Intervista a Salvatore Settis
08 09 06 14:28 Archiviato in: Articoli

Ogni volta che escono un suo libro o un suo articolo nelle stanze della politica c’è qualcuno che fa un salto sulla sedia. I suoi richiami ad una maggiore attenzione del Governo nei confronti del patrimonio culturale sono simili a quelli di un padre severo che ha a cuore l’avvenire dei propri figli. Stiamo parlando di Salvatore Settis, Direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, coordinatore del comitato scientifico del MART e neopresidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Il suo libro precedente, “Italia S.p.A.”, aveva creato un certo scompiglio tra le fila del Governo, denunciando aspramente la logica che portava ad equiparare i beni culturali ad una merce che crea profitto. Nella sua ultima fatica editoriale, intitolata “Battaglie senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto”, Settis organizza e raccoglie i suoi articoli ed interventi sull’attualità dei beni culturali dal 2002 ad oggi. Un vero e proprio castigo per quanti (e sono ancora in tanti) ancora non si rendono conto che non è il bene culturale a creare reddito, bensì l’indotto che da essi deriva. La politica deve fare la sua parte e finirla, una volta per tutte, di nascondersi dietro al dito delle emergenze economiche, vere o presunte, e continuare tagliare i fondi, peraltro esigui, della cultura.
Il libro è stato presentato ieri sera a Rovereto. Assieme all’autore c’erano l’avvocato Gianluigi Ceruti,docente di Legislazione ambientale e delle aree protette nel corso di Laurea specialistica in Gestione dell’ambiente naturale e delle aree protette nell'Università di Camerino e “padre” della legge nazionale sui parchi e sulle aree protette del 1991 e il dott. Franco Marzatico, archeologo, direttore del Museo Castello del Buonconsiglio di Trento dal 1995 e socio dell’Accademia degli Agiati. L’incontro è stato moderato da Salvatore Ferrari, storico dell’arte e vicepresidente della sezione trentina di Italia Nostra.
Professor Settis, nella storia moderna la tutela e la preservazione del patrimonio culturale dello Stato è sempre stata preceduta e soverchiata da altre urgenze, o presunte tali. Sembra che in un Paese in perenne emergenza non ci sia spazio per la cultura. Quel poco che le si concede assomiglia più ad un’elemosina che ad un vero e proprio investimento.
Presso molti politici ha finito per prevalere l’idea falsa secondo cui gli investimenti in cultura, non parlo solo dei beni culturali, ma pure di ricerca e università, sia una specie di lusso. Qualcosa che si fa quando restano dei soldi. Viceversa sono un investimento sul nostro futuro, essenziale per tutti, in particolare per un Paese come il nostro che della sua tradizione culturale dovrebbe essere fiero e su di essa dovrebbe costruire il proprio futuro. Concepire la cultura come investimento è una cosa ormai riconosciuta anche dai più grandi economisti: l’attuale premio Nobel, ad esempio, vede l’elemento identitario che fanno parte della cultura dei vari popoli come uno dei fattori determinanti nello sviluppo dell’economia.
La nostra Costituzione prevede che i valori estetico-culturali non possano essere mai subordinati ad altri valori, ad esempio a quello economico.
Appunto. Non per niente il Presidente Ciampi ha più volte detto che l’articolo più originale della nostra Costituzione è l’articolo 9, che è quello sulla tutela del patrimonio e del paesaggio. E la nostra Costituzione, essendo stata scritta negli anni Quaranta, è stata straordinariamente lungimirante nell’affermare come principio quello che oggi gli economisti e i sociologi hanno scoperto negli ultimi anni.
In che maniera i beni culturali potrebbero davvero essere importanti per la crescita civile o economica del Paese?
I beni culturali sono già importanti, anche se li trascuriamo, perché è dimostrato che la produttività e la creatività individuale, oltre che collettiva, sono stimolati da un ambiente gradevole, da una generale qualità della vita e anche dalla soddisfazione della propria identità culturale. È una banalità: si lavora meglio in un ambiente più bello e quando si è contenti di quello che si è. I beni culturali aiutano a conquistare questa autocoscienza. È un errore invece puntare sulla redditività immediata della cultura, sul fatto che vendendo i quadri o i palazzi si potrebbero ricavare dei soldi o che aumentando i prezzi dei biglietti dei musei si incassa un po’ di più. Queste cose si possono fare o non fare ma sono assolutamente marginali.
