Facciamola noi una festa per Dewis
11 12 07 08:22 Archiviato in: Pensieri
E se gliela organizzassimo noi una bella festa al giovane Dewis? Ma non una festa qualsiasi, bensì la più indimenticabile e bella che ti possa capitare nella vita. Una di quelle occasioni che poi ricorderai con piacere e commozione per tutto il resto della tua esistenza. Altro che raduno dei coscritti con la solita noiosissima bevuta e i patetici quattro salti in discoteca.
Viene davvero voglia di rimboccarsi le maniche e cominciare ad attaccare i festoni al muro leggendo la storia di Dewis Borghesi, il diciottenne della Val di Non affetto da Sindrome di Down che non ha ancora ricevuto l’invito per la programmata festa dei coscritti del suo paese. Per il momento. Quell’ “ancòra”, infatti, ce lo mettiamo perché vogliamo credere che un intoppo di qualche tipo abbia impedito agli organizzatori di recapitare il biglietto a casa Borghesi. Magari è sfilato accidentalmente via dal mucchio degli inviti, oppure una folata di vento l’ha portato via con sé. Può succedere. Si può credere anche alle ipotesi più fantascientifiche (l’inchiostro è svanito nel nulla, la cellulosa della carta si è autodistrutta per via di una complessa reazione chimica, un topolino goloso se l’è mangiato nella bussola, ecc.), ma non che gli altri coscritti volutamente abbiano evitato di invitare Dewis. No. Una cosa così è difficile da credere.
Deve essersi trattato solo di una piccola dimenticanza, di quelle che capitano tutti i giorni a chiunque. Cerchiamo di immaginare come si sono svolti i fatti. I nomi vengono scritti, sono sull’elenco, vengono letti e riletti, numerati. Questo c’è. Quell’altro pure. “Ci sono tutti?” Sì, ci sono tutti. Anzi, no. Manca il nome del Dewis.
Che poi al giorno d’oggi, nell’inverno del nostro scontento che sempre più spesso si nutre di ipocrisia, ci si scandalizza per molto meno. Il presepe nelle scuole materne, ad esempio, fa saltare su i musulmani. Chiamare “gay” una persona omosessuale può farti rischiare una denuncia. Ci sono invece altre diversità che forse vengono considerate “minori” o, come dire, meno tutelabili. Insomma, in una cultura che pretende di essere liberale e garantista non sembra un problema tagliare fuori chi è “troppo”. Troppo grasso, troppo basso, troppo qualcosa. Come se esistesse una normalità oggettiva entro i cui limiti è consentito muoversi. Come se non fosse abbastanza chiaro che è proprio dalle diversità che i rapporti tra gli esseri umani danno i frutti migliori: la diversità è una ricchezza, non un problema. Può sembrare banale, ma non lo è. E al giorno d’oggi è molto pericoloso dare certe cose per scontate.
Dewis ha una famiglia che lo ama e questa è già una gran fortuna per lui. Però ha diritto ad avere di più, il diritto di non doversi accontentare.
Vedrete che gli amici coscritti si sono sbagliati, sono stati vittima di un semplice abbaglio postale e – se non l’hanno già fatto – provvederanno subito a fare ciò che ancora non hanno fatto: consegnare il colorato invito a Dewis Borghesi. Perché lui è uno di loro e lì, proprio in mezzo all’entusiasmo di un gruppo di diciottenni che festeggia l’ingresso nella vita adulta, dentro quell’allegria spensierata deve stare Dewis. Quello è il posto suo.
Se poi disgraziatamente venisse confermata la volontarietà del suo mancato invito alla festa, beh, non c’è nessun problema. La festa verrà organizzata molto meglio. Per informazioni rivolgersi all'autore di questo articolo.
("l'Adige" del 9 dicembre 2007)