Fotografo e pubblico subito su internet. Ergo sum
22 05 11 06:49 Archiviato in: Articoli
Tra le tante frenesie che la modernità ci ha regalato ve n’è una particolarmente inquietante, quasi il simbolo di quello stile di vita schizofrenico a cui la mentalità dominante, il conformismo, il potere – quello che volete – ci stanno conducendo. Sto parlando della mania di fotografare e di documentare qualsiasi cosa accada durante le nostre giornate, sia che si tratti di un ordinario e grigio giorno lavorativo sia che non lo sia, per poi affidarlo alle amorose cure del web o comunque di un onesto hard disk. Non che ci sia nulla di male nell’immortalare uno scorcio durante una vacanza o un quadro durante una visita in un museo, ma acciderbolina se danno fastidio tutte quelle manine levate con il telefonino d’ordinanza pronto a fare clic.
Un peccato. Anzitutto perché quelle foto o quei filmatini verrano rivisti al massimo – quando se ne troverà il tempo – una volta. Ma poi, se permettete, il riempimento della card della fotocamera è inversamente proporzionale all’esistere. Nel senso che la prima diventa la priorità rispetto al secondo e questo, se permettete, è fin troppo mostruoso.
C’è, nell’urgenza che ci spinge a sfoderare il nostro acchiappa-immagini digitale non appena se ne presenti l’occasione (e anche quando non se ne presenti), la rappresentazione di alcune nostre insane paure. Per prima, quella che del viaggio o della festa non giunga notizia ai nostri “amici” di Facebook. Per seconda, quella di dimenticare misteriosamente quanto appena visto. Al terzo gradino del podio, il timore più devastante: quello di essere diversi dagli altri scattatori, di rivelarsi cioè uno di quei personaggi all’antica che le cose le facevano per il piacere di farle, che un viaggio lo intraprendevano per gustarsi fino in fondo – senza l’intermediazione dei megapixel – l’esperienza, gli odori, i sapori, i suoni, l’immaginario mitico e storico del luogo.
Insomma, la supremazia della fotografia sull’osservazione sta modificando pericolosamente le abitudini antropologiche dell’homo sapiens ed è stigma di una profonda insicurezza, come se di fronte ad un evento, a delle persone, ad un’opera d’arte quell’evento, quelle persone o quell’opera d’arte preferissimo fotografarle anziché viverle. È il trionfo del virtuale. Di reale rimane solo la tristezza. (“TrentinoMese” Aprile 2011)
Un peccato. Anzitutto perché quelle foto o quei filmatini verrano rivisti al massimo – quando se ne troverà il tempo – una volta. Ma poi, se permettete, il riempimento della card della fotocamera è inversamente proporzionale all’esistere. Nel senso che la prima diventa la priorità rispetto al secondo e questo, se permettete, è fin troppo mostruoso.
C’è, nell’urgenza che ci spinge a sfoderare il nostro acchiappa-immagini digitale non appena se ne presenti l’occasione (e anche quando non se ne presenti), la rappresentazione di alcune nostre insane paure. Per prima, quella che del viaggio o della festa non giunga notizia ai nostri “amici” di Facebook. Per seconda, quella di dimenticare misteriosamente quanto appena visto. Al terzo gradino del podio, il timore più devastante: quello di essere diversi dagli altri scattatori, di rivelarsi cioè uno di quei personaggi all’antica che le cose le facevano per il piacere di farle, che un viaggio lo intraprendevano per gustarsi fino in fondo – senza l’intermediazione dei megapixel – l’esperienza, gli odori, i sapori, i suoni, l’immaginario mitico e storico del luogo.
Insomma, la supremazia della fotografia sull’osservazione sta modificando pericolosamente le abitudini antropologiche dell’homo sapiens ed è stigma di una profonda insicurezza, come se di fronte ad un evento, a delle persone, ad un’opera d’arte quell’evento, quelle persone o quell’opera d’arte preferissimo fotografarle anziché viverle. È il trionfo del virtuale. Di reale rimane solo la tristezza. (“TrentinoMese” Aprile 2011)