Lettera aperta a Lorenzo Del Boca
14 08 08 08:20 Archiviato in: Attualità
Gentile Presidente, ho letto con molto interesse la sua analisi sulla situazione della categoria pubblicata sul bollettino “Giornalisti” e mi è parso di cogliervi alcuni importanti segnali. Di fastidio, innanzitutto, nei confronti della modernità e dell’innovazione che nel loro inarrestabile cammino stanno travolgendo anche i mezzi di informazione. Segnali di fastidio nei confronti degli editori a cui andrebbe addossata gran parte della responsabilità della presunta degenerazione di forma e contenuti dei media italiani. Segnali di fastidio, infine, nei confronti dei lettori, rei di non voler più leggere i giornali e di affidarsi sempre più spesso alle nuove modalità informative offerte dal web.
Le sue parole mi confortano – ahinoi – nel ribadire quello che vado sostenendo già da tempo: la categoria a cui mi pregio di appartenere è rappresentata da un Ordine professionale che non la riconosce più. Per spiegarmi potrei usare la classica immagine del padre e dal figlio ribelle. L’Ordine a mio avviso si comporta come certi genitori che sono convinti di sapere tutto dei figli, presumono di conoscere perfettamente cosa è meglio per loro, quale strada dovranno intraprendere, ecc. E così facendo commettono l’errore più imperdonabile che un genitore possa commettere durante la sua paternità o la sua maternità: quella di non farsi venire nessun dubbio. Il dubbio, ad esempio, di essere troppo legati ad ataviche convinzioni che avevano senso solo in un determinato contesto storico, ma che oggi si risolvono solo in un vuoto e ridicolo accanimento.
Caro Del Boca, i giornali e le tv cambiano non perché agli editori abbia dato di volta il cervello, ma perché più semplicemente stanno cambiando i lettori. I giornalisti anziché rimproverare l’uno e l’altro dovrebbero piuttosto interrogarsi sul perché il lettore abbia cambiato rotta. Bisognerebbe avere l’umiltà di capire l’attuale congiuntura dell’informazione, l’umiltà di “ammettere di non sapere” e, quindi, apprendere e, quindi, cercare dei rimedi.
Il mondo sta cambiando. Se n’è accorto anche mio figlio che di anni ne ha solo otto. Il mondo sta cambiando non velocemente, ma alla velocità della luce. Non dobbiamo dimenticare che stiamo vivendo una vera rivoluzione. Negli ultimi vent’anni il modo di comunicare e di informare ha fatto progressi incredibili. Questi primi anni duemila ci hanno portati dove vent’anni fa non potevamo pensare di arrivare nemmeno nei più arditi viaggi onirici. E se dovessimo riassumere in una sola parola quello che è accaduto e che sta ancora accadendo personalmente non avrei dubbi su quale vocabolo scegliere: velocità. La sfida a cui le aziende devono rispondere in questi anni è rendere i beni di consumo e i servizi fruibili nel minor tempo possibile, senza perdere di vista la qualità, anzi, se possibile, migliorare qualitativamente l’offerta. Ciò, inutile dirlo, vale anche per il mondo dell’informazione.
E se il mondo sta cambiando l’Ordine dei Giornalisti non può pretendere che tale cambiamento si arresti, ma deve pensare a come adeguarsi alla realtà. E deve farlo in fretta. È inutile continuare ad insistere nel proporre un tipo di giornalismo oramai obsoleto e fuori tempo massimo. Bisogna che le redazioni puntino tutto su immediatezza e qualità. E questo è compito degli editori – è vero, sono loro che tirano la carretta – ma pure dei giornalisti che non prendono mai in considerazione la valenza educativa del loro mestiere. Come lei mi insegna, il verbo “informare” non vuol dire solo “dar notizia”, ma pure “insegnare”.
Se la gente va in cerca solo di gossip, di storie di sangue e sesso, tutto ciò è il risultato di una cattiva educazione e la colpa è anche un po’ dei giornalisti che evidentemente non “comunicano” nella maniera più giusta; non riescono ad “insegnare” – ad esempio – che le avventure galanti del signor Elkann Lapo non sono degne di nota. Se la gente sa chi è Fabrizio Corona è anche perché ci sono stati dei giornalisti che l’hanno informata di ciò.
I tempi stanno cambiando ed è ora che l’Ordine da lei presieduto ne prenda atto. Bocca, Biagi, Zavoli sono stati grandi nel tempo che a loro era più congeniale. Adesso, però, sono solo statue di cera ed è tempo di voltare pagina. Prima ci si renderà conto di ciò meglio sarà per tutto il futuro della categoria.
