Quel Potere che ci vuole tutti più soli
19 10 09 05:38 Archiviato in: Articoli

Una recente ricerca svolta su iniziativa dell’Azienda provinciale per i servizi sanitari e dell’Assessorato alla sanità della Provincia autonoma di Trento ha individuato tra i problemi più temuti dai trentini la solitudine e l’isolamento. Un dato che non può passare certo inosservato, anche alla luce di alcuni evidenti mutamenti che stanno sempre più riguardando anche la nostra piccola realtà. La solitudine temuta, eppure “desiderata”: una contraddizione che può risultare interessante analizzare.
Con un’inquietante regolarità, le cronache narrano di persone che abbandonano la vita terrena completamente sole, la cui morte viene scoperta giorni o addirittura settimane dopo; alcune volte solo “grazie” a indizi di ordine olfattivo. Una fenomenologia, questa, che la dice lunga sulla direzione che stanno imboccando certe dinamiche sociali. L’età media si alza, i legami affettivi sempre più fragili, il concetto stesso di famiglia è sempre più nebuloso e incerto. La definizione di società sta mutando lentamente. Se un tempo si poteva così definire un gruppo di individui che condividono fini e comportamenti e si relazionano congiuntamente per costituire un gruppo o una comunità, oggi tale definizione abbisogna purtroppo di un opportuno aggiornamento.
Pensiamo anche alla nostra realtà trentina, a come fino a qualche anno fa era impossibile che nei paesi ci fosse qualcuno di veramente solo. Nelle piazze si usciva per le necessità quotidiane, ma anche per contarsi. Paradigmatico, da questo punto di vista, il modo tutto trentino di salutarsi domandando un “Ghe set?” Come a dire, “siamo ancora vivi?” Per dire, era praticamente impossibile che qualcuno avesse la sventura di lasciare questo mondo senza nessuno al suo capezzale.
Che gli uomini e le donne, oggi, siano sempre più soli è un dato di fatto che si fonda su un paradosso. La modernità ha la pretesa di mostrare – con la pubblicità, con certe forme di intrattenimento – individui calati in una dimensione di serena e sicura compagnia. In realtà, ahinoi, le cose non stanno così. Anzitutto, quasi sempre, non di compagnia trattasi bensì di compagnoneria: effetto di legami fragili che vanno giù al primo alito di vento, proprio perché loro presupposto è una qualche forma di “interesse” personale. Cioè la gratuità, il valore fondante di ogni amicizia o relazione, è divenuta merce rara, talvolta sconosciuta.
Per aver conferma di tali ipotesi basterebbe osservare con occhio attento quanto avviene nelle nostre città o nei nostri paesi. Nella prima, è sempre più difficile imbattersi in due o tre persone che parlano tra loro. Le auto circolanti contengono al novanta per cento il solo guidatore. Pedoni, ciclisti, pendolari, runners: un’intera umanità apparentemente in contatto con il mondo esterno, in realtà in collegamento con il proprio iPod e, quindi, con se stessa. I bar, luoghi da sempre deputati alla socialità, sono affollati da clienti che discorrono allegramente con il proprio panino o con il proprio müller thurgau. Sugli autobus, sui treni, sono scomparsi gli scompartimenti, imbarazzanti ricettacoli di socialità obbligata, sostituiti dalle poltrone singole che permettano, senza troppi imbarazzi, di starsene sulle proprie. Sugli scaffali dei supermercati già da tempo sono comparse monoporzioni dei piatti pronti, mezze bottiglie di vino: perfetto viatico per la solitudine.
Nei paesi le cose non vanno tanto diversamente. Anche la tanto sbandierata vocazione all’associazionismo cela talvolta una certa propensione all’individualità e al solipsismo. Fino a qualche decennio fa la dimensione sociale del nostro territorio consisteva nel fatto che i trentini vedevano nell’appartenere e operare in comunità un fattore di realizzazione personale (cfr. associazionismo, volontariato, ecc.). Cooperazione: espressione di democrazia partecipata che fa fronte a una serie di bisogni del vivere quotidiano. Rispetto al resto d’Italia, il particulare non si fermava alla famiglia, ma si allargava alla comunità di paese o di valle. La stessa autonomia è sempre stata (o per lo meno ha tentato di esserlo) espressione stessa di questa cultura del sovra-familiare. Eppure, stendendo un velo pietoso sulla degenerazione dell’afflato cooperativo – specie in campo bancario –, a ben guardare, le cose stanno lentamente cambiando.
Gli esempi non sono finiti qui. La propensione al gioco, o meglio, alla ricerca individuale della fortuna che tanto si è diffusa anche in Trentino. La tradizionale propensione dell’uomo a ricavarsi una nicchia dentro casa, un sancta sanctorum in cui ritirarsi, dimettersi momentaneamente dalle responsabilità coniugali e familiari: ecco allora tutta la teoria di garage, caneve, baiti, case ai freschi e compagnia bella. Insomma dal pittoresco, “andar per funghi” al fenomeno dei social network ogni cosa sembra parlarci di un nuovo, ma antico desiderio di solitudine. Anziché come risorsa, il rapporto con l’altro è divenuto una sorta di fastidio. E invece, più che di sovvenzioni, incentivi e agevolazioni, è proprio di questo che avrebbe bisogno la gente: una compagnia vera che aiuti a non farsi più fregare dai propri limiti e dalle contraddizioni di un Potere che, forse per poterci meglio governare, ci vuole tutti un po’ più soli. ("l'Adige" del 17 ottobre 2009)