Shopping compulsivo: una droga indotta



In principio era l’agorà. Sì, insomma, la piazza. E la piazza era presso il sagrato. Non c’erano nessuna vetrina luminosa, né offerte speciali, né scale mobili. Si usciva di casa e ci si trovava lì a chiacchierare del più o del meno, a fumare, a trovarsi la morosa. L’operazione era naturalmente disgiunta da qualsiasi altra attività di tipo commerciale, ad esempio l’acquisto del cibo o del vestiario. Anzi. Entrare in un negozio era per lo più fonte di stress, non tanto per la conseguente diminuzione di ricchezza, quanto per la natura stessa dell’azione. Essendo collegata strettamente al bisogno essa non aveva alcuna nota ludica o di gradevolezza. In parole povere, fare acquisti era una noia bestiale, pertanto si cercava di fare in fretta, acchiappare lo scontrino e correre verso attività decisamente più piacevoli. Un po’ come pagare le tasse o fare una visita medica.
Poi un bel giorno ci è giunto alle orecchie lo slogan di una nota catena di supermercati che aveva un che di rivoluzionario: “il piacere di fare la spesa”. Di colpo sono crollate alcune convinzioni. Un piacere? Quella sega infinita? Ma va là!
Tutto è cominciato più o meno da lì. Da quell’assioma ossimorico. Mega impianti commerciali, spendifici del menga, iperbolici ipermercati sono spuntati come funghi, a sostegno della tesi del vecchio slogan pubblicitario. Niente è stato più come prima.
Pensiamo solo a come sono cambiati i paesaggi urbani, a come si sono adeguati alla crescita sconsiderata di queste nuove agorà che ti offrono tutto subito. In un posto del genere, infatti, puoi fare ogni cosa. E puoi farla subito. (Hai visto mai che durante gli spostamenti in automobile da un esercizio all’altro ti venga la voglia malsana di tornartene a casa o, peggio, di andarti a fare una passeggiata all’aria aperta). Rifare il guardaroba, la messa in piega, arredare il soggiorno, sviluppare le fotografie, mangiarti una pizza, richiedere un mutuo, pagare un vaglia, prenotare una vacanza. C’è tutto. Mancano solo le abitazioni ed il municipio. È vero, anche la chiesa non c’è, ma quella non serve più.

La notizia è di quelle che ti fanno pensare. Il giorno di pasquetta del 2009, in un centro commerciale trentino sono passate qualcosa come ventimila persone (“se pioveva sarebbero state di più”, si è pure vantato qualcuno). Alla luce di tale dato, non serve fare grandi voli pindarici per capire che alla nostra società, trentina e non solo, sta accadendo qualcosa di strano. Strano e preoccupante.
Anzitutto, è clamoroso che ventimila persone (tra cui moltissimi bambini), in una splendida giornata piena di sole, nel cuore di una regione che offre occasioni turistiche uniche al mondo non trovino di meglio da fare che rinchiudersi in un cubo di cemento armato a farsi sbranare dalle offerte speciali. A confronto, i vicentini e i trevigiani che sovente troviamo accampati ai bordi delle nostre strade sono dei viveurs che hanno scoperto il segreto della felicità. Ventimila. In un giorno solo. In un cubo di cemento.
Questo significa anche un’altra cosa: che questa gente dell’ambiente non sa che farsene. Potrebbero vivere nella casbah di Buenos Aires, a Quarto Oggiaro o a Porto Marghera, per loro non cambierebbe nulla. Così come non ritiene fondamentale sapere da dove proviene ciò che metterà sotto i denti o il capo che indosserà. L’importante è che costi metà della metà. Per il resto, chi se ne frega. Come ha già scritto qualcuno: per avere prodotti a basso costo finiremo per distruggere il pianeta nei prossimi cento anni.
Dal canto suo, chi giustifica l’apertura festiva dei centri commerciali sostenendo che in fondo si dà alla gente quello che chiede, oltre a mostrare un deprimente disinteresse per ogni prerogativa di tipo educativo, fa un ragionamento di tipo utilitaristico, mascherato da beau geste di impronta altruistica. Anche se le insegni come evadere il fisco dai alla gente ciò che chiede, tuttavia commetti un reato.

C’è questo romanzo. S’intitola “Kingdom come” e l’ha scritto James G. Ballard, uno dei più grandi scrittori inglesi viventi. Il protagonista indaga sulla morte del padre avvenuta nel Metro-Centre: una specie di mostro con 20 supermercati, 30 farmacie, due hotel, uno stadio e le proprie squadre di calcio, hockey e rugby. Un luogo surreale, in cui la gente si rifugia per sfuggire alla noia e all’horror vacui. Un posto in cui vige una dittatura del consumismo che tiene occupate le menti, impedendo loro il pensiero creativo e il discernimento. L’acquisto compulsivo è una droga indotta, una pornografia del pensiero che spinge alla brama di possedere oggetti sempre più nuovi a prezzi sempre più bassi.
Si tratta di una finzione, d’accordo. È vero, un romanzo non risolve i problemi della società, tuttavia può dare indicazioni molto utili. Soprattutto se, come in questo caso, la realtà fa di tutto per assomigliarle. Nel 2005, l’Ikea di Edmonton, a nord di Londra, promise mari e monti a chi sarebbe arrivato tra la mezzanotte e le tre del mattino: seimila persone si ammassarono ai cancelli; alcuni rischiarono di venire calpestati nella ressa. Morire per un’offerta speciale ha del parossistico. Quando tutte le aspirazioni possibili di una vita si riducono alla corsa frenetica all’acquisto, possiamo solo cominciare a correre, come Forrest Gump.
Lungi dal voler demonizzare il commercio e la sua libera intrapresa, vogliamo proporre in conclusione una piccola riflessione. Un centro commerciale, la stessa idea di radunare un potenziale tanto alto di consumo e di spremerlo come un limone, ha in fondo il suo diritto ad esistere, ma necessita di alcune regole. I meccanici sono tenuti a smaltire gli olii in una certa maniera. Gli impresari edili devono richiedere certificazioni su certificazioni. Forse è tempo che anche lo shopping cominci a pensare ad una sua etica.
Altrimenti, molto presto, ad essere modificate saranno non solo le abitudini – come è stato dimostrato lunedì scorso, per esempio – ma le nostre stesse vite e quelle di chi verrà dopo di noi. ("l'Adige" del 15 aprile 2009)