La provincia dei paradossi



È difficile restare indifferenti allo stillicidio di notizie che in Trentino, giorno dopo giorno, sta delineando una situazione drammatica per quanto concerne il mondo giovanile. Ogni mattina ci appostiamo davanti alle rassegne stampa con il terrore di leggere la notizia dell’ennesimo ragazzo morto sulle strade a causa della velocità, spesso correlata all’eccesso nel consumo di bevande alcooliche. Tra il 2004 e il 2005 c’è stato un incremento di incidenti stradali causati da persone che si erano messe al volante ubriache pari al settanta per cento! Inoltre, è di non molto tempo fa la chiusura di tre locali pubblici che in Valsugana favorivano lo spaccio di sostanze stupefacenti. Soltanto ieri c’è da registrare perfino un blitz con il quale i carabinieri hanno perquisito ottocento studenti in una scuola superiore trentina. L’impressione è quella che ci troviamo di fronte ad una sorta di escalation, come se un disagio giovanile crescente, per entità numerica e per intensità del malessere, tendesse sempre più a sfociare nella sperimentazione dell’eccesso da parte dei nostri ragazzi.
Il Trentino è una terra ricca e da sempre ai vertici delle classifiche per la qualità della vita. Tuttavia è pure la terra che racchiude in sé un inquietante paradosso. Le Istituzioni e gli enti preposti alla promozione turistica si prodigano – e sanno farlo molto bene – nel fornire all’esterno, al turista milanese come a quello tedesco, un’immagine edulcorata della provincia, sognante e perfettina. Il Trentino viene dipinto come il posto ideale per una vacanza indimenticabile. E i turisti arrivano a frotte, pieni di curiosità e di euro in sovrappiù, pronti a godersi il modellino sociale che abbiamo preparato per loro: una sorta di Gardaland allargato in cui offriamo prodotti, usi e tradizioni preconfezionati e pronti all’uso. Missione compiuta. Il turista torna a casa entusiasta, con addosso la sensazione di essere stato in una specie di paradiso, ma nulla sa o ha potuto vedere dell’altro Trentino, il Trentino nascosto: quello delle croci sulle strade, dell’incredibile numero di suicidi, del consumo record di alcool e di droga da parte dei minorenni.
Paradosso nel paradosso, tanta parte di quella promozione è incentrata proprio sulla concausa di tanti problemi: l’alcool (il vino, la grappa, ecc.) Accanto alla cultura del vino con la C maiuscola, quella legata all’attività di una parte della civiltà contadina, si è andati costruendo, in questi anni, una cultura intesa come intrattenimento che ha fatto dell’alcool, del vino in particolare, un protagonista assoluto. Mostre e concerti nelle cantine, percorsi enogastromici (tante volte molto “eno” e poco “gastronomici”), brindisi e bicchierate varie in occasione di presentazioni, conferenze stampa, incontri con l’autore e chi più ne ha più ne metta. Allora, viene da domandarsi, qual è il messaggio che alla fine giunge ai giovani da tutto ciò? Forse che bere non è poi tutto questo male di cui si dice; anzi, col bere si può fare “cultura”, si può essere chic o cool o trendy, si possono accrescere le conoscenze, affinare i propri gusti.
Certo, non è alle Istituzioni che spetta il compito di educare i ragazzi (non siamo in un regime totalitario, per fortuna) e non è imputabile alle Istituzioni il malessere che serpeggia in quella fascia della popolazione. Pure è innegabile che si potrebbe fare molto di più. A livello di politiche giovanili, ad esempio. In tanti comuni trentini viene data la priorità a problematiche quali la viabilità, l’ecologia, il turismo; tutto ciò a scapito dell’educazione, di quelle politiche giovanili che tra l’altro, perché abbiano un senso, dovrebbero alla fine concretizzarsi in una forma di collaborazione coi genitori.
È risaputo, infatti, che il primo soggetto educatore resta la famiglia. Alla base di tutto dovrebbero starci un padre e una madre che abbiano coscienza dei propri ruoli e siano coerenti negli ideali che hanno da proporre ai figli. Chi è il giovane se non chi, più di chiunque altro, va alla ricerca di senso e di significato per la propria vita? Se la proposta non viene nemmeno dalla famiglia è chiaro che poi un giovane – sballottato in un mare di messaggi distorti e confusi, spesso in contraddizione tra loro – trova naturale fare della propria reattività il criterio del vivere: ho voglia, non ho voglia, mi piace, non mi piace, mi pare, non mi pare. Forse per capire perché i ragazzi sbagliano, si lasciano andare a certi eccessi, arrivando in alcuni casi a mettere in pericolo la propria stessa vita, dobbiamo prima di tutto capire il perché dello sfacelo di tanti, troppi nuclei familiari. Anche per questo motivo, la centralità della famiglia e la sua tutela dovrebbero stare nell’agenda di chiunque – politico o educatore che sia – abbia minimamente a cuore il futuro dei nostri giovani e non resti indifferente di fronte ai tragici accadimenti che sempre più spesso siamo costretti a leggere sui giornali.
"Trentino" del 1 maggio 2006