A Pordenone scrivono
Stupidità e
ingiustizia talvolta tagliano la parola in bocca, ma
il giovane Pino Loperfido, trentenne scrittore
trentino, “ciò che non si può dire” lo dice, eccome,
attraverso un monologo d’impegno civile che rievoca
una tragedia della nostra terra.
Lo dice, lo urla,
con grande umanità: in Ciò che non si può dire. Il
racconto del Cermis, Loperfido ripropone i fatti del
3 febbraio 1998, quando un aereo Prowler della base
americana di Aviano tranciò di netto i cavi della
funivia del Cermis, facendo precipitare nel vuoto una
cabina e causando la morte delle venti persone che
erano a bordo. Avvenimenti che hanno colpito
profondamente l’autore, spingendolo a “fare qualcosa”
attraverso la scrittura, a denunciare, con una forma
teatrale come quella del monologo - nella migliore
tradizione di Marco Paolini, e con un intreccio
linguistico che tiene conto anche del dialetto - una
tragedia che ha scosso l’opinione pubblica
internazionale.
La figura del narratore-attore è
ispirata al manovratore superstite, quello della
cabina soltanto sfiorata dal Prowler e rimasta lì
“appiccicata alla morte”. Ne è interprete Andrea
Castelli che, dopo anni di successo teatrale in
chiave comica, trasferisce la sua esperienza in
questa produzione contemporanea di grande impegno
drammatico ma anche di forte coinvolgimento e di
poetica umanità. Il monologo del protagonista è il
grido di dolore di un uomo che assiste impotente a
una scena raccapricciante, talmente assurda – un
aereo contro una funivia – che potrebbe far pensare a
un’allucinazione, a un folle inganno della psiche, ma
diventa anche il paradigma della solitudine umana, di
una certa incomunicabilità.
10-11-12 gennaio 2003, ore 20.45
Intervista ad Andrea Castelli
Si parla del mio testo, ma il mio nome... veramente, certe volte mi viene il dubbio d'averlo scritto veramente io.
Castelli: il Cermis mi
ha cambiato dentro
L'attore racconta il suo anno
magico: ho scoperto un nuovo linguaggio
«A Cavalese
il 3 febbraio sembrava di essere in un teatro greco
Mai vissuta una cosa così: ti svuota dentro»
TRENTO. Andrea Castelli riprende domani
l'appuntamento con i lettori, attraverso la sua
popolarissima rubrica «Castellinaria»: commenti,
riflessioni, satira per sentirsi un po' più vivi,
meno conformisti, più partecipi alle farse e alle
tragedie di ogni giorno. Dall'anno scorso però
Castelli, lo straordinario inventore di storie,
dialoghi, risate, capace di riscoprire nella
modernità tutte le potenzialità del dialetto, è
cambiato. E anche «Castellinaria» registrerà questi
mutamenti di sensibilità, di umore, di sguardi sul
mondo. I testi, alcuni, ritorneranno al dialetto,
alternandosi con quelli in italiano. Brevi, decisi
quelli in dialetto, più discorsivi quelli in lingua,
proprio per dimostrare le potenzialità diverse dei
due accenti.
Ad operare la maturazione in Andrea
Castelli, in un uomo di teatro, figlio d'arte, che
era già «maturo» per la scena (in tutte le sue
estensioni) fin da ragazzo, è stato il Cermis, la
tragedia dei cavi tranciati dagli aerei «predatori»
in Val di Fiemme il 3 febbraio 1998, le venti vittime
nella funivia schiantata al suolo, l'impunità che ne
è seguita per i piloti degli Usa (quasi un anticipo
dei venti di guerra che continuano a scuotere il
mondo) e la narrazione che della tragedia ha tratto
Pino Loperfido, scrittore che proprio il Cermis ha
rivelato. Assolvendo al suo ruolo di grande promotore
di cultura, di teatro fatto di parole che affondano
come lame nella verità distruggendo pregiudizi e
stereotipi, è stato il Teatro Stabile di Bolzano di
Marco Bernardi a mettere in scena il Cermis, con
Andrea Castelli «attore» del grande monologo che
dispiega tutta la tragedia.
di Franco de
Battaglia
TRENTO. La svolta nel teatro di Andrea
Castelli è venuta da «Il racconto del Cermis», di
Pino Loperfido, e dalle sue emozioni. Sono 40
cartelle, un monologo ininterrotto di un'ora e mezzo.
