"Katyn": tutte le bugie di un secolo crudele
08 06 09 06:44 Archiviato in: Incontri

Passione per la verità e fede in una pedagogia dell'arte. Queste le motivazioni principali che hanno spinto due associazioni culturali trentine a portare in regione il film "Katyn" di Andrzej Wajda. Una doppia proiezione che si terrà a Trento (8 giugno, cinema Vittoria, ore 20.30) e a Levico Terme (12 giugno, cinema parrocchiale, ore 20.45). Il "Mosaico" e "Nitida Stella", questi i nomi delle associazioni. Ma cos'ha di speciale questo film? E perché circola quasi in clandestinità? Cerchiamo di scoprirlo assieme.
Più passano gli anni, più diventa difficile dare un'idea, soprattutto alle giovani generazioni, di quale incredibile racconto horror siano state le guerre mondiale del Novecento. Un secolo, quello, che ha avuto parecchi meriti. Ha sfornato poeti, scrittori e pensatori senza pari. Ci ha dato la televisione, ci ha portati sulla luna, ci ha regalato la grande equazione di Albert Einstein. Però, di contro, ha preteso un prezzo troppo grande, a partire dai fanatismi politici, alle distruzioni, fino all'edonismo reaganiano e al nichilismo senza speranza di fine secolo.
Difficile raccontare la guerra. Troppo lontana dai metri di giudizio attuali. Perciò immaginare migliaia di persone sepolte in una fossa comune è cosa ardua. Ecco, allora, che ci viene in soccorso l'arte. In questo caso quella cinematografica e visionaria del grande regista polacco Andrzej Wajda. Il compito dell'arte non è quello di risolvere i problemi della società. A quello ci pensa – o dovrebbe pensarci – la politica. Recuperare gli aspetti più fuggitivi del tempo. Recuperare, tramandare, resuscitare un passato altrimenti perduto per sempre, specialmente oggi quando sempre più persone rifiutano fatti accertati. Se è un piacere tenere un diario in gioventù, l'arte è un obbligo morale per chiunque abbia passato la linea d’ombra. Dire quello che ha visto o quantomeno creduto di vedere. Nell'eccidio di Katyn, Wajda ha perso il papà, ufficiale dell'esercito polacco.
La sequenza iniziale del film mostra la gente che fugge, braccata su un ponte. Da un lato ci stanno i nazisti, dall’altra i russi. Si capisce subito che c’è qualcosa che non va. Il conto non torna nel computo dell’odio. Ma “Katyn” è soprattutto un dramma psicologico. Mostra la tragedia dal punto di vista delle mogli e delle famiglie. Una tensione narrativa profonda e commovente che sfocia, nel finale, nella crudezza delle esecuzioni, proposte in forma di flashback. Altra componente fondamentale del film è la fede cattolica dei polacchi. Una tensione al Trascendente di cui è disseminato tutto il film. Fin dal suo inizio, con quel crocifisso sottratto alla furia iconoclasta dei russi e nascosto tra i morti dell’ospedale da campo. Un Cristo costretto morire una seconda volta.
Bene, diranno molti, un film su una delle tante tregende belliche. Dov'è la novità? Beh, le novità sono diverse. Intanto, le proporzioni di questa tragedia sono inimmaginabili. Alcuni parlano di almeno ventimila persone giustiziate. E poi dobbiamo considerare che per ben cinquant'anni, fino alla caduta del Muro di Berlino, il mondo intero, polacchi compresi, erano convinti che gli autori del massacro fossero stati i nazisti. Potere della propaganda. Quello compiuto dalla polizia segreta di Stalin fu un autentico capolavoro del male: cancellare dalla faccia della terra l'opinione pubblica polacca: ufficiali, professori universitari, intellettuali, artisti, ecc. Di loro – come dice sconsolato uno dei protagonisti – “rimarranno solo i bottoni”. Ammansire un popolo di morti è decisamente più agevole che piegare certe ostinate opposizioni.
