Appello a Durnwalder per i "ragazzi di Via Rasella"



Ill.mo Presidente Luis Durnwalder, qualche giorno fa, a Roma per motivi di lavoro, obbedendo ad uno strano e misterioso richiamo, mi sono recato in via Rasella. Pur essendomi occupato in passato della vicenda e della storia del Polizeiregiment Bozen non avevo mai verificato di persona la situazione in loco. Ebbene in quella piccola via che guarda Palazzo Barberini ho avuto due sorprese. La prima è stata quella di rivedere sui muri i buchi lasciati delle mitragliate: uno spettacolo inquietante e silenzioso. La seconda è stata la più amara: non esiste nessuna lapide, targa o cartello che ricordi la morte dei soldati altoatesini e dei civili. Incredulo, ho iniziato a domandare conferma ad alcuni negozianti, ma tutti hanno scosso il capo. Uno di loro addirittura ha commentato sarcastico: "E che ce mettiamo a commemorà le esse-esse?"
Gentile Presidente, da quel 23 marzo 1944 sono passati quasi settant'anni e ancora pochi sanno che quei "poliziotti" non erano tedeschi, ma italiani dell'Alto Adige. Italiani! L'undicesima compagnia del Polizeiregiment Bozen era infatti formata da 156 uomini. Quasi tutti contadini o artigiani della valli dell'Alto Adige, acquartierati nelle soffitte del Viminale. Al di là di questo, bisogna ricordare che i loro erano compiti di ordinaria amministrazione locale, insomma, nella Roma Città Aperta, erano poco più che vigili urbani. Alle operazioni belliche erano preposte la Wehrmacht, anch'essa presente nella città eterna e le S.S. a cui il reparto succitato non apparteneva nemmeno formalmente, come ha dimostrato Lorenzo Baratter nel suo "Le Dolomiti del Terzo Reich" (Mursia, Milano, 2005).

Mi sono deciso a scriverle perché ritengo che settant'anni siano più che sufficienti per abbattere il muro di indifferenza e di omertà eretto da decenni di propaganda antifascista e comunista che hanno tolto agli sventurati altoatesini caduti in Via Rasella la pace di una assoluzione e di una degna sepoltura. Una pace che potrà arrivare solo quando qualcuno dirà chiaramente che quei ragazzi non erano "nazisti", ma solo giovanotti strappati alle loro famiglie dalla logica conquistatrice dei tedeschi. Una degna sepoltura perché sarebbe ora che i corpi di quei ragazzi tornassero a casa, destino che la pietas invoca per chiunque. Come Lei certamente saprà, attualmente sono ancora sepolti, in stato di semi-abbandono nel cimitero militare di Pomezia.
Ma l'infamia più grande, secondo me, è che si continui a ritenere i componenti del Polizeiregiment Bozen responsabili, più o meno diretti, del conseguente eccidio delle Fosse Ardeatine. Bugie, signor Presidente! Bugie che urlano vendetta al cielo. La responsabilità di quell'eccidio è di qualcun altro.




A Rosario Bentivegna, autore materiale della strage assieme alla compagna Carla Capponi, è stata conferita nel 1951 dal Presidente Luigi Einaudi (ahimé, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, Alcide De Gasperi), una medaglia d'argento, per la sua attività di guerriglia all'interno della città di Roma. Insomma per aver eseguito quello che Norberto Bobbio ebbe a definire "Il più grosso errore della Resistenza, un atto terroristico violento, assolutamente non necessario".
Con l'ordinanza del 16 aprile 1998, il giudice per le indagini preliminari di Roma ha disposto l'archiviazione del procedimento penale a carico di Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Pasquale Balsamo, iniziato a seguito di una denuncia presentata da alcuni parenti delle vittime civili dell'attacco. Il Giudice ha escluso la qualificazione dell'atto come legittima azione di guerra, ravvisando tutti gli estremi oggettivi e soggettivi del reato di strage, altresì rilevando tuttavia l'estinzione del reato a seguito dell'amnistia prevista dal decreto 5 aprile 1944 per tutti i reati commessi "per motivi di guerra". In seguito, la Corte di Cassazione ha continuato (2007-2009) ad accogliere con regolarità disarmante i ricorsi e le richieste danni avanzati dalla figlia di Bentivegna e della Capponi, ribadendo che quello di via Rasella fu "legittimo atto di guerra contro il nemico occupante".

Lev Tolstoj ha scritto che la pietà è una delle più preziose facoltà dell'anima umana. Dunque, Presidente Durnwalder, considerata l'inamovibilità della magistratura, si adoperi affinché venga riabilitata la figura di questi ragazzi, si faccia promotore presso la Presidenza del Consiglio, o presso altro organo competente, dell'apposizione di una lapide chiarificatrice. Una volta per tutte si ricordino i 33 altoatesini come "caduti di guerra" e venga disintegrata questa sorta di damnatio memoriae che li vuole cancellati dalla Storia.
Tempo fa, in seguito all'apparizione di un mio scritto sulla vicenda, ricevetti diverse lettere e telefonate di figli e parenti di appartenenti al Polizeiregiment Bozen. In particolare ricordo la vocina di una donna anziana, figlia di un caduto di via Rasella che, in lacrime, mi ringraziava per "aver finalmente scritto la verità". Gentile Presidente, oltre che per amor della Verità, faccia quanto le chiedo soprattutto per quella donna e per tutti gli altri discendenti che ancora attendono un atto giusto nei confronti dei loro cari. Grazie.



