Le librerie muoiono e con loro la cultura trentina



“Guardi, sono veramente demoralizzata. Mi arrendo. Chiudo tutto”. Questo il laconico commento di una storica libraia di Riva del Garda che dopo anni di onorato servizio è costretta a chiudere i battenti dalla pressione della concorrenza. Stesso destino per la graziosa libreria per ragazzi “Il pesciolino d’oro” di Via Roggia Grande a Trento, che cessa l’attività a soli ventiquattro mesi dall’apertura. Anche il Trentino, insomma, paga lo scotto della crisi dei consumi, del caro affitti, ma soprattutto dell’avvento dei grandi magazzini del libro, megastore, supermercati e quant’altro. Un vero e proprio valzer degli addii che sta attraversando la nostra Penisola. Le piccole librerie indipendenti stanno chiudendo e, se non chiudono, vengono acquisite dalle grandi catene e riconvertite in megastore, appunto. Il mercato è diventato estremamente aggressivo. Questi “grandi magazzini del libro” possono permettersi sconti incredibili, e i piccoli in questo sistema malato non possono competere.
Tuttavia non vogliamo cedere alla tentazione di un luogo comune abbastanza diffuso, secondo il quale le piccole librerie sono posti magici e romantici e i megastore sono volgari, orribili. Luoghi vitali; limitati, ma portati avanti con sapienza artigianale e passione i primi, impersonali e accoglienti come un duty free dell’aeroporto di Singapore i secondi. La verità si colloca certamente nel mezzo. Quasi nel mezzo. Difficile e pericoloso, dunque, generalizzare. Ognuno è comunque libero di preferire la completezza dell’offerta alla competenza e all’esperienza del libraio, i vantaggi di una allettante tessera-punti alla condivisione di una passione, l’aria condizionata alla fascinosa polvere, Faletti e Larsson a Buzzati e Pavese.
Il problema, per quanto riguarda la realtà trentina e per tutte le altre isole culturali regionali, è un altro. La scomparsa delle nostre librerie storiche ha una conseguenza devastante: il rischio di portare all’estinzione della cultura locale. O meglio, di privarla del veicolo essenziale affinché essa venga trasmessa alla gente: le librerie. I grandi megastore ospitano malvolentieri i libri locali. I distributori devono sovente fare il diavolo a quattro per convincerli a tenere in vetrina un Gorfer, un Rogger o un Faganello. Stendiamo un velo pietoso sulla competenza di certi commessi, che spesso rispondono alle richieste dei clienti con l’aria di chi non ha ancora capito esattamente cosa diavolo si vende lì dentro. Convincerli a cercar di convincere i responsabili a tenere un libro trentino tra i grattacieli di Camilleri e Brown è un’attività avvilente. Pare insomma di domandare la luna.
Facciamo i nostri migliori auguri a tutti i librai che combattono ogni giorno, con tenacia la loro battaglia (compresi certi piccoli franchising che si prendono a cuore i prodotti locali), ma non è difficile prevedere che presto non vi sarà più spazio per una diffusione della cultura trentina. Il libro è il veicolo culturale per eccellenza. È attraverso le pagine di un romanzo o di un saggio storico che si trasmette ai posteri l’identità di un popolo.
A fronte di quanto detto, suscita una certa curiosità il silenzio della Provincia autonoma di Trento. Impegnata su fronti molteplici dell’economia a sostenere, foraggiare e incoraggiare le attività più diverse, pare davvero strano che ancora nulla di concreto si sia pensato di fare per arginare la scomparsa delle piccole librerie. Pare fin troppo ovvio quanto bisogno ci sia di una legge che regolamenti il mercato, un po’ come avviene in Francia. E la nostra natura di provincia autonoma ci permetterebbe anche di non dover attendere la burocrazia romana prima di fare qualcosa di concreto. Quindi…
Sovvenzioni particolari a chi decide di aprire una libreria (soprattutto) di libri trentini, sgravi fiscali, contributi a fondo perduto per il pagamento degli affitti, obbligo per i megastore di destinare un minimo di esposizione ai libri locali, curare la distribuzione regionale ed extra regionale dell’editoria trentina. Le strade per aiutare le piccole librerie indipendenti sono tante e tutte percorribili. Per intanto ci auguriamo che possa sorgere un dibattito e che la Provincia, ovvero l’assessorato alla Cultura possa fornirci delle rassicurazioni. I libri che parlano di noi e della nostra storia siamo noi stessi che aspiriamo all’eternità.


