Nel mezzo del cammin di nostra movida



Il telefono comincia a squillare che non sono ancora le cinque del pomeriggio. Si sondano gli umori, si ispezionano possibilità e disponibilità. Chi c’è, chi non c’è, dove si va. Sono le grandi manovre in vista della movida serale e notturna. In Trentino, naturalmente. Perché forse è giunto davvero il momento di farla finita con il solito cantilenante luogo comune del “qui non succede mai nulla” e del “a Milano e a Verona, là sì che c’è vita”.
Soffermarsi sull’apparenza delle strade deserte, infatti, conduce fuori strada (deserta anch’essa). Non ci vuole un genio per comprendere che a meno dieci, dedicarsi allo struscio serale presenta vaghe somiglianze con un’operazione suicida. I flussi del divertimento trentino seguono percorsi precisi, sotterranei, come tanti fiumi invisibili che movimentano centinaia e centinaia di adolescenti, giovani uomini e attempati viveurs. Costoro lasciano poco all’improvvisazione, quando calano le luci del giorno e la sera più che un momento della giornata diventa una invitante proposta: il trampolino di lancio per la spensieratezza.
Cosa fanno allora i trentini per divertirsi? In quali misteriosi templi pagani vanno a rifugiarsi, davanti ad un calice di ottimo vino, ad una consolle o al monte di venere di una bionda alta due metri? Noi di TrentinoMese ci siamo incaponiti nello scoprirlo.

AMMALATI DI DIVERTIMENTO
La ricerca di svago è una malattia che colpisce a qualunque età. Ne sono affetti i ventenni come i sessantenni (a età superiori pare che il corpo diventi in grado di costruirsi in automatico delle difese). Le cause sono da ricercare essenzialmente nella noia e nel tran-tran, ma anche in una certa discrasia tra quello che la mente spingerebbe a fare e quello che in realtà si sta facendo sul serio. Insomma, quando anche i muri di casa iniziano a stringersi è tra le braccia della spensieratezza (amici, fidanzate, musica, ecc.) che bisogna correre: si tratta dell’unica terapia possibile. Perlomeno quando si preferisce lasciare ad altre più “illuminate” menti le prerogative culturali del tempo libero. E se si vuole evitare la rude carezza delle benzodiazepine.
Fuga dalla noia, insomma. E dalla solitudine. Ma è un moto naturale dello spirito umano. Anche come reazione a tutta quella selva di divieti che sta fiorendo, negli ultimi tempi, nel nostro contesto civile. Se a Torino è vietato bere e mangiare per strada e a Venezia non si può più dar da mangiare ai piccioni, a Roma, Gianni Alemanno ha pensato addirittura ai due estremi delle classi sociali: ai ricchi ha vietato (parzialmente) i cornetti caldi all’alba, ai poveri il rovistare nei cassonetti. Ma il massimo è proprio un divieto made in Trentino: «È assolutamente vietato danneggiare o rubare cartelli che recano messaggi di divieto». Pena, una multa fino a 428 euro. Siamo allo scioglilingua dell’inibizione.
Quindi, come se non bastasse la famigerata crisi, ora ci si mettono anche questi nuovi araldi del neoprobizionismo a mettere i bastoni tra le ruote a chi non si rassegna a indossare il muso lungo e iniettarsi dosi massicce di talent show, reality show e altre castronerie televisive.
Uscire di casa. Mettersi il vestito più figo, dopo una doccia particolarmente lunga e goduta. Andare incontro alla sera con curiosità, ottimismo e voglia di stare insieme. E al diavolo tutto il resto. Divieti, crisi e menagrami tutti compresi.
Anzi, la ricerca del divertimento pare proprio una reazione allo sfigato evo che ci tocca vivere. Quasi un riflesso pavloviano agli impedimenti del portafoglio troppo vuoto. Insomma, meno ce n’è e meno si spende.
Oggi, che la qualità della vita ha raggiunto picchi mai visti (ma non c’è la crisi?), che capitan Findus da vecchietto sdentato si è trasformato in un figaccione alla Sean Connery, non ci sono più limiti anagrafici alle frontiere del divertimento. Dai sedici ai novant’anni, chi vuol esser lieto sia e la macchina la guida quello che non beve. (Beh, magari a novanta è un po’ difficile, ma si fa per rendere l’idea.)