LA VICENDA
Questa storia comincia dopo l'armistizio dell'8 settembre e viene magistralmente raccontata da Lorenzo Baratter nella sua monografia "Dall'Alpenvorland a via Rasella" (Publilux, Trento, 2003). Viene costituito l'Alpenvorland, il Trentino e l'Alto Adige diventano in tutto e per tutto assoggettati al potere nazista. Tra le altre cose, si presenta la necessità di costituire dei corpi di polizia per il mantenimento dell'ordine pubblico. Vengono così formati il Corpo di Sicurezza Trentino, il suo corrispondente altoatesino, il S.o.d., e i Polizeiregiment. Italiani che combattono per i tedeschi. Tanti corrono ad arruolarsi perché convinti di scongiurare così il pericolo di essere mandati al fronte, altri perché convinti sostenitori del nazismo, altri solamente perché costretti a prendere atto della propria volontarietà.

L'undicesima compagnia del Polizeiregiment Bozen è formata da 156 uomini. Quasi tutti contadini o artigiani della valli dell'Alto Adige; hanno attorno ai quarant'anni e sono comandati dal tenente Wolgasth, un prussiano tutto d'un pezzo, una carogna secondo i suoi soldati che gli affibbiano il nomignolo di "Vollgas", Tuttogas, perché si diverte a farli schiattare di fatica. Il battaglione lo dirige un boemo, tale Dovek. Sì, perchè i posti di comando sono preclusi agli altoatesini, che in fondo – piaccia o no – sono pure italiani. Dovek e Tuttogas non devono avere una grande opinione dei loro soldati; l'appellativo più gentile che riservano alla truppa è "Holzkoepfe", teste di legno. Non hanno digerito di essere stati assegnati a quel battaglione, a quelle schiene curve abituate a salire su per i sentieri della Val Venosta e dei passi dolomitici, a quella gente di montagna per natura così pacifica e poco incline alla marzialità militaresca.
Per questo l'addestramento è particolarmente duro. Bolzano, Silandro e poi Colle Isarco. E da sopportare non ci sono solo la disciplina e la fatica fisica, ma pure l'umiliazione psicologica messa in atto dai comandi. "Traditori", "maiali", "bastardi" e altre della stessa marca. A quelle reclute non viene perdonato il fatto di essere così poco tedeschi, di non sapere addirittura, come nel caso dei ladini, parlare il tedesco.
Loro, le reclute, mal sopportano. In fondo, a quanto ne possono sapere loro, tutto quello assomiglia tanto ad un secondo servizio militare, fatto con una divisa diversa, per una nazione diversa, con tanto di giuramento che viene pronunciato il 28 gennaio. Pochi giorni dopo il Battaglione viene trasferito a Roma, con mansioni di sorveglianza.
Il Polizeiregiment Bozen viene acquartierato nelle soffitte del Viminale. Da lì, tutte le mattine, l'undicesima compagnia si reca marciando al Foro Mussolini, per svolgere le esercitazioni. Dovek, al seguito in automobile, non si accontenta di esporre le "teste di legno" agli attacchi partigiani. Pretende che si facciano sentire, che cantino come tanti galletti pettoruti, che si mostrino entusiasti di servire il Reich. Come delle vere esse-esse.

Il 23 marzo 1944 è un giorno speciale. Ricorre il venticinquesimo della fondazione dei Fasci di Combattimento, antesignani del fascismo. In città è prevista una manifestazione. La si farà al chiuso, in un teatro, per motivi di sicurezza. I nazisti temono attentati dimostrativi che spingano la popolazione romana ad insorgere.
I soldati dell'undicesima sono contadini che di guerra sanno ben poco. Per loro è già stato abbastanza traumatico passare dai prati della Val Badia, alla soffitta del Viminale. Però, qualcosa riescono a notarla anche loro.
Le guardie sono raddoppiate, le strade di Roma al contrario degli altri giorni sono praticamente vuote. E poi i sottufficiali, e anche Tuttogas e gli altri, vengono convocati a rapporto, in cima alla compagnia, mentre, con due strane ore di ritardo, l'ultima marcia è già cominciata.
I plotoni della Compagnia sono quattro. La bomba esplode mentre è appena transitato il secondo. Dodici chili di tritolo pressati in un contenitore di ghisa, a cui sono aggiunti sei chili di esplosivo e pezzi sfusi di ferro. A terra rimangono 33 soldati, alcuni dei quali orrendamente mutilati. Ci sono pure almeno 2 morti civili, "effetti collaterali" li chiameremmo oggi. Tra loro, Pietro, un ragazzo di tredici anni.
Il resto della Compagnia sbanda. Com'è comprensibile c'è una gran confusione, urla, sangue, panico, paura. Anche perché non c'è un nemico contro il quale aprire il fuoco. Il nemico è nascosto, fuggito, volatilizzato. Dovek è sconvolto, corre fra i morti smembrati e i feriti urlando come un pazzo: "Correte, maiali, correte!"
Il tenente Tuttogas, invece, mantiene disumanamente la calma e aiuta i feriti a salire sulle ambulanze. In ospedale farà loro un incredibile regalo, un dono da vera star nazista: una sua foto con dedica.