Se l'educazione diventa un problema
27 02 06 12:08 Archiviato in: Articoli
Emergenza economia? Emergenza scontro di civiltà?
Aviaria? Certo, i giornali non parlano d’altro.
Tuttavia c’è un altro problema, ben più grave, che
riguarda molto da vicino ognuno di noi. La vera
emergenza è quella sul tema dell’educazione. E c’era
davvero di che rimanere allibiti nell’ascoltare,
venerdì scorso a Trento, Rodolfo Casadei,
vicedirettore del settimanale Tempi, in un
interessante incontro dal titolo “Perché la società
oggi non è più in grado di educare”. Allibiti e
terrorizzati. Sì, perché fino all’altro ieri noi
eravamo convinti che l’educazione consistesse
essenzialmente nell’insegnare al proprio figlio a non
mettersi le dita nel naso in pubblico (tra l’altro,
ci consideravamo maestri nel far rispettare il
precetto). Ed invece abbiamo scoperto che
l’educazione è quella serie di comportamenti
attraverso cui si costruisce la persona e, quindi, la
società, altro che dita nel naso. Va da sé che la
questione ha la sua importanza. Si tratta di dare un
senso alla propria vita e, quindi, a quella dei
propri figli. Capire per cosa valga la pena vivere,
individuare una direzione per l’esistenza. Scusate se
è poco.
Ma c’è un ma. In questi ultimi tempi, pare che il verbo educare abbia perso la sua forza. Viviamo in una società dominata dal relativismo, ossia quello stato di cose in cui gli uomini non riconoscono più nulla come definitivo e si affidano solo al proprio io, pensano a soddisfare solo le voglie più immediate. Pensano che la libertà sia la semplice assenza di regole e di doveri. Così nelle nostre scuole gli insegnanti, anziché educare sovente applicano la cosiddetta pedagogia della neutralità, perdendo autorità ed evitando di dare agli studenti le vere ragioni di ciò che viene insegnato. E che dire dei mass media? Anziché condannare, giornali e tv tendono sempre più a giustificare chi commetta un furto, un’aggressione, un delitto patrimoniale, una spinellata generale davanti alla Camera dei deputati. Ma che diavolo sta succedendo?
Pure in famiglia: siamo circondati da torme genitoriali che non riescono più ad educare. O meglio hanno cominciato a scambiare per educazione quella che in realtà assomiglia tanto ad una resa. Figli che non studiano, non lavorano, bivaccano in casa fino a quarant’anni, bevono, fumano, tornano a casa alle tre, sono apatici e scontenti e si ritrovano davanti mamme e papà che non battono ciglio pensando che in fondo sia giusto così, come se limitare la libertà del figlio anziché un dovere sacrosanto fosse una sorta di delitto. Già, eccolo qui il problema. Sempre più spesso si scambia l’educazione per una garanzia di libertà. Si torna a casa stanchi dal lavoro e quello che si chiede ai figli è soltanto un po’ di pace. Figuriamoci mettersi a discutere perché l’esame è andato male o s’è sbugnata la macchina. Anche a causa di ciò viviamo in una società in cui sempre più latita la paternità; i padri si riducono ad essere quei tizi che escono di casa al mattino e ci ritornano la sera e servono per portare a casa lo stipendio (proviamo invece a pensare a certi padri di una volta, quelli che sapevano “come si stava al mondo” e pur di fartelo capire erano disposti a tutto).
Certo che è strana ‘sta cosa. Un genitore pensa di far bene a lasciare liberi i figli ed invece è destinato a scoprire che il suo dovere è un altro. Ad esempio, insegnare che la libertà non è l’assenza di legami e di Storia; che non si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno perseguendo semplicemente il proprio piacere. Deve esistere qualcosa che abbia valore, qualcosa per cui valga la pena vivere che non siano né i soldi, né il potere. Questo è il compito dell’educazione. Anzi, del rischio educativo, perché l’azione dell’educare comporta sempre il rischio di una sconfitta, che il figlio – ad esempio – di fronte alle tue indicazioni e ai tuoi consigli ti mandi a quel paese. Ti urli: “Non so che farmene delle tue chiacchiere”. Beh, pazienza. Perlomeno avrà visto che suo padre e sua madre credono in qualcosa, hanno delle idee, passioni, convinzioni.
Ecco. In questo senso, esiste un problema educazione in Italia, così come in Spagna, Francia, ecc.
Ma pare che ci siano anche persone che si stanno dando da fare per porre un freno a questa sorta di involuzione sociale. È dallo scorso settembre in circolazione una petizione, sottoscritta da intellettuali e giornalisti del calibro di Magdi Allam, Giuliano Ferrara, Ferruccio De Bortoli, Francesco Alberoni, da scrittori come Luca Doninelli e Paola Mastrocola; da artisti come Riccardo Muti e Pupi Avati, oltre a centinaia di esponenti politici, che sta raccogliendo firme da presentare, dopo il 9 aprile, ai nuovi rappresentanti del Governo italiano. Perché lo Stato faccia la sua parte, ad esempio tutelando i luoghi dell’educazione (scuola, famiglia, chiesa). La petizione, il cui titolo è “Se ci fosse una educazione del popolo tutti starebbero meglio” (www.appelloeducazione.it), sostiene tra l’altro che “Educare, cioè introdurre alla realtà e al suo significato, mettendo a frutto il patrimonio che viene dalla nostra tradizione culturale, è possibile e necessario, ed è una responsabilità di tutti.”