A Trento non si dorme (a parte il lunedì)
Dunque, il telefono comincia a squillare che non sono ancora le cinque del pomeriggio. Si sondano gli umori, si ispezionano possibilità e disponibilità: sì, l’articolo cominciava così. Proprio il momento dell’aperitivo è il momento della movida che accomuna un po’ tutti: teenagers, professionisti, mogli dei professionisti, amanti dei professionisti, giovani pensionati, universitari, operai.
I locali di ritrovo non sono infiniti. Non siamo a Milano, grazie al cielo. Le preferenze dei movidisti nostrani ruotano attorno ad un ventaglio di nomi abbastanza ristretto. Nel capoluogo, sono i wine bar e le enoteche a riempirsi di aficionados: l’Accademia, il Feudo, il Simposio, il modernissimo Ai Vicoli. Ma ci sono anche la Nuova Scaletta, la Mal’Ombra, l’Hemingway e il Picaro, tanto per citarne qualcuno. Locali che a differenza del classico bar il bicchiere te lo fanno pagare, non solo per un discorso di qualità. Si tratta di una selezione naturale, un filtro sociale che punta a tenere alla larga cafoni, bevitori di professione e attaccabrighe. Un’offerta più variegata la si può trovare in locali come il Deep Pause, l’ex Stube, dove si può anche mangiare e quindi in seguito zampettare su musica alternativa. Immancabile, per i giovanissimi il rendez vous serale al Retrò (ex Binario), specialmente il martedì.
A proposito di martedì. La palma di giorno della settimana ideale per la libera uscita non spetta più esclusivamente ai canonici venerdì e sabato, celebrati da famosi lungometraggi (“Grazie a Dio è venerdì”, “La febbre del sabato sera”). In Trentino anche il martedì pare aver acquisito una discreta valenza godereccia, specie tra gli universitari. La spiegazione è apparentemente semplice: i ragazzi provenienti da fuori provincia, giungono in città il lunedì mattina, la prima sera ci si sistema – i calzini puliti nei cassetti, il pasticcio nel freezer –, onde per cui è il giorno seguente che ci si comincia a dare alla pazza gioia.
Mercoledì e giovedì sono intermedi: qualcosa si fa, ma senza strafare. Un cineforum, una onesta pizza, magari vegetariana, un kebab, un paio di crepes, una canna (ma questo non lo scriviamo). La domenica i più facoltosi si concedono il pranzo fuori, al ristorante e d’estate meglio in agritur o al rifugio; la sera è dedicata al cinema. Rimane il lunedì, il giorno più sfigato di tutti. Molti locali sono chiusi. Poco movimento. Un brodino e via.
E i giovinastri di casa nostra? Dunque, eluso il controllo dei genitori, ridotti a flebile vocina dall’altro capo di un cellulare, i ragazzi si ritrovano davanti al primo bicchiere della serata. Di cosa parlano? Beh, gli argomenti sono sempre gli stessi. Ragazze se si tratta di maschietti o viceversa. Poi un po’ di scuola, sport, attualità. Politica e religione non pervenute. Ci si saluta, ci si rivede, magari si parla alle spalle di chi non è potuto venire.

NEL MEZZO DEL CAMMIN DI NOSTRA MOVIDA
Ci sono momenti in cui più che ai propri petulanti genitori bisogna dar retta all’oggetto più maneggiato nella vita: il portafogli. O meglio, alle possibilità di quest’ultimo. Vi sono tutta una serie di luoghi di ritrovo, soprattutto in centro città, che scimmiottando (a volte in maniera grossolana, altre volte meglio) pub irlandesi o wine bar di Manhattan divengono naturali punto d’incontro per gente che appartiene ad una certa classe sociale. L’età è quella della vita di mezzo, il traballante lasso di tempo posto tra gli anni del cazzeggio e quelli dei cazzi amari. Diciamo trenta, trentacinque anni, quaranta al massimo. Prima che la beltà dell’esistenza venga oscurata e travolta dal ciclone della figliolanza. Tra i locali in questione possiamo citare, ad esempio, lo Scrigno del Duomo, l’Old Bar, lo stesso ristorante Chiesa o il Caffé Randré. L’appuntamento prescinde dalla mitraglia delle telefonate. Ci si trova al bancone per consuetudine. Si beve un buon bicchiere di vino (roba seria, sia chiaro) e si mangiucchiano amenità culinarie, spuntini, bruschette e quant’altro. Le discussioni sono rilassate, ma affrontano temi di una certa importanza: la politica, l’attualità, in alcuni casi cultura o giù di lì. E via così, aspettando che la serata scappi via.