2.
La risposta dell’Assessore Franco Panizza

Ho letto con molta attenzione ed anche con un senso di gratitudine l’intervento di Pino Loperfido apparso su “l’Adige” di sabato scorso. L’attenzione nasce dalla profondità dell’analisi e dall’esattezza della diagnosi che l’Autore fa del settore delle librerie in Trentino; la gratitudine emerge da alcune terapie consigliate dallo stesso Loperfido che, come avrò modo di dire qui di seguito, vanno nella direzione degli interventi già messi in atto dal mio assessorato, sulla scorta di quanto emerso da un interessante e proficuo incontro con i rappresentanti dell’Associazione dei Librai trentini, suggerendone altri che verranno esaminati con la dovuta considerazione.
La questione fondamentale che Pino Loperfido pone è la necessità di salvaguardare le piccole librerie a conduzione diretta, sia quelle che operano in città sia quelle che lavorano nei piccoli centri. Salvaguardia che deve riconoscere il ruolo sociale che le librerie svolgono per la divulgazione culturale, in particolare per quanto riguarda la produzione editoriale locale.
Le misure che Loperfido propone, per la verità, mi sembra vadano, più che verso il sostegno alla produzione libraria “trentina”, nella direzione dell’aiuto all'impresa, e su questo come assessore alla cultura poco potrò fare, ma porrò la questione all’interno delle sedute di giunta economica.
All’Associazione dei Librai ho suggerito alcune proposte e li ho stimolati ad organizzare, garantendo il necessario sostegno economico, iniziative a carattere promozionale, che siano rassegne editoriali, giornate dedicate al libro, serate in biblioteca, incontri a scuola e nei circoli, rubriche o altro. Mi sento anche di ricordare, in aggiunta a quanto già detto dall’Autore dell’editoriale, che il mio assessorato ha già deciso di attivarsi per individuare gli strumenti più idonei sul versante del sostegno ai consumi culturali, tra quali rientra senza alcun dubbio l'acquisto di libri, giornali, ecc., ma anche, ad esempio, la disponibilità dei mezzi di informazione (penso alle rubriche radiofoniche o televisive) e delle strutture pubbliche (biblioteche e sale di pubblica lettura) per la presentazione delle novità editoriali, perché è solo conoscendo un nuovo libro che il potenziale lettore è portato a cercarlo in una libreria per aggiungerlo alla sua collezione.
Va detto, peraltro, che il mio assessorato dall’entrata in vigore della legge 12 del 1987 è sempre intervenuto a sostegno dell’offerta editoriale locale attraverso l’acquisto dei volumi editi dalle case editrici trentine e da altri soggetti e per la maggior parte si tratta proprio di libri che trattano argomenti legati alla nostra terra. Questi volumi sono destinati, primariamente, alle biblioteche del Trentino.
Per quel che riguarda i consumi culturali, però, sarebbe indispensabile avere un quadro generale di come si muova il consumatore trentino in questo settore (libri, giornali, teatro, cinema, danza, conferenze, ecc.) e sulla base dei dati raccolti decidere quali investimenti effettuare. Faccio un esempio. Se è vero – come purtroppo è – che i trentini leggono poco rispetto ad alcune regioni europee, si tratta di capire come invertire questa tendenza, partendo ad esempio dai giovani. E qui il ruolo delle biblioteche come luoghi di promozione della cultura e della lettura diventa centrale e determinante ed è nella direzione del potenziamento di questa funzione che bisogna muoversi con urgenza e concretezza. E’ comunque una direzione, questa, che abbiamo già imboccato di concerto con l’intero sistema bibliotecario provinciale.
In generale c’è da dire che, seppure in presenza di enunciazioni di principio secondo le quali ad esempio la cultura dev’essere considerata uno dei fattori di sviluppo sia sociale che economico, l'industria culturale (editoria, cinematografia, ecc.) non sembra essere considerata in modo significativo come uno dei settori su cui puntare e investire. Ad esempio il Trentino è sprovvisto, a differenza di quel che avviene in altre regioni tipo la Sicilia, di una legge sull'editoria che permetta a questo settore di affrancarsi dal mercato strettamente locale così come oggi accade. Solo con la nuova legge sulla cultura si è prestato attenzione al settore degli audiovisivi, che in alcune parti d'Italia è uno dei settori su cui si punta maggiormente sul piano dello sviluppo economico (basti pensare che la maggior industria culturale nel mondo è quella legata al cinema e ai prodotti audiovisivi).