Ma vi state rendendo conto di cosa stanno diventando i giornali, soprattutto a livello locale? Il regno del taglia-e-cuci, dell’improvvisazione, della supponenza, delle news andate a male, degli editoriali qualunquisti. Insomma, una rassegna stampa di ciò che su Internet si è potuto già leggere il giorno prima. Le redazioni sono piene di pubblicisti precari e malpagati a cui nessuno insegna niente, bistrattati dall’Ordine che non li ha mai visti di buon occhio, ma che alla fine sono l’onesta manovalanza che permette a certi quotidiani di tirare a campare.
Gentile Del Boca, per il bene del giornalismo e dell’informazione italiana, è di questo che dovete occuparvi. Della qualità dell’informazione, delle nuove professionalità legate alla scrittura e al giornalismo, della dignità e del giusto inquadramento che meriterebbero i pubblicisti, delle nuove tecnologie, delle opportunità offerte dal web, di come può la stampa interagire in maniera complementare con l’informazione digitale, blog in primis, offrendo ciò che il web ancora non riesce a dare. Insomma, l’offerta giornalistica va ripensata e rimodulata alle cangiate mode, gusti e preferenze dei lettori.
Lasciate perdere per piacere l’ideologia e i modi ingessati, le sedi allocate negli antichi ed eleganti palazzi, le operazioni di sistematica polizia professionale a danno di colleghi che troppo spesso sostituisce la loro tutela, l’errata convinzione che il giornalista debba fare solo il giornalista. Grazie al cielo non siete la massoneria e nemmeno un partito politico. Siete – e siamo – un Ordine professionale che ha delle responsabilità e che di tali responsabilità, anche di quelle educative, deve farsi carico. Ma non a parole soltanto, né tantomeno tenendo le mani sugli occhi: bensì sposando realismo e lungimiranza e rigettando quei fomiti di partigianeria che purtroppo ancora abbondano nelle fila degli iscritti e di alcuni dirigenti.
La qualità e la chiarezza dell’informazione saranno pure estranee al mondo degli editori, come dice lei. Ma la cosa più grave è che restano estranee anche alla mentalità dei giornalisti. Purtroppo.
Risposta di Lorenzo Del Boca
Caro collega
ovviamente un testo scritto può suscitare un'impressione favorevole o antipatica: non è questo il punto.
Ti pregherei però di riflettere sulla questione che tu poni al terzo capoverso. "Gli editori cambiano perchè cambiano i lettori". Non chiedo di meglio e, se così fosse stato, i giornali venderebbero di più con soddisfazioni reciproche. In realtà, i giornali non cambiano, nella sostanza, con il risultato di rimanere sempre più invenduti in edicola.
Non è l'Ordine (e i colleghi) che non vogliono cambiare prendendo atto delle novità. L'Ordine (e i colleghi) si lamentano del fatto che le novità non vengono prese in considerazione proprio da chi dovrebbe avere più interesse ad acchiapparle al volo: gli editori.
Che cosa hanno immaginato di sostanziale negli ultimi tempi? Di impacchettare nella carta del quotidiano ogni ben di Dio. Cassette di film, dvd, compact disc, la divina commedia, i romanzi del novecento, i fumetti e ogni genere di prodotti. Risultato? Il giornale è diventato carta da imballaggio e adesso che i gadget (li chiamano "collaterali") non funzionano più, come era del resto prevedibile, ci si ritrova con dei giornali che valgono quanto la carta dell'imballaggio (che, da sola, non vale niente).
Tutto qui. Non voglio che il cambiamento si arresti. Vorrei seguirlo, accompagnarlo, se possibile anticiparlo. Ma il correre non dipende solo da me e dai giornalisti.
Cordialità
Lorenzo Del Boca
Controrisposta mia
Gentile Dal Boca,
esattamente. Confermo quello che ho scritto: gli editori cambiano perché cambiano i lettori. L'offerta si adegua alla domanda. Ma non è questo il punto. La mia riflessione si spinge oltre. E cioè laddove si cerca di capire perché sono cambiati i lettori. Quello che manca, secondo me, è l'autocritica da parte nostra, farci venire quel dubbio di cui le parlavo nella lettera. I lettori sono cambiati perché chi scrive e chi fa questo mestiere non ha colto i segni del cambiamento. Anziché adeguarci alla nuova "domanda" di informazione, siamo rimasti a guardare, continuando a fare il nostro lavoro nello stesso identico modo di cinquant'anni fa.
Le novità di cui parla lei, a cui gli editori farebbero orecchi da mercante, dovevano arrivare prima, cinque, dieci anni fa. Adesso è tardi. È ovvio che gli editori tentino di salvare il salvabile vendendo cassettine o parlando di Lapo Elkann o della moglie di Gerrard (cfr. Corriere.it in questo momento...)