Insomma. Tutto potevamo pensare, meno che l’educazione potesse costituire un problema. Ed invece era una specie di ovvietà, l’acqua calda che per qualche oscura ragione non avevamo ancora avuto voglia di scoprire. Questo può capitare di imparare a Trento, un venerdì sera qualsiasi. Che grazie al vicedirettore di un settimanale di provincia uno scopra quanto sia diventato politicamente scorretto educare un figlio al giorno d’oggi. E pensare che non ce n’eravamo accorti.
"Trentino" del 27 febbraio 2006
Ma c’è un ma. In questi ultimi tempi, pare che il verbo educare abbia perso la sua forza. Viviamo in una società dominata dal relativismo, ossia quello stato di cose in cui gli uomini non riconoscono più nulla come definitivo e si affidano solo al proprio io, pensano a soddisfare solo le voglie più immediate. Pensano che la libertà sia la semplice assenza di regole e di doveri. Così nelle nostre scuole gli insegnanti, anziché educare sovente applicano la cosiddetta pedagogia della neutralità, perdendo autorità ed evitando di dare agli studenti le vere ragioni di ciò che viene insegnato. E che dire dei mass media? Anziché condannare, giornali e tv tendono sempre più a giustificare chi commetta un furto, un’aggressione, un delitto patrimoniale, una spinellata generale davanti alla Camera dei deputati. Ma che diavolo sta succedendo?
Pure in famiglia: siamo circondati da torme genitoriali che non riescono più ad educare. O meglio hanno cominciato a scambiare per educazione quella che in realtà assomiglia tanto ad una resa. Figli che non studiano, non lavorano, bivaccano in casa fino a quarant’anni, bevono, fumano, tornano a casa alle tre, sono apatici e scontenti e si ritrovano davanti mamme e papà che non battono ciglio pensando che in fondo sia giusto così, come se limitare la libertà del figlio anziché un dovere sacrosanto fosse una sorta di delitto. Già, eccolo qui il problema. Sempre più spesso si scambia l’educazione per una garanzia di libertà. Si torna a casa stanchi dal lavoro e quello che si chiede ai figli è soltanto un po’ di pace. Figuriamoci mettersi a discutere perché l’esame è andato male o s’è sbugnata la macchina. Anche a causa di ciò viviamo in una società in cui sempre più latita la paternità; i padri si riducono ad essere quei tizi che escono di casa al mattino e ci ritornano la sera e servono per portare a casa lo stipendio (proviamo invece a pensare a certi padri di una volta, quelli che sapevano “come si stava al mondo” e pur di fartelo capire erano disposti a tutto).
Certo che è strana ‘sta cosa. Un genitore pensa di far bene a lasciare liberi i figli ed invece è destinato a scoprire che il suo dovere è un altro. Ad esempio, insegnare che la libertà non è l’assenza di legami e di Storia; che non si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno perseguendo semplicemente il proprio piacere. Deve esistere qualcosa che abbia valore, qualcosa per cui valga la pena vivere che non siano né i soldi, né il potere. Questo è il compito dell’educazione. Anzi, del rischio educativo, perché l’azione dell’educare comporta sempre il rischio di una sconfitta, che il figlio – ad esempio – di fronte alle tue indicazioni e ai tuoi consigli ti mandi a quel paese. Ti urli: “Non so che farmene delle tue chiacchiere”. Beh, pazienza. Perlomeno avrà visto che suo padre e sua madre credono in qualcosa, hanno delle idee, passioni, convinzioni.
Ecco. In questo senso, esiste un problema educazione in Italia, così come in Spagna, Francia, ecc.
Ma pare che ci siano anche persone che si stanno dando da fare per porre un freno a questa sorta di involuzione sociale. È dallo scorso settembre in circolazione una petizione, sottoscritta da intellettuali e giornalisti del calibro di Magdi Allam, Giuliano Ferrara, Ferruccio De Bortoli, Francesco Alberoni, da scrittori come Luca Doninelli e Paola Mastrocola; da artisti come Riccardo Muti e Pupi Avati, oltre a centinaia di esponenti politici, che sta raccogliendo firme da presentare, dopo il 9 aprile, ai nuovi rappresentanti del Governo italiano. Perché lo Stato faccia la sua parte, ad esempio tutelando i luoghi dell’educazione (scuola, famiglia, chiesa). La petizione, il cui titolo è “Se ci fosse una educazione del popolo tutti starebbero meglio” (www.appelloeducazione.it), sostiene tra l’altro che “Educare, cioè introdurre alla realtà e al suo significato, mettendo a frutto il patrimonio che viene dalla nostra tradizione culturale, è possibile e necessario, ed è una responsabilità di tutti.”
Insomma. Tutto potevamo pensare, meno che l’educazione potesse costituire un problema. Ed invece era una specie di ovvietà, l’acqua calda che per qualche oscura ragione non avevamo ancora avuto voglia di scoprire. Questo può capitare di imparare a Trento, un venerdì sera qualsiasi. Che grazie al vicedirettore di un settimanale di provincia uno scopra quanto sia diventato politicamente scorretto educare un figlio al giorno d’oggi. E pensare che non ce n’eravamo accorti.
"Trentino" del 27 febbraio 2006