Sono dei piccoli salotti dove è bello ritrovarsi con chi porta il tuo stesso paio di scarpe, chi la scorsa estate si è arrostito nel medesimo resort. Insomma, si fa finta di essere a New York mantenendo i prezzi rigorosamente italiani. Gli economisti la chiamano “differenziazione dell’offerta”. In lingua trentina, “roba da siori”. Per carità: non c’è niente di male. Una volta tanto che uno può scegliere di che morte morire, perché urlare allo scandalo oppure tentare di impedirglielo?
Un format – quello della reunion serale – che alcune aziende hanno promosso a gesto promozionale. Promozione indiretta, certo, molto indiretta; ma sempre promozione è. Cene a lume di candela, schubertiadi affondati su divani chilometrici, in cui pagando una modico ingresso (cento euro, ammazza della modicità!) si può correre l’eccitante rischio di trovarsi a fianco del noto artista underground (“Dai, quello che imbalsama le pecore!”), al fascinoso direttore di testata (“È comunista, ma non sai cosa gli farei...”) o al facoltoso e immancabile imprenditore giunto appositamente da Milano (“Chi diavolo è quella graziosa signorina che si è portato appresso?”)
Una Trento da bere per pochi, selezionati, assetati.

I più grandicelli e i loro scatenati figli
Dopo l’aperitivo, le strade di giovani e meno giovani si dividono. Questi ultimi sono strutturati solitamente in coppie, anziché nel pittoresco e sciamante branco. Fino a qualche anno fa, era in voga l’apprezzabile usanza di trovarsi, a turno, in casa degli amici. La padrona di casa dava il meglio di sé, tirava fuori il servizio buono e poi ci si godeva la compagnia reciproca. Ora, la crianza pare essersi misteriosamente estinta, come l’ippopotamo nano di Creta. Il piacere della conversazione sta lasciando il posto al chiacchiericcio confuso che riempie l’aria dei ristoranti. Come mai? Forse questi anni di variegate paure hanno arrugginito i cardini delle porte d’ingresso. Non siamo ancora al livello degli hokikomori giapponesi – esseri che vivono la notte, chiusi dentro casa, senza alcuna relazione sociale – ma il fenomeno dispiace un po’. Segno dei tempi, potrà dire qualcuno. Può darsi. Ma come si dice: ce ne faremo una ragione.
A chi la ritrosia a ritrovarsi in casa non dispiace è sicuramente la categoria dei ristoratori, appunto. Moglie-più-marito-più-coppia-di-amici si rilassano davanti a piatti ricercati ed un’ottima bottiglia di vino, conversando amabilmente di vita, sogni, rimpianti o più semplicemente di quella cretina che abita all’interno dodici. I nostri convitati hanno dai quaranta ai settant’anni, spesso sono coetanei del gestore del locale, pertanto andare al ristorante è un po’ come andare a casa di amici. Con la differenza che alla fine ti tocca pagare.
Delle volte, si può anche decidere di andare a fare quattro salti, come ai vecchi tempi; tenendosi però alla larga dai posti frequentati dagli under quaranta. Allora, capita di ritrovarsi a sculettare, sfidando l’artrosi, al St. Louis di Mezzolombardo o al Dancing Isolotto, oasi di euforia nel deserto valsuganotto.
Massì, chi se ne frega. L’importante è che non si abbiano mutui sulle spalle e figli da mantenere. A proposito di figli. Dove sono andati a cacciarsi questa sera?
Beh, a quest’ora, sono – diciamo – le venti, venti e trenta, stanno ancora al wine bar del centro ad aspettare gli ultimi del gruppo. Nel frattempo all’unanimità è stata scelta la tappa successiva della serata. Cocktail bar, concerto o discoteca. Dipende. Da cosa? Beh, innanzitutto dalla stagione. Se siamo in estate, è più facile che si tenda a tirare tardi, ad allontanarsi di più da casa, a frequentare i numerosi locali aperti sui laghi, dalle roccaforti dance del Lago di Garda alle balere di Levico e Caldonazzo.
