Pino Loperfido

Praecipue memoria gaudere

Quando i marines sbarcavano a Levico



Superata Levico Terme si svolta a destra verso le Lochere di Caldonazzo; prima di quest’ultima frazione, c’è, seminascosta, sulla sinistra, una stradina che porta ad un borgo dal nome vagamente latineggiante: Quaere. La prima cosa che può colpire il visitatore di questo posto, a parte l’originalissimo nome, è la strada principale, chiamata Via dei marinai. I marinai? Sotto al Pizzo di Levico? La sorpresa si accresce percorrendola in direzione del bosco, qualche decina di metri più in là, quando ci si imbatte in un singolare monumento che commemora la morte di alcuni militari: all’ombra dei pini, un cippo con alcuni nomi e un piccolo altare. Il visitatore va a pensare subito alla guerra, eppure quando il tragico evento si verificò la guerra era finita da quasi dieci anni.

Ora che il servizio di leva è stato abolito sono tante le scene a cui non capiterà più di assistere, a cominciare dalle chiassose libere uscite fatte di mille dialetti, teste rasate e deodorante. Più di cinquant’anni fa uno di questi allegri cortei era possibile vederli pure per le strade di Levico. Alcuni reparti di marò del Battaglione San Marco, infatti, arrivavano con regolarità a fare esercitazioni tra Quaere e Santa Giuliana, in Valle Scura, in una zona che, grazie ad una serie di anfratti, buche e cespugli sembrava fatta apposta per “provare” la battaglia. Gli anziani di quelle parti se lo ricordano ancora il fragore di certi colpi di mortaio che, durante la notte, illuminava le case con una sarabanda di colori.

Ora che il servizio di leva è stato abolito non si potrà più assistere (per fortuna) a scene come quella che il 23 luglio 1954 si presentò agli occhi dei primi soccorritori. L’errore di un marinaio fu fatale a lui e a cinque commilitoni. Lo sfortunato militare stava, infatti, caricando il mortaio proprio mentre un altro colpo partiva. La rosa di schegge prodotta dalla deflagrazione raggiunse tutti quelli che si trovavano nel raggio di cinquanta metri. Tre gli uomini morti sul colpo: il sergente Matera, il puntatore Scaglione e il caricatore Rotondo. Il sergente Cantù e il marò Guala, gravemente feriti, moriranno di lì a poco.

Ad memoriam, qualche anno dopo, l’Associazione Marinai “Tullio Moschen” di Levico ha deciso di erigere quel monumento, stabilendo di ritrovarsi tutti gli anni, nella domenica più vicina a quel fatale 23 luglio, per celebrare il ricordo di quei cinque sfortunati ragazzi. L’anno scorso, nel cinquantenario, tra bandiere e autorità, a Quaere c’erano sette compagni d’arma superstiti provenienti da ogni parte d’Italia e dall’estero. Quest’anno, la commemorazione è prevista per domenica 24 alle ore 8.45. Sarà presente il Sindaco di Levico e alcuni sottufficiali. La deposizione di una corona d’alloro ricorderà quei cinque sfortunati ragazzi. Oggi, che il servizio di leva è stato abolito l’assurdità del loro sacrificio sembra ancora più grande. Proprio come il loro diritto ad essere ricordati, nonostante tutto, ancora una volta.


LEVICO E LA MARINA

È dal 1971 che Levico Terme accoglie il Circolo Sottufficiali della Marina, da quando venne acquistata la struttura (l’ex Hotel Moderno) che oggi lo ospita. Da allora sono tanti i sottufficiali, in congedo e non, che trascorrono le proprie vacanze nella ridente località valsuganotta. L’attuale responsabile del Circolo è il Maresciallo Maurizio Costa.

Il legame di Levico con la Marina Militare, però, affonda le proprie radici nella passata consuetudine che vedeva i giovani levicensi prestare regolarmente il servizio militare nella Marina, specialmente nel porto di Taranto. Ma è soprattutto l'importante figura di Tullio Moschen a legittimare tale legame. Sottocapo meccanico, caduto in guerra, Moschen fu insignito della medaglia d’argento al valor militare. Nel 1941, imbarcato su un incrociatore al largo di Messina, venne colpito mortalmente nel corso di un attacco aereo; ai compagni che gli davano assistenza e conforto rispondeva serenamente, conscio della propria fine imminente: “Chi per la Patria muor vissuto è assai”. È nel suo nome che oggi svolge la propria attività associativa la sezione locale dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia, presieduta da Ernesto Zampiero. Originario di Castello Tesino, classe 1921, Zampiero è sopravvissuto nientemeno che al famoso bombardamento dell’11 novembre 1940, in quella che è ricordata come la “Pearl Harbour” italiana.

("Trentino", venerdì 22 luglio 2005)