Degasperi: politica e sentimenti

"Trentino" del 19 agosto 2003

Il ricordo. Oggi la cerimonia a Borgo per l'anniversario della morte dell'ex presidente del Consiglio

Il ricordo del grande statista, attento alle piccole cose e alla gente comune




di Pino Loperfido

Una volta Alcide Degasperi, Presidente del Consiglio, visitò i Sassi di Matera. Quando gli dissero che lì dentro ci vivevano intere famiglie senza acqua, luce e fogna, lui pensò ad uno scherzo. Poi, realizzata la verità, si fece scuro in volto e, come una furia, tornò a Roma. In pochi anni, fece costruire La Martella, un nuovo paese, dal nulla. Dette una casa a tutta quella povera gente. Non lo fece per vanagloria o propaganda: semplicemente non poteva tollerare che all'uomo venisse tolta la dignità.
Oggi La Martella, come tutte le periferie del mondo, è preda del degrado urbanistico.
La desolazione, l'abbandono, l'incuria di quella cittadina fanno il paio con quel che rimane, oggi, del ricordo di Degasperi nelle giovani generazioni. Nulla resta del cuore di questo uomo che, come tutti i grandi uomini, è stato in grado di provare sentimenti estremi, opposti, spesso contrastanti e che, allo stesso tempo, è riuscito a dosare, distribuire, amministrare. Come se i sentimenti fossero gli ingredienti di una pietanza immangiabile: buoni se presi uno alla volta, rivoltanti se ingurgitati tutti assieme.
Vediamoli allora, uno alla volta, alcuni ingredienti di questo Degasperi Alcide Amedeo Francesco, nato a Pieve Tesino, all'alba del 3 aprile 1881, da Amedeo fu Luigi e Maria Morandini.
Partiamo dall'angoscia di quando, incaricato dal Consiglio Comunale di Trento, va a chiedere spiegazioni a Salisburgo riguardo alle deportazioni dei trentini.
" Luogotenente, cos'è questa storia dei campi profughi?" Quello per tutta risposta gli notifica che da quel momento il Consiglio Comunale è sciolto. E scendendo dal treno, l'angoscia diventa paura nell'apprendere che l'Italia ha dichiarato guerra all'Austria.
Poi la tenacia dei deputati trentini che al Parlamento di Vienna battono il pugno sul tavolo. "Signori, adesso basta! Qui stiamo passando il segno" Già, eccoli là, aggrappati agli scranni, Degasperi, Grandi, Conci, e gli altri... con i prince-nez, i cravattini, i guanti bianchi: indumenti d'altri tempi, ma una passione modernissima per il Trentino.
Quindi lo stupore del deputato Degasperi che parla per la prima volta a Montecitorio. E quel realismo, quel parlare di cose concrete, per i "baroni" romani, ha il suono di una barzelletta.
Poi la titubanza dell'innamorato quando nel chiedere la mano di Francesca Romani vuole subito mettere in chiaro come stanno le cose: "Io sono schiavo del servizio del pubblico", le dice "crede lei che sia giusto ch'io le domandi di adattarsi ad una simile schiavitù?"
Quindi la disperazione dell'imputato quando il Tribunale fascista lo condanna al carcere per aver tentato l'espatrio. E lui, la notte che segue, non riesce nemmeno a pregare e, affondata la faccia sul pagliericcio, per tutta la notte mormora il nome di Dio.
Ecco, adesso, l'incredulità per la caduta di Mussolini, per quell'evento atteso venti anni. Quando un notizia riesce a farti dimenticare chi sei e cosa fai; come se l'abitudine al dolore e al sacrificio possano fare di una gioia insperata ed improvvisa solo un altro dolore.
Poi, l'orgoglio di rappresentare il proprio Paese in qualsiasi consesso: dall'umiliazione di Parigi al viaggio trionfale negli Stati Uniti.
Infine, la semplicità con cui Degasperi Alcide Amedeo Francesco lascia questa vita, in Sella di Valsugana, lontano dai palazzi del potere, tra la gente semplice, che sarà quella che, pur standogli lontano, meglio lo capirà e saprà amarlo.
Ecco alcuni ingredienti. Squisiti solo se assaggiati uno per volta. Perché per metterli assieme occorre un bravo cuoco che, nella nostra storia, non può essere che il ricordo. Quel paesino del materano, oggi così desolato, potrebbe risorgere molto facilmente: calce, vernice e un po' di buona volontà.
Più difficile è attizzare il ricordo di un uomo morto da cinquant'anni, di cui a malapena, chi non sia storico né politico né studioso, conosce il nome. Come tentare di dar fuoco alla legna bagnata: è difficile da accendere, quasi impossibile. Poi, però, una volta partiti, tener viva la fiamma diventa un gioco da ragazzi.

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