Notizia di un suicidio: quando il giornalismo passa il segno



C’è nella divulgazione di notizie tragiche e scabrose – come ad esempio quella di un suicidio – un subdolo intento morboso, che si richiama a qualcosa di ancestrale. Un istinto animale che porta a godere del male altrui. Ci fa stare meglio, cioè, constatare quanto gli altri stiano peggio, a volte molto peggio di noi. È così che si spiegano certe audience legate ad eventi catastrofici, come ad esempio il recente terremoto abruzzese. Tuttavia, per fortuna, l’uomo non è un ameba né un batterio né un parassita. E da queste ultime forme di vita, lo distingue il fatto di essere un animale culturale, ove il termine “cultura” è inteso nell’accezione latina di “coltivare”. Cosa “coltiva” dunque l’uomo? Il sapere, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume: tutte attività che hanno come prerogativa l’appartenenza dell’uomo ad una società civile.
Lungi da noi ipotizzare che dietro la gridata notizia di un suicidio ci siano, da parte dei media, intenti commerciali, perché sarebbe davvero il capolinea del buon senso. Facciamo fatica a capire, in ogni caso, dove si collochi esattamente l’utilità del dare in pasto alla curiosità generale il fatto che tizio si sia tolto la vita, con tanto di fotografie, nomi e cognomi, dettagli più o meno scabrosi. Ci fanno, onestamente, trasecolare, le pezze a colore con cui i media – sommersi probabilmente dalle proteste – tentano di porre rimedio alla leggerezza di sbattere in prima pagina la disperazione, chiamando in causa servizi sociali, mercato del lavoro, strutture assistenziali, la burocrazia, il libero arbitrio (quello di cui stiamo discutendo non è il libero arbitrio, Caro Crepet, ma il rendere pubbliche le conseguenze del libero arbitrio).
Cosa ci sia, poi, di tanto dignitoso nel togliersi la vita, non lo si è capito. La dignità è il valore intrinseco e inestimabile di ogni essere umano; è dignitoso chi si prende cura di se stesso, chi tutela la propria onorabilità. Ha più dignità un terremotato che vive in tenda con tre figli, senza lamentarsi, a testa alta, pronto a rimboccarsi le maniche o chi si sottrae vigliaccamente alla scena del mondo? Ha più dignità chi decide di accudire un malato grave, garantendogli amore, assistenza in casa, evitando di ricorrere ad una fredda struttura pubblica, facendo i salti mortali per mantenere al contempo un contegno sociale ed una professionalità impeccabile sul lavoro oppure chi decide di staccare la spina ad un respiratore artificiale? Sono domande a cui è difficile dare una risposta. Forse impossibile.
Mette i brividi sapere che alle ore 9.30 di venerdì 8 maggio, in quasi tutte le edicole del Trentino, uno dei quotidiani locali risultava esaurito. C’è qualcosa di malato in questa società. La gente che protesta con l’edicolante, domandando perché diavolo non ne hanno stampate di più di copie, di questo dovremmo vergognarci, altro che. Su questa strana fame di morte dovremmo interrogarci, non su quella dei due poveri sventurati.

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Ma poi, scusate. Nessuno si è chiesto una cosa molto importante. Non credete che se avessero voluto far pubblicare il loro gesto sui giornali i due avrebbero spedito una lettera agli stessi? Chi ci dà la certezza che la loro volontà sia stata quella di andare in prima pagina? O di denunciare i problemi della società trentina? (A proposito, ma di quali problemi stiamo parlando? La ricerca del lavoro? La malattia?) Non pensiamo, invece, come è più plausibile, che la povera coppia, volesse mantenere uno stretto riserbo su quel gesto? Tanto è vero che hanno scelto un luogo molto appartato. I biglietti erano indirizzati a parenti e amici. Allora, nel dubbio, chi ci dà il diritto di sbatterli in prima pagina?
Al di là di questi interrogativi, ci domandiamo come si possa non pensare alle conseguenze che una notizia simile può generare. Quando Goethe pubblicò “I dolori del giovane Werther” si verificò un’incredibile ondata di suicidi emulativi in tutta Europa, tanto che in alcuni paesi fu vietata la circolazione del libro. Secondo un’indagine compiuta negli Stati Uniti nei due mesi successivi alla notizia di un suicidio a cui viene dato molto rilievo sui giornali, si hanno in media 70-100 casi di suicidio più del normale. Secondo lo psicologo americano, Robert Cialdini, anche gli incidenti mortali in genere aumentano dopo la notizia di un suicidio clamoroso (il picco è 3-4 giorni dopo la diffusione della notizia). La ragione più probabile è che si tratti di suicidi camuffati.
Il sospetto, dunque, è che dando spazio ad una notizia così, si legittimi in qualche maniera l’idea di suicidio. Cosa ancora più grave quando il giornalista ha la consapevolezza di vivere tempi di crisi, non solo economica. Non serve essere degli psicologi per capire che nella psiche debole di determinati soggetti, pensiamo agli adolescenti, ai borderline, ai malati, leggere certi articoli (e certi commenti!) oltre a creare una sottile tentazione di emulazione, avalla la malsana idea che il suicidio possa essere una soluzione a determinati problemi. Quella definitiva, ovviamente.

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C’è un ultimo aspetto da considerare. Dietro il lavoro dei media ci sta una figura professionale: il giornalista. Non uno che vende patate e verdura, bensì idee e informazione. A volte, questo fatto diventa un alibi grazie al quale molti di noi si sentono in diritto di fare a meno di una responsabilità morale ed etica. Insomma, è possibile che noi giornalisti siamo gli unici lavoratori al mondo che non si debbono sentire responsabili delle conseguenze sociali del proprio lavoro? Pensiamo a quanto avvenne con il fenomeno dei sassi dal cavalcavia. Ci vollero eserciti di psicologi e antropologi per convincerci a darci un taglio, per persuaderci a piantarla lì con il giornalismo da palcoscenico. Perché per i suicidi non deve valere la stessa regola morale?
La sensazione è che sia giunto il momento, per la categoria, di mettersi attorno ad un tavolo e riflettere su determinati aspetti della professione. Ad esempio, sull’enorme responsabilità di cui chi firma articoli su un giornale o su un servizio radio televisivo si fa carico, spesso inconsciamente. La sensazione è che quando scriviamo non riflettiamo sul serio sulle conseguenze di ciò che scriviamo e sui motivi che ci hanno spinto a farlo. A garantire certi equilibri e a dare più consapevolezza riguardo alle implicazioni educative del mestiere dovrebbe pensare il relativo Ordine professionale, che molte volte, ahinoi, pare impegnato in tutt’altre faccende.
Chi, infatti, si aspettava una presa di posizione ufficiale sulla divulgazione della notizia del recente suicidio, ad oggi, è rimasto deluso. Non spetta a noi ricordare che la legge sulla stampa (nello spirito del comma VI dell’articolo 21 e dell’articolo 2 della Costituzione) pone un limite preciso all’esercizio del diritto di cronaca. L’articolo 15 punisce, con la pena della reclusione da tre mesi a tre anni, la pubblicazione di "stampati i quali descrivano o illustrino, con particolari impressionanti o raccapriccianti, avvenimenti realmente verificatisi o anche soltanto immaginari in modo da poter turbare il comune sentimento della morale o l’ordine familiare o da poter provocare il diffondersi di suicidi o delitti". Al lettore ogni ulteriore considerazione.