rettore non ha dubbi. Sono tutti di Kessler e delle persone che collaborarono con lui. (Non per niente nel suo studio, al fianco di quella del Presidente Napolitano, c’è la foto del vulcanico fondatore dell’Università. Quando il capo dello Stato venne in visita a Trento, lo staff del Quirinale obbligò Bassi a togliere il ritratto di Kessler. Hai visto mai che quell’altro si offendesse.)

Fondazione Bruno Kessler
Le meccaniche del sapere e dell’intelligenza

Si produce conoscenza a pieno ritmo anche alla Fondazione Bruno Kessler. Motori a tutta, ben oliati, sfornano ipotesi, incomprensibili formule matematiche che un giorno ci semplificheranno la vita. Oppure ce la salveranno. Il professor Andrea Zanotti la presiede con l’entusiasmo di chi sa di avere tra le mani un potenziale grandioso e con la curiosità di chi intuisce i codici per accedere direttamente alle stanze del futuro.
Forse non tutti lo sanno, ma il vecchio Istituto Trentino di Cultura nasce prima dell’università, che allora era a numero chiuso. E di mezzo c’è ancora lui, quella specie di veggente di cui la fondazione oggi porta il nome. Il primo a capire che la comunità trentina poteva contare anche su un altro fattore primario di crescita: il sapere. Tanto è vero che oggi la comunità scientifica internazionale guarda con interesse a Trento. Sicuramente con più stima della stessa comunità trentina, troppo spesso critica nei confronti degli investimenti pubblici. Quasi mai con cognizione di causa.
L’FBK è un piccolo grande universo di creatività. Una sorta di formicaio in cui ogni formichina ha un compito preciso e la forza per portarlo a termine. Il paragone non è casuale. Le formiche, si sa, sono tra i più forti esseri viventi in natura: sono in grado di sollevare qualcosa come dodici volte il loro peso. Core business, partnership, spin-off, start-up: non è uno scioglilingua anglosassone, bensì un’idea di quante possono essere le componenti che vanno a formare una struttura complessa come l’FBK. Anzitutto si divide in un polo scientifico e tecnologico ed uno a indirizzo umanistico. “Quello della comunicazione tra i due poli è un grande problema, non solo per noi. Diciamo che nel nostro caso convivono e interagiscono tra loro. Ma si può fare meglio.”
Le cinque branche hanno tutte una ragione d’essere che le lega indissolubilmente al territorio. Non è un caso che l’FBK sia in Trentino anziché in Piemonte. La vocazione alla ricerca tecnologica (microsistemi, fisica teorica, tecnologie dell’informazione) viene proprio dall’intui-zione kessleriana di dare a questa terra un hard nel settore industriale. La vocazione umanistica (scienze religiose e studi italo-germanici) viene dalla storia stessa di questa regione, dal Concilio, dall’ecumenismo, dal ruolo di luogo ponte tra nord e sud Europa.
A chi storce il naso di fronte all’entità dei contributi pubblici forniti alla Fondazione, Zanotti ricorda che “la domanda di conoscenza è aumentata vertiginosamente negli ultimi anni”. Sono centinaia le aziende e gli enti che si rivolgono all’FBK per risolvere un problema, attutire una sperequazione, inventare un modo per. Insomma, i 350 ricercatori non stanno certo con le mani in mano. Le meccaniche dell’intelligenza saranno poco appariscenti, ma consumano un sacco di energia. E producono frutti.