Il testo racconta il Cermis attraverso gli occhi del
secondo manovratore della funivia, il superstite,
bloccato nella sua cabina mentre l'altra precipitava.
Del «Cermis», con il Teatro Stabile di Bolzano,
Andrea Castelli ha fatto 53 repliche, che
raggiungeranno il numero di 120 nella prossima
stagione, già programmata.
Andrea Castelli, come ti
ha cambiato il Cermis?
«Ero consapevole del rischio
di uscire dal "mio" teatro, dalle risate».
Il tuo
teatro non è mai stato di sole risate.
«Sì, i miei
testi si prestavano a varie chiavi di lettura, però
qui è stata un'altra cosa. Da una parte mi ha
lusingato la proposta che mi veniva dallo "Stabile" e
da Marco Bernardi, dall'altra mi ha inquietato il
dover entrare totalmente in un testo di
tragedia».
Una «verifica» sulle tue possibilità di
attore?
«Il monologo lascia distrutti. Svuota tutte
le energie interiori. E' stata una verifica davvero,
per capire se ero completo o semplicemente un attore
con una faccia sola».
Il risultato?
«Ciò che mi ha
davvero segnato è stato quanto è successo a Cavalese
il 2 febbraio scorso, l'anniversario del Cermis.
Sembrava di trovarsi in un teatro greco, con i
parenti delle vittime in sala. Erano appesi alle
parole e poi le rompevano con i pianti, con i loro
singhiozzi, consapevoli di assistere alla ripetizione
di ciò che avevano vissuto».
Il regista Paolo Bonaldi
ha confessato: «A me una cosa del genere non era mai
successa».
«Neppure io avevo mai provato
un'esperienza simile. Invece di un attore mi sembrava
di essere un celebrante, dentro un'immersione
arcaica, un rito greco».
Una lunga traversata del
deserto per esprimersi?
«In teatro tutti i giorni
tranne il lunedì, dal 12 gennaio al 27 marzo. E'
andata bene».
Avevi paura?
«No, ma ci si può sempre
trovare improvvisamente svuotati una sera. E poi c'è
la memoria, un'ora e mezzo senza interruzioni.
Insomma...».
Una lunga marcia.
«A gennaio la
riprenderemo. Due settimane al teatro Rossetti di
Trieste, una settimana a Trento, poi un'altra a
Torino. Poi a Colle Val D'Elsa, Pordenone,
Udine».
Cosa ha colpito di più nella tragedia del
Cermis?
«La semplicità. Entrare nella tragedia, come
ha scritto Ugo Ronfani con semplicità montanara».
La
tragedia del Cermis fa parte ormai della storia e
della cultura della montagna. Come il
Vajont.
«Certo. Il manovratore, che viene da antiche
radici, che ha vissuto ore felici in montagna, resta
appeso nel vuoto, sopra i suoi boschi, quasi due ore
prima di essere recuperato dall'elicottero. Ha tempo
di pensare a tutto. E in fondo si fa una domanda, che
è la ragione di tutta la tragedia. Si chiede: "Perché
non sono morto anch'io?"».
Si chiama Marino Costa,
il manovratore, sospeso fra la funivia turistica e la
violenza del dominio globale.
«Si ricorda della sua
infanzia, dei primi momenti del turismo buono. Poi la
tragedia. Come tutte le tragedie, colpisce per cause
concatenate e inaspettate. Fa parte della vita della
montagna».
Cosa hai scoperto recitando il
Cermis?
«La possibilità di un nuovo uso del
linguaggio, anche del dialetto, da adoperarsi come
strumento, mai come fine».
Cosa vuol dire?
«Il
dialetto è stupendo per esprimere una situazione
intima, reale, i momenti di vita del manovratore, ad
esempio. Ma non può essere usato solo per far ridere.
