Impressioni da una biblioteca



Quello che penso, entrando in questo posto fuori dal tempo, è che rischierei volentieri la galera per portarmi a casa un libro, un libricino solo, il più piccolo. Portarmi via, come una gazza ladra, un pezzo di questa cosa incredibile, di questo museo dell'aria, una scheggia della meraviglia per non poterla dimenticare mai più.
Entrandovi devo impegnarmi a rimanere un uomo, un turista in cerca di emozioni, devo bilanciare bene il peso del corpo per non cadere, per non essere soggiogato dalla sorpresa, dall'inaspettato splendore. 
Vorrei abbracciarli questi libri, mangiarli, ma è un desiderio assurdo, dettato dal pensiero drogato; allora appoggio l'orecchio agli scaffali. I libri non si possono toccare, d'accordo... ma così riesco a sentirli... Ecco. Quel mormorio... Un'infinità di parole, suoni, sillabe che formano la storia del tempo, del mondo, il respiro della vita, il cuore degli uomini di ogni epoca.
E intanto ho il gelo addosso, sento un freddo misterioso mentre me ne sto lì, a bocca aperta come un deficiente, un uomo piccolo che solo in quell'istante, messo a nudo dal tesoro di carta, si rende conto di essere un puntino nell'immensità della storia.
Dublino, Trinity College Library - Venerdì, 7 novembre 2003
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3 febbraio 1998 - 3 febbraio 2003



Penso che sono passati cinque anni da quel pomeriggio e la gente segue il vento. Poche righe sui giornali, comunicati stampa di pura pietà, tanto per mettersi a posto la coscienza.
Penso al piccolo Philip che quest'anno avrebbe raggiunto la maggiore età, avrebbe preso la patente...
Penso che fa tanto freddo. Dentro.
Penso a tutto questo e guardo la gente. Che segue il vento.
Sì, perché la mia paura è che abbiano proprio ragione gli scettici, quelli che in questi due anni non mi hanno detto altro: "E' tutto inutile... Dimenticheranno..."
Già.
E' facile commuoversi a un funerale, più difficile farlo cinque anni dopo. E più guardo le persone, più aumenta la consapevolezza in me di quanto egoismo ci sia, di quanta voglia di seguire le mode. Proprio così. Si corre dietro alla moda. E dietro alla Tv. Al di là di questi due nuovi padroni del mondo non vedo nulla.
Avevi ragione, caro scettico, la gente dimentica le cose, i morti, le sciagure... li dimentica quando sono passati di moda; e il dolore torna ad essere un fatto privato, torna a rinchiudersi tra le quattro mura dei parenti che hanno perso figli, padri, nipoti...
Adesso va di moda la pace. No, non quella, non quello stato di coscienza e di convivenza che non esiste. Mi riferisco a quelle curiose bandiere che sempre più spesso si vedono appese alle finestre. Eccola, la nuova moda: bandiere in technicolor che garriscono di presunzione, che sembrano dire ai passanti: "Oh! guerrafondai che non siete altro!"
Che sciocchezza... Tutti siamo per la pace. Chi non lo è? Ed è un peccato che la pace, quella vera, non esista.
Insomma.
Sono passati cinque anni; penso a tutto il lavoro fatto e mi domando sempre di più se non sia stato tutto inutile.
E fa freddo.
Dentro.

p.l.
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