Fondazione Mach
Dal 1874 alle meraviglie del dna

Un Istituto Agrario che promuova il miglioramento delle condizioni dell’agricoltura? Beh, quando l’Impero decide di concedere alla regione tirolese la facoltà di proporre e approvare leggi in materia di agricoltura, sono in molti ad esultare. Già, perché il provvedimento capita – come si dice – a fagiolo. L’agricoltura tirolese è già molto cambiata e l’entrante economia di mercato rende sempre più necessario un continuo aggiornamento delle conoscenze agrarie. Sono in tanti, insomma, a sentire la necessità di un Centro strategico che faccia un po’ da punto di riferimento e di ricerca per l’intera regione. Questa è storia antica. Oggi, l’Istituto è una Fondazione in cui lavorano qualcosa come 240 ricercatori, contando anche la sede distaccata del Centro di Ecologia Alpina alle Viote del Monte Bondone.
Cerchiamo di dirlo una volta per tutte: a cosa serve questa benedetta ricerca? Roberto Viola, direttore del Centro Ricerca e Innovazione non usa mezzi termini: “Senza ricerca si è costretti a subire decisioni prese da altri.” Più chiari di così. “Sviluppare conoscenze innovative può portare invece ad un salto di competitività.”
Le preoccupazioni del presidente Giovanni Gius, invece, sono principalmente legate alla questione etica: “La prerogativa etica va al di là dell’impegno a non produrre, ad esempio, ogm. D’altra parte, però, la suscettibilità non dev’essere emozionale.” Insomma, la virtù sta sempre nel mezzo. Anzi, la virtù sta nei risultati della Fondazione Mach. Basti fare l’esempio del genoma, sì, insomma, la mappa della vita. Quello umano è stato codificato nel 2001. Negli anni successivi, nel mondo, ne sono stati tracciati altri nove. Di questi, la vite è stata “smascherata” a San Michele all’Adige e il melo lo sarà molto presto.
Si lavora bene in Trentino, tuttavia sia Viola che Gius invocano un coordinamento, altrimenti ci si fa del male con le troppe attività complementari. E poi potrebbe essere l’occasione per far emergere altre eccellenze. La politica è avvertita.

Centre for Computational and Systems Biology
Il battito di un cuore scientifico

Si respira un’aria molto “americana” al Centre for Computational and Systems Biology di Povo. Sarà che passeggiando tra computer e scrivanie si ha l’impressione di veder sbucare da un momento all’altro Bill Gates in persona. Niente paura. Lui ha firmato l’intesa con l’università di Trento, non bisogna confonderlo con la Microsoft Research: un altro ramo della grande “famiglia” di Redmond. “Siamo gli unici al mondo in cui la Microsoft spende il suo nome con terze entità” dice con un pizzico di orgoglio Elisabetta Nones, direttore amministrativo del Cosbi. Al quarto tentativo, dopo una serie di semplificazioni richieste dal cronista, riusciamo ad afferrare cosa si fa qui dentro: studio dei sistemi biologici attraverso simulazioni al computer. Bella forza, bastava sciogliere l’acronimo e il mistero era svelato. In pratica si cerca di capire cosa avviene all’interno di un organismo vivente senza bisogno di farlo a pezzettini.
Un’orchestra, quella del Cosbi, in cui suonano 25 musicisti, provenienti da sette paesi diversi, a cui però viene richiesto espressamente di prendere la residenza in Trentino. Orchestra, strumenti: la musica dov’è? “La nostra azienda produce conoscenza” dice ancora la Nones “l’indotto sta in diversi fattori. Nel prestigio internazionale, nella visibilità, nell’influenza che il nostro centro ha sulla popolazione studentesca. Ma soprattutto sulla percezione di un ampio cuore scientifico del Trentino.” Non ci speravamo più. Proprio alla fine dell’intervista è saltata fuori la parola “cuore”. Stai a vedere che i ricercatori, gli scienziati, sì, tutti questi cervelloni invisibili che parlano mille lingue, ne sanno una più del diavolo e che fanno grande la nostra regione hanno anche un’anima?