Apprezzo in ogni caso la sua risposta alla mia lettera e spero possa contribuire ad aprire un piccolo dibattito anche sulle altre importanti questioni che le ho voluto sottoporre. Il contratto è sacrosanto, sono d'accordo. Però non dimentichiamoci di tutto il resto.
Le sue parole mi confortano – ahinoi – nel ribadire quello che vado sostenendo già da tempo: la categoria a cui mi pregio di appartenere è rappresentata da un Ordine professionale che non la riconosce più. Per spiegarmi potrei usare la classica immagine del padre e dal figlio ribelle. L’Ordine a mio avviso si comporta come certi genitori che sono convinti di sapere tutto dei figli, presumono di conoscere perfettamente cosa è meglio per loro, quale strada dovranno intraprendere, ecc. E così facendo commettono l’errore più imperdonabile che un genitore possa commettere durante la sua paternità o la sua maternità: quella di non farsi venire nessun dubbio. Il dubbio, ad esempio, di essere troppo legati ad ataviche convinzioni che avevano senso solo in un determinato contesto storico, ma che oggi si risolvono solo in un vuoto e ridicolo accanimento.
Caro Del Boca, i giornali e le tv cambiano non perché agli editori abbia dato di volta il cervello, ma perché più semplicemente stanno cambiando i lettori. I giornalisti anziché rimproverare l’uno e l’altro dovrebbero piuttosto interrogarsi sul perché il lettore abbia cambiato rotta. Bisognerebbe avere l’umiltà di capire l’attuale congiuntura dell’informazione, l’umiltà di “ammettere di non sapere” e, quindi, apprendere e, quindi, cercare dei rimedi.
Il mondo sta cambiando. Se n’è accorto anche mio figlio che di anni ne ha solo otto. Il mondo sta cambiando non velocemente, ma alla velocità della luce. Non dobbiamo dimenticare che stiamo vivendo una vera rivoluzione. Negli ultimi vent’anni il modo di comunicare e di informare ha fatto progressi incredibili. Questi primi anni duemila ci hanno portati dove vent’anni fa non potevamo pensare di arrivare nemmeno nei più arditi viaggi onirici. E se dovessimo riassumere in una sola parola quello che è accaduto e che sta ancora accadendo personalmente non avrei dubbi su quale vocabolo scegliere: velocità. La sfida a cui le aziende devono rispondere in questi anni è rendere i beni di consumo e i servizi fruibili nel minor tempo possibile, senza perdere di vista la qualità, anzi, se possibile, migliorare qualitativamente l’offerta. Ciò, inutile dirlo, vale anche per il mondo dell’informazione.
E se il mondo sta cambiando l’Ordine dei Giornalisti non può pretendere che tale cambiamento si arresti, ma deve pensare a come adeguarsi alla realtà. E deve farlo in fretta. È inutile continuare ad insistere nel proporre un tipo di giornalismo oramai obsoleto e fuori tempo massimo. Bisogna che le redazioni puntino tutto su immediatezza e qualità. E questo è compito degli editori – è vero, sono loro che tirano la carretta – ma pure dei giornalisti che non prendono mai in considerazione la valenza educativa del loro mestiere. Come lei mi insegna, il verbo “informare” non vuol dire solo “dar notizia”, ma pure “insegnare”.
Se la gente va in cerca solo di gossip, di storie di sangue e sesso, tutto ciò è il risultato di una cattiva educazione e la colpa è anche un po’ dei giornalisti che evidentemente non “comunicano” nella maniera più giusta; non riescono ad “insegnare” – ad esempio – che le avventure galanti del signor Elkann Lapo non sono degne di nota. Se la gente sa chi è Fabrizio Corona è anche perché ci sono stati dei giornalisti che l’hanno informata di ciò.
I tempi stanno cambiando ed è ora che l’Ordine da lei presieduto ne prenda atto. Bocca, Biagi, Zavoli sono stati grandi nel tempo che a loro era più congeniale. Adesso, però, sono solo statue di cera ed è tempo di voltare pagina. Prima ci si renderà conto di ciò meglio sarà per tutto il futuro della categoria.
Ma vi state rendendo conto di cosa stanno diventando i giornali, soprattutto a livello locale? Il regno del taglia-e-cuci, dell’improvvisazione, della supponenza, delle news andate a male, degli editoriali qualunquisti. Insomma, una rassegna stampa di ciò che su Internet si è potuto già leggere il giorno prima. Le redazioni sono piene di pubblicisti precari e malpagati a cui nessuno insegna niente, bistrattati dall’Ordine che non li ha mai visti di buon occhio, ma che alla fine sono l’onesta manovalanza che permette a certi quotidiani di tirare a campare.