D’inverno, le pedane più battute sono quelle del Paradisi Nr.1 di Pergine, il Fanum di Loppio, lo Shuttle di Andalo e il Mardok di Cavalese.
E c’è anche un altro aspetto che influenza la decisione. L’età dei movidisti. I giovanissimi – studenti delle superiori, universitari – tendono ad impostare la serata in verticale. Nel senso di “carburazione”. Sì, è inutile, adesso che siamo lanciati, ammosciarsi sui facili moralismi legati al consumo di alcoolici. Che molti cerchino nella movida la “sublimazione di sé” attraverso un percorso bevitorio è risaputo. Distruggersi è la regola. Specie il venerdì o il sabato.
Poi uno cresce. Se è fortunato trova pure un lavoro e capisce che non è il massimo presentarsi in ufficio con certe occhiaie alla Bela Lugosi. Pertanto la serata assume un’impostazione orizzontale, più incline alla moderazione, alla mistica del centellinare.
Immaginiamoli allora, nel Trentino “in cui non si fa mai niente”, questi enormi flussi umani che si spostano da una via all’altra di Trento, da una valle all’altra, da un locale alla moda ad uno più spartano e un po’ cafone. Flussi di ridente umanità che balla, parla, scherza, comunica la propria gioia di vivere, ma anche – magari implicitamente – le proprie paure. Immaginiamoli. Pare quasi di sentirli, non vi pare? No?! Magari prima toglietevi i tappi dalle orecchie. Ancora niente?! Beh, sogni d’oro, allora.
Un palco, sei corde
e una birra
Il suono eccitante delle chitarre distorte o quello più consolatorio di una esibizione unplugged sono spesso il viatico delle serate trentine. Tanti accorrono ad ascoltare il gruppo dell’amico o dell’amica, ma anche il nome importante della scena underground europea che viene a suonare in Trentino. Non sono certo pochi i locali che offrono l’opportunità di assistere ad un bel concerto,sorseggiando un fresco boccale di birra. Dal Soultrain allo Snooky di Caldonazzo, da La Talpa di Miola di Piné al Pub Gulliver di San Cristoforo: un modo intelligente di far cultura e di promuovere nuovi talenti.

LA DISCOTECA: IL PUNTO D’ARRIVO
Sono i cuori pulsanti della notte trentina. È lì che converge tutta l’energia residua dei movidisti che caricati a molla dall’entusiasmo si riversano tra le braccia delle stroboscopiche. Sono per lo più giovanissimi, anche se alcuni locali – come ad esempio il Fanum – dedicano parte della struttura agli sculettamenti di chi vent’anni ce li aveva trent’anni fa. Poi, c’è anche il già citato St. Louis che offre una certa atmosfera retrò.
Ma il popolo della notte trentina danza al ritmo del tum-tum-na-nà, l’inno nazionale delle discoteche. Provate a farvi un giro alle due di notte per le strade della nostra provincia. Pare tutto un mortorio. E invece... Ci sono i trentini, ragazzi, millantati tali, tardone, ma pure gli stranieri, i terroni, i militari, le ragazze dell’est, ma la musica e le luci rendono tutti uguali. Il ballo è una forma di omologazione, ma è anche democrazia della spensieratezza. Liberazione dalle oppressioni degli orari e dei lacci sociali, ottimismo. A tenere sott’occhio tutte quelle camicie Dolce & Gabbana gli arcigni buttafuori, tutori della legge nella piccola enclave che è la discoteca. Un mondo a parte che sfugge perfino all’occhio attento del pressapochista: il profeta del “qui non si fa mai niente”.
Lungi da noi, abbiamo già scritto, i lagnosi discorsi sull’alcool e le filippiche sulla sicurezza stradale, non è lo scopo di questo articolo. Pertanto, a maggior ragione, risuona un pelo ingenerosa quella canzone che denunciava le “discoteche illuminate piene di bugie”. Questa patina da droghificio con la quale spesso, con la complicità di certa stampa, si cerca di ammantare le pedane danzanti forse è tempo che venga spolverata. Il Trentino ha una sua specificità perfino in certi aspetti dozzinali. Alla fine è lo stare insieme quello che conta. Staccare la spina ai pensieri per una notte almeno. Che domani è un altro giorno. (Trentinomese Aprile 2009)