Museo di Scienze e Parchi
QUANDO ricercare vuol dire guardarsi attorno

In attesa del Muse, il nuovo Museo della Scienza progettato da Renzo Piano, cerchiamo di capire cosa vuol dire fare ricerca per un museo. I ricercatori del Museo Tridentino di Scienze Naturali sono una trentina. A loro il Museo lascia una piena autonomia di giudizio e di ricerca a patto che propongano un obiettivo strategico: che abbiano le idee chiare, insomma. “Un museo deve essere in primis un legame con la conoscenza” dice il direttore, Michele Lanzinger. Ed è naturale che sia così. Se il museo non trasforma le collezioni diventa un semplice archivio che, per quanto bello, ha il difetto della fissità. Un ristagno di cultura che è destinato a spegnersi. Invece, il Mtsn è soprattutto ricerca. È da lì che poi si arriva alla divulgazione, parola che però fa saltare Lanzinger sulla sedia. “Non ho una grande considerazione di questa parola, preferisco parlare di mediazione culturale” dice. E poi prova a tradurci la complessità dell’organizzazione da lui diretta con l’ausilio della geometria. Con una matita traccia un triangolo ai cui vertici ci sono la natura, la scienza e il pubblico. Come a dire che a differenza di quanto avveniva nell’800 – secolo in cui il Museo è nato – quando ci si limitava a compilare il catalogo del mondo, oggi un Museo come questo acquisisce conoscenza e la trasferisce al pubblico. Anche ai bambini. Al Mtsn passano quasi l’80% degli scolari trentini. Non è più possibile non sentirsi addosso una bella responsabilità educativa. Anche perché i tempi sono cambiati. Ciò che una volta insegnavano mamma, papà o i nonni adesso lo si apprende proprio al museo. Lanzinger fa un esempio dal sapore narrativo: “Durante tutto il percorso scolastico, il mio banco era accanto ad una finestra che dava sul Monte Bondone. Nessuno si è mai preoccupato di spiegarmi cos’erano quelle linee nella roccia, o che tipo di alberi o animali c’erano lassù”. Tutto il lavoro dei ricercatori, del direttore, di tutta la macchina museale puntano in fondo a questo: alla conoscenza del territorio. Solo se riesci a dare un nome a ciò che ti circonda puoi sviluppare un senso di appartenenza. Non si pensi, leggendo ciò, ad una struttura rigidamente autarchica. Le lunghe braccia scientifiche del Museo sono arrivate perfino in Africa, con una ricerca che nasce da un progetto di solidarietà. Si tratta del centro di Monitoraggio Ecologico ed Educazione Ambientale istituito nel Parco Nazionale dei Monti Udzungwa, in Tanzania, nel 2006. La responsabilità planetaria riguardo alla perdita di biodiversità non lascia indifferenti al Mtsn. Verrebbe da chiudere con una battuta: si fa presto a dire Museo.
Ma non dimentichiamo i Parchi naturali. Il Trentino ha la fortuna di ospitarne ben tre: Paneveggio - Pale di San Martino, Adamello Brenta e Stelvio. Il monitoraggio della fauna, delle specie floristiche, dei ghiacciai sono alcune delle attività di ricerca scientifica svolte in queste strutture. Un controllo sistematico di cui il nostro ecosistema non può più permettersi il lusso di fare a meno.

Gli altri attori della ricerca trentina
Dalle ricerche della fiat al condominio in legno

Avere un quadro preciso di chi fa ricerca in Trentino è un’impresa pressocché disperata; un po’ come provare a contare le stelle durante una limpida serata estiva. Accanto ai principali soggetti che ruotano, chi più chi meno, attorno all’hardware universitario esistono molte altre realtà, ad esempio collegate al Centro Nazionale delle Ricerche. Laboratori e uffici, strane macchine provenienti dal futuro, computer iperveloci: il Trentino è una fucina di conoscenza. Non ci sono solo turismo e prodotti tipici, Suoni delle Dolomiti e Schützen. Qualche esempio: l’agenzia per la protezione dell’ambiente Appa che fa ricerca e divulgazione ambientale e quella sulla Protonterapia, una forma di radioterapia usata nelle cura dei tumori.
Ma c’è anche lo zampino della Fiat in questa piccola e sfiziosa regione. Il Centro Ricerche Fiat di Mattarello, diretto da Antonio Fugatti, lavora nel campo dell’idrogeno e dell’informatica applicata all’automobile.
Una notazione la merita l’Ivalsa, centro da cui è nato il progetto Sofie: la casa a sette piani, smontabile e perfettamente antisismica, costruita in legno della Val di Fiemme, che il Trentino ha promesso ai poveri terremotati dell’Abruzzo.
Sono decine, infine, i centri e i progetti congiunti, le partnership con la Provincia e con gli altri centri di ricerca che vanno ad attrezzare la grande sala macchine di quel transatlantico che è la ricerca. Là sotto, mentre in coperta i viaggiatori si godono il sole della crociera, c’è gente che si dà da fare, ragazzi e ragazze che, con passione, si spremono sui libri e studiano questo pazzo mondo per renderci la vita un po’ meno difficile.