Fenomenologia della cultura trentina




In tempi di crisi tutti hanno più problemi. C’è chi ha quello di trovare un lavoro, chi quello di stringere la cinghia. Anche i teatri hanno un “problema”: quello di riempire le sale. Ovviamente dipende da cosa quel teatro ha da offrire allo spettatore e da chi lo aiuta e lo supporta nello sforzo organizzativo: l’ente pubblico. Dipende tutto dalla cultura. Eccola la parola magica che, come in un misterioso mantra, è riecheggiata più volte ieri all’auditorium delle Scuole Don Milani a Pergine, in occasione della Tavola Rotonda, organizzata da Pergine Spettacolo Aperto, dall’emblematico titolo “Cultura in saldo: la crisi, il superfluo, i tagli, l’essenziale”. Davanti ad una folta platea hanno preso la parola una manciata di presidenti, Paolo Oss Noser (Psa), Carlo Fait (Centro S. Chiara), Massimo Oss (Apt Valsugana), Franco Senesi (Cassa Rurale di Pergine, sostituito da Daniele Lazzari) e due assessori alla cultura (a cosa, sennò?), Renato Nisco (Pergine) e, naturalmente, Franco Panizza (Pat).

Visto che si parla di cultura, vediamo come siamo messi. Ce lo spiega Cristina Pietrantonio, direttore artistico di Psa, prendendo spunto da un libro di Claudio Giunta che già nel titolo contiene una spiegazione: “Assedio del presente”. Già da tempo la cultura tradizionale rischia di essere soppiantata da una cultura, cosiddetta pop, cioè a fruizione veloce. La vita ha preso velocità rispetto al passato, non c’è più tempo né voglia di far fatica per vedere uno spettacolo, concentrarsi per seguire un concerto. Alla bisogna, ecco dunque la cultura usa e getta, meno complessa e “lenta” della tradizionale. È indubbio che canticchiare le quattro notarelle con cui Marco Carta ha sbancato Sanremo richiedono meno impegno di una sinfonia di Brahms, una puntata di una qualsiasi fiction televisiva è meno stressante di un dramma di Cechov.
Le conseguenze principali di questo passaggio sono la perdita del senso storico e della percezione di appartenere a una comunità. A pensarci bene, è in atto una specie di guerra sotterranea che sottende a una irrimediabile catastrofe, se non si corre immediatamente ai ripari. Il discorso è globale. Anzi, glocale, come si usa dire adesso. Si parla dell’Italia, è ovvio, ma si parla del Trentino, così come dell’Europa intera.

“Il Centro Santa Chiara, dice Carlo Fait, a fronte di una riduzione dei consumi, ha lavorato nella direzione di un bilanciamento delle diverse arti”. Musica, teatro e danza, s’intende. Sacrosante preziosità che contribuiscono a “consolidare i valori della democrazia e della solidarietà”. Peccato però che il concetto di cultura abbracci molti altri aspetti della vita di una persona. Lo sa bene Francesco Alberoni, che nei giorni scorsi – in apparente controtendenza rispetto a quanto detto da Fait – ha scritto addirittura di un aumento dei consumi culturali. Proprio perché si riferiva a una crescita non tanto del numero di biglietti venduti, quanto del “desiderio di conoscere e del gusto di fare sempre meglio”.
Più completa, anche per ragioni di competenza, la visione del concetto di cultura che ha proposto Massimo Oss, parlando di ricaduta economica delle manifestazioni di impronta culturale. Forti quindi le connessioni tra queste ultime e l’economia, in particolare quella dell’industria turistica. È triste dirlo, ma anche cose tanto nobili come il teatro hanno le loro Scilla e Cariddi: i costi e i ricavi. Molto importanti, quindi, la vendita e la diffusione delle iniziative, non prima aver dato loro una priorità. Perché la cultura non basta produrla, occorre distribuirla bene. E per farlo ci vogliono persone capaci, professionalità che sappiano individuare i canali più adatti ad una virtuosa diffusione del prodotto. Il marketing c’entra relativamente. È una questione di sensibilità, di ricerca in campo artistico che – come giustamente ha detto Fait in precedenza – non ha meno dignità e valenza di una ricerca scientifica.
Che Franco Panizza fosse un tipo che non usa mezze misure lo sapevamo, ma una tale verve in questo dibattito proprio non ce l’aspettavamo. L’assessore ne ha avute un po’ per tutti, dando al suo intervento i connotati di un inaspettato j’accuse contro enti di vario ordine e grado. La prima testa a cadere è stata quella di Trentino Spa che, dice Panizza, “non ha inserito nei suoi consigli nemmeno un rappresentante della cultura, né dello sport: ecco perché Trentino Spa non può dire di fare cultura”.

Un assessore senza rete. Che di rete parla, però, riferendosi a quella che andrebbe strutturata tra la miriade di realtà associative e organizzative della provincia. Una storia vecchia, certo, che però lui affronta di petto, mettendo sul piatto da una parte gli individualismi esasperati e dall’altra un risparmio concreto sulle spese. Quelle di promozione, ad esempio. Senza una rete, un dialogo, tutto è perduto. “Abbiamo quattro soprintendenze che non si parlano. I nostri musei hanno fior di uffici stampa, ma non comunicano tra loro. I distretti della cultura? Non esistono.” Non manca una frecciata alla costosissima Fondazione Bruno Kessler: “Sono d’accordo che occorra una ricerca, ma a patto che dia risultati tangibili.” Continua dicendo che gli attori della ricerca non devono per forza essere grandi professori, plurilaureati. A volte il talento segue strade diverse da quelle accademiche.
“E poi, scusate” conclude Panizza, “a che serve una buona Legge sulla cultura se poi non indica dove reperire gli strumenti per attuarla?”

SHAKESPEARE O GLI SCHÜTZEN?
Era il 1980, un caustico Franco Battiato suggeriva di mandare in pensione i direttori artistici e gli addetti alla cultura. Chi l’avrebbe detto che alla pensione si sarebbero avviati gli spettatori? I teatri sono vuoti. In questi giorni, si parla più di cultura che di Berlusconi. Bene, è già qualcosa. Dipende da cosa di quella cultura si dice. Alessandro Baricco, nel suo celebre pezzo su Repubblica ha proposto di darci un taglio con il fiume di finanziamenti pubblici al teatro e di dirottare il tutto su scuola e su tv. E su quest’ultima, la recente puntata di “Che tempo che fa” con Saviano ha avvalorato la tesi dello scrittore piemontese. Forse quello che manca è solo un po’ di coraggio da parte dei palinsesti. Ma se non si corre il rischio del ridicolo, non si corre nemmeno quello del sublime.
Ma in definitiva cos’è questa cultura? È il palloso dramma scespiriano o l’allegra sfilata degli schützen? O lo sono tutti e due? Il modo con cui un individuo si rapporta alla realtà, ognuno con una sua codifica. In tal senso è importante far cultura. L’importante concezione umanistica non può essere scissa da quella antropologica, altrettanto indispensabile. Panizza mostra di averlo capito e non molla la sua posizione.

("l'Adige" del 29 marzo 2009)