Chi muore giace e chi resta gli intitola qualcosa
18 10 11 05:36 Archiviato in: Articoli
Tutto è cambiato. Anche morire ha perso quella funzione di cesura, di chiusa finale a doppia mandata. Voglio dire che un tempo il passaggio a miglior vita di un politico, un industriale, un mecenate, un artista non presupponeva nessuna coda: funerale, elogio, tumulazione e stop. Chi s’è visto s’è visto. Oggi non è più così. E se un politico ha la sventura di morire in un incidente aereo pare più che normale intitolargli una scuola. Se un direttore artistico chiude la sua esistenza terrena, poco dopo si decide di dare il suo nome ad un teatro. E se uno scrittore decede alla veneranda età di 86 anni ecco lì già pronto il premio letterario che lo ricorderà in saecula saeculorum. Giusto alcuni esempi per chiarire un sospetto e avanzare, allo stesso tempo, un dubbio. Il sospetto è che in occasione della morte di personaggi celebri o meno celebri, in circostanze tragiche o meno tragiche, prenda forma una sorta di corsa alla “santificazione”. Il dubbio, invece, è questo: sono sufficienti dunque l’intitolazione di una strada, un ponte, una fondazione o una qualsiasi altra cosa per permettere alla società di considerare assolto il proprio debito di riconoscenza con chi ha lasciato questa valle di lacrime? Ma poi siamo proprio sicuri che quelle sfortunate persone sarebbero così felici di vedere il proprio nome affisso su una targhetta? O non ritenevano, al contrario, disdicevoli certi riconoscimenti postumi? Chi ha dunque deciso che fare bene il proprio lavoro, magari con tanta passione, costituisca la condizione necessaria e sufficiente per entrare nel pantheon della memoria collettiva – privilegio un tempo riservato esclusivamente a premi nobel, martiri, celebri artisti e salvatori della Patria?
Fiaccati dall’assenza di una Fede e della sua consolazione forse non accettiamo più che chi scompare sia destinato veramente a rimanere invisibile ai nostri occhi per sempre. Per questo ricorriamo a certi artifici della memoria che dovrebbero in qualche maniera protrarre nel tempo la presenza di chi non c’è più. Un nastro tricolore, una lapide, una pergamena che ne giustifichi l’inveterata assenza. “Chi muore giace e chi resta si dà pace”, insomma.
Ma c’è anche un ultimo aspetto da considerare. Forse chi muore lascia in eredità a chi resta un misterioso senso di colpa. Come se in qualche modo il fatto che le nostre vite continuino il proprio corso offenda la memoria di chi non c’è più. Ecco allora le frenetiche corse al ricordo e alla solidarietà. Ma quante manifestazioni si sono rivelate in realtà meschini atti di propaganda, di pronto soccorso per la coscienza del soccorritore stesso?
(TrentinoMese settembre 2011)
Fiaccati dall’assenza di una Fede e della sua consolazione forse non accettiamo più che chi scompare sia destinato veramente a rimanere invisibile ai nostri occhi per sempre. Per questo ricorriamo a certi artifici della memoria che dovrebbero in qualche maniera protrarre nel tempo la presenza di chi non c’è più. Un nastro tricolore, una lapide, una pergamena che ne giustifichi l’inveterata assenza. “Chi muore giace e chi resta si dà pace”, insomma.
Ma c’è anche un ultimo aspetto da considerare. Forse chi muore lascia in eredità a chi resta un misterioso senso di colpa. Come se in qualche modo il fatto che le nostre vite continuino il proprio corso offenda la memoria di chi non c’è più. Ecco allora le frenetiche corse al ricordo e alla solidarietà. Ma quante manifestazioni si sono rivelate in realtà meschini atti di propaganda, di pronto soccorso per la coscienza del soccorritore stesso?
(TrentinoMese settembre 2011)