E' umiliarlo, dissacrarlo».
Come le parolacce dette
negli spettacoli televisivi, con le risate a
comando?.
«E' l'umorismo della scorciatoia. Dici
"mona" e tutti ridono. Invece l'humour bisogna
prepararlo, in un contesto. Come bisogna preparare la
tragedia. Non si può usare il dialetto per far ridere
solo perché non si riesce a far sorridere in
lingua».
Forse, dopo tanta televisione, la gente
vuole sentire una voce vera, una parola vera. E'
questo il teatro?
«La gente si sente forse stordita,
ma non ha perduto la voglia di verità, di sentimenti,
di confrontarsi con le cose che contano, la vita, la
morte. Mi hanno ricordato il mio nonno contadino gli
spettatori del Cermis, quando li vedevo piangere in
sala».
Cosa faceva il nonno?
«Se tagliavano un
vecchio albero piangeva. Da bambini non lo capivamo.
Ora so perché piangeva».
Tu però hai fatto teatro
per far ridere.
«Far divertire la gente è la
soddisfazione più grande che si possa trovare. E'
come fare un regalo, fa più piacere donarlo che
riceverlo. Però in teatro, spesso, si fa ridere per
non piangere».
Il Cermis, invece, è piangere per
vivere.
«Piangere per sentirsi finalmente
purificati, liberi di ricominciare una nuova
vita».
In lingua o in dialetto?
«Il Cermis ha parti
in dialetto (quelle dei ricordi del manovratore) e in
lingua, la prospettiva della tragedia. Una cornice
completa. Anch'io mi sento più completo, tranquillo,
dopo il Cermis. Ho visto che posso lavorare a tutto
tondo nel teatro e questo mi conforta. Non rinuncio
ai "Spiazaroi", alla compagnia che probabilmente si
fonderà con il Club Armonia, ma penso anche ad altro.
Marco Bernardi vuole una nuova messa in scena del
"Ruzante", un testo straordinario».
A Trieste scrivono
Stagione 2002-2003:
l'altra prosa
Ciò che non si può dire
Il Racconto del
Cermis
di Pino Loperfido - Premio Bolzano 2002 - Premio
Chianciano 2001
regia di Paolo Bonaldi
con Andrea
Castelli
produzione Teatro Stabile di
Bolzano
3 febbraio 1998. Venti persone salgono sulla funivia
del Cermis: turisti belgi, tedeschi, viennesi, un
ragazzino con la madre, due amiche di Bressanone…
Negli occhi di tutti, i paesaggi innevati del
Trentino e la prospettiva di una giornata sulle piste
sciistiche della Val di Fiemme. Nel destino di tutti,
invece, l’imbecillità di quattro piloti americani che
nel corso di un volo d’addestramento partito dalla
base militare di Aviano, sfidano le più elementari
norme di sicurezza, passando sotto i cavi
dell’impianto di risalita. Nel destino di tutti, il
Prowler - un gioiello dell’aeronautica, costruito per
la cosiddetta “guerra intelligente” - che effettua la
folle manovra e trancia di netto i cavi della
funivia: mentre i giovani piloti rientrano alla base,
per gli occupanti della cabina è la morte.
Ecco il
fatto di cronaca che in Ciò che non si può dire. Il
racconto del Cermis diventa teatro, e viene
restituito in forma di monologo (autore è il
trentenne Pino Loperfido) da Andrea Castelli:
“attore-orchestra” che con pudore e generosità dà
voce a notizie, emozioni, sfoghi e soprattutto
all’anima dei protagonisti di questa tragedia
contemporanea. Castelli s’immedesima nell’unico
sopravissuto, Francesco, il manovratore della cabina
che si muoveva sulla funivia in senso contrario a
quella precipitata, e che per un’ora è rimasto
attonito testimone dei fatti, “appiccicato alla
morte”. Racconta, seguendo un flusso di coscienza che
passa dai “nudi fatti” ai ricordi personali, dalle
testimonianze dei valligiani, all’espressione della
rabbia contro «un’imbecillità che non ha patria, non
ha colore, non ha sesso», ma che è costata il prezzo
di venti vite. Ha la necessità di parlare, forse
perché fra “ciò che non si può dire” ci sono oscure
connivenze e lo scandalo dei colpevoli rimasti quasi
impuniti; oppure perché quei ricordi continuano a
togliergli il sonno; o ancora, perché di fatti come
questo, è bene che rimanga un segno forte, scolpito
nella memoria collettiva. Ed è significativo che -
come hanno segnalato le critiche, prima fra tutte
quella del quotidiano Il Piccolo - ad assumersi
questo compito, non siano giornali e tv, ma il
palcoscenico «con poche centinaia di spettatori a
sera, rilanciando aspetti informativi che i media
hanno da tempo scartato nella ricerca di sempre nuove
e avvincenti top stories (…)». Da non perdere,
dunque, quest’“orazione civile”, che sulle orme di
Marco Paolini, investe il teatro di un ruolo sociale
e morale nuovo… o forse molto antico.