Quali dovranno essere le politiche migliori per rilanciare questa importante, ma troppo spesso trascurata risorsa? È solo la politica ad avere responsabilità in tal senso o dovrebbero essere pure i cittadini a prendersi a cuore la questione?
Dovrebbero essere i cittadini, ma di contro la politica dovrebbe essere l’espressione dei cittadini. Io credo che un grosso intervento di sistema sia necessario sulla scuola che deve insegnare di più non in storia dell’arte nel senso tradizionale e manualistico, ma deve insegnare di più a comprendere, ad esempio, quanto siano delicati i nessi tra il nostro tessuto urbano ed il paesaggio circostante, quanto sia importante proteggerlo, quanto sia importante tenere i nostri beni culturali al riparo dalle speculazioni.
La nostra politica non segue questa direzione?
Mentre con i governi Prodi, D’Alema e Amato ci fu un progressivo accrescere degli investimenti, nei governi di centrodestra si è dovuto registrare un calo. Il Presidente Prodi, prima delle elezioni, rispondendo ad un appello del Fai, si era impegnato a riportare il livello degli investimenti in beni culturali all’uno per cento del Pil. Spero che Prodi mantenga questa promessa.
Anche se la nuova Legge Finanziaria non sembra promettere bene…
Si, non promette bene, però ci si renda conto che non si può fare tutto questo dalla sera alla mattina. È importante però che il Governo lanci subito dei segnali positivi e avvii un processo per il quale si possa arrivare agli obiettivi indicati dallo stesso Prodi nel giro di pochi anni.
Abbiamo parlato dell’atteggiamento della politica, veniamo infine ai cittadini. Sono pronti gli italiani a prendersi a cuore la questione del proprio patrimonio culturale o hanno ancora bisogno di essere educati a farlo? E come?
Io credo che gli italiani abbiano una coscienza un po’ sepolta di quella che è la tradizione culturale, la bellezza delle nostre città. Credo che sia un’esperienza comune vedere che i senesi sono fieri di Siena e i trentini di Trento. Questo non vuol dire aver chiaro cosa bisogna fare. Quando parlo di educazione parlo del salto che bisogna fare dall’interesse privato a quello pubblico, parlo di afferrare la ragione per cui le nostre città sono così belle: per secoli sono state governate dal principio che l’interesse del singolo, in alcuni casi, deve cedere a quello della collettività.
Una domanda un po’ scherzosa e personale. Il suo impegno contro la devastazione del patrimonio e le sue grida di allarme per la messa in vendita di beni pubblici non la fa sentire, talvolta, un Don Chisciotte?
Francamente no. Prima di tutto perché non sono solo. È vero che io sono particolarmente insistente, caparbio nell’insistere su questi temi. Però trovo una grandissima rispondenza. In alcuni casi, le denunce che mi è capitato di fare sui giornali – ne cito una, quella del condono archeologico, legge altamente perversa – hanno suscitato un così ampio consenso, anche tra le fila del Governo di centro destra (Urbani, La Malfa, ecc.). Un Don Chisciotte che qualche volta riesce ad abbattere qualche mulino a vento si sente un po’ consolato.
Una battuta sul Mart di Rovereto, di cui lei è coordinatore del comitato scientifico. È in serio pericolo pure lui?
Voglio sperare di no. Il Mart, nel giro di pochissimo tempo, è riuscito a diventare, grazie al dinamismo e all’intelligenza soprattutto di Gabriella Belli e poi del Presidente Franco Bernabé, un punto di riferimento italiano e non solo del difficile campo dell’arte contemporanea. Lo ha fatto con risorse economiche ed intellettuali proprie, ricorrendo anche ad un parterre più vasto di esperienze internazionali, confrontandosi col mondo in modo innovativo, inventivo e intelligente. Rovereto è geograficamente ai confini dell’Italia, ma riguardo all’arte contemporanea è all’assoluto centro e questo no può non avere il suo peso.
("Trentino", 8 settembre 2006)