Pino Loperfido

Praecipue memoria gaudere

Salvate il soldato Franchini



La guerra è il momento più tragico che possa capitare ad una civiltà nel corso della sua storia; un evento che sconvolge la terra e i suoi abitanti e nel migliore dei casi costringe – chi ha la ventura di capitarvi in mezzo – a ripartire da zero. Eppure la guerra è pure un momento “stupendo” dal punto di vista narrativo perché sono migliaia le storie che si intrecciano oltre le linee di fuoco e corrono lungo le trincee. Vicende di padri e figli costretti a partire verso un destino oscuro e di madri abbandonate che il destino o il caso si diverte a strutturare secondo schemi narrativi, tanto da assomigliare, alla fine, alla trama di un film. E sono stati migliaia gli artisti che prendendo spunto da fatti di guerra hanno costruito le loro opere migliori. Uno di questi è Steven Spielberg che con “Salvate il soldato Ryan” nel 1999 si è portato a casa ben cinque premi Oscar. Il film narra della sorte di quattro fratelli americani che combattono durante la Seconda guerra mondiale. Uno solo di loro si salverà e grazie all’intervento dello stato maggiore dell’esercito potrà riabbracciare la madre vedova.

Chi sospettava che rovistando nell’immenso archivio di storie che è il Trentino durante la Prima guerra mondiale saltasse fuori una vicenda che ricorda così tanto la trama di quel famoso film? Seppure le notizie in merito non siano tantissime, val la pena di provare a raccontarla, anche perché ci permetterà di ricordare anche un’altra vicenda, questa più celebre, legata alla figura della Marchesa Gemma Guerrieri Gonzaga, nobildonna che all’inizio del secolo si adoperò a favore degli internati trentini in Russia e in Galizia, durante la Prima guerra mondiale.
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Il 6 novembre di ogni anno, a San Leonardo di Borghetto d’Avio, si tiene la tradizionale sagra che attira tutte le famiglie contadine del circondario. Si lucidano le pentole di rame e si indossa il vestito delle feste. Al mattino grande partecipazione per la Messa cantata. Stessa cosa per il rosario del pomeriggio che si conclude con il bacio rituale alla reliquia di San Leonardo. Assolti i riti religiosi, gli abitanti del contado fanno festa giocando a carte, a bocce o a tombola. Il tutto accompagnato da una merenda, l’antenata dei moderni buffet.
Nel 1914 lo svolgimento della sagra avviene in tono più sommesso, in un’atmosfera molto meno festaiola degli anni precedenti. In agosto l’Austria è entrata in guerra contro Serbia e Russia e sono già parecchi gli uomini di Borghetto e di Avio – di tutto il Trentino – che sono stati chiamati a combattere sotto le insegne dell’esercito imperialregio. Già si è avuta notizia di feriti, qualche morto addirittura.
Insomma, quella che avrebbe dovuto essere un momento di allegria, oltre che di celebrazione liturgica, si trasforma quell’anno in una sorta di raduno della tristezza. L’angoscia la fa da padrona e serpeggia tra madri in pena e figli che attendono di avere notizie dei propri padri, lontani migliaia di chilometri da casa, abbandonati al beffardo giogo della guerra. Chi piange, chi implora, chi si dispera. Non c’è di che stare allegri, quel 6 novembre 1914, alla sagra di S. Leonardo a Borghetto d’Avio.
E come fanno certi strumenti nelle orchestre a cui le partiture, per alcune battute, impongono di sovrastare per intensità tutto il resto della compagine musicale, così in mezzo a quella folla offesa dalla gravità del momento, ad un certo punto il pianto di una donna pare levarsi più in alto di tutti gli altri. Quella donna si chiama Rosina Franchini ed abita ai Masi d’Avio. In quel conflitto maledetto ella è stata costretto a mandarci non uno, non due; e nemmeno tre figli. Quattro sono, infatti, i ragazzi che hanno lasciato la sua casa ed ora si trovano impantanati nel mistero dell’odio. La guerra, che tutto travolge, non ha un addetto stampa o un ufficio comunicazione. Le notizie che di solito arrivano dal fronte sono frammentarie, spesso poco attendibili. Per avere un’idea del destino dei propri cari ci si deve affidare a poche sgrammaticate righe, magari consunte dall’umidità o dalla distanza.