Ecco perché in Trentino varrebbe la pena di cominciare seriamente a discutere con tutti i “portatori di interesse” in campo librario-editoriale, compreso il mondo della scuola, per concordare una serie di linee di azione comuni che potrebbero sfociare appunto in un organico provvedimento legislativo.
Un ultimo interessante spunto emerge dall’articolo de “l’Adige” quando Pino Loperfido introduce nel ragionamento l'idea che le piccole librerie assolvono, in realtà, non solo il ruolo culturale che è la loro “mission” principale, ma anche una funzione più estesamente sociale, che giustificherebbe un sostegno alla loro attività, in modo non solo da scongiurarne la chiusura, ma addirittura da potenziarne la presenza sul territorio. Siamo nel pieno di quello che giorni fa, rispondendo ad altre sollecitazioni giornalistiche, avevo definitivo “welfare culturale” meritevole di sostegno e di interventi pubblici alla pari di altre forme di assistenza.
E che la cultura sia uno dei fattori più importanti e centrali per definire la qualità della vita lo dicono molte e recenti indagini.
Trento, 22 settembre 2009
Franco Panizza - Assessore provinciale alla cultura, rapporti europei e cooperazione

3.
Non vogliamo contributi ma chiarezza di regole
È importante disquisire su un argomento tanto importante come il «Sostegno all'editoria Trentina» e sono grato a Pino Loperfido e all'assessore Franco Panizza per aver speso nei confronti dell'argomento le loro osservazioni. Tuttavia, forse non è fuori luogo elencare le figure che prendono parte nel processo editoriale: l'autore del libro; il traduttore, l'agente letterario; il curatore editoriale; il direttore editoriale; il consulente editoriale; il direttore di collana; l'art director e/o designer; il redattore; il correttore di bozze; il tipografo; il distributore; il pubblicitario; il critico; il libraio. Ora queste figure partecipano ognuno nel proprio ambito a realizzare quel bene che si chiama libro. Prima affermazione: l'editore si riconosce dal catalogo delle opere prodotte e dalla visibilità internazionale che è stato capace con la propria attività di creare. In Trentino, dunque, di editori che non siano tipografi, ne esistono pochi. Personalmente ho sempre evitato tutte le gare d'appalto in cui partecipassero tipografi perché è una confusione di ruoli che per il sottoscritto è inaccettabile. Una questione di principio che costa, ma che pure arricchisce in altri termini. Ora, l'editore non chiede di avere sovvenzioni pubbliche ma chiede alle Istituzioni preposte di rendere il sistema trasparente, concorrenziale sulla base del merito effettivamente acquisito sul campo. Produco un esempio: tra le principali risorse culturali del Trentino dovrebbe essere la Facoltà di Lettere e Filosofia. Tale istituzione è lautamente sostenuta dalla Provincia Autonoma di Trento senza che questa abbia la possibilità di esprimere neppure un parere. Il risultato è collane dipartimentali pubblicate fuori regione; secondo, attività culturali promosse da un corpo docente troppo spesso avulso dal territorio. E qui aggiungo: il rischio potrebbe essere quello di concorsi in cui a vincere siano «studiosi» che col territorio non hanno nulla a che fare e che magari nel proprio curriculum vantano una sola pubblicazione effettuata, sarebbe il massimo, nella collana di due dei tre membri della commissione. Allora, stando così le cose, è ingeneroso destinare le risorse dei lavoratori laddove il sistema non solo non si fa portavoce di trasparenza, ma addirittura diviene garante di situazioni poco limpide. Se (il lettore vede bene che è solo un'ipotesi) le selezioni nella Pubblica Amministrazione non avvengono secondo principi meritocratici vuol dire che tali Istituzioni non operano per il bene comune, ma operano per il loro esclusivo sostentamento. D'altra parte l'evidenza è che i concorsi vengono banditi non per ricoprire delle cattedre, ma per sistemare delle persone all'interno di una logica che con la meritocrazia non ha nulla a che fare. Magari si scopre che proprio a Trento operano docenti che in un quarto di secolo hanno laureato solo quattro studenti; o che magari hanno effettuato una pubblicazione cambiando quattro volte il titolo e pubblicando l'opera per quattro editori diversi e tutte e quattro le volte sovvenzionate dalla Provincia: sarebbe una situazione a dir poco deprecabile. Con tutto questo si vuole esprimere l'idea che il problema non è più quello modesto, seppure importante, di una libreria, ma dell'intero comparto culturale della Provincia. Non per caricare di responsabilità nessuno, ma per il semplice motivo che la crisi odierna è culturale ancor prima che economica: in una situazione difficile occorrono idee e occorre che tali idee possano trovare il loro corso, cosa che allo stato attuale non solo non avviene, ma le idee, soprattutto quelle buone, troppo spesso vengono viste con sospetto, addirittura come una minaccia. La prova più evidente è nel fatto di quanto spazio si dedica ai cervelli in fuga e quanto poco invece viene dedicato a chi invece rimane e lavora perché questa triste realtà italiana e anche trentina possa un giorno trovare migliore epilogo. Un inizio potrebbe essere quello di stilare una classifica pubblica degli ultimi dieci anni in cui siano elencati i beneficiari della generosità provinciale, con aggiunti i titoli delle opere così che sia possibile farsi un'idea più circostanziata sull'argomento.
