Le lettere "segrete" di Alcide Degasperi
04 05 08 08:52 Archiviato in: Articoli

Una “Striscia la Notizia” di sessant’anni fa. Questa l’immagine che bisogna provare a fissare nella mente per avere un’idea di cosa rappresentasse effettivamente Giovannino Guareschi, in quegli anni Cinquanta, agli occhi della gente comune. Un fustigatore dei potenti che maneggia la satira con abilità e grazia e che anziché tapiri d’oro dispensava dolorose bacchettate d’inchiostro. Grande scrittore che purtroppo ebbe il torto di nascere nel momento per lui meno indicato, quando cioè la cultura di sinistra stava mettendo le mani sulla cultura. Così, Guareschi, spesso tacciato di essere di destra, vive la grande contraddizione di essere popolarissimo, ma ignorato – nel presente e per gli anni a venire – dai canoni ufficiali della letteratura italiana, in cui c’era spazio solo per la mascella serrata di un noiosissimo Moravia.
Ma Guareschi dimostra di non aversene a male di ciò e si diverte lo stesso a bersagliare presidenti e ministri. Luigi Einaudi, ad esempio. Nel 1950 il Nostro si becca otto mesi con la condizionale per diffamazione a causa di una irriverente vignetta. Ma la querelle più articolata e per certi versi misteriosa è quella che lo vedrà guerreggiare a colpi di carte bollate con il grande statista trentino Alcide Degasperi.
Eppure gli ottimi rapporti che si erano instaurati tra i due negli anni precedenti nulla lasciano presagire. Durante l’infuocata campagna elettorale del 1948, Guareschi aveva appoggiato la Democrazia Cristiana, facendo probabilmente schiumare di rabbia i leader del Fronte Popolare, Togliatti e Nenni. Tutto, insomma, pare filare liscio tra lo Statista di Pieve Tesino e lo scrittore emiliano. Fino a quando, all’inizio del 1954 non si verifica una sorta di black-out. Siamo al 20 gennaio e Degasperi, già malato, ormai semplice deputato, sarebbe morto nel giro di pochi mesi. Il Candido pubblica una lettera dattiloscritta – su carta intestata della Segreteria del Papa –, datata 19 gennaio 1944 in cui Alcide Degasperi chiederebbe ai generali americani il bombardamento degli acquedotti romani, onde agevolare la reazione popolare. Tra i due amici, ovviamente, cala una certa freddezza. Il trentino non reagisce subito e, come era suo uso fare, temporeggia. Forse attende una smentita oppure è convinto che nessuno potrà credere a quelle assurdità.
Quando, una settimana dopo, sul numero successivo del giornale satirico Guareschi pubblica una seconda lettera, la freddezza diviene gelo. La seconda missiva è datata 26 gennaio 1944, riporta la firma “Degasperi” e questa volta è autografa. E si chiude così: “Carissimo, spero di ottenere da Salerno il colpo di grazia. Avrete presto gli aiuti chiesti. Coraggio, avanti sempre, per la santa battaglia, auguri, buon lavoro e fede”.
A questo punto, Degasperi va su tutte le furie. È strano, ma a farlo imbestialire non sono le lettere calunniose che lo dipingono nell’inedita veste di guerrafondaio, bensì il dubbio degli italiani. Perché in quell’occasione gli italiani dubitano di lui. “Non sono bastati, dunque, cinquant’anni spesi al servizio di questo Paese per dimostrare che si tratta di una bugia, ci vuole pure il processo per dimostrarlo”.
Già, Guareschi gode di una formidabile credibilità e gli italiani hanno proprio bisogno di un processo per convincersi appieno. Dopo un vano tentativo di convincere lo scrittore a pubblicare una smentita, Alcide Degasperi li accontenta e il 6 febbraio depone presso la Procura di Milano una querela per diffamazione a mezzo stampa. “Questo processo non lo facciamo per vendetta – afferma il trentino – ma perché bisogna impedire che venga messa in discussione la legittimità della Resistenza”.
Il 15 aprile, il Tribunale riconosce Guareschi colpevole e lo condanna a un anno di reclusione e 100mila lire di multa. Per l’autore di “Don Camillo” si aprono le porte del carcere. Quelle lettere sono false. Così si pronunciano si giudici, ma la verità pare da subito evidente a tutti, non solo a chi conosce minimamente la storia del grande statista trentino.
L’atteggiamento di Guareschi di fronte alla condanna è stoico. Più che stoico. Egli tace. Evita di proclamarsi innocente o colpevole, sostenendo più volte, però, che la sua condanna equivale ad un’ingiustizia. Rifiuta incredibilmente di ricorrere ad un salvifico appello e si sconta quattrocentonove giorni di prigionia nelle carceri di Parma, dal primo all’ultimo.
Azione giovanile, rivista della Gioventù italiana di Azione Cattolica, titola un'intera pagina con: "Guareschi ovvero lo scarafaggio". A corredo dell'articolo la foto di una mano con uno scarafaggio con la didascalia: “Quando certi individui ti danno la mano ti succede di provare un senso di ribrezzo.”
Lo Statista trentino ha a che fare con cose più urgenti, l’azotemia che lo sta uccidendo, ad esempio. Però l’atteggiamento di Guareschi lo addolora. Perché non riconosce di aver sbagliato? È stata sua l’idea delle lettere o qualcun altro alle sue spalle ha tramato per gettare fango sulla cristallina carriera dell’uomo di Pieve Tesino?
Tutte domande a cui Degasperi non farà a tempo a rispondere. Il 19 agosto egli si spegne a Sella di Valsugana. Quella notizia che lasciò attonita l’Italia raggiunge tra le mura del carcere Guareschi, proprio in quei giorni premiato con il Premio Bancarella per il libro “Don Camillo e il suo gregge”.
In una lettera dal carcere diretta alla moglie, datata 20 agosto, Guareschi scrive: “Il Premio Bancarella mi ha colmato di soddisfazione: e tu puoi bene immaginare il perché! Mi ha invece rattristato la morte improvvisa di quel poveretto. Io, alla mia uscita, avrei voluto trovarlo sano e potentissimo come l’avevo lasciato: ma inchiniamoci ai Decreti del Padreterno.”
Possiamo solo provare ad immaginare il suo stato d’animo e la sua angoscia. Sentimenti che lo spingeranno a chiudersi sempre di più a riccio a riguardo di questa vicenda. Una coerenza fuor di misura lo spingerà di lì in avanti a rifiutarsi di chiedere la Grazia anche durante i sei mesi di libertà vigilata che seguono alla detenzione. Quella stessa Grazia che lo stesso Degasperi si era detto disponibile ad accettare quando, venti giorni prima della morte, la Procura di Roma lo aveva interpellato in merito.
Negli anni successivi, il giornalista emiliano tacerà su questa vicenda. Farà un breve accenno alla querelle degasperiana solo nel 1957. Il 17 maggio, così scrive sul Candido. “Dio sa come effettivamente sono andate le cose e questo mi tranquillizza in pieno – scrive Guareschi –. Voglio soltanto rendere omaggio alla verità e riconoscere che, al confronto dei campioni politici d’oggi, Degasperi era un gigante”. Un ultima (e tardiva) attestazione di stima per il politico trentino, negli anni in cui un nuovo disinvolto modo di far politica inizia a farsi largo tra i banchi del Parlamento e si prepara a giungere – pressoché immutata – fino ai giorni nostri.
("l'Adige" del 1 maggio 2008)