L'eremo del vecchio Heinz



Se guardi la sua grande testa bianca non puoi fare a meno di domandarti come possono tanti ricordi stare in uno spazio tanto esiguo. Immagini di volti, parole, aneddoti della montagna, ricordi d’infanzia tutti stipati come sardine uno accanto all’altro, pronti ad essere tirati fuori all’occorrenza, per la gioia dell’interlocutore. E quest’oggi gli interlocutori siamo noi che andiamo a trovare il vecchio Heinz nel suo buen retiro dei Campregheri, frazione di Centa San Nicolò. La giornata è grigia e l’aria natalizia la si coglie non solo nelle luminarie e nei presepi posti davanti alle case, ma anche nel fumo dei camini che sa di buono e nel silenzio che avvolge questo angolo incantato della terra trentina.
Prima di accoglierci in casa, minacciandoci bonariamente con la sua storica piccozza, Heinrich Steinkötter ci invita a seguirlo lungo un sentiero che attraversa i masi del paese, toponimi che richiamano chiaramente ai cognomi dei residenti: Girardi, Tonezzeri, Uezi e così via. Incontriamo la Guglielmina, una simpatica ed esile signora che ci fa gli auguri e poi se ne va a trovare la sorella, che abita a due passi dalla Piazza Rossa. No, non è un errore di stampa. È il frutto della fede politica – ci racconta Heinz – di uno che abita qui. Un nostalgico comunista filo-sovietico che un giorno ha deciso di battezzare così l’anonima area che sorgeva davanti a casa, affiggendo al muro un eloquente cartello.
Un tappeto crepitante di foglie secche di castagno accoglie ora i nostri passi, mentre lo sguardo talvolta fugge verso sinistra dove la valle del Centa pare una voragine senza fine, un grand canyon in salsa trentina che per Heinz non ha segreti. “Quello è il Cimone, più in là c’è la Panarotta, mentre laggiù si intravede il Fravort”. Piccole cose per uno che ha aperto oltre centocinquanta vie sul Brenta, sulle Alpi ed in Perù, uno che con le stampelle è salito tranquillamente in cima all’Etna. Piccole montagne, eppure non meno prive di fascino delle più alte e famose cime del mondo.
Tanti sono i particolari che il nostro accompagnatore ci fa saggiamente notare. Il campanile di Centa S. Nicolò che spunta tra gli alberi, le travi dei tetti di Pian dei Pradi (“Ora è diventata Pian delle Case”), i resti di un’antica vigna (Una vigna? Qui?!), oppure alcuni grandi sassi di porfido, arrivati qui a cavallo di un ghiacciaio, direttamente dalla vicina Val di Cembra, circa un milione di anni fa. (“Anche in Bondone ne ho trovati diversi”).
Che non si tratti di una semplice passeggiata post-prandiale lo capiamo non appena scorgiamo una specie di capanna, circondata da una serie di piccoli steccati, serre, ripiani, immagini sacre, aiuole, appoggiata alla roccia che spunta proprio accanto al sentiero. È questo l’eremo che il vecchio Heinz, devoto credente, ha ribattezzato “Madonna del Silenzio”. Forse perché è un luogo che lascia senza parole, soprattutto dopo averne conosciuto la genesi.
“Ero arrivato da poco ai Campregheri. Un pomeriggio ho preso una sedia ed un buon libro e mi sono diretto verso il bosco, in cerca di un oasi di pace. Il giorno dopo ho portato un tavolo, poi un quadretto della Madonna e così via”.
Heinz versa il brulè che ha preparato per noi e racconta che il sindaco gli ha proposto di far su un tetto vero. Lui ha rifiutato perché così facendo l’eremo si trasformerebbe nell’ennesima baita in montagna, “una vera ossessione per tanti trentini piccolo borghesi”. Quel posto non ha bisogno di un tetto di coppi, perché le parole che Heinz è capace di dirti con quel suo trentino dall’accento tedesco riescono a riparare da qualsiasi intemperia possibile. Più che una speculazione edilizia, la sua pare una speculazione dell’anima, operata in tutta sincerità e semplicità, senza nessuno scopo recondito. Alla fine l’uomo dalla folta barba bianca ci chiede di scrivere qualcosa sul quaderno degli ospiti. Leggiamo qua e là le parole di chi ci ha preceduto, ci colpisce la frase lasciata da Fulvio: “Nella quiete di quest’angolo di pace si sente il respiro del Creatore”.
Sulla via del ritorno si unisce a noi il Guido, abitante ai Uezi, un’altra conoscenza del vecchio Heinz (come si fa a non conoscersi in un posto così?). I due ben presto intessono in fitto dialetto una discussione riguardo una certa catasta di legno posta su un pendio molto ripido. Il Guido pensa che la si potrebbe recuperare arrampicandosi sotto al ponte, tenendosi paralleli al terreno. L’esperto Heinz scuote il capo divertito e già prevede rovinosi ruzzoloni giù verso la Valle del Centa; così suggerisce di piazzare una corda sul corrimano del ponticello e, tenendosi ad essa, di lanciare la legna sulla strada. Una conversazione d’altri tempi.
Prima di concludere la passeggiata, Heinz trova il tempo di sorprenderci ancora una volta. Si sporge dal sentiero verso una casetta posta più giù, verso la valle; mette le mani di taglio sulla bocca e comincia a chiamare a gran voce: “Matildeee! Matildeee!” La sagoma di una pecora dalla testa nera si affaccia nel prato e fissa quell’uomo dalla folta barba bianca che ha appena urlato il suo nome. Fa soltanto di sì con la testa. “Strano, di solito mi risponde…”

