Censori e bacchettoni a corrente alternata
26 03 09 05:18 Archiviato in: Articoli

Era la metà di febbraio quando la città di Trento è praticamente insorta contro l’affissione di un manifesto pubblicitario. No, non quello che propone il nuovo sorridente candidato sindaco, bensì una sorta di picture-fiction in cui due agenti perquisiscono sulla spiaggia di Rio de Janeiro, con maniere abbastanza rudi e ambigue, due stangone di due metri. Dire che si è aperto il cielo è dir poco. Associazioni, partiti politici, cronisti à-la-page, il solito esercito di benpensanti cittadini ha levato alto il grido allo scandalo. Dodici anni dopo la ninfa desnuda di Milo Manara, i fantasmi del puritanesimo si sono fatti rivedere nella città del Concilio. Stavolta con motivazioni un po’ diverse. “Quel manifesto offende la dignità della donna, banalizza la femminilità, svende all’altare del commercio anni di lotta per i diritti delle donne e, soprattutto, incita alla violenza.”
In capo a poche ore, come già successo in qualche altra città italiana, le contestate affiches vengono coperte da pudici foglioni bianchi. Et voilà. Giustizia è dunque fatta. L’onore delle donne è salvo. Almeno all’apparenza.
Nel frattempo, marzo ha già messo i suoi piedoni primaverili sulla strada di questo duemilanove, dando la stura – nonostante la supposta crisi – alle grandi manovre della stagione estiva. I generali vacanzieri sono partiti con l’annuale consueta ispezione degli avamposti situati nelle agenzie di viaggi, cercando di fiutare prima dell’omologo nemico l’all inclusive vincente. I bollettini di guerra – le riviste di moda e di viaggi – si sono improvvisamente popolati di donnine in ghingheri prodighe di consigli, sia per lei che per lui. Per la prima, idee sul costume da bagno più figo dell’universo; per il secondo le solite perniciose fantasie. E la delusione di non trovare alcuna somiglianza tra i delicati visi che sorridono dai cartelloni e il faccione aggrovigliato che spunta ogni santa mattina sul cuscino accanto al proprio.
Sui diciotto metri quadrati che accoglievano il cartellone dello “scandalo” è così comparsa questa volta un’ammiccante signorina, che con lo sguardo lascivo, distesa su un fianco, offre la sensazione di pubblicizzare qualcosa di più del prodotto indicato in calce. Questa mantide sei-per-tre distrae gli uomini alla guida e stuzzica la fantasia spenditoria delle donne al volante. Eppure – potrebbe apparire strano – ma nessuno ha protestato, questa volta. La perquisizione brasiliana no, la donna ammiccante sì. Il poliziotto con la mano sul culo no, la bela siora che ti supplica di farla impazzire sì. La situazione è curiosa e presta il destro ad almeno un paio di considerazioni.
Anzitutto, cresce il sospetto che a scatenare la furia censoria di metà febbraio sia stato solo una questione di idiosincrasia nei confronti del genere maschile, nella fattispecie impersonante il ruolo del poliziotto, quindi della Legge, quindi del Potere, quindi della società che a volte non fa mistero di voler mettere le donne sotto i piedi, riducendolo al rango di zerbino.
Altrimenti non si spiegherebbero il rinnovato silenzio e il silenzioso placet dei tutori della morale pubblica di fronte alla marzolina ondata di provocazioni figurative.
Pensiamo anche alla selva di giornali e giornaletti, cosiddetti “femminili”, che affollano le nostre edicole. Chi abbia la ventura di sfogliarli, alla disperata ricerca di uno straccio di articolo, deve fare i conti con una lunga teoria di giovin signore immortalate in posture non proprio innocenti, una sorta di catalogo che il Leporello pubblicitario presenta ai consumatori. Il paradosso è che certi magazine nascono con il presupposto di dare rilevanza e risalto mediatico a problematiche squisitamente femminili. Aborto, pedofilia, anoressia, maternità, lavoro, part time, depressione, menopausa. Peccato che la discrasia tra i contenuti redazionali e quelli pubblicitari abbia del clamoroso. Talvolta si rischia di imbattersi nell’assurdità di leggere un articolo contro la pedofilia e ritrovarsi, alla pagina successiva, davanti al dolce sembiante di una ninfetta che, millantando la maggiore età, si esibisce nell’allegoria del desiderio. Oppure di commuoversi scorrendo la testimonianza diretta di una violenza e subito dopo sgranare gli occhi di fronte alle nudità di una pulzella che sprizza ormoni da tutti i pori.
È contro questa mercificazione che le donne, le associazioni femminili e le commissioni per le pari opportunità dovrebbero tuonare. Censurare un manifesto, peraltro ironico e originale, alla luce di quanto scritto finora, si rivela la classica foglia di fico, se poi l’avvilente carnevale iconografico si svolge tra l’indifferenza generale.
Davanti ad una cultura dominante che veicola un’immagine distorta dell’essere femminile dovrebbero levarsi le voci di dissenso. Non solo per ragioni di dignità, ma per le conseguenze deleterie che si accompagnano ad un simile sfruttamento. Pensiamo ad esempio al processo di imitazione che spinge grandi e piccine a mutare il proprio modus vivendi, a cambiare abitudini, aspettative, sogni, ambizioni. Non stiamo parlando solo di acconciature o di scarpe. Non sono poche le adolescenti che pianificano il proprio futuro con un occhio alla pubblicità, alle soap opera, a certa pessima letteratura giovanile. Tutto contribuisce a caricare di energia cinetica l’impatto con la realtà che verrà di lì a poco. Non sempre (anzi quasi mai) è possibile trasformare la propria esistenza in un fotoromanzo patinato: ecco allora il proliferare delle frustrazioni, specie tra le minorenni, la depressione, la deriva dei disturbi alimentari.
Le istituzioni dovrebbero fare di più per mettere in guardia dai pericoli nascosti in un certo modo di fare pubblicità, mettendo in campo le proprie responsabilità educative. Troppo spesso la reclame di un prodotto nasconde l’insidia di proporsi come subdolo modello di una cultura che, ad esempio, banalizza la sessualità femminile, riducendola a icona irraggiungibile, a stucchevole epifania del desiderio.
Per non parlare delle deviazioni psichiche maschili che a tutte le età si nutrono, spesso a livello inconscio, di simili immagini. E ciò è molto pericoloso, anche alla luce del crescente numero di fatti di cronaca che vedono proprio la donna impersonare sempre più spesso il ruolo di vittima innocente. ("l'Adige" del 25 marzo 2009)