Gentile Del Boca, per il bene del giornalismo e dell’informazione italiana, è di questo che dovete occuparvi. Della qualità dell’informazione, delle nuove professionalità legate alla scrittura e al giornalismo, della dignità e del giusto inquadramento che meriterebbero i pubblicisti, delle nuove tecnologie, delle opportunità offerte dal web, di come può la stampa interagire in maniera complementare con l’informazione digitale, blog in primis, offrendo ciò che il web ancora non riesce a dare. Insomma, l’offerta giornalistica va ripensata e rimodulata alle cangiate mode, gusti e preferenze dei lettori.
Lasciate perdere per piacere l’ideologia e i modi ingessati, le sedi allocate negli antichi ed eleganti palazzi, le operazioni di sistematica polizia professionale a danno di colleghi che troppo spesso sostituisce la loro tutela, l’errata convinzione che il giornalista debba fare solo il giornalista. Grazie al cielo non siete la massoneria e nemmeno un partito politico. Siete – e siamo – un Ordine professionale che ha delle responsabilità e che di tali responsabilità, anche di quelle educative, deve farsi carico. Ma non a parole soltanto, né tantomeno tenendo le mani sugli occhi: bensì sposando realismo e lungimiranza e rigettando quei fomiti di partigianeria che purtroppo ancora abbondano nelle fila degli iscritti e di alcuni dirigenti.
La qualità e la chiarezza dell’informazione saranno pure estranee al mondo degli editori, come dice lei. Ma la cosa più grave è che restano estranee anche alla mentalità dei giornalisti. Purtroppo.
Risposta di Lorenzo Del Boca
Caro collega
ovviamente un testo scritto può suscitare un'impressione favorevole o antipatica: non è questo il punto.
Ti pregherei però di riflettere sulla questione che tu poni al terzo capoverso. "Gli editori cambiano perchè cambiano i lettori". Non chiedo di meglio e, se così fosse stato, i giornali venderebbero di più con soddisfazioni reciproche. In realtà, i giornali non cambiano, nella sostanza, con il risultato di rimanere sempre più invenduti in edicola.
Non è l'Ordine (e i colleghi) che non vogliono cambiare prendendo atto delle novità. L'Ordine (e i colleghi) si lamentano del fatto che le novità non vengono prese in considerazione proprio da chi dovrebbe avere più interesse ad acchiapparle al volo: gli editori.
Che cosa hanno immaginato di sostanziale negli ultimi tempi? Di impacchettare nella carta del quotidiano ogni ben di Dio. Cassette di film, dvd, compact disc, la divina commedia, i romanzi del novecento, i fumetti e ogni genere di prodotti. Risultato? Il giornale è diventato carta da imballaggio e adesso che i gadget (li chiamano "collaterali") non funzionano più, come era del resto prevedibile, ci si ritrova con dei giornali che valgono quanto la carta dell'imballaggio (che, da sola, non vale niente).
Tutto qui. Non voglio che il cambiamento si arresti. Vorrei seguirlo, accompagnarlo, se possibile anticiparlo. Ma il correre non dipende solo da me e dai giornalisti.
Cordialità
Lorenzo Del Boca
Controrisposta mia
Gentile Dal Boca,
esattamente. Confermo quello che ho scritto: gli editori cambiano perché cambiano i lettori. L'offerta si adegua alla domanda. Ma non è questo il punto. La mia riflessione si spinge oltre. E cioè laddove si cerca di capire perché sono cambiati i lettori. Quello che manca, secondo me, è l'autocritica da parte nostra, farci venire quel dubbio di cui le parlavo nella lettera. I lettori sono cambiati perché chi scrive e chi fa questo mestiere non ha colto i segni del cambiamento. Anziché adeguarci alla nuova "domanda" di informazione, siamo rimasti a guardare, continuando a fare il nostro lavoro nello stesso identico modo di cinquant'anni fa.
Le novità di cui parla lei, a cui gli editori farebbero orecchi da mercante, dovevano arrivare prima, cinque, dieci anni fa. Adesso è tardi. È ovvio che gli editori tentino di salvare il salvabile vendendo cassettine o parlando di Lapo Elkann o della moglie di Gerrard (cfr. Corriere.it in questo momento...)
Apprezzo in ogni caso la sua risposta alla mia lettera e spero possa contribuire ad aprire un piccolo dibattito anche sulle altre importanti questioni che le ho voluto sottoporre. Il contratto è sacrosanto, sono d'accordo. Però non dimentichiamoci di tutto il resto.