Rosina Franchini sospetta che il Beppi e l’Angelo siano stati feriti. L’Eugenio è per certo prigioniero dei russi in qualche landa avvolta dal gelo, come testimonia una cartolina della Croce Rossa sovietica che nulla dice del luogo di detenzione. Giovanni, invece, è scomparso sul fronte galiziano. Da diverso tempo, ormai, non scrive a casa. E in situazioni come questa il silenzio sovente significa una sola cosa: morte.
Il pianto della Rosina attira l’attenzione della Marchesa Gemma Guerrieri Gonzaga. Il lamento la commuove, ma soprattutto le cambia qualcosa dentro, perché da quel momento in poi la sua vita non sarà più la stessa. Rintracciare i soldati trentini imprigionati o feriti al fronte – in primis i figli della signora Franchini – diventerà per la Marchesa un imperativo: la missione di una vita.
Contrariamente alla vicenda narrata nel film di Spielberg, ove solo l’ultimo fratello avrà la buona sorte di salvarsi, i quattro fratelli Franchini potranno riabbracciare la madre e tornare ai Masi di Avio, con la guerra ormai lontana. Testimoni di una tragedia che senza il provvidenziale intervento della Marchesa non è detto avrebbe avuto la stessa felice conclusione.
Ed Eugenio Franchini rimarrà sempre legato alla tenuta di San Leonardo e alla famiglia Guerrieri Gonzaga. Subito dopo la fine della prima guerra mondiale diverrà fattore di fiducia della famiglia nella gestione e amministrazione della tenuta fino al 1942. A lui subentrerà il figlio Emo Franchini che tenne l'amministrazione dal 1942 al 1956.


Gemma Guerrieri Gonzaga



La Marchesa Gemma Guerrieri Gonzaga de Gresti di San Leonardo ha circa quarant’anni, quando davanti al pianto disperato di Rosina Franchini decide di rimboccarsi le maniche, dando avvio ad una azione umanitaria di vaste dimensioni, senza precedenti per il Trentino e forse per l’Italia, e volta alla ricerca di notizie sulle migliaia di trentini, istriani e dalmati prigionieri nella Russia europea ed in quella asiatica. Siamo nel 1914. Televisione, internet e quant’altro esistono solo nelle fantasie di qualche bimbo audace. La radio è agli albori, sperimentale e difficile da usare. Per comunicare restano i giornali, l’alfabeto Morse e l’antica e cara carta da lettera. È quest’ultima l’arma che permetterà alla Marchesa Guerrieri di portare a compimento il suo filantropico intento.
Il primo soldato rintracciato sarà proprio quell’Eugenio Franchini, uno dei “fratelli Ryan” da portare in salvo. È lui il perno su cui inizia a ruotare tutte una fitta rete di contatti che permetterà alla Marchesa, grazie ad una intelligente tecnica basata sulla classica catena di S. Antonio, di mettersi in contatto con centinaia e centinaia di altri prigionieri, che rispondevano all’appello. Le loro lettere venivano fatte pubblicare sui giornali di allora, “Il Nuovo Trentino”, “Il Popolo”, “L’Alto Adige”.



La mazzata che rischia di far crollare tutta l’impalcatura arriva il 24 maggio 1915, quando il Regno d’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria. Ogni contatto viene bruscamente interrotto. Eppure Gemma Guerrieri Gonzaga non si perde d’animo e con grande lungimiranza capisce che nulla è perduto. Si tratta solo di adattarsi alla nuova situazione politica. Comincia così l seconda parte di questa grande opera umanitaria partendo dai tremila e passa nominativi in suo possesso; tremila prigionieri dislocati in ventisette diverse località di detenzione. Questa volta, però, le lettere non bastano. La signora inizia i contatti con Salandra e con Sonnino, all’epoca presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri. Li convince, anche grazie ad una paziente opera di persuasione, ad organizzare una missione italiana da mandare in Russia per ispezionare i campi di prigionia ma soprattutto per individuare quanti erano disposti a venire rimpatriati. Nell’ottobre del 1916, due bastimenti carichi di italiani, scortati da navi da guerra russe ed inglesi, salpano verso Dover, in Inghilterra; da lì giungeranno, in treno, sani e salvi a Torino.
Ma l’opera infaticabile di Gemma Guerrieri Gonzaga – che alla fine porterà in patria 12mila soldati – non si esaurisce qui. Accantonato il pericolo della guerra, si preoccupa addirittura del “dopo”. Intercede presso il senatore Giovanni Agnelli affinché quanti più reduci possibile vengano assunti alla Fiat, facendosi garante presso l’industriale che nessuno di quei ragazzi irredenti, e quindi non ancora “italiani”, avrebbe commesso atti di sabotaggio all’interno dell’azienda.

("l'Adige", 17 dicembre 2007)