Se al Quaeda non suona al Live 8
09 07 05 11:25 Archiviato in: Articoli

Con ancora nelle orecchie le note commoventi, ma pure un po’ caciarone, del Live 8, sabato 2 luglio, ce n’eravamo andati a letto con una segreta speranza: che la soluzione ai problemi del mondo fosse, in fondo, legata ad un fatto di comprensione. Basta capirsi, insomma. Per questo cantanti pittati, urlatori barbuti e stralunati stonatori si sono “sacrificati” in questo 2 luglio 2005. Per invogliare i grandi della terra, pronti a riunirsi a Gleneagles, ad essere “comprensivi” e annullare quella facezia di debito che i paesi africani hanno accumulato fino ad oggi. Cavolo, voglio dire, s’è scomodato perfino Jovanotti.
Finito il concerto, gli osservatori più inclini all’ottimismo si sono lasciati andare ad imperdonabili errori di valutazione confondendo la finta beneficenza delle rockstar con la fine del problema Africa. E pure noi, gente della strada, ammorbata dal fesso ottimismo dell’estate, c’abbiamo illogicamente sperato. “Che ci vuole?” abbiamo pensato.
I più pessimisti, però, hanno subito invocato calma e gesso, dapprima ricordando al mondo che l’Africa non è un semplice problema, non è il comodo quoziente della sperequazione paesi ricchi – paesi poveri. L’Africa è un cancro, una malattia incurabile che accresce la sua forza depistando i medici che l’hanno in cura, costringendoli ad anteporre la cura alla diagnosi.
Ma non si sono limitati a ciò, i pessimisti. Hanno voluto soffermarsi sulle altre pandemie, disastri incombenti che pendono sul pianeta come una spada di Damocle: da quello economico legato all’emancipazione cinese, all’inquietante scenario atomico che si sta prospettando in Iran, fino alle solite, spesso farneticanti, problematiche legate all’ambiente.
Quel che saltava all’occhio, dalle analisi degli ultimi giorni, era la totale assenza dall’ordine del giorno di un’organizzazione terroristica rispondente al nome di Al Quaeda che pareva essersi dissolta. D’altra parte Bin Laden è inacciuffabile, ma c’ha i suoi acciacchi; Al Zarqawi è morto, anzi no, diciamo quasi. La nuova Tower of Freedom di New York sarà a prova di attacco. In Iraq – è vero – ne fanno fuori decine al giorno, ma in fondo questi sono affari loro.
Adesso, arrivano le bombe di Londra e il loro fragore desta l’Occidente dal torpore estivo, da quel sogno di una notte di mezza estate che è parso il Live 8. L’attacco alla Gran Bretagna sorprende. Ed è proprio questa sorpresa forse l’aspetto più angosciante della tragedia. L’Occidente, noi italiani soprattutto, è abituato a guardare avanti, addestrato a dimenticare e a tornare, espletati i canonici minuti di silenzio, alla sospirata normalità. E si soprende perché certe cose non se le aspetta. Riesce a non aspettarsele.
Ancora morti, scenari di ordinaria follia, di odio siderale che si manifesta, si ripresenta sulla scena più vivo che mai. Altro che Africa e bambini che muoiono ogni tre secondi. Pochi sono disposti ad ammetterlo, oggi, ma il risultato più importante che ha prodotto il megaconcerto organizzato da Bob Geldof è stato pure l’unico: rimettere assieme i Pink Floyd dopo 24 anni.
Al Live 8 è andata in scena l’utopia di un mondo perfetto osteggiato dai potenti del mondo. Per le strade di Londra è andata in scena un’altra utopia, complementare e di segno opposto alla prima: quella di una parte del mondo che non ci sta e costi quel che costi prova a fartelo capire, prima che sia troppo tardi.
Undici settembre 2001: New York. Undici marzo 2004: Madrid. Sette luglio 2005: Londra. A meno di un improbabile ritiro delle nostre truppe dall’Iraq, i prossimi morti, inutile nascondersi dietro un dito, saranno italiani. Vediamo di non lasciarci sorprendere.
"Trentino" del 9 luglio 2005