Sì, il "solito" film di guerra, d'accordo. Ma c'è un ultimo fatto, importante e sconcertante. Mentre in Polonia ben quattro milioni di persone hanno visto il film, nel resto del mondo la pellicola si è arenata. Spiaggiata come una balena sulle sabbie del vuoto culturale e dell'opposizione ideologica. In Cina e nella Russia di Putin è stato vietato. In Germania e negli Usa la distribuzione è stata scoraggiata perché, come scritto da qualcuno a margine del rapporto della produzione, «l’iniziativa potrà fallire per ragioni politiche».
E in Italia? "Katyn" è stato inizialmente distribuito in sette sale. Sette su tutto il territorio nazionale! La Medusa, distributore di Silvio Berlusconi, ha rifiutato il film. (Non vogliamo pensare che si sia trattato di un favore a un "grande amico" del nostro paese: Vladimir Putin). La stampa, poi, ha soprasseduto all'ostracismo, forse ancora troppo impegnata in quella che Fabio Mussi ha definito “deriva pettegola e guardona dell’informazione”.
Già, gli italiani hanno ben altri gusti cinematografici. Già si stanno fregando le mani nell'attesa di gustare il nuovo capolavoro del Maestro Pieraccioni, in uscita a Natale. Forse ha davvero ragione il poeta Edoardo Sanguineti, quando dice che la cultura non si organizza più perché è diventata solo commercio. In una località che non c’entra niente con il merluzzo, si fa la sagra del merluzzo. Tutti si mettono in costumi falsi, ballano balli falsi, la tv li riprende e sono tutti contenti.
Insomma, morale della favola, per poter vedere “Katyn”, gruppi di cittadini hanno cominciato qua e là a noleggiarsi il film da sé. Circoli culturali, associazioni, parrocchie, improvvisati collettivi di badanti polacche hanno messo mano al portafoglio per portarsi a casa qualche giorno le introvabili pizze della pellicola. Vediamo allora di andare a cinema e dare una mano a questi ragazzi. Ma diamo una mano anche al ragazzo polacco che ci ha regalato il film. Un ragazzo di ottantatré anni che ha ancor voglia di credere e di sperare che la verità sia più forte di qualsiasi propaganda, commercio e di ogni programma di appiattimento culturale verso cui sempre più spesso questa società sembra voler condurci. Col sorriso sulle labbra.
L’eccidio di Katyn
Il patto di non belligeranza Molotov-Von Ribbentropp tra la Germania di Hitler e la Russia di Stalin prevedeva come clausola segreta la spartizione della Polonia tra le due potenze. Nel settembre del 1939 la Polonia venne invasa da ovest e da est e divisa tra l'amministrazione sovietica e quella nazista. Nella zona di influenza sovietica, nella foresta di Katyń, presso Smolensk, l'esercito russo trucidò circa 22mila ufficiali dell'esercito polacco, la futura classe dirigente del paese, seppellendoli poi in fosse comuni. Seguirà il massacro delle famiglie di questi. Alla fine della guerra mondiale l'amministrazione filosovietica della Polonia liberata attribuirà il massacro di Katyń al regime nazista, postdatando l'evento di un anno e compiendo una ferrea repressione sui parenti delle vittime e su quanti, tra i polacchi a conoscenza della verità, cercavano di farla venire a galla. Anche in Occidente, per convenienza politica, la versione degli eventi che incolpava i nazisti sarà spesso accreditata. Solo all'indomani della caduta del muro di Berlino i fatti di Katyń e le responsabilità russe saranno proposti all'opinione pubblica nella loro realtà.
Il regista
Nato a Suwalki nel 1926, Andrzej Wajda è certamente una delle personalità più interessanti e composite della storia del cinema polacco, oltre che un maestro riconosciuto del cinema mondiale. Da tutto il suo lavoro affiora il saldo legame del regista con la Polonia e le sue vicende storiche vissute attraverso le lacrime e il sangue della gente, in mezzo alla quale si distinguono i volti degli uomini che hanno determinato i grandi cambiamenti. A partire dai cortometraggi di esercitazione scolastica realizzati presso la Scuola di Lodz, passando dalla maturazione poetico-artistica avvenuta con i primi lungometraggi, fino al successo mondiale di opere come "L'uomo di marmo", "L'uomo di ferro", "Danton”, per arrivare finalmente ai recenti "I demoni" e "Korczak".