Come raccontare una storia maledetta
27 11 10 06:05 Archiviato in: Articoli
Cascina Spiotta in località Franzana di Arzello. Da poche ore, le Brigate Rosse hanno rapito Vittorio Vallarino Gancia, industriale, re dello spumante. I carabinieri perlustrano i casolari delle Langhe nella speranza, prima o poi, di imbattersi nei rapitori. Sono le 11.30 del 5 giugno 1975 quando la 127 blu guidata dall’appuntato Pietro Barberis accosta lentamente sul retro dell’edificio. Il tenente Umberto Rocca picchia sulla porta. Gli risponde lo scoppio di una bomba a mano che gli dilania un braccio e gli porta via un occhio. Escono urlando un uomo e una donna. Un’altra bomba esplode, ferisce un terzo carabiniere, Cattafi, e uccide il maresciallo Giovanni D’Alfonso, 45 anni.Qualche nome e qualche data, tanto per inquadrare i fatti e chiarire che nel dibattito innescato dalla lettera di Sergio Paoli, riguardante lo spettacolo “Avevo un bel pallone rosso” non stiamo parlando di aria. E nemmeno di attori e attrici, tappeti rossi, copioni o sipari. Ma di esseri umani brutalmente assassinati e feriti nell’esercizio del loro dovere.
Chi scrive ha visto lo spettacolo scritto della brava Angela Dematté – interpretato meravigliosamente dalla stessa e da un superbo Andrea Castelli – e si è commosso, per la bravura degli interpreti, per la linea narrativa, per come ha saputo tirare dentro lo spettatore, lì sul palco; per come è riuscito a far dimenticare ad ognuno dei presenti chi era e cosa stavo facendo in quel momento. La magia del teatro, insomma. Tuttavia "Avevo un bel pallone rosso" ha regalato anche un'inquietudine. (Perché certi assiomi dell'ideologia brigatista sono gli stessi del cristianesimo primitivo, e ci toccano le corde dell'anima, risvegliano la traccia di Divino che misteriosamente ci portiamo dentro).
Ma soprattutto, è successa una cosa. Ad un certo punto dello spettacolo, al termine di uno dei tanti apologhi della Dematté-Cagol, uno spettatore ha accennato uno “strano” applauso. Roba da pelle d'oca. Questa volta forse non per la bravura dell'interprete, ma per il mito della rivoluzione proletaria. Sono venuti allora in mente i lavoratori extracomunitari arrampicati su, a Brescia e altrove. Ma anche, in seguito, gli studenti che protestano contro il decreto Gelmini. E poi ancora, i sermoni a senso unico di Roberto Saviano e di Fabio Fazio che stanno caratterizzando questa nostra stagione infausta.
Guardando “Avevo un bel pallone rosso” cioè, è impossibile non pensare agli esclusi, ai derelitti, alle vittime dell’ingiustizia (nel caso di Fazio e di Saviano lo sono coloro a cui non viene dato un diritto di replica, ad esempio coloro che sono contrari all’eutanasia).
Mara Cagol era una brigatista, una potenziale assassina. Non un’eroina da romanzo. Se non lo diciamo, se non lo sottolineiamo a dovere, se non lo urliamo qualcuno – specie i più giovani – potrebbero sentirsi autorizzati a venerarla come una specie di martire. A sentirsi confortati in certe scelte estreme. L’ideologia marxista ha un grande appeal, è consolante, è aggregante. Proprio come il Teatro. La ribellione, poi, è un’attività sensuale e benefica per il corpo e per lo spirito. Quando ci si ribella a qualcuno ci si sente bene, il sangue scorre fluente nelle vene, l’ossigenazione delle arterie è perfetta, la pressione ottimale. Per non parlare dell’autostima.
Anche per questo, occorre fare molta attenzione nel proporre le storie di certi personaggi. Vanno maneggiate con cura, come si conviene a certi esplosivi. Dicendo tutto. Ma proprio tutto. Ammantare di poesia una storia maledetta, non scioglie quella maledizione. La nasconde soltanto, sotto alla cenere dell’inquietudine. E fa dimenticare (o meglio, evita di ricordare) gli aspetti meno nobili, meno poetici, meno “teatrali” della vicenda che si sta raccontando: i nomi citati a inizio articolo. Quel tenente senza un braccio e senza un occhio, ad esempio.
Attenzione, dunque. I tempi in cui sui muri di Trento si leggevano frasi del tipo: “Guai alla penna senza fucile, guai al fucile senza penna” sono lontani, ma non abbastanza. L’arte ha il compito di raccontare la realtà, ma nella sua interezza. Con onestà. E se si dice che una brigatista aveva un’anima, allora si dica anche che era pronta ad uccidere per la causa. Che i padroni possono pure essere degli sfruttatori, i politici dei ladri, la società una società di merda, ma il rispetto delle regole e delle idee altrui – ci piacciano o no, vero Fazio e Saviano? – viene prima di tutto.
(l'Adige del 27 novembre 2010)