Davanti all’ingresso della mansarda c’accolgono due cagnetti scondinzolanti. “Stanno aspettando i miei biscotti” ci confida Heinz, che con una mano accontenta i due simpatici animali e con l’altra ci indica il grande presepio che ha allestito davanti alla porta d’entrata. Uno spettacolo di creatività ed inventiva, sovrastato da un cielo di carta blu bucherellato nel quale il padrone di casa – porgendoci uno spillo – ci invita a porre la “nostra” stella.
Come descrivere la casa del vecchio Heinz? Un tempietto della memoria, ecco, la definizione è quella che meglio si accosta alla realtà. Le corna di alce siglate dalla scritta “Groenlandia ‘76” e il diploma della prima comunione (“Führer der katholischen Jugend”) sono il primo di un’infinità di cimeli, trofei, sculture e ammennicoli vari che occupano ogni angolo dell’abitazione. Molti i santini dei compagni di cordata che non ci sono più, tenuti in vista, come se tutte quelle persone possano in qualche maniera tenergli ancora compagnia. E lui a loro.



Dopo essersi arrampicato su tutto l’arrampicabile orografico del pianeta, oggi Heinz ha qualche problema con la schiena e con quel ginocchio malandato. Fa una specie di esercizio, portando la testa all’indietro, con il manico della scopa messo in contrasto tra le braccia e la schiena. “Brust raus!”, urlava sempre mia madre a me e ai miei fratelli: state diritti! La famiglia Steinkötter era nella natìa Colonia, dove la guerra aveva appena seminato morte e povertà. La gigantografia della città tedesca che copre un’intera parete della cucina è un segno eloquente di quanto amore Heinz nutra ancora per le proprie radici.
Un po’ di legna nella stufa ad olle e subito un dolce tepore si fa largo in quella casetta dei ricordi. Heinz prova a descrivere la sua giornata invernale tipo. “Mi sveglio alle sei, impasto il pane, poi pranzo e alle dodici faccio la mia passeggiata fino all’eremo, a volte anche più lontano. Alle quindici rientro e faccio un riposino. Poi mi alzo e leggo fino all’ora di cena.”
“Ma non ti pesa un po’ tutta questa solitudine?” gli domandiamo prima di tornare al mondo abitato. Il silenzio che avvolge i Campregheri aumenta di volume perché il vecchio Heinz non risponde. Scruta il Pizzo di Levico, cima Dodici e le altre montagne laggiù. “Lassù la neve sta cominciando a cadere”, sussurra. Il tono della sua voce non è più allegro come lo era stato finora.

("l'Adige" dell'8 gennaio 2008)


CHI È
Al noto scalatore Henrich Steinkötter (Köln, 1939) si deve l'apertura di centinaia di nuove vie sul Brenta, su altre montagne delle Alpi e in Perù. Ha al suo attivo una trentina di prime invernali. Ha effettuato spedizioni in ogni parte del mondo. Già sposato con la scalatrice trentina Vitty Frismon, Steinkötter è stato tra l'altro insegnante di tedesco al CLM di Trento. Collaboratore di diversi giornali italiani ed esteri, ha pubblicato "Il Gruppo della Paganella" (1967), "Die Brentagruppe" (1988) e "Arco, Sarcatal, Paganella" (1991) ed il recente autobiografico “La montagna del vecchio Heinz” (Curcu & Genovese, 2006).