dal 14 al 26 gennaio 2003
Da Trieste a Torino
Nella prossima stagione...
I giornalisti al Teatro Litta
Alle ore 11 conferenza stampa di presentazione al Teatro Litta di Milano. Sono presenti un sacco di giornalisti di testate molto importanti (Repubblica, Corriere...). Le domande sono incalzanti, i cronisti cercano le parole grosse. Ma per fortuna ho le idee chiare e riesco, mantenendo la calma, a rispondere a tono. Qualcuno non accetta il fatto che non abbia nulla da dire contro gli U.S.A. Al contrario ho molto da dire a proposito della vacuità di certi programmi televisivi e show teatrali, citandone uno in particolare che si tiene proprio a pochi passi di lì...
Si va a Milano!
A Cavalese, il giorno più importante
Un giorno importante. Forse il più importante di tutti. Al pomeriggio, al Teatro di Cavalese intervengo alla tavola rotonda organizzata dalla Rai. Conduce Alberto Tafner e vi partecipano, tra gli altri, il sindaco di Cavalese, Mauro Gilmozzi, Gigi Sardi, scrittore, e l'avvocato Beppe Pontrelli, patrocinante di Marino Costa. Ma la presenza più "ingombrante" è quella del signor Berger, padre di Danielle Groenleer, una delle venti vittime. "io non ho la presunzione di capire il vostro dolore", gli dico durante l'incontro. "Io voglio solo ricordare". Alla sera, la messa in scena dello spettacolo assume la solennità di un vero e proprio funerale civile. Ad assistervi sono presenti molti parenti delle vittime o avuto modo di incontrare già nel pomeriggio. Molti mi hanno chiesto, facendomi venire letteralmente la pell d'oca, di dedicare il libro ai loro cari scomparsi. E siccome si comunicava in inglese, sui loro libri ho scritto "...but the memory remains", così, istintivamente, senza nemmeno sapere se sia grammaticalmente appropriata. Durante lo spettacolo mi accorgo che Castelli si sta coinvolgendo emotivamente come non ha mai fatto prima. Verso la fine lo sento addirittura recitare con la voce rotta dall'emozione. Solo alla fine, osservando quella gente distrutta, quelle esistenze piagate dal dolore, sentendo le loro strette di mano, i loro abbracci, i loro "grazie", ho capito di aver fatto un buon lavoro, un lavoro utile. Una giornata, questo 2 febbraio 2002, che non dimenticherò più.
La prima assoluta
Al Teatro Studio di Bolzano la prima nazionale dello spettacolo tratto dal mio libro. All'entrata c'è un gruppo di skinheads che manifestano; non capisco contro cosa. Poi... Sensazioni indescrivibili quando si spengono le luci. Mesi e mesi di attesa e in quel momento non sembra neanche vero che sta accadendo. Dopo lo spettacolo incontro per la prima volta Marino Costa. Lo avvicino con i cronisti alle calcagna. "L'ho scritto per te", gli sussurro. E' visibilmente scosso. Con lui pure il sindaco di Cavalese, Mauro Gilmozzi. Castelli è stato travolgente. Mi ha tenuto un'ora e mezza sospeso a mezz'aria.