Marco Albertazzi - responsabile della casa editrice «La Finestra» di Lavis

4.
Una nuova legge per l’editoria
A pprofittiamo della cortese disponibilità del giornale «l'Adige», particolarmente attento ai problemi legati alla cultura, per esprimere qualche pacata riflessione sul rapporto editoria - ente pubblico. Per sgombrare subito il terreno da possibili equivoci diciamo in tutta tranquillità che la nostra è una casa editrice con tipografia e questo, appare chiaro, non significa essere editori di seconda o terza fila o addirittura spuri come qualcuno maldestramente vorrebbe far credere, significa più semplicemente avere un valore aggiunto nel senso che le nostre edizioni possiamo stamparle in casa anziché avvalerci di fornitori esterni. Quindi due ruoli concettualmente e operativamente in perfetta armonia, quelli del tipografo e dell'editore, che non si sovrappongono e non si scontrano per niente e che pertanto non possono ingenerare confusione alcuna in chicchessia. Semmai si integrano con positivi risultati sia sotto il profilo economico che quello della qualità del prodotto. La nostra collana «Storia dell'arte e della cultura» sponsorizzata dall'allora Cassa di Risparmio, è entrata di diritto in un circuito internazionale certamente per gli importanti apparati critici dei testi ma anche per l'esemplare accuratezza della stampa che, come si sa, trattandosi di volumi d'arte, assume un ruolo decisivo. E questo risultato lo abbiamo ottenuto grazie ai nostri stampatori e alla tecnologia di cui si sono serviti. Chiarito questo, meglio sarebbe accendere i riflettori sul punto nodale del problema: la mancanza di una adeguata legge provinciale sull'editoria con tutte le conseguenze che questo comporta. Certo oggi l'ente pubblico, la Regione in particolare, interviene con significativi contributi per finanziare in parte od in toto edizioni ritenute meritevoli di attenzione. Ci pare pertanto farisaico far finta di niente e non apprezzare o sottovalutare l'importanza di tali interventi, di cui tutti hanno beneficiato anche coloro che a parole li snobbano. I soldi servono, eccome, e noi siamo grati all'ente pubblico quando con il suo contributo ci consente di realizzare opere che altrimenti rimarrebbero nel cassetto. Nello stesso tempo siamo consapevoli che il rapporto editoria - ente pubblico è tutto da ridisegnare e va risolto in una dimensione trasparente e soprattutto razionale. Ecco perché una commissione di buon livello, interdisciplinare, con un rappresentante degli editori e presieduta dall'assessore alla cultura, potrebbe costituire un primo passo significativo verso una razionale sistemazione del settore. Tale commissione dovrebbe esaminare le varie proposte editoriali e decidere quali aiutare finanziariamente o con acquisto libri o con un contributo a fondo perduto, purché meritevoli di trovare una collocazione sui mercati locale, nazionale e perché no internazionale, soprattutto quando si rivolgano ad una fascia elitaria di lettori per la specificità degli argomenti trattati. Tutto qui. Non sveliamo alcun segreto se diciamo che molti interventi pubblici non hanno centrato il bersaglio nel senso che sono state finanziate iniziative editoriali di scadente profilo e pertanto non meritevoli di aiuto da parte dell'ente pubblico. Ma tutto questo è inevitabile quando mancano regole precise e sicuri punti di riferimento che stabiliscano, se pur in termini essenziali le linee direttrici degli interventi. Non sarebbe poi una cattiva idea richiamare in vita l'Associazione Editori, in sonno da molti anni, per impostare su di una piattaforma condivisa un costruttivo rapporto dialettico con il governo della Provincia finalizzato fra l'altro, alla costruzione di progetti e iniziative di grande respiro, capaci di coinvolgere il pubblico e il privato in una auspicata sintesi culturale. Altre considerazioni a nostro avviso appartengono alla sfera delle parole in libertà e delle esercitazioni, neanche tanto interessanti e creano soltanto confusione portando acqua al mulino di chi vuole per pigrizia mentale, lasciare le cose come stanno. Se l'assessore alla cultura che si muove, bisogna pur dirlo, con grande dinamismo e lodevole pragmatismo su di un terreno oggettivamente insidioso e sdrucciolevole, riuscirà a regolamentare finalmente i rapporti fra editoria ed ente pubblico potrebbe dire a ragione di aver portato un significativo contributo all'organizzazione della cultura trentina e tutti e non solo gli Editori gliene saranno grati.
Riccardo Bacchi Casa Editrice Temi - 7 ottobre 2009

5.
Sì ai contributi ma a chi li merita
L ' Adige registra con diversi interventi e accenti, differiti nel tempo, la necessità di una regolamentazione dell'editoria. In ballo ci sono risorse non indifferenti. E, tuttavia, occorre notare in almeno due posizioni espresse altrettante visioni del mondo editoriale e culturale nella Regione Trentino Alto Adige. Da una parte Marco Albertazzi, filologo di fama e editore con La Finestra editrice, ritiene che gli editori devono correre con le proprie gambe, senza il sostegno da parte della Pubblica Amministrazione, se non laddove l'opera edita assuma una rilevanza culturale tale da dover essere valorizzata al meglio. Dall'altra parte Riccardo Bacchi della Tipolitografia Temi sostiene che la pubblica amministrazione deve saper discernere le opere buone da quelle cattive. In entrambi i casi per dipanare la questione nella maniera più oculata possibile sarebbero necessari tre passaggi. Il primo: confrontare i diversi cataloghi editoriali, presenti naturalmente on line, oltre che su supporto cartaceo; il secondo: confrontare quali sono stati i contributi pubblici che hanno percepito e come hanno speso quel denaro; il terzo: vedere in quali biblioteche del mondo sono presenti gli editori trentini. Questi tre fattori credo siano imprescindibili per definire con maggiore chiarezza le varie questioni. In sostanza la sovvenzione può avere un senso se collegata strettamente a un criterio meritocratico, può di fatto costituire un premio per il lavoro svolto, una prospettiva più attraente e trasparente rispetto a quella in uso dei finanziamenti a pioggia prescindendo dal catalogo editoriale, proprio lì dove si misura la qualità nel tempo, la lunga durata della cultura che si trasmette alle nuove generazioni. A questo punto sarebbe opportuno che la proposta di Albertazzi di rendere pubblici i bilanci della Provincia Autonoma di Trento fosse estesa alla Regione (i dati veri devono ancora vedere la luce, si impone qui, anche in un senso più generale, una decisa opera di informazione profonda nel rispetto delle altre Regioni italiane, Lombardia e Veneto in primis, con il sospetto fondato che pochissimi sanno in Trentino ciò che in Lombardia susciterebbe una rivoluzione), andando poi a leggere i resoconti che gli editori (o i tipografi) hanno fornito una volta percepiti i fondi pubblici. Già, perché sarebbe curioso constatare che una volta incamerati i pubblici denari gli editori se li fossero spesi senza rendere conto di come e a chi queste opere sono finite. Un editore serio deve dare delle opere che rimangano, deve restituire delle opere che non si erano date ma che tornano a esistere, deve scoprire (complimenti a Keller) autori, traducendo quell'immenso patrimonio, soprattutto in lingua tedesca, che sta dentro la storia europea che è anche la nostra. Molti studiosi trentini hanno capito che la strada non può che essere questa, è il versante culturale della conoscenza reciproca e rispettosa a cui accennava magistralmente Rogger nella sua relazione di Pieve Tesino. Soprattutto la qualità merita di essere aiutata, è una strada diversa, faticosa ma ineludibile, che i trentini devono imboccare al più presto.
Stefano Chemelli - 12 ottobre 2009