Intervista a Renato Farina



Lo confessiamo, la tentazione è stata quella di scrivere solo del libro su Don Giussani – che Renato Farina viene a presentare a Trento – e di tralasciare quanto capitato, e sta capitando, al suo autore a livello professionale e giudiziario. Tuttavia, sfogliando il volume non ci si mette molto a scoprire che Farina è una sorta di cooprotagonista della storia del prete brianzolo e della sua creatura, Comunione e Liberazione. Pertanto tacere su determinati avvenimenti sarebbe come fare ipocritamente i conti senza l’oste.
I detrattori lo hanno dipinto come un appestato, un criminale, una persona di cui bisogna fare addirittura a meno di parlare tanto è spregevole. Invece, conoscendolo meglio anche attraverso i suoi libri, Renato Farina si presenta per quello che realmente è: un (ex) giornalista brillante, non allineato, ma soprattutto un uomo che ha fatto uno sbaglio, lo ha riconosciuto e per quello sbaglio ha pagato. Tra l’altro il 29 marzo scorso l’Ordine dei giornalisti, su richiesta della procura di Milano, lo ha radiato per il ruolo svolto con il nome in codice di "Betulla" in favore dei servizi segreti. Una decisione – dal retrogusto vagamente politico, secondo diversi esponenti del centrodestra – che ha suscitato perplessità e stupore, anche all’interno dello stesso Ordine, se consideriamo che Farina si era già autosospeso e giornalista non lo era già da un pezzo. «Non pensavo di essere così importante da essere inseguito anche da morto», sono state le sue prima parole dopo aver appreso la notizia.
Vabbé, acqua passata ormai, verrebbe da dire. Farina continua a scrivere ugualmente su Libero, dove, in barba alla radiazione, l’amico Vittorio Feltri gli offre un’incondizionata ospitalità “in base alla Costituzione che consente fino a ora la libera espressione del pensiero”. E oggi, Farina arriva a Trento (Palazzo della Regione, ore 17.30), invitato dall’Associazione “Libertà e Persona” per presentare il suo ultimo libro: “Don Giussani - Vita di un amico” (Piemme), dedicato alla figura del prete brianzolo, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, di cui Farina fa parte.

Quello che colpisce del libro, a parte la straordinarietà della vita di Giussani, è il fatto che racconta la storia di due uomini: Giussani, appunto, e Renato Farina. Un’amicizia vera…
Di tutto questo sono solo riconoscente ed indegno. Io sono di Desio come lui, mia nonna era compagna di banco di sua mamma, quindi c’era un rapporto atavico tra noi. Guardandolo io mi sono reso conto da subito di come lui avesse ricevuto una Grazia dal cielo. Perché anch’io ero stato educato agli stessi valori cristiani, però mi accorsi ben presto che il mio era un cristianesimo morto. In lui era la pienezza dell’umanità. Ci sono atei, comunisti, ebrei che vedono in lui il difensore della loro stessa possibilità di essere felici.
È vero che è stato Giussani stesso domandarle di scrivere questo libro?
Probabilmente il libro che lui mi ha chiesto di scrivere non è nemmeno questo. Forse lo sarà il prossimo. Mi preme che più gente possibile possa conoscere il contenuto della missione di Don Giussani: Gesù presente nella Storia, attraverso un’amicizia.
Faccia finta di dover spiegare in un solo capoverso la novità del grande messaggio di Giussani.
Rendere presente nel nostro tempo la verità antica che il Cristianesimo è per la felicità degli uomini su questa terra. Adesso.
Giussani prete, ma soprattutto educatore.
Per Giussani l’educazione era tutto. Essa è la modalità attraverso cui l’uomo diventa uomo e sviluppa le domande del suo cuore. Ma attenzione, in lui il problema educativo non è impostato cristianamente, ma semplicemente in modo razionale, tanto che potrebbe essere accettato da chiunque; a patto di avere la mente libera e sgombra da pregiudizi. Voglio dire, è un diritto naturale per i figli ricevere non solo il latte e il risotto, ma le ragioni della vita.
Primavera del 1970. La prima volta che sentì parlare di Gioventù Studentesca, il primo gruppo di Giussani, lei seguiva un impeto rivoluzionario. Era in prima fila assieme a Mario Capanna e gli altri. Cos’è che più la colpì dei giessini?
Il fatto che erano amici, insieme sempre, uniti e nello stesso tempo non erano chiusi in se stessi, ma li interessava tutto ciò che accadeva. Avevano qualcosa in più, che magari non riuscivano bene ad esprimere. Io mi rendevo conto che la rivoluzione era sempre attesa per un dopo, mentre loro verificavano subito l’utilità di qualsiasi proposta.
Giussani accusava i ragazzi di sinistra di giudicare l’esperienza cristiana senza averla nemmeno affrontata. Il dubbio o è conseguenza di una ricerca o è un preconcetto vigliacco. Un bel colpo per un ragazzo che gioca a fare il rivoluzionario.
Quando sentiti parlare per la prima volta Don Giussani, a Pesaro, fui colpito dal fatto che descriveva il mio cuore. Come se mi avesse conosciuto da sempre.
Antonio Padellaro, oggi direttore dell’Unità, disse allora dei ciellini: “Sono di destra, ma parlano come comunisti”.
Forse voleva dire che noi ingannavamo la gente. Oppure che lui non riusciva ad afferrarci. Fu per questo che venimmo menati.
E cosa invece la deluse di più del marxismo?
La falsità umana, perché le persone che capeggiavano i movimenti marxisti in realtà non avevano rispetto per le persone.
In fondo è una cosa che può capitare a tutti.
Sì, però in loro era propria teorizzato. Quella cosa non era importante come il destino delle masse.
“La politica o è sostegno al senso religioso, oppure è gestione di un potere cattivo.” Quanto è vera oggi questa frase nella politica italiana? Non le sembra un po’ troppo manichea come posizione?
La posizione è nettissima, ma poi la vita è fatta di chiaroscuri. Le persone agiscono per il potere e poi magari incontrano il senso religioso.
Cioè?
Imparano a commuoversi per gli uomini, invece che obbedire ad un’ideologia schematica. Questa è una delle chiavi di volta per chiunque voglia fare bene politica.
Una volta Wojtyla ha detto ai ciellini: “Voi siete senza patria. Perché non vi lasciate assimilare da questa società.” Trovo questa frase molto calzante alla sua figura poco allineata ad un certo giornalismo dominante che anziché informare la gente spesso assume delle posizioni ideologiche.
Sono senza patria– e senza Ordine! (dei giornalisti, N.d.r.) – ma ho tanti amici.
Attorno alla sua persona aleggia una certa quantità di odio, soprattutto da parte di certe categorie professionali. Qual è la critica che le dispiace di più?
Quella che mi offende di più è che io abbia fatto degli errori per il denaro. È la cosa più falsa del mondo. E il tempo vedrete che mi darà ragione. C’è un sacco di gente che non mi conosce, non ha mai letto niente di mio, eppure mi odia. A caso.
Oggi in politica come nelle attività professionali pare non ci siano più avversari da affrontare, ma solamente nemici da distruggere. Una volta lei ha chiesto a don Giussani se i nemici bisogna proprio amarli.
Lui mi ha risposto: “Bisogna amarli in Crrrrisssto!” e l’ha detto stringendo i pugni e digrignando i denti.

Pubblicato (parzialmente) sul "Trentino" del